Secondo Piano Pastorale – Riconciliati per Riconciliare

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Piano pastorale 1984/85

Un itinerario di comunione per la Chiesa e per la società

Fratelli e figli, la Chiesa nasce dalla comunione, vive di comunione, tende alla comunione. È così, infatti, che Giovanni, nella sua prima lettera, annuncia il Cristo e la sua Chiesa: “Quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo” (1Gv. 1,3)

La categoria di comunione è centrale nell’esperienza cristiana. Questa affermazione svela il suo pieno significato se la si comprende alla luce della vita trinitaria. Ogni volta che vogliamo ricomprendere la Chiesa, non dobbiamo partire dalla sua vita concreta, dalle sue strutture, dai suoi problemi, ma dobbiamo fare il cammino fatto dal Concilio nella Lumen Gentium, prendendo coscienza che la Chiesa è un popolo adunato dall’unità del Padre del Figlio e dello Spirito Santo. (LG 4).

Come Chiesa di Dio che vive a Nola, quest’anno concentreremo la nostra attenzione su questa verità fondamentale. Dopo aver meditato, lo scorso anno, sul primato della parola di Dio, proprio per la luce che ci deriva dalla Parola, siamo come costretti a impegnarci sul tema della comunione. Esso costituirà il tema del nostro piano pastorale. Provvidenzialmente il nostro impegno di chiesa locale si incontra col programma della Chiesa italiana che si prepara al prossimo convegno ecclesiale sul tema “Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini”. Non può sfuggire, infatti, l’intimo nesso che lega il senso della Comunione a quello della Riconciliazione. Ambedue correlati non solo alla vita interna della Chiesa, ma all’interno della comunità umana cui la Chiesa è mandata.

Le linee di questo piano pastorale sono nate nella bella esperienza di comunione del recente convegno diocesano svoltosi al seminario l’11 e il 12 settembre e poi concluso nelle varie zone. Abbiamo meditato insieme su questo tema, e tutte le componenti ecclesiali, sacerdoti, religiosi, laici, hanno portato preziosi contributi di riflessione e di proposta. Nei convegni zonali la riflessione si è fatta più concreta, e ha mirato ad individuare situazioni bisognose di riconciliazione e di un rinnovato impegno di comunione. Ho ascoltato attentamente, ho cercato di cogliere le urgenze più rilevanti, ho chiesto e ottenuto contributi scritti. Ho poi presentato la bozza di queste linee al Consiglio presbiterale, per averne valutazioni, integrazioni e conforto.

Ora credo giunto il momento di un impegno corale, che dovrà coinvolgerci tutti.

Il piano pastorale che oggi propongo non dovrà essere inteso come un programma articolato e compiuto. Quest’ultimo dovrà scaturire dall’impegno nel quale si adopereranno commissioni ed organismi diocesani, parrocchie, associazioni, movimenti e gruppi ecclesiali. Tanto meno il piano pastorale implica una selezione tra cose da fare e cose da non fare. Esso propone piuttosto una peculiare accentuazione che dovrà caratterizzare le nostre attività pastorali. Se ad alcune cose presteremo particolari attenzione, questo non deve significare indifferenza per tutte le altre. Proprio il senso della comunione ci aiuterà a valorizzare tutti, a non dimenticare nessuno, a sostenere tutto ciò che è essenziale è importante nella vita della Chiesa, anche se svolto nell’umiltà, nel nascondimento e nella silenziosa quotidianità.

  1.  Il bisogno di comunione

Non apprezzeremo mai abbastanza il dono di Dio, finché non prenderemo coscienza di essere bisognosi di salvezza. L’uomo che presume di sé, l’uomo che è pago della sua situazione, non riuscirà mai a stupirsi abbastanza della bella notizia del Vangelo.

Che l’uomo sia bisognoso di comunione è qualcosa che si intuisce non appena si riflette con onestà sulla condizione umana. E questo bisogno riveste oggi una urgenza forse mai verificatasi come tale nella storia dell’umanità.

La comunione è un bisogno essenziale della persona. L’uomo, infatti, se è una realtà irripetibile e inconfondibile nella sua individualità, è anche essenzialmente “relazione” agli altri. Non esiste un “io” se non in rapporto ad un “tu”. L’uomo si scopre persona proprio nella misura in cui si sperimenta di fronte agli altri. La “relazione” non soltanto non minaccia la sua individualità, ma ne è una condizione. Ne deriva che l’uomo sviluppa la sua personalità, nella misura in cui sviluppa autenticamente la sua relazione con gli altri. Relazioni sbagliate, fallimentari, morbose, producono delle personalità patologiche. L’uomo non è fatto per la solitudine. La stessa complementarietà tra uomo e donna è presentata nella Bibbia come la risposta di Dio al bisogno di relazione dell’uomo: “non è bene che l’uomo sia solo” (Gn. 2,18). Molte nevrosi della nostra società hanno alla base dei problemi relazionali non risolti o risolti male.

La società tecnologica ha certamente realizzato un gran passo avanti nel mettere in comunicazione gli uomini. Mai il mondo è stato così rapidamente unificato dai mezzi di comunicazione sociale: le notizie saltano immediatamente dall’uno all’altro emisfero e la televisione sembra portarci il mondo in casa. Eppure mai come oggi si lamenta delle persone, a tanti livelli un grande e frustrante senso di solitudine. Il ritmo vertiginoso della vita, la segmentazione e la frammentazione degli interessi, il pluralismo della cultura, creano talvolta delle relazioni superficiali, sfuggenti, impersonali. Si può vivere l’inferno della solitudine nella folla. Si può stare gomito a gomito nella stessa casa ed essere separati da un abisso.

Alla solitudine angosciosa delle persone fa riscontro lo stato di divisione che si verifica tra i gruppi sociali e, a  livello planetario tra nazioni e blocchi. In questi anni stiamo vivendo drammaticamente il problema della pace, minacciato dall’ “escalation” nucleare. Abbiamo sotto gli occhi lo scandalo della fame nel terzo mondo. Ma anche senza andare lontano, nel nostro piccolo mondo sporgiamo preoccupanti sintomi di deterioramento del tessuto sociale. Non possiamo sorvolare su alcuni fatti che si stanno verificando traumaticamente sul nostro territorio; si pensi al fenomeno della droga, che è certamente il frutto di un’assurda speculazione economica, ma rivela anche uno stato di disagio, di vuoto di valori, di solitudine, di frustrazione, che pesa su tutto il corpo sociale e specialmente sulla gioventù più fragile indifesa. Si pensa al fenomeno della criminalità organizzata, giunta a livelli inauditi di crudeltà e di ferocia, che si alimenta di interessi loschi e di ideologia del potere, ma che sfrutta anche gravi problemi sociali come la disoccupazione il decadimento del costume pubblico.

Accanto a questi fatti di maggior rilievo, vive intorno a lui tutta una realtà di piccole tensioni, di rancori atavici, di risentimenti non sopiti. Esistono problemi di composizione ordinata di interessi legittimi, di dialogo tra generazioni, di un confronto costruttivo tra movimenti politici e culturali diversi.

Anche all’interno della Chiesa, purtroppo, non mancano problemi di comunione che restano irrisolti e aspettano il nostro impegno generoso. Spesso sono gli eterni problemi derivanti dalla complessità dei rapporti, dalla composizione di temperamenti diversi, dalla conciliazione di opposta mentalità. Ma esistono anche problemi nuovi dovuti alla nuova condizione della Chiesa nel nostro tempo: problemi di ordine ideologico, giacché dal Concilio in poi si è aperto nella Chiesa un legittimo processo di maggiore dinamismo culturale, che richiede però anche la fatica di armonizzare le diversità e di non tradire la verità irrinunciabile. Problemi di ordine pastorale, perché lo stesso Concilio ci ha fatto riscoprire una Chiesa nella quale lo Spirito “soffia dove vuole”, e nella quale pertanto non tutto è necessariamente preordinato ma che al tempo stesso esige un coordinamento ad unità, senza di cui la varietà non sarebbe ricchezza, ma dispersione e impoverimento. La stessa disciplina ecclesiale, pur lontana da ogni irreggimentazione, richiede la convergenza in quegli aspetti concreti in cui l’unità metodologica è essenziale ad una sana pedagogia e ad una efficace testimonianza. Esistono poi problemi meno appariscenti, ma non meno condizionanti, di rapporti difficili tra persone nell’ambito del presbiterio, all’interno delle comunità parrocchiali, dentro la “Chiesa” domestica. Diffidenze di antica data, pregiudizi non chiariti, problemi reali non affrontati, una metodologia di comunicazione non curata, una prassi di pettegolezzo non frenata, diritti non soddisfatti, legittime esigenze disattese, problemi, e talora drammi interiori neppure immaginati, sono spesso alla radice di un clima pesante che fa a pugni con la comunione, pregiudica in partenza ogni tentativo di rinnovamento, frena lo slancio pastorale e la spinta missionaria.

  • Il dono della comunione

Siamo dunque veramente bisognosi di comunione. Ma che cosa è veramente la comunione? E qual è la via che conduce ad essa? La luce, come sempre, ci deriva dalla Parola di Dio. Ed essa ci dice innanzitutto che la comunione è dono che viene dall’alto, un dono, tuttavia, che non esonera l’uomo dalla corrispondenza e dalla fedeltà.

Non intendo qui offrirvi una teologia della comunione. Ma è necessario indicarne i principi essenziali, perché vano sarebbe un piano pastorale incentrato sulla comunione che non avesse a fondamento una autentica teologia della comunione.

Alla radice della Comunione c’è la vita trinitaria. La rivelazione neo testamentaria di Dio ce lo presenta come un’intima e ineffabile comunione di tre persone divine. Padre, Figlio e Spirito, che si donano reciprocamente in un eterno dialogo di amore. Creando l’uomo “a sua immagine”, Iddio lo ordina anche alla vita soprannaturale naturale in Cristo, “Immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura” (Col. 1,15) La grande comunicazione di vita divina che si realizza in modo unico e irripetibile nell’incarnazione del Figlio, è destinata a diffondersi in ogni uomo che si fa discepolo del Cristo. La Chiesa nasce appunto da questa divina comunicazione di amore che dal Padre, attraverso Cristo, nella forza rigenerante dello Spirito, raggiunge l’uomo e lo innesta nella vita stessa del verbo di Dio fatto carne. “Come il Padre ha amato me, così io ho amato voi. Rimanete nel mio amore” (Gv. 15,9) da questa Unione al Cristo, che ci pone in intima comunione col Padre, nasce anche la comunione fraterna. Essa è innanzitutto una realtà ontologica fondata sulla presenza misteriosa dello spirito di Cristo che ci unifica, rendendoci un corpo solo. Nello Spirito Santo la Chiesa è essenzialmente una “comunione”. Questa comunione realizzata dallo Spirito si traduce per ogni discepolo in un impegno di comunione, che implica un amore misurato su quello di Cristo, e ha come modello la stessa vita trinitaria. “Amatevi come io vi ho amato” (cfr.Gv. 15,12). “Come tu Padre sei in me e io in te siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv. 17,21)

Ma nella situazione di divisione e di peccato in cui l’umanità è stata scaraventata dalla colpa di origine, la comunione con Dio e con i fratelli passa necessariamente attraverso l’esperienza della riconciliazione.

Anche la riconciliazione, prima di essere impegno dell’uomo è dono di Dio. Lo scriveva Paolo ai Corinzi: “tutto questo viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a lui il mistero della riconciliazione. È stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione; noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo il nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio (2 Cor.5,18-20).

Tra questa riconciliazione fondamentale con Dio in Cristo e la riconciliazione fraterna c’è un’intima connessione. Da una parte, infatti, è impossibile riconciliarsi stabilmente tra fratelli, inaugurando rapporti di comunione profondi e duratura, se l’uomo non si lascia riconciliare con Dio nell’intimo del suo cuore, rinunciando al peccato e accogliendo la redenzione del Cristo. Dall’altra è illusorio pensare di essere riconciliati con Dio quando non si è disposti a fare il primo passo verso i fratelli.

Il dono della riconciliazione ricevuto da Dio deve essere partecipato. Destinatari della misericordia, dobbiamo essere diffusori di misericordia, per non rischiare di essere come il servo graziato e spietato di cui parla il Vangelo, servi che dopo aver ricevuto da Dio un condono fatto con infinita liberalità e magnanimità, diventano ostinati e senza cuore si hanno da perdonare ai loro fratelli. (cfr. Mt. 18,28-35)

Siamo chiamati perciò ad assumere lo stile di Dio. “La riconciliazione cristiana è essenzialmente mistero e gesto appresi da Gesù che ci ha riconciliati nel suo sangue” (Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini n.4).

È un impegno da vivere innanzitutto all’interno della comunità cristiana, e in questo senso la riconciliazione “è preliminare all’esperienza di comunione e continuamente la ricompone e la alimenta, consentendo di vivere in profondità il mistero della Chiesa convocata nell’unità” (ibi 7). Ma essa deve costituire anche uno specifico impegno del cristiano nella società. C’è un nesso intimo e necessario tra il perdono ricevuto da Dio e l’impegno a risanare le situazioni sociali di divisione tra gli uomini. Il cammino che dal peccato conduce alla pace di Cristo e il cammino che dalle divisioni della società porta alla pace e all’unità certo non si identificano, ma non sono neppure separabili. Il perdono ricevuto e donato diventa così un’azione ininterrotta di trasformazione del mondo. Esso è una nuova creazione, non solo nell’intimo dei cuori ma anche per la storia. È risurrezione di ogni singola vita, ma anche risurrezione sociale. È perenne inaugurazione di una storia nuova.

  • UN ITINERARIO DI COMUNIONE

La nostra Chiesa vuole quest’anno impegnarsi in modo particolare a costruire la comunione e a  testimoniarla nella società.

Ognuno dovrà fare la sua parte. Ma è necessario che camminiamo insieme, ponendo gesti concreti e mirando agli stessi obiettivi.

Volendo tracciare un concreto itinerario, mi pare non debbano essere trascurati i seguenti punti:

  1. La preghiera per la comunione

Se la comunione è un dono non dovremo cessare d’implorarlo, sulle tracce della preghiera sacerdotale di Gesù “Padre che siano uno”. Questa preghiera per l’unità costituirà un impegno quotidiano delle comunità parrocchiali. Sarà la preoccupazione costante degli incontri dei gruppi ecclesiali. Sarà il tema della nostra “Scuola di preghiera”, nella quale vorremmo chiedere al Signore di darci il gusto della comunione e di insegnarcene il segreto.

Soprattutto cercheremo di riscoprire i sacramenti della comunione, e in particolare l’Eucarestia e la Penitenza.

L’eucarestia, fonte e culmine della vita ecclesiale, e anche sorgente della comunione. Nella celebrazione eucaristica cercheremo di far emergere tutto il potenziale di comunione che essa possiede. Prenderemo più coscienza che il sacrificio del Cristo è sacrificio di riconciliazione, e la comunione sacramentale col Cristo ci mette in comunione anche con i fratelli.

Ma in chiave di comunione cercheremo di riscoprire anche il sacramento della penitenza dobbiamo Lamentare che tutta la ricchezza di questo sacramento non è valorizzata il modo di celebrarlo è molte volte frettoloso e superficiale e pertanto non incide nella vita delle persone nemmeno ancora nella vita della comunità in quest’anno della comunione ci impegneremo a sottolineare la dimensione comunitaria insita nel sacramento del perdono ogni celebrazione penitenziale anche la più nascosta dovrebbe diventare fiotto di comunione che si riversa nella società due la riflessione sulla comunione comunione è una parola talmente ricca complessa esigente e tocca così da vicino il cuore del mistero cristiano che non possiamo appagarci di una percezione approssimativa del suo contenuto alla preghiera si deve accompagnare lo studio e questo è un impegno che deve coinvolgere soprattutto la scuola di teologia le scuole per catechisti gli incontri giornali del presbiterio gli stessi momenti di catechesi parrocchiali senza pretendere di offrire qui una compiuta traccia da approfondire mi preme sottolineare alcuni punti che ritengo essenziali e significativi occorre innanzitutto illustrare i fondamenti biblici e teologici della comunione aprendo lo sguardo sulla vita di Dio che ne è il modello sul Cristo che ne è luogo e sorgente sulla chiesa che ne è segno e strumento ma non si dovranno trascurare le premesse antropologiche della comunione mostrando come l’esigenza di essa appartiene all’essenza dell’uomo il quale non si realizza mai compiutamente se non quando vive in comunione con Dio e con gli altri dalla riflessione sui fondamenti e sui caratteri della comunione la catechesi passerà a riflettere sull’impegno di comunione nei suoi aspetti operativi EA questo livello bisognerà sottolineare che se la comunione non vuole essere una parola vana deve essere un’esperienza integrale che in grovi tutte le dimensioni dell’essere umano essa implica dunque tre fondamentali riconciliazioni che mi piace puntualizzare in questo modo la riconciliazione con se stessi la riconciliazione con la diversità la riconciliazione con la totalità la riconciliazione con se stessi talvolta alla base di comportamenti reattivi astiusi acidi non ci sono motivazioni reali ma una mancata accettazione del piano di Dio su di sé una ribellione ai propri limiti un rifiuto della propria vocazione non possiamo diventare promotori di pace nella società se non stiamo in pace con noi stessi la comunione soprannaturale non ci sono era da questa opera di ricostruzione del nostro tessuto interiore ma la facilita e la esige la riconciliazione con la diversità spesso permangono in noi degli atteggiamenti egocentrici per cui riusciamo a stare in pace solo con persone che siano fatte su nostra misura o che ruotino intorno a noi magari ci facciamo forti di 1000 motivi per giustificare la nostra intolleranza ma la realtà è che sentiamo gli altri come concorrenti una puntuale riflessione sulla carità come la illustra San Paolo nella prima lettera ai corinzi quella carità che non cerca i suoi interessi e che tutto copre tutto crede tutto spera tutto sopporta confronta uno corinzi 1317 può aiutarci ad uscire dalla torre d’Avorio delle nostre egocentrismo EA porci in atteggiamento di accettazione di collaborazione di simpatia nei confronti degli altri anche i più diversi e più difficili in tema di riconciliazione poi non dovremo dimenticare che l’amore cristiano dove porre al primo posto gli ultimi i più deboli i più poveri in senso materiale o morale anche questa è una forma di riconciliazione che non si accontenterà di una paternalistica assistenza su una facile compassione ma diventerà concreto e vissuto atteggiamento di condivisione la riconciliazione con la totalità tanti problemi di comunione sorgono perché non sappiamo affrontare la fatica di guardare alla vita all’uomo al mondo in termini di totalità ci chiudiamo nel nostro orticello ideologico o sociale nelle nostre abitudini quotidiane nel nostro piccolo interesse immediato. Certo siamo essenzialmente limitati e non riusciremo mai ad abbracciare l’universalità. Ma solo come persone che pensano ed amano, e soprattutto come uomini di fede che sanno vedere tutto alla luce di Dio, dovremmo coltivare un senso di inesauribile apertura di mente e di cuore, una capacità di stupirci sempre di nuovo per le meraviglie dell’universo, un’attenzione sempre viva ad ogni realtà del mondo e alle ragioni di tutti, nella convinzione che ogni uomo, ogni cultura, ogni aspetto della vita, anche quella che siamo soliti chiamare profana possono nascondere frammenti di verità che vanno raccolti e valorizzati e sono via che conduce a Dio. Insomma la catechesi deve offrire un’immagine della comunione che aiuti la persona a vivere nella più ampia integrazione di se stessa, di se stessa con Dio, di se stessa con il mondo. Vorrei che tutti ci impegnassimo a fondo quest’anno per dare alla nostra catechesi questo respiro integrale. Ci lasceremo anche aiutare da opportuni sussidi. Mi riferisco in particolare ai catechismi della Cei e non solo quelli dei bambini, perché la catechesi è permanente e si rivolge a tutte le età. Ma non sarà male anche un ritorno diretto al magistero del Concilio e in particolare a quel grande manifesto della comunione ecclesiale che è la Lumen Gentium e a quella stupenda carta del dialogo chiesa- mondo che è la Gaudium et Spes. Io vorrei raccomandarne la rilettura. Talvolta andiamo alla ricerca di testi più elaborati e magari accantoniamo le enormi ricchezze contenute nei documenti della Chiesa. Forse dobbiamo riconciliarci anche con questi e ne avremo vantaggi per un aggiornamento sicuro, sintetico, motivante, che ci faccia cristiani rigorosamente fedeli alla verità ma anche fedeli al nostro tempo.

3.Una metodologia della comunione

La comunione deve passare dal livello ideale a quello operativo, dalle astratte enunciazioni di principio alla vita vissuta. Spesso si ha una disponibilità generica alla comunione, ma non si è capace di porre gesti concreti di comunione. Dobbiamo prendere coscienza che la comunione non si fa con il concetto di “fratello” ma con il fratello concreto, quello che ci sta accanto con il suo temperamento con le sue idee, con i suoi limiti. Questo richiede una “ascesi”. Dobbiamo inventare tutti gli opportuni accorgimenti per ristabilire, alimentare, rinsaldare la comunione ad ogni livello. Dobbiamo apprendere una “metodologia della comunione”.

Sfrutteremo in tal senso tutte le occasioni di incontro. A livello diocesano cercheremo di valorizzare al massimo i raduni di sacerdoti e laici, per fare intorno al vescovo l’esperienza concreta dell’unità.

Nelle parrocchie daremo particolare risalto alla domenica come giorno di festa e di gioiosa comunione, facendo in modo che le nostre liturgie siano particolarmente accoglienti, integrandole con iniziative che aiutino una comunità a sentirsi come una sola famiglia.

Le associazioni, i movimenti e I gruppi ecclesiali faranno ogni sforzo per incontrarsi, per conoscersi, per elaborare momenti comuni di iniziativa e di presenza ecclesiale e sociale.

Ma oltre a questi momenti più assembleari, bisognerà porre particolari attenzione a ricostruire il tessuto della comunione nel “piccolo” lì dove i problemi di comunicazione e di rapporto sono più gravi e dove le stanchezze, i fallimenti fanno sentire la loro forza devastante. È di lì che bisogna ricominciare, e a nulla servirebbero grandi adunate se non si facesse uno sforzo di ricostruzione personale dei rapporti. L’anno della comunione dovrà dunque essere il momento di grazia in cui all’interno della vita di coppia, nelle famiglie cristiane, si farà uno sforzo per capirsi di più, per dialogare più serenamente, per perdonarsi di cuore e ricominciare daccapo si fosse sopraggiunta la stanchezza. Sarà l’anno in cui tra sacerdoti, tra Vescovo e sacerdoti, si cercheranno maggiori occasioni di incontro, guardandosi con maggiore affetto, ascoltandosi con maggiore attenzione ai problemi e alle sofferenze personali di ciascuno, facendo cadere pregiudizi e “cliches” che impediscono di rapportarsi all’altro con disponibilità interiore, di scoprirlo con stupore, di accoglierlo con amore. Sarà l’anno in cui nella comunità cristiana si valorizzeranno ed incentiveranno esperienze di piccoli gruppi i quali, senza mai chiudersi alla vita di tutta la Chiesa, aiuteranno le persone a fare un’autentica esperienza di amicizia cristiana e di revisione di vita, facendo sperimentare vivamente che la comunione ecclesiale non è una parola astratta, ma sa tradursi in calore umano, in sostegno spirituale e materiale, in cammino di perfezione nel quale ogni persona non si senta sola, e trovi in  fratelli concreti il riflesso di quell’amore con cui Dio segue ciascuno di noi. La comunione ha bisogno di coniugare queste due caratteristiche: l’attenzione concreta alle persone che è possibile solo in piccoli gruppi a misura di uomo e a forte intensità spirituale ed amicale, e la disponibilità universale, che si esprime e si educa in incontri comunitari più larghi, specialmente liturgici, nei quali prendiamo coscienza di essere un popolo e dilatiamo il cuore fino ai confini della Chiesa universale e del mondo. Questi due momenti sono complementari non alternativi, e un’autentica metodologia della comunione ha bisogno degli uni e degli altri. Solo i momenti assembleari lascerebbero la persona nella sua solitudine. Solo i piccoli gruppi potrebbero pregiudicare una esperienza di “chiesa”. L’ideale è quello che possiamo apprendere da Gesù stesso, meditando lo stile dei suoi rapporti nella vita pubblica. Il Vangelo ce lo presenta tra le folle, bisognoso di raggiungere tutti, di servire tutti, di parlare a tutti. Ma lo stesso maestro dal cuore universale lo vediamo poi raccogliersi volentieri con i suoi intimi, con i dodici, e tra essi ha un discepolo prediletto; e al di fuori della cerchia apostolica ha la casa di Betania, dove si raccoglie con Lazzaro, Marta e Maria. in umanissima esperienza di amicizia, a ristorare le forze lungo il suo cammino apostolico.

Cristo è veramente l’uomo completo. Egli deve essere anche il modello dell’autentica amicizia cristiana. La comunione ecclesiale, certo, è qualcosa di più dell’amicizia. Ma un cuore incapace di amicizia non vivrà certamente tutto lo spessore e tutta la profondità umanizzante della comunione.

  • UNA PASTORALE DI COMUNIONE

Ci sforzeremo quest’anno di crescere nella comunione anche nei nostri indirizzi pastorali.

La comunione, è vero, non comporta necessariamente uniformità, e anzi può avvantaggiarsi da un modo complementare di vivere la diversità. Ma dobbiamo anche ricordare che ci sono momenti che per la loro importanza teologica, pastorale o anche soltanto pedagogica, richiedono l’impegno di camminare insieme.

Il Concilio ha dato alla chiesa una elasticità nuova, insegnandole a scoprire il dinamismo dello Spirito nei suoi imprevedibili carismi, ma anche offrendo quei canoni teologici e pastorali senza dei quali verrebbe profondamente compromessa non solo l’unità ma la stessa identità ecclesiale.

L’anno della comunione dovrà dunque essere l’occasione propizia per rinsaldare le nostre convinzioni su tutti quei punti in cui la nostra fede richiede unità di pensiero. La comunione ecclesiale è innanzitutto comunione di fede, e non c’è comunione profonda e piena, se non si accoglie pienamente la verità, quella verità che in ultima analisi è Cristo stesso. Su questo occorre chiarezza: non si può far comunione a discapito della fede. Sarebbe come erigere un edificio eliminando il fondamento. Ma ricorderemo sempre, in questa materia, il motto di Sant’Agostino richiamato dal Concilio: “ in necessariis unitas, in dubiis libertas in omnibus caritas”.

Cercheremo poi di concordare a livello diocesano e zonale, quel minimo di indirizzi comuni che sono necessari alla pastorale quotidiana, dai modi di far catechesi alla celebrazione dei sacramenti, perché non si verifichino diversità stridenti, che non solo non edificano, ma turbano, disorientano e pregiudicano un indirizzo educativo. Sarà molto importante per questo il clima di disponibilità che si riuscirà a creare. L’approfondimento della comunione ci porterà ad una concordia operativa che non abbia bisogno di imposizioni autoritarie ma sia piuttosto il frutto naturale di una riflessione corale e costruttiva. Un’attenzione particolare dovremmo porre nell’attivare tutti gli organismi pastorali di partecipazione perché la comunione si esprima anche in uno stile di corresponsabilità e di valorizzazione di tutti i carismi e ministeri. Mentre cercheremo di approntare il Consiglio Pastorale diocesano altrettanto si farà a livello parrocchiale. Si tratta di trovare i modi e le vie perché tutti i battezzati che hanno preso coscienza della loro vocazione, sentano di avere nella chiesa, voce e spazio, ascolto e credito. Essi devono avvertire che la chiesa è veramente la casa di tutti. Ma un momento di particolare unità e comunione dobbiamo realizzare intorno al Seminario. Esso prepara i futuri ministri della comunione ecclesiale. L’avvenire della Chiesa è in gran parte affidato all’attenzione che noi dedichiamo al Seminario. E lasciate che qui vi dica, nel modo più pressante l’accorato, la mia preoccupazione. Le esigenze del popolo di Dio crescono a vista d’occhio, mentre il numero dei sacerdoti si assottiglia sempre di più. È possibile che il Signore si sia stancato di chiamare delle giovani vite alla sua sequela e voglia lasciare andare la sua Chiesa alla deriva? O piuttosto la nostra attenzione alla sua voce si è fatta più tenue, la nostra preghiera meno insistente, la nostra rispondenza meno pronta? Ricordiamoci che i doni di Dio, sempre gratuiti, chiedono la nostra accoglienza. Il monito di Gesù è perentorio: “Pregate il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe”. Non possiamo trascurare questo problema, non lo possiamo delegare. Il Concilio ha sottolineato la responsabilità del popolo di Dio nel problema delle vocazioni. Occorre far crescere nella coscienza dei fedeli la stima per il sacerdozio, occorre far apprezzare e desiderare il servizio sacerdotale. Certamente questo impegno investe soprattutto noi sacerdoti: la bellezza del nostro ministero deve apparire dalla nostra vita, e appare di fatto se la nostra vita è segnata dallo spirito di servizio e dalla vera gioia pasquale. (cfr.P.O.11). Occorre che ci riconciliamo profondamente con la nostra vocazione, amandola, diffondendola per contagio. Un giovane non si avventura dietro gente scontenta. Ma oltre l’impegno dei sacerdoti, è necessario l’impegno delle famiglie, degli educatori, di tutti gli operatori pastorali. Il ministero sacerdotale rifiorirà anche numericamente in una comunità tutta ministeriale. Dove maturano comunità autentiche prima o poi si vedranno fiorire le vocazioni per questo vi chiedo che l’anno della comunione diventi anche un anno di particolare convergenza spirituale ed operativa intorno al Seminario. Sapremo approfittare della disponibilità di locali e di spazi che il nostro seminario offre volentieri a tutti i gruppi ecclesiali, per sentire il seminario come una “casa comune” della comunità diocesana, dove, accanto a coloro che domani avranno “il ministero della sintesi” si ritrovano già oggi tutti i fratelli, con la diversità dei loro ministeri, con la ricchezza delle loro esperienze cristiane, anche per assicurare alla formazione dei seminaristi quella immagine compiuta di Chiesa che è necessaria alla loro preparazione.

Un ultimo impegno concreto, per una pastorale di comunione deve essere la ripresa, al più presto, di un periodico diocesano. È una esigenza ormai sentita e diffusa. Siamo una diocesi piuttosto vasta e numerosa. Le notizie all’interno della comunità non arrivano tempestivamente e a tutti, o girano mediante canali di informazione approssimativa e spesso deformata. Un periodico che riprenda una bella tradizione interrotta molti anni fa è necessario. Ma esso richiede l’attiva collaborazione di tutte le componenti ecclesiali. Con l’aiuto di tutti, esso potrà diventare non solo un’agile ordine di comunicazione, ma anche una presenza significativa e costruttiva nella nostra società.

  • Una presenza di comunione 

L’impegno di comunione non può chiudersi all’interno della Chiesa. Una Chiesa che si riscopre “comunione” diventa necessariamente fattore di riconciliazione all’interno della comunità degli uomini. Questa prospettiva missionaria è particolarmente sottolineata anche nel piano pastorale nazionale.

La Chiesa non ha, ovviamente, dei compiti istituzionali, economici, politici, e la sua presenza non può mai esulare dal piano religioso ed educativo.

Ma attraverso i suoi singoli membri e in particolare attraverso i laici che hanno il compito specifico dell’animazione cristiana delle realtà temporali, la Chiesa deve portare il suo contributo perché in tutte le realtà umane cresca la comunione, migliori la convivenza, si sanino le situazioni di violenza, di ingiustizia, di conflitto.

Qui si apre all’impegno di ciascuno di noi un orizzonte sterminato di possibilità, di urgenze e di impegni.

Niente va trascurato. La carità è geniale e creativa.

E tuttavia, volendo offrire delle prospettive di impegno privilegiato, anche in base a ciò che è emerso dal nostro recente convegno, mi sembra di poter indicare i seguenti temi:

  1. Un impegno per una “cultura di comunione” e per una “comunione nella cultura”

 La nostra società vive in una situazione di accentuato pluralismo ideologico, che ha certamente tanti aspetti positivi, ma presenta anche risvolti preoccupanti, quali lo smarrimento di valori fondamentali della convivenza, la polarizzazione e il conflitto sistematico degli interessi. Come cristiani dobbiamo farci carico di promuovere nella società una cultura di comunione, testimoniando quei grandi e imprescindibili valori che sono la base perché la convivenza possa crescere nel senso della comunione: il valore della vita, la dignità della persona, la tolleranza, il dialogo, l’attenzione agli ultimi. Ma è anche necessario promuovere una concreta comunione nella cultura, particolarmente urgente in una società sempre più divisa tra diverse culture che rischiano di scavare abissi tra gruppi e persone, a tutto detrimento del bene comune. Indubbiamente i cristiani hanno il dovere di una rigorosa fedeltà al Vangelo e al magistero, e questo non consentirà mai di mettere in parentesi la testimonianza coraggiosa della propria fede. Ciò tuttavia è ben lontano da un atteggiamento di contrapposizione sistematica e aprioristica, incapace di cogliere i valori che sono presenti anche in coloro che la pensano diversamente da noi. Proprio perché uomo di comunione, il cristiano cercherà di collaborare, ogni volta che questo è oggettivamente possibile, anche con chi è lontano nella fede, coniugando senso critico e amorosa apertura verso chiunque pensa con onestà e cerca con realtà. Questo far “comunione nella cultura” e cioè nella concreta qualità della vita, è un’ideale al quale il cristiano non si può sottrarre, è un’ideale da perseguire con tenacia, da costruire passo dopo passo, con la certezza che esso appartiene alla dinamica profonda dell’esistenza cristiana, ma anche ai bisogni più urgenti del nostro mondo.

  • L’impegno per la comunione nelle famiglie

 Purtroppo le tensioni culturali, sociali, generazionali, la stessa condizione del lavoro, l’intersecazione dei più diversi messaggi dei “mass media” non aiutano la comunione all’interno della famiglia. Nella società tradizionale, l’unità della famiglia era saldamente assicurata per tutta una convergenza di fattori, e tra questi anche per una discutibile mentalità maschilista e autoritaria.

Oggi l’unità della famiglia è più difficile, ma la nuova sensibilità culturale, la giusta emancipazione femminile, il senso della dignità di ogni persona, ne possono fare un’autentica esperienza di comunione. Questo esige però precise condizioni, quali un’autentica visione del matrimonio e della sessualità, la capacità di dialogare per crescere insieme, la capacità di sacrificio, la capacità di ricominciare da capo dopo i fallimenti. Imparare a far comunione nella famiglia, senza evasione, senza eluderne i problemi, è una grande premessa per essere poi nella società uomini di comunione. La famiglia è così un piccolo “laboratorio” della comunione. È ora che tutta la comunità diocesana faccia un oggetto di particolare impegno pastorale il problema della comunione nelle famiglie.

A livello diocesano si cercherà di intensificare il servizio di evangelizzazione e di animazione in questo settore, e si cercherà di far funzionare per il meglio il consultorio familiare.

A livello parrocchiale si darà particolare rilievo ai momenti di catechesi prematrimoniale, e si caldeggeranno le esperienze di “gruppi famiglia” nei quali si possa trovare un itinerario di fede e di umanità, un luogo di verifica e di sostegno. L’impegno per la famiglia abbia nella pastorale tutto il rilievo che merita. Si ricordi che se vogliamo costruire una nuova comunità cristiana, e una società degna dell’uomo, questo impegno di costruzione sarà illusorio se non partiamo dalla famiglia.

– L’impegno per i giovani

 Impegnandoci per la comunione nella chiesa e nella società, non possiamo dimenticare l’universo giovanile, sul quale si scaricano tutte le tensioni e tutte le disfunzioni della società. Stando a recenti inchieste, la condizione giovanile appare sempre più frammentata e disgregata. Dopo gli anni delle grandi utopie che videro i giovani riversarsi per le strade agitando gli ideali di una nuova società, sopraggiunsero gli anni della delusione e del disincanto oggi si ha l’impressione di una gioventù piombata nel grigiore del “vivere alla giornata”. Naturalmente non si può e non si deve generalizzare, ma non possiamo nemmeno starcene tranquilli di fronte a preoccupanti fenomeni come la diffusione della droga, una diffusa tendenza al disimpegno una generale sensazione di sfiducia sono forze indicatori di una situazione di malessere più profondo che evidentemente non è solo giovanile se non vogliamo procedere alla men peggio, dobbiamo innanzitutto cercare di capire meglio la condizione giovanile e sarà il caso di continuare l’indagine sulla condizione religiosa nella nostra Diocesi già iniziata lo scorso anno.  Ma l’opera dei ricercatori dovrà essere accompagnata da un impegno più rigoroso di tutti gli operatori pastorali, degli insegnanti, degli educatori. Dobbiamo metterci accanto ai giovani, dobbiamo saper cogliere la loro domanda, forse inespressa, di vita, di valori di ideali facendola emergere dagli strati profondi e ricollocando in essa l’annuncio del Vangelo, un annuncio che sarà efficace nella misura in cui sarà autentico carico di tutto l’impeto profetico del primo annuncio cristiano, e sostenuto da una prassi ecclesiale veramente credibile.

  • L’impegno per una cultura del pubblico e del bene comune

Non possiamo fare un discorso di comunione senza prendere coscienza che viviamo in una società attraversata da fenomeni degenerativi del costume che sono veramente preoccupanti. Non vorrei indulgere al “catastrofismo”. So bene che ci sono anche tanti aspetti positivi, tante energie di bene che andrebbero meglio utilizzate, tante persone che testimoniano pagando di persona. Ma ci sono anche problemi enormi che vanno affrontati, e qui mi riferisco soprattutto a quella cultura del “pubblico” costruita all’insegna dei personalismi, degli interessi privati, del clientelismo, della prepotenza, della camorra. È un’aria viziata alla quale rischiamo tutti di adattarci, quasi venendone narcotizzati. È una voce che corre di bocca in bocca, e che qui mi limito a registrare: dappertutto a livello sociale, politico, amministrativo, le cose non si fanno se non attraverso “raccomandazioni”, gli uffici non funzionano se non su pressioni di sottobanco, non si viene considerati se non ci si affida alla mediazione di qualche “potente”. Chi paga naturalmente sono i più poveri. E ne nasce un senso di disperazione nei giovani, nei disoccupati, in quanti non hanno la fortuna di trovare un “protettore”. E quanti di questi vengono da me, Vescovo, a implorare la “raccomandazione”. Ma il Vescovo non fa “raccomandazioni”: e non perché non abbia cuore, ma al contrario, perché per il bene dei più poveri, dei più dimenticati, egli ha il dovere, e non da solo, ma con il conforto di tutti i sacerdoti, di tutta la comunità cristiana più sensibile, di gridare a squarciagola contro questo sistema iniquo e fraudolento, che dà a titolo di interessato favore ciò che dovrebbe dare a titolo di giustizia, che ha la l’apparenza di una beneficenza mentre con conculca diritti legittimi, che favorisce nell’oscurità chi ci appartiene e ci sostiene mentre schiaccia chi ha più diritto e bisogno. Dobbiamo gridare senza posa contro la camorra che si afferma con la prepotenza delle armi, ma dobbiamo anche far guerra a quella “piccola camorra” quotidiana, nella quale siamo tutti coinvolti, quando perseguiamo i nostri interessi personali o corporativi a danno degli altri e dimenticando che siamo tutti fratelli. È ora di un rinnovamento radicale. È ora che la presenza di cristiani nella vita pubblica si caratterizzi non dall’etichetta cristiana, ma da una incensurabile onestà di comportamento. Lo dicevo giorni fa a Torre Annunziata, di fronte a un massacro che ha nuovamente irrigato di sangue la nostra terra, ed ora lo ripeto con forza all’intera comunità diocesana in quest’anno della comunione: se vogliamo essere una presenza di comunione nella società civile, dobbiamo batterci contro l’anticultura della camorra, del clientelismo, dell’interesse privatistico. La cosa pubblica, dappertutto, vada in mano agli onesti: onesti, naturalmente, e capaci, ma onesti! Si diffidi di chi ci ha fatto il cosiddetto “piacere”: non lo si voti! Non è degno della vita pubblica! Si voti invece chi intende dedicarsi o ha dato prova di dedicarsi non ai suoi interessi personali, non agli interessi dei suoi familiari e dei suoi amici, ma agli interessi dell’intera collettività. Chi ha dimostrato di non accettare “tangenti”, chi si è prodigato non per procurare il “posto” all’uno o all’altro, ma per creare posti di lavoro per tutti. Chi ha tenuto fede alle pubbliche graduatorie. Chi non si è arricchito alle spalle della comunità. La politica, insomma, smetta di essere una fiera degli interessi, e diventi per tutti un problema di coscienza!

Amici!

Quello che vi offro oggi è un quadro necessariamente sommario di possibili piste operative. La vostra intelligenza e la vostra generosità aggiungerà il resto. Ma più delle cose da fare, è importante l’animo con cui le faremo. La comunione nasce dentro di noi: è un problema del cuore.

E io vorrei fare un accorato appello a tutti voi, sacerdoti, religiosi e religiose, laici sensibili, perché quest’anno di grazia non passi invano per nessuno di noi.

Forse queste parole cadono, per qualcuno, su un animo stanco per tanti fallimenti, amareggiato per tante delusioni. Potrebbe venire la tentazione di pensare che, ancora una volta, tutto si risolverà in parole. Apriamo il cuore alla speranza. Accogliamo la forza rigenerante di Dio nel nostro cuore.

Sento in questo appello tutta la mia responsabilità di padre e di pastore. Vorrei accostarvi uno per uno e far sentire a ciascuno di voi la mia trepidazione.

Sento anche l’ansia della mia debolezza. Sono posto in mezzo a voi ad essere servo della comunione, e forse potrei essere io stesso per qualcuno causa di amarezza. Ve ne chiedo sinceramente perdono. Ma sento anche di dovervi rivolgere le parole dell’Apostolo: “Vi supplico in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio” (2 Cor. 5,20). Nessuno si chiuda alla grazia. Nessuno resti inerte. Ognuno faccia la sua parte. E l’ansia trepidante del mio cuore vorrei tradurre con voi in preghiera, una preghiera insistente, fiduciosa, che scandisca ogni giorno di quest’anno ottenendoci, per la misericordia infinita di Dio, il dono di una comunione profonda e piena:

O beata Trinità,

respiro d’amore

che dall’eterno stringi

in abbraccio ineffabile

le tre divine persone,

celeste armonia di cuori,

triplice onda di un unico dono,

incessante dialogo,

infinita comunione di vita,

noi ti lodiamo,

ti amiamo,

ti sospiriamo.

In te, Padre, Figlio e Spirito,

cerca riposo la nostra inquietudine.

Guarda, Signore buono,

all’anelito del nostro cuore.

Abbi pietà della nostra fatica.

Raduna i cocci delle nostre divisioni,

rendici un cuor solo e un’anima sola.

Riversa in ciascuno dei nostri cuori,

l’abbondanza della tua misericordia,

perché alla dolcezza del tuo amore,

vinti dalla tua tenerezza,

troviamo la forza di essere nuovi,

uomini che sanno amare,

uomini che hanno il coraggio di perdonare,

uomini che spendono la vita

perché “tutti siano uno”.

Maria, Madre del bell’Amore, madre della Chiesa, madre della comunione, ci benedica, ci sostenga, ci guidi verso la meta.

Nola, 10 ottobre 1984