Primo Piano Pastorale – Illuminati dalla parola di Dio , Guidati dallo Spirito Santo

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Carissimi Sacerdoti,

Fratelli e Sorelle,

con gesto di bontà e di affettuosa attenzione avete voluto ricordare il 1° anniversario del mio ingresso in Diocesi, sottolineando così la gioia del cammino che stiamo facendo insieme. Un anno è passato in fretta. E’ passato in fretta come le cose belle. Ed in realtà, è stato per me un anno di grazia. Nella terra di San Paolino ho trovato un’accoglienza cordiale, una simpatia festosa, una generosità piena di slancio, che mi hanno accompagnato sempre. Mi sono innamorato subito di questa chiesa antica, ricca di fede e capace di affetto. Non so che cosa io sia riuscito a darvi, certamente meno di quanto era nei miei propositi. Mi pare però di avervi tanto amati, e sento di portarvi tutti nel cuore, e ad uno ad uno vorrei stringervi la mano, ad uno ad uno vorrei ascoltarvi, a ciascuno di voi vorrei mostrare la mia attenzione e il mio affetto.

Ma ciò che sono riuscito, per grazia di Dio, a darvi, è superato da ciò che ho ricevuto da voi La lista delle vostre premure per me sarebbe davvero interminabile. In breve, ho trovato tra voi il tepore di un’autentica famiglia.

Ringraziamento e responsabilità

Fratelli e sorelle

è per questo che la nostra riflessione si fa subito ringraziamento a Dio, che “suscita in noi il volere e l’operare secondo i suoi benevoli disegni” (Fil. 2,13) e il ricordo si fa inno di lode a Dio “che ha fatto crescere” (1 Cor. 3,6)

Sì, mi corre l’obbligo di ringraziare Dio con voi e per voi.

Con voi perché il ringraziamento sia corale: unione di cuori che benedicono il “Padre della luce”, dal quale discende “ogni buon regalo e ogni dono perfetto” (cfr. Giac. 1,17)

Per voi giacché soprabbondo di gioia al vedervi così docili al pastore e così protesi alla perfezione.

Ma con l’immagine viva del dono di Dio, affiora anche al nostro spirito il senso delle nostre responsabilità.

Il tempo che scandisce la vicenda del nostro impegno per la costruzione del Regno, corre veloce, avanza inesorabile e non possiamo fermarlo. Possiamo, però, e dobbiamo impreziosirlo di fervida operosità e caricarlo di eternità.

Di qui alcuni interrogativi seri che non possiamo eludere:

  • Potremmo dire tutti di aver fatto “quanto dovevamo fare” (Lc. 17,10)?
  • Potremmo noi ministri del Vangelo, affermare di aver consumato noi stessi per le anime a noi affidate (cfr.2 Cor. 12,15)?  di avere investito tempo ed energie, “avere” e “sapere”, per i divini misteri di cui siamo amministratori (cfr.1 Cor. 4,1)?
  • Potrebbero i religiosi e le religiose dire di essere integralmente i testimoni dell’Assoluto e dei valori eterni sulla terra?
  • Potrebbero i laici dichiararsi soddisfatti per aver pienamente realizzato la loro missione, di essere nel mondo testimoni della vita e resurrezione del Signore e segni del Dio vivo?

Se ci sentiamo senza colpa, non saremmo leali né giusti. Dobbiamo, invece, lasciarci guidare dallo Spirito, quello stesso Spirito che nell’Apocalisse parla alle sette Chiese per consolare e correggere.

Anche a noi egli direbbe: “Conosco le tue opere” (Ap. 2,2.19; 3,1.15). Egli conosce certamente la carità, la fede, il servizio, la fatica, la costanza. Ma ad alcuni di noi forse direbbe: “Ho da rimproverarti che hai abbandonato il tuo amore di prima” (Ap.2,4); ad altri direbbe: “Svegliati e rinvigorisci ciò che rimane e sta per morire” (Ap. 3,2); ad altri ancora: “Tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma sei tiepido” (Ap. 3,15s). A tutti infine sussurrerebbe: “Sii fedele fino alla morte e ti darò la corona della vita” (Ap. 2,10).

Dio “usa pazienza” verso di noi, “non volendo che alcuno perisca ma che tutti abbiano modo di pentirsi” (2 Pt. 3,9) e si mettano alacremente all’opera.

Piano Pastorale Diocesano

Noi, Chiesa di Dio che è in Nola, siamo già all’opera. Il recente Convegno pastorale diocesano è stato punto di arrivo di tutto un lavoro tendente a consolidare la comunione, a unificare la programmazione, a rinvigorire l’impegno apostolico.

Ma è stato anche punto di partenza. Sul fondamento dell’Eucaristia, fonte della comunione e sorgente della missione, le varie commissioni diocesane hanno elaborato, su mia richiesta, un programma di lavoro ricco ed articolato, capace di valorizzare tutti i carismi e teso a dare risposta alle tante esigenze della nostra Chiesa locale. Questo programma è stato discusso da un Consiglio pastorale provvisorio ed io, come pastore della Diocesi, confortato dal parere del Consiglio presbiterale lo approvo ed assumo in tutte e singole le sue parti, proponendolo quale piano pastorale diocesano.

Cordialmente accolto e diligentemente osservato esso restituirà vivacità e freschezza alla nostra Diocesi. C’è dunque lavoro per tutti, ognuno al suo posto, ciascuno con la sua responsabilità, secondo la ricchezza dei doni di Dio. Ma attenzione! Un piano pastorale ha una sua logica interna che non può essere disattesa senza che il tutto ne risulti snaturato. Guai a fare di un piano pastorale un arido “insieme” di disposizioni! Guai a scivolare in un attivismo senz’anima! Guai a moltiplicare organismi senza comunione! Il Regno di Dio non avanza con una logica efficientistica ma con la “follia della Croce” (cfr. 1 Cor. 1,17s)

Parola, Comunione e Carità

Per questo ritengo di dover indicare alcune direttrici sulle quali l’intera comunità diocesana dovrà sentirsi impegnata. Senza di esse, la pastorale sarebbe un corpo senz’anima, uno scheletro senza vita. Ecco allora che cosa darà anima e vita al programma pastorale:

  • il primato della Parola di Dio;
  • la centralità della comunione;
  • l’impegno di carità.

Queste tre realtà non sono facoltative: sono indispensabili per essere la Chiesa di Dio, che è il popolo generato dalla Parola, vivificato dalla comunione accreditato dalla carità. Dobbiamo avere sempre davanti agli occhi il modello della comunione cristiana descritta dagli Atti: un popolo in ascolto dell’insegnamento degli Apostoli, cementato nell’unione fraterna dalla forza della preghiera e dell’Eucaristia, pronto a condividere coi più poveri anche i beni materiali (cfr. At. 2,42-44; 4, 32-35).

Parola, Comunione e Carità sono tre realtà che si richiamano a vicenda non vivono disgiunte: stanno o cadono insieme. Tra di esse c’è una ineliminabile interconnessione ed interazione. Esse sono tre dimensioni della vita ecclesiale.

Ma lasciatemi dire che esse hanno anche uno specifico significato di urgenza nella nostra Chiesa particolare. E’una convinzione che è maturata sempre più fortemente dentro di me, in questo primo anno di ministero, a mano a mano che vi ho incontrati, vi ho conosciuti, ho stabilito con voi un rapporto sempre più profondo.

Ho incontrato una comunità ricca di fede, di una fede secolare, schietta, innervata nell’intimo dell’animo popolare. Ma questa fede di popolo ha bisogno di essere rigenerata in un contatto intimo con la Parola di Dio, per essere sempre più viva, consapevole, capace di affrontare la sfida di un profondo cambiamento socio culturale.

Ho incontrato una comunità ricca di carismi, con tante risorse di intelligenza di operosità, di disponibilità. Ma queste risorse attendono di essere convogliate in un unico flusso di comunione, contro le facili tentazioni dell’individualismo e dell’isolamento, per convergere efficacemente alla costruzione del Regno.

Ho incontrato infine una comunità attraversata e lacerata da una questione sociale pesante, con la disoccupazione che incalza, con fenomeni di devianza e di violenza che ingrossano, con una larga fascia sociale di emarginazione, di precarietà, di povertà culturale e materiale che lancia appelli disperati alla sensibilità cristiana. Non possiamo essere Chiesa qui, a Nola, senza farci carico dei più poveri, non certo con l’atteggiamento distaccato e rassicurante dell’elemosina, ma con lo stile attento e operoso della condivisione.

Parola, comunione e carità acquistano così, all’interno del loro profondo e imprescindibile significato teologico, anche uno spessore storico, che impegna la nostra comunità qui ed oggi in un autentico cammino di conversione.

Il Primato della Parola

Grandi sforzi e grandi compiti ci attendono, dunque, e niente va accantonato di ciò che lo Spirito suggerisce alla nostra Chiesa.

Ma un cammino ecclesiale comporta anche un’istanza pedagogica che non va sottovalutata. Occorre scandire il ritmo, segnare la direzione, indicare delle priorità. Quando la strada è lunga e l’orizzonte sconfinato, è importante partire col passo giusto.

Ebbene l’inizio di ogni cammino cristiano è necessariamente la Parola di Dio.

Dobbiamo riconoscere alla Parola di Dio il primato che le spetta, se vogliamo far fruttificare i nostri sforzi. Pertanto, senza derogare agli altri impegni pur necessari, in quest’anno pastorale concentreremo le nostre migliori energie sulla Parola di Dio, per studiarla, meditarla, viverla ed annunciarla.

In ascolto della Parola

Quante volte ci sembra di perdere tempo e di illuderci a vicenda, snervandoci in lunghe riunioni e moltiplicando documenti che poi vengono facilmente disattesi. Spesso i discorsi sono amari, gli animi scoraggiati, i rapporti difficili, si respira aria pesante: sfiducia, disfattismo, disimpegno. Come i discepoli di Emmaus, anche noi discutiamo animatamente, cerchiamo il senso di fatti che ci deludono e i nostri volti sono tristi. Non riusciamo a comprendere. Siamo tentati di metterci ai margini.

Ma l’esperienza dei due di Emmaus fa luce al nostro cammino. Essi tornavano scoraggiati e sconvolti, perché avevano accarezzato un’immagine di Messia che non corrispondeva al pensiero di Dio, ma ai loro progetti umani e alle loro speranze politiche. Gesù fattosi loro compagno di viaggio, prima li scuote rimproverandoli, poi li illumina spiegando le Scritture e facendo cogliere il senso di quegli avvenimenti che a loro sembravano assurdi. Ed essi sentono ardere i loro cuori, si aprono i loro occhi, si convincono della fedeltà di Dio, e lo sconsolato viaggio di ritorno si trasforma in un cammino di speranza.

Anche per noi la trasformazione passa attraverso l’ascolto della Parola. Non basta lo studio, occorre l’ascolto.

Nella Parola di Dio non si entra con una fredda tecnica o con un’arida attività intellettiva. Dobbiamo coltivare una spiritualità dell’ascolto. Una spiritualità che risulta composta da vari elementi:

  • l’adorante stupore di chi sa di stare con Dio e di essere guardato anzi “scrutato” da Lui;
  • la commossa gratitudine per Colui che ci parla come ad amici e ci offre la sua intimità;
  • la trepidante tensione ad accogliere il mistero che ci viene partecipato e a sottometterci al progetto d’amore che ci è rivelato;
  • l’umile fiduciosa invocazione a Colui che può aprire gli orecchi del cuore ad intendere le sue parole e gli occhi a contemplare le meraviglie della sua legge.

In questa spiritualità dell’ascolto si purifica e si approfondisce la fede, si alimenta la vita spirituale, matura un progressivo affiatamento coi pensieri e coi progetti di Dio, si sviluppa infine un’amorosa resa alla sua potente azione di salvezza.

E’ questo l’antidoto alla stanchezza, allo scoraggiamento, all’isolamento: in una parola, allo scarto tra fede e vita, tra Vangelo e impegno apostolico. Se non siamo capaci di docilità alla Parola non saremo capaci neanche di obbedienza al Vescovo né di osservanza delle leggi: “se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi” (Lc. 16,31)

Indicazioni operative

Il primato della Parola dev’essere non solo creduto ma anche vissuto. Le iniziative concrete e le proposte pastorali sono importanti, anzi indispensabili, per una pastorale organica, ma è la Parola di Dio che genera la mentalità di fede, che ci spinge a vivere “secondo la grazia ricevuta mettendola al servizio degli altri, come buoni amministratori di una multiforme grazia di Dio” (1 Pt. 4,10). E’ la Parola di Dio che ci stimola a comportarci da cittadini degni del Vangelo (Fil.1,27) e ci provoca senza sosta a “cercare ciò che è gradito al Signore” (Ef. 5,10).

E’ la forza del Vangelo che può “raggiungere e quasi sconvolgere i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti di interesse,, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita dell’umanità” (E.N. 19).

Per far sì che tutta la nostra vita sia illuminata, nutrita e regolata dalla Parola di Dio, ecco quattro indicazioni fondamentali:

  1. la “lectio divina”, cioè lo studio e la meditazione della Bibbia. La propongo e la raccomando a tutti i fedeli. Tutti, infatti, abbiamo bisogno di conoscere il sacro testo, di comprenderlo sempre meglio, di familiarizzarci con esso, penetrandolo, gustandolo, “pregandolo”. Ed esso sprigionerà luce e dispenserà conforto. Dall’assidua frequenza della Bibbia nascerà il gusto della preghiera silenziosa, che ci immerge e ci fa naufragare nel mistero; si svilupperà, cioè, la dimensione contemplativa della vita e questa sfocerà nell’atteggiamento di filiale abbandono al Padre, frutto di amorosa consuetudine coi suoi pensieri e di serena fiducia nei suoi disegni.

Ecco, allora, la prima consegna: meditare ogni giorno i testi del lezionario feriale e festivo

  •  l’omelia domenicale

E’ urgente recuperarne la dignità e sostituirle significato e valore. Spesso essa non è apprezzata né desiderata; talora, anzi è accuratamente evitata. alcuni lamentano che essa sia lunga, noiosa, avulsa  dalla realtà. Forse questi rilievi non sempre sono fondati, comunque obbligano noi, i ministri della Parola a un serio esame di coscienza. Se l’omelia, infatti, non è frutto di riflessione e di preghiera, facilmente diventa ripetitiva e stanca, convenzionale e senza mordente. Quando, invece, nasce da un intenso incontro con la Parola di Dio, sgorga chiara, vivace, incisiva. Riempie il cuore dei fedeli e ne cambia la vita.

L’uomo che va a Messa la domenica vi giunge carico di tutto il travaglio esistenziale: spesso porta con sé problemi e paure, slanci generosi e fallimenti.

Egli cerca una luce, chiede una parola di speranza, desidera che la Chiesa sia la casa dove si senta accolto. Gli dà fastidio perciò il discorso retorico è sganciato dalla vita e con essa frettolosamente collegato; lo irrita il tono moralistico, fustigante o catastrofico. Egli si attende, invece, una parola che lo aiuti a dar senso alla tormentata e complessa vicenda umana, a scoprire il volto misericordioso del Padre, a riattivare l’impegno.

Ecco, allora, la seconda consegna: i celebranti preparino bene l’omelia domenicale, meditando a lungo i testi biblici, utilizzando buoni sussidi, e coinvolgendo i laici in una meditazione comunitaria che agevoli il confronto della Parola di Dio con le problematiche del nostro tempo, e con le difficili situazioni locali.

  •  la catechesi dei sacramenti

Il primato della Parola di Dio implica la priorità dell’evangelizzazione. L’evangelizzazione, certo, non è fine a se stessa e deve approdare ai sacramenti e alla vita cristiana. Ma non possono esserci sacramenti ben celebrati, e non si può sperare una coerenza cristiana, se non c’è stata prima una seria evangelizzazione.

Non si tratta certamente di volere tutto e subito, adottando un rigorismo incapace di fare i conti con quella legge della gradualità e con quella intelligente elasticità che caratterizza sempre una sana pedagogia.

Ma non si può nemmeno indulgere ad un razzismo che consenta una sacramentalizzazione generalizzata, dovuta a fattori tradizionali più che ad una scelta di fede. Purtroppo dobbiamo constatare che la celebrazione di alcuni sacramenti è spesso caratterizzata dall’esteriorità e dal chiasso; è accompagnata da spreco di denaro e da ostentazione di potere. Magari dietro questa vernice c’è il vuoto spirituale e lo si intravvede attraverso l’atteggiamento distratto, dissipato, preoccupato di abiti e di fiori di luci e di fotografi.

Manca la partecipazione personale, perché non è stata suscitata la consapevolezza e l’assunzione di responsabilità. E la celebrazione si riduce a qualcosa di magico fatto in nome di convenzioni sociali passivamente accettate e ciecamente soggette alle leggi del consumismo.

Mancano le motivazioni solide, le convinzioni maturate attraverso un annuncio e un cammino. La fede, per mancanza di radici, resta infantile ed anemica, incapace di determinare le scelte, di influenzare la vita. E il divario tra la professione di fede e la condotta di vita si allarga. E’ lo scandalo di una comunità che dispensa sacramenti ma non prepara cristiani adulti, capaci di investire la fede nella vita.

Emerge l’urgenza della catechesi. Dobbiamo intensificare l’evangelizzazione dei singoli sacramenti, come segni e strumenti di liberazione dal peccato, di alleanza con Dio, di salvezza integrale.

Una vita cristiana che non poggia su una solida catechesi è costruita sulla sabbia e candidata alla rovina (cfr. Matteo 7,24-27). Senza un’adeguata catechesi l’uomo non sarà capace di adorazione, di stupore, di fedeltà e di speranza. Tante possibilità di santità e di eroismo resteranno latenti e inoperose perché nessuno le ha fatte esplodere con l’annuncio esigente ed affascinante della Parola di vita, che “è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede” (Rom.1,16).

Ed ecco la terza consegna: una catechesi organica e permanente, rivolta principalmente agli adulti, incentrata sulla Parola di Dio.

  •  Scuola di preghiera

Dobbiamo imparare a pregare. Non diamo per scontato di saperlo fare. Gli apostoli si accorsero di non saper pregare quando videro come pregava il loro maestro (cfr. Lc. 11,1). Abbiamo bisogno anche noi di contemplare il Maestro orante sul monte e lungo la notte, per imparare da lui cosa significa stare con Dio, ascoltare Dio e far maturare la filiale confidenza in cordiale obbedienza. Abbiamo bisogno di guardare a Maria “la Vergine in preghiera”, per capire che le rivelazioni grandi, le missioni decisive, la disponibilità totale si realizzano nell’ascolto disarmato e docile di Dio, che si comunica attraverso il mistero e il fascino della sua Parola.

Abbiamo bisogno di familiarizzarci coi grandi oranti della Bibbia per imparare a portare la vita nella preghiera e la preghiera nella vita.

Tutti costoro ci insegnano che pregare e mettersi davanti a Dio, guardarlo, accettare di essere guardati da Lui. La prima condizione per imparare a pregare non è il nostro parlare ma il nostro tacere per ascoltare: “Sta’ in silenzio davanti al signore e spera in Lui” (Salmo 37,7).

Dall’ascolto deve scattare la dinamica della lode, dell’adorazione, della gratitudine gioiosa, della supplica che invoca perdono, che intercede per il bene dei fratelli. L’ascolto deve portare alla conversione, all’esodo da noi stessi, alla missione. Pregare e prendere in mano la nostra storia di salvezza è andare incontro a Colui che ne è il protagonista. A mano a mano che ci si immerge nell’esperienza della preghiera emerge l’inscindibile correlazione che c’è tra la preghiera del Cristo, la preghiera della Chiesa, la preghiera del singolo cristiano. Nella misura in cui si impara a pregare si evitano gli opposti rischi dell’intimismo e dell’esteriorità, dell’individualismo e di un “comunitarismo” che annulla la persona e il suo originale rapporto con Dio.

Per consentire a chiunque lo desideri di fare personale esperienza di tutto ciò, con l’Avvento avrà inizio qui a Nola una scuola di preghiera aperta a tutti coloro che hanno scoperto la necessità, il dovere e la benedizione della preghiera.

Fratelli e figli,

 si apre oggi davanti a noi un’altra tappa del nostro cammino ecclesiale. La Chiesa è un popolo pellegrinante. Un popolo che porta il fardello delle sue fragilità e che accusa spesso la fatica del cammino. Ma un popolo illuminato dalla Parola e guidato dallo Spirito. E’ per questo che andiamo incontro agli impegni che ci attendono con generosità di propositi e con animo aperto alla speranza.

Ci accompagni lungo il cammino Maria, madre della Chiesa e aiuto dei cristiani. Con la sua mano materna ci indirizzi, con la sua tenerezza ci sollevi, con la sua potente intercessione ci ottenga fortezza e costanza.

Quanto a me vostro Vescovo, consapevole dei miei limiti, ma forte della vostra amicizia e più ancora della vostra preghiera, mentre vi rinnovo i miei sentimenti di gratitudine per l’affetto che mi portate, invoco dal Signore per ciascuno di voi e per tutta la comunità cristiana della nostra Diocesi ogni celeste benedizione.

       Giuseppe Costanzo

Nola 10 ottobre 1983