Terzo Piano Pastorale – Testimoni dell’Amore

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GIUSEPPE COSTANZO

Vescovo di Nola

Piano pastorale 1985-1986

Eccoci al tradizionale appuntamento di Chiesa, che ci raduna, convocati dalla Parola, edificati dall’Eucaristia, animati dallo Spirito, per l’inizio di un nuovo anno pastorale.

In questo mese abbiamo riflettuto, abbiamo pregato, ci siamo ascoltati, ho potuto cogliere i vostri aneliti, le vostre attese, ho fatto tesoro dei vostri contributi.

Ora mi sembra conforme al mio ministero di padre e pastore in questa Chiesa di Nola, tracciarvi una linea operativa che sia per tutti lungo quest’anno un singolo punto di riferimento.

Un piano pastorale non è una sorta di programmazione aziendale. La Chiesa è vita, e il mistero di un popolo innestato nella comunione trinitaria. E questa vita non può essere certamente irrigimentata. Nella Chiesa è sovrano lo Spirito che è Spirito di libertà.

Che cosa è dunque il “piano pastorale”? E’ uno strumento, di sua natura limitato e non esaustivo, per coordinare il nostro impegno e moltiplicare i frutti della nostra fedeltà. E’ un indicatore di rotta. Esso ha solo senso se trova una comunità docile e pronta, fiduciosa nell’azione di Dio e animata da buona volontà. Proprio perché ecclesiale, un piano pastorale non potrebbe interessare un solo gruppo e un solo settore. Esso riguarda tutti anche se, ovviamente, non tutti dovranno fare tutto. Ad ognuno la sua parte. Uno stupendo mosaico si spiegherà ai nostri occhi, se ognuno porterà il suo tassello.

Il tema di quest’anno si presta in modo singolare a sollecitare l’impegno comune. Esso infatti concerne la carità che è la dimensione fondamentale della vita cristiana. “La carità”, – ha scritto il cardinale Martini,-  E’ il cuore stesso della Trinità. E’ l’ispiratrice del disegno di Dio sull’umanità. E’ l’anima della vita di Cristo. E’ il valore profondo della Pasqua, dell’Eucaristia, della Parola, della missione della Chiesa. E’ il dono e l’impegno di ogni discepolo di Cristo”. (Farsi prossimo pag. 19)

Siamo dunque su un terreno che chiama tutti in gioco e a nessuno sarebbe lecito mettersi in veste di spettatore. L’odierna proposta pastorale si collega naturalmente a quella degli scorsi anni. In un certo senso, quello che oggi si avvia, non è un nuovo piano pastorale ma il terzo momento direi necessario di un progetto pluriennale che ci ha visti impegnati a riflettere prima sulla Parola di Dio poi sulla Comunione. La carità, infatti, è il frutto maturo della Parola meditata e vissuta ed è la sorgente e il sigillo della comunione. Parola, Comunione e Carità sono inscindibili. Sono tre modi di guardare la Chiesa, anzi, di “essere” Chiesa. Più che “voltar pagina”, dunque, rispetto agli anni passati, direi piuttosto che “torniamo da capo”, ma con una nuova chiave di lettura, con un nuovo angolo visuale. E se in questa nuova ottica ad alcune cose daremo necessariamente un’accentuazione, deve essere però ben chiaro che è l’intera vita pastorale che è chiamata in causa. Non si dimentichi, del resto, che quello che oggi vi consegno è un rapido disegno di orientamenti teologici e pastorali che saranno poi tradotti organicamente nella programmazione affidata agli Uffici Diocesani, alle zone pastorali, alle parrocchie, alle associazioni, movimenti e gruppi ecclesiali. Ce n’é per tutti!

  1. Uno sguardo alla realtà

Una stupenda definizione dell’uomo fu data da Paolo VI, quando disse che l’uomo è uno “sconfinato e fecondo bisogno d’amore”.

Un bisogno d’amore…  Se guardiamo dentro di lui, se giriamo lo sguardo intorno a noi, se sappiamo penetrare oltre le maschere che spesso portiamo, scorgiamo che l’uomo ha bisogno di essere amato quanto ha bisogno del pane, e talvolta più del pane.

La nostra società di massa non sempre facilita l’attenzione a questo bisogno fondamentale. Ci troviamo spesso gomito a gomito in una folla distratta e anonima. Contribuiamo tutti a tessere una fitta rete di rapporti funzionali, in cui ci sentiamo soltanto dei numeri. Spesso l’altro ti passa accanto senza neanche accorgersi di te. Ti senti di tutti e di nessuno. Ti cercano finché, vali finché fai comodo, finché sei in buona salute. Poi ti ritrovi a fare i conti con la tua solitudine. Ognuno ha da fare. Nessuno ha tempo per te. Diventa sempre più raro il rapporto gratuito, conviviale, disinteressato. Si corre vertiginosamente. Si aggiunge poi, nelle famiglie, l’uso indiscriminato della televisione. Al video si affidano le proprie stanchezze e le proprie tensioni e non si ha più il tempo di guardarsi negli occhi, di raccontarsi le cose, di farsi il dono della tenerezza. Perfino per se stessi, e per la preghiera, per la meditazione, per il riposo spirituale oltre che fisico, non si ha più tempo. C’è poi da meravigliarsi se si finisce col sentirsi estranei in casa propria? Se tanti giovani si aggrappano alla droga? Se tante coppie manifestano un’armonia di facciata che nasconde l’indifferenza, la delusione, la stanchezza, in una parola, il divorzio del cuore, che tante volte prelude a quello legale?

I poveri d’amore stanno vicino a noi. In certo modo siamo tutti poveri d’amore. Purtroppo siamo pronti a lamentarci della dimenticanza subita, ma non ci accorgiamo di quella che noi stessi pratichiamo a danno degli altri. E se per alcuni come i vecchi, gli ammalati, gli indigenti, questa dimenticanza può mettere in questione finanche la loro vita, ad altri toglie, quantomeno, la gioia di vivere.

ll discorso sulla carità, come vedete, prende fin dalle prime battute uno spessore di concretezza. L’amore, infatti, nella sua accezione cristiana, non è il labile sentimento che un certo edonismo cerca di accreditare, ma quel preciso e radicale dono di se stessi, che San Paolo volle descrivere in una meravigliosa pagina che faremo bene a mettere, fin d’ora, come una pietra miliare della nostra riflessione. “La carità, egli dice, è paziente e benigna, non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”. (1 Cor. 13,4-6)

Questa è la carta d’identità dell’amore cristiano. Qui sono fissati in modo inequivocabile i termini di una rivoluzione che ciascuno deve operare dentro la sua coscienza: dall’egocentrismo all’altruismo, dal vivere per sé al vivere per gli altri.

Ma è possibile tutto questo? E’ sensato” E’ ragionevole? Può un uomo operare questa profonda conversione di se stesso?

Eccoci dunque un passo avanti nella nostra riflessione. Dobbiamo risalire alle sorgenti della carità. Per arrivare al concreto, dobbiamo, infatti, abbracciare l’intero progetto della carità, occorre che ne cogliamo le radici, ne contempliamo il dono, ne imitiamo le movenze, ne celebriamo la presenza, ne annunciamo la verità, ne testimoniamo lo spessore. Il nostro piano pastorale è tutto questo. Diversamente si ridurrebbe ad attivismo privo di anima. Esso si muove alla luce di due immagini concretissime, distinte, e pur quasi confuse: quella del Cristo crocifisso, sorgente e rivelazione dell’Amore e quella del fratello che ci sta a fianco destinatario e verifica dell’Amore. Le linee di riflessione che seguono vogliono essere l’abbozzo di una pedagogia dell’amore cristiano.

  • COMPRENDERE IL CRISTIANESIMO COME AMORE

Non intendo proporvi una riflessione teologica articolata. Il discorso si farebbe necessariamente troppo lungo, e d’altra parte, è qui il primo impegno che ci assumiamo per svolgerlo nelle sedi opportune, dal nostro istituto di Scienze religiose alle scuole zonali per catechisti e operatori parrocchiali, ai momenti formativi delle parrocchie e dei gruppi. A me preme ora di segnare una traccia. E comincerò col sottolineare che l’amore cristiano, prima di essere una “virtù” è una “vita” che ci viene donata, e che si riversa, come a cascate successive, dal Padre al Figlio, e, nello Spirito in ciascuno di noi. Siamo così come risucchiati nel cuore della Trinità. Qui è la sorgente, la misura e il modello dell’amore. Qui è l’identità di Dio e la radice stessa dell’essere. “Dio è amore” (1 Giov. 4,8). Lo è nella sua vita intima, che è dialogo d’amore fra le tre Persone. Lo è nel suo comunicarsi alle creature. Siamo stati creati per amore. Siamo stati redenti per amore. Tutta la storia della salvezza è scandita dall’amore, ed anzi tutta la complessa vicenda umana ha rapporto vitale, anche se troppe volte dialettico, a causa del nostro peccato, con l’iniziativa di amore di Dio. Senza l’amore di Dio nulla si spiegherebbe. Lo stesso dolore, che tante volte mette a dura prova la nostra fede nell’amore di Dio, visto nell’ottica della Croce, diventa addirittura rivelazione dell’amore. Il Dio in cui crediamo, infatti, non ci ha amati con il munifico distacco della sua onnipotenza, ma con la sconcertante condivisione della nostra impotenza. Lui che non aveva progettato il dolore, si è fatto carico del nostro dolore. Lui che aborrisce il peccato, si è fatto vittima del nostro peccato. Se vogliamo capire l’amore di Dio non dobbiamo lasciarci guidare dal sentimentalismo romantico, ma dalla contemplazione del Cristo crocifisso. “Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi” (1Gv 3,16) “Mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal.2,20). E’ qui il cardine dell’esperienza cristiana. Chi non è rimasto ancora sorpreso da questo amore, non capirà mai quelle severe esigenze del “comandamento nuovo” che fanno a pugni con la nostra natura segnata dal peccato. Perché perdonare al mio nemico? Perché rimanere fedele a chi mi ha tradito? Perché farmi “ultimo di tutti e servo di tutti?” Non c’è che una : “Amatevi come io vi ho amato” (Gv. 15,12). Senza questa motivazione superiore e questo modello sublime, arriviamo al massimo alla giustizia distributiva, non a dare ai poveri tutti i nostri beni. Arriviamo all’amore interessato non a quello gratuito. Arriviamo ad amare chi ci ama non ad amare chi non ci ama. Veramente è ora di chiederci, come comunità cristiana, se siamo in grado di ripetere, con la stessa convinzione, la professione di fede della prima lettera di Giovanni. “Noi abbiamo conosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi” (1Gv. 4,16).

  • CONTEMPLARE L’AMORE

L’Amore di Dio deve diventare quest’anno innanzitutto oggetto della nostra contemplazione. Dobbiamo sprofondare nel silenzio adorante, in cui Dio ci parla, ci attrae, ci intenerisce, ci seduce, ci soggioga, ci plasma. Egli, infatti, è verso di noi, come una madre verso il suo bambino, come uno sposo verso la sua sposa. Il gioco d’amore che è la Scrittura ci svela nel rapporto tra Dio e il suo popolo, ha il suo terreno decisivo nell’intimo di ogni cuore. “Per un breve istante ti ho abbandonata, ma ti riprenderò con un immenso amore. In un impeto di collera ti ho nascosto per un poco il mio volto, ma con affetto perenne ho avuto pietà di te, dice il Signore” (Isaia 54,7-8). La trama della Rivelazione è intessuta di immagini nuziali. Oh! se noi sapessimo ritagliare nella nostra vita tumultuosa i momenti di “deserto” necessari a percepire la dichiarazione d’amore del nostro Dio. Dio parla nel silenzio. Quando tacciono le altre voci ci arriva nitida la sua. E quel Dio che la nostra società secolarizzata, sembra aver messo ai margini, sa farci sentire ancora i palpiti del suo amore. Un amore eterno e assolutamente gratuito. Un amore ineffabile e immensurabile. Un amore inarrestabile e indefettibile. Un amore intrepido che non si lascia scoraggiare dalla nostra infedeltà, e non tralascia occasione per rifarci suoi.

Lasciate che vi dica, fratelli ed amici, che è in questo che si gioca tutta la forza del nostro piano pastorale. Siamo qui in quell’area totalmente sottratta allo sguardo umano, dove solo Dio vede. Ma proprio per questo siamo nel punto nevralgico. Se quest’anno cresceremo nella nostra capacità contemplativa, personale e comunitaria, se sapremo tutti riscoprire la pace e rigenerante della preghiera personale e comunitaria, se sapremo metterci a lungo in adorazione dell’Eucarestia, mistero di amore, e alla scuola dello Spirito, il Maestro interiore, l’amore di Dio diventerà sorgente di autentico rinnovamento. Diversamente saranno parole!

  • CELEBRARE L’AMORE

 Sull’onda di questa interiore e vitale riscoperta dell’Amore di Dio, tutta la vita della Chiesa deve essere sentita, quest’anno, come celebrazione dell’amore. Ciò vale per la liturgia, “fonte e culmine” della vita ecclesiale. La liturgia è il luogo in cui il divino irrompe nell’umano, attraverso il linguaggio efficace dei segni. E’ l’Eucaristia innanzitutto, specie quella celebrata nel “giorno del Signore” che deve esprimere tutta la sua forza e la sua ricchezza. E con essa gli altri Sacramenti che vanno opportunamente “evangelizzati” e sempre preceduti da adeguata catechesi, se non vogliono ridursi a sterili momenti di un ingranaggio sociologico.

Ma celebrazione dell’amore non è solo liturgia, è tutta la vita della Chiesa. E lo dovrà essere in uno sforzo di comunione sempre più piena: comunione della fede e nella disciplina. Lo dovrà essere anche in una riscoperta, alla luce dell’Amore, di tutte le vocazioni e i ministeri destinati all’edificazione della comunità. Ogni vita è vocazione all’amore. Ma in modo particolare ciò va detto per le vocazioni di speciale consacrazione, nelle quali Iddio chiede il dono di un cuore indiviso e di una scelta radicale per le esigenze del Regno. Una Chiesa che celebra l’amore, è anche una Chiesa nella quale i giovani non abbiano paura di seguire il Maestro nell’avventura affascinante del sacerdozio, nella quale le famiglie non oppongano resistenza non oppongano resistenza a lasciar fiorire tra i propri membri una generosità più grande e non calcolata. Il nostro seminario è purtroppo ridotto a un numero molto esiguo di giovani candidati al Sacerdozio. Dovremo forse pensare che il Signore non chiami più? O non, piuttosto, che la sua voce si smorza sulla durezza del nostro cuore? Voglia il Signore che quest’anno della carità sia anche l’anno di una maggiore attenzione al problema delle vocazioni maschili e femminili, l’anno di un rinnovato impegno per il Seminario, l’anno di una forte crescita della ministerialità nella nostra coscienza ecclesiale.

5. IMITARE L’AMORE

L’amore non si lascia guardare: Trascina e travolge chi ama, corre d’impeto verso la persona amata e si fa “uno” con essa. È questo il principio che presiede alla sequela del Cristo. Egli non vuole ammiratori, ma imitatori. Il cristianesimo non si riduce a pregare Cristo, ma è un “diventare” Cristo. Ciò significa, concretamente, accettare nella nostra vita la logica evangelica, che ribalta i criteri mondani e propone una nuova gerarchia di valori.

Purtroppo è qui che il nostro cristianesimo tante volte fa acqua. Siamo credenti, ma non coerenti. Siamo diversi perché andiamo in Chiesa, non siamo poi diversi in famiglia in ufficio, in fabbrica, in politica. Ma il  cristianesimo non può essere un’etichetta. Non può ridursi a una facciata devota che non scalfisce minimamente i nostri atteggiamenti e meno ancora lievita la cultura del nostro ambiente. Scendiamo nel concreto! Quanto è triste constatare che molti atteggiamenti assolutamente non evangelici convivono nella nostra vita quotidiana con una superficiale pratica religiosa. Altro che cultura dell’amore.

Pensiamo, ad esempio, a una certa sensibilità individualistica che contrassegna la nostra vita sociale. Ci si chiude nel giro dei propri interessi personali e familiari, si vive di diffidenza e di sospetto, incapaci di collaborare, incapaci di farsi carico della vita associata. C’è poi da lamentarsi se restringiamo ancora, fatte le debite eccezioni, certi modelli di gestione pubblica costruiti sulla logica del favoritismo e delle clientele? Si pensi ad una certa cultura del “rancore” che fa diventare principio di dignità e di onore il togliere per sempre il saluto e rompere ogni rapporto con chi ci ha offeso: c’è finanche chi non si fa scrupolo di conciliare con la sua fede questa prassi che la negazione stessa del cristianesimo. Ci scandalizziamo giustamente della violenza camorristica, che purtroppo ancora continua a far scorrere sangue nelle nostre terre, ma poi ci sembrano cose naturali, o almeno fatali, quelle piccole violenze perpetrate nell’ombra quando noi stessi chiediamo di scavalcare gli altri, senza averne diritto, in una pubblica graduatoria, o di farci privilegiare con disoneste pressioni di sottobanco.

Ci tranquillizziamo la coscienza con qualche facile elemosina, e non ci facciamo alcun problema morale se evadiamo il fisco o abbiamo case sfitte e con prezzi proibitivi, mentre tanta povera gente non trova un’abitazione decorosa.

Con simili esemplificazioni potremmo continuare un bel po’. Esse vogliono essere un invito pressante a calare la nostra riflessione nel concreto tessuto della nostra vita. Il cristianesimo si riconosce alla prova dei fatti. Esso deve lievitare le coscienze e la cultura, i comportamenti e le istituzioni. Questo significa diventar santi nel nostro tempo. “Ad immagine del Santo che vi ha chiamati, diventate santi anche voi in tutta la vostra condotta” (1Pt 1,15).

  • ANNUNCIARE L’AMORE

La Chiesa non ha confini prestabiliti. E’ mandata al mondo. Essa dice col Cristo: “mi ha mandato a portare gli annuncio ai poveri” (Luca 4, 18)

L’annuncio del Cristo è appunto la prima “carità” che la Chiesa è chiamata a praticare per il servizio dell’uomo: è la carità della verità. Cristo, infatti, è la verità dell’uomo, è la sua luce, è la sua salvezza. E non è certo indifferente che l’uomo ne sia o non ne sia consapevole. Il pluralismo ideologico che caratterizza il nostro tempo chiede al cristiano tolleranza e rispetto, ma anche discernimento ed iniziativa. Soprattutto rende più urgente la proposta del Cristo come potremmo dire di amare gli uomini del nostro tempo, se ci esimessimo dal produrre loro la conoscenza di Colui che è via, verità e vita? Annunciare Cristo è suprema carità. Potremmo essere tentati, a volte, specialmente di fronte a casi umani, contorti, difficili e pietosi, e che pur chiedono di essere trattati sempre con grande misericordia e comprensione, di presentare un Vangelo con lo “sconto”, passandone sotto silenzio le esigenze più radicali. Sarebbe non soltanto un tradimento del Cristo, ma un tradimento dell’uomo stesso. Dobbiamo convincerci che annunciare Cristo senza sconti è un servizio all’uomo. La verità del Vangelo, anche quando a prima vista è difficile da capire e da vivere, promuove l’uomo, lo umanizza. E solo un malinteso senso della libertà potrebbe renderci dimissionari rispetto a questa autentica e necessaria promozione umana che l’evangelizzazione. Vale forse la pena di rileggere, in proposito, una bella pagina della Evangelii Nuntiand: “Sarebbe certo un errore imporre qualcosa alla coscienza dei nostri fratelli. Ma proporre a questa coscienza la verità evangelica e la salvezza in Gesù Cristo con piena chiarezza e nel rispetto assoluto delle libere opzioni che essa farà… lungi dall’essere un attentato alla libertà religiosa, è un omaggio a questa libertà… ”(E.N. 80). Certamente dobbiamo guardarci da alcune tentazioni del passato. L’evangelizzazione che ci sta a cuore, è propositiva non impositiva. Non mira a far proseliti, ma a farci condividere con gli altri il dono che ci è stato fatto. Ma questo, tutt’altro che smorzare la nostra intraprendenza apostolica, la deve rendere più intelligente ed operosa. Visto così, il primato dell’evangelizzazione non è che un aspetto di quel primato della carità a cui tutto, nella chiesa, deve essere subordinato.

Quando parliamo di evangelizzazione non parliamo soltanto delle missioni nei paesi lontani, che pur devono essere sempre al centro della nostra attenzione e della nostra preghiera. I non-evangelizzati, infatti, sono sempre più numerosi attorno a noi: nelle nostre case, nelle nostre scuole, nelle nostre fabbriche. Problemi inediti sono posti all’evangelizzazione da grandi agglomerati di case popolari, che restano tagliati fuori da un adeguato servizio pastorale. Ne abbiamo ormai diversi casi nella nostra diocesi.

Bisognerebbe, perciò, che la nostra chiesa sentisse divampare dentro di sé il bisogno di portare il lieto annuncio a questi fratelli, e lo traducesse in termini di iniziativa e di responsabilità. Non sarebbero, mi chiedo, da riscoprire e riattivare in forme certamente aggiornate, le tradizionali missioni al popolo? E non è da riservare un’attenzione sempre più marcata alla catechesi sistematica anche per i cristiani che “più o meno frequentano”, perché la loro formazione non si riduca a qualche nozioncina impartita in occasione dei sacramenti, ma diventi educazione integrale ed organica alla vita di fede?

Davvero innumerevoli sono i compiti aperti alla carità dell’evangelizzazione! Dobbiamo lavorare di immaginazione, dobbiamo “osare” con quel coraggio energetico che ci viene dal dono dello Spirito.

E’ la scuola, che chiede oggi la nostra presenza più qualificata, non solo mediante le nostre scuole cattoliche, ma anche con una attiva e rispettosa presenza nella scuola di Stato, perché la presentazione del messaggio cristiano, fatta nel quadro delle finalità stesse dell’educazione, sia colta, desiderata e scelta non come un privilegio confessionale ma come un autentico e prezioso contributo alla formazione dell’uomo.

E’ la ricerca di ciò di senso dei giovani, che deve spronarci all’iniziativa di tipo nuovo, che sappiano parlare alla sensibilità delle nuove generazioni e dare una risposta convincente ai loro interrogativi.

E’ tutta la vita culturale, che chiede una rinnovata presenza cristiana, capace di ricerca e di dialogo, di proposta e di senso critico.

E’ il dialogo con le culture diverse, che ci impone di non chiuderci in un ghetto, di non aver paura del confronto, di sapere ascoltare e testimoniare, dando ragione della speranza che è in noi.

E’ l’incontro con i nostri fratelli separati, e pur legati a noi dalla fede in Cristo, che ci spinge a stabilire con loro rapporti cordiali, improntati a sereno e reciproco ascolto, alla ricerca di ciò che ci unisce, alla chiarezza della professione della nostra fede, alla condivisione della preghiera.

E’ infine il vasto campo degli strumenti di comunicazione sociale che richiede la nostra partecipazione tempestiva, capillare e qualificata, per una evangelizzazione che arrivi presto e a tutti.

  • TESTIMONIARE L’AMORE

 Ma tutte queste cose non avrebbero senso, e diventerebbero forse controproducenti, se quest’anno della carità non ci inducesse impegnarci in modo tutto particolare nell’attenzione ai bisogni concreti dei fratelli che abbiano abbiamo accanto, specialmente quelli più indigenti, dimenticati ed emarginatI.

Certo, la carità non è solo per loro. E dunque niente va trascurato, per una carità umana e pastorale che riguardi a tutti i bisogni, molteplici e complessi, delle famiglie, dei lavoratori, dei giovani. Solo per amore di brevità non indugio su questi punti, che ho toccato più ampiamente nel piano pastorale dello scorso anno. Una parola solamente voglio spendere per incoraggiare ulteriormente la costituzione, al centro diocesi, di un consultorio familiare, che affianchi quello che già lodevolmente opera, e con tanto sacrificio a Scafati.

Ma tra i poveri ci sono sempre i “più poveri”. E a questi deve andare di preferenza la nostra attenzione e la nostra cura. Quante persone – ammalati, vecchi, bambini, disoccupati, tossicodipendenti – la nostra società produttiva e consumistica relega ai margini, trattandole come un peso morto. Proprio questi devono essere invece al centro della nostra attenzione. Qui si gioca la verità della carità. Quell’anonimo fratello in fin di vita sulla via di Gerusalemme a Gerico, aspetta di trovare jn ciascuno di noi il buon Samaritano. Se vogliamo incontrare il Cristo, dobbiamo chinarci su di lui.

La nostra diocesi, grazie a Dio, non manca di splendidi moderni di impegno per i più poveri. Penso alla Piccola Opera della Redenzione, così benemerita in Italia e all’estero, per l’accoglienza e l’educazione della gioventù abbandonata. Penso all’UALSI e ai volontari della sofferenza, per il prezioso servizio che rendono gli ammalati. Penso alle iniziative che si stanno realizzando anche tra noi per il recupero dei tossicodipendenti. Tutte cose che quest’anno devono essere sostenute e incoraggiate.

Ma qualcosa in più, nel nostro piccolo, dovremmo far tutti. Dobbiamo diventare per il nostro “prossimo” testimoni dell’amore di Dio. Dobbiamo far sentire al fratello bisognoso che “pietà e tenerezza è il Signore” (Salmo 111,4).

Volendo additare alcune concrete piste operative, credo dovremmo impegnarci a questi tre livelli:

  •  innanzitutto a livello personale coltivare uno stile di condivisione. Ognuno di noi , cioè deve preoccuparsi di far diventare l’altro “parte “della sua vita. L’altro con i suoi bisogni materiali e spirituali, va ascoltato, va capito, va inserito nel progetto del nostro lavoro, del nostro tempo libero, della nostra economia. Forse questo comporterà la rinuncia a qualche spettacolo televisivo o a qualche passeggiata per una telefonata o una visita che riscaldino il gelo di certe solitudini disperate. Forse comporterà invitare stabilmente alla nostra tavola qualche persona priva del necessario. Forse ci indurrà a portare con noi in vacanza qualche bambino di famiglie povere e numerose, che non hanno nemmeno il senso di una vacanza ai monti o al mare. Forse ci indurrà a mettere da parte ogni mese, per i poveri, non gli spiccioli di un’elemosina saltuaria, sospettosa e taccagna, ma una parte ragionevole e generosa del nostro reddito. Su quest’ultimo punto dobbiamo coraggiosamente verificarci. Dobbiamo tornare alla scuola del Vangelo, e magari lasciarcelo spiegare dall’animo grande di San Paolino, per il quale l’elemosina era, per dirla in termini odierni, un “investimento”, l’investimento più sicuro e produttivo, non minacciato dall’inflazione o da crolli bancari, perché egli diceva: “chi dona al povero, presta ad interesse a Dio stesso”.

– Ma accanto a questo impegno individuale e familiare, deve esserci anche l’impegno di comunità. Come sarebbe bella una Chiesa che non soltanto al centro diocesi, dove già opera con tanto impegno, ma in ogni parrocchia, disponesse di un gruppo Caritas, che si facesse carico, a nome di tutti e coinvolgendo tutti, di promuovere la carità in modo efficace ed intelligente.

Ma il discorso non può essere riduttivo, e deve allargarsi in modo più globale all’intera gestione dei beni economici della Chiesa. I beni della Chiesa, infatti, sono destinati non solo al sostegno della vita ecclesiale ma anche alle opere di carità e specialmente verso i poveri, come ci ammonisce il nuovo codice di Diritto canonico. Questo deve esserci molto chiaro specie in questo momento storico così delicato, in cui in seguito al nuovo Concordato con lo Stato italiano, siamo chiamati, in un breve giro di tempo, come Chiesa, ad operare una profonda trasformazione di strutture e di mentalità. Tutto ciò che nella Chiesa attiene all’amministrazione, a qualsiasi livello, deve essere gestito con criteri evangelici e deve sempre misurarsi con quel suggestivo modello della comunità cristiana delle origini nella quale, secondo il racconto degli Atti degli Apostoli, tutti i credenti avevano “un cuor solo e un’anima sola” e mettevano i loro beni in comune a vantaggio dei più poveri. (cfr. At.2,42-84; 32-35).

  • Un ultimo terreno di responsabilità ci si apre nel campo della vita pubblica. Qui, certamente non è chiamata in causa la Chiesa come tale, che non è finalizzata alla politica e non è attrezzata per essa.   

Ma i singoli cristiani, si. Ed è veramente urgente far sentire che la presenza cristiana nelle strutture pubbliche, in collaborazione con tutti gli uomini di buona volontà, è capace non solo di farlo funzionare secondo criteri di rigore, di professionalità, di efficienza, ma soprattutto in uno spirito di autentico servizio, al riparo da arrivismi, da faziosità, da camorra, e piegando sempre il tutto alle esigenze dei più deboli.

Si, gentili autorità e amministratori di tutte la cittadine di questa grande e tormentata Chiesa nolana: io faccio appello a voi, facendomi voce di tanti giovani disperati e sottoccupati, di tante famiglie che ancora languono nei containers dalla data del terremoto. Faccio appello alla vostra umanità, al di là di ogni colore ideologico e di ogni steccato partitico: diamoci da fare per il bene della nostra terra, rimbocchiamoci le maniche senza esitazioni. Io so quanto è difficile il vostro lavoro. Siate ringraziati e incoraggiati. Ma è ora di fare più sul serio, con più impegno, con più trasparenza, con più coinvolgimento, con più solidarietà. Sono troppi i problemi che affliggono le nostre comunità perché possa ancora sopravvivere un politicantismo irresponsabile che serve solo ad impinguare le tasche dei furbi, ad alimentare la sfiducia lamentosa dei benpensanti, ad innescare la rabbia dei poveri. Io mi auguro che coloro che portano il nome di cristiani siano i primi ad operare per questa riconversione dello spirito della cosa pubblica. E spero che iniziative come quelle sorte a Nola con l’osservatorio sociale permanente divengano sempre più incisive e si diffondano un po’ dappertutto, ad offrire un’efficace contributo di stimolo e di proposta per la rapida soluzione di tanti problemi sociali.

Fratelli e figli carissimi,

l’anno della carità è un anno privilegiato per la crescita della nostra chiesa qui siamo nel cuore della vita cristiana ricordiamoci che sull’amore che saremo giudicati sull’amore di Dio e quello del prossimo. Non sono, infatti, due amori, ma due facce di un unico amore. Se sacramento dell’amore del Padre per noi è il Figlio, sacramento dell’amore nostro per il Padre e il fratello. L’amore per il prossimo è come il dilagare visibile dell’amore con cui Dio stesso ci ama e con cui noi amiamo Dio. Non per nulla San Giovanni ci ammonisce che è bugiardo chi dice di amare Dio e non ama il suo fratello. (cfr. 1 Gv. 4,19). E Sant’Agostino non esita a sentenziare: “l’amore per Dio è il primo nell’ordine del precetto, l’amore per il prossimo è il primo nell’ordine dell’esecuzione”.

C’è davvero materia di impegno per tutti.

Che la Vergine Santa benedica i nostri propositi. L’esempio di San Paolino li avvalori. E dalle labbra e dal cuore di ciascuno di noi salga a Dio l’anelito francescano della preghiera semplice:

“O Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace.
Dove è odio, fa’ ch’io porti l’amore.
Dove è offesa, ch’io porti il perdono.
Dove è discordia ch’io porti comunione.
Dove è dubbio ch’io porti la fede.
Dove è errore ch’io porti la verità.
Dove è disperazione ch’io porti la speranza.
Dove è tristezza ch’io porti la gioia.
Dove sono le tenebre ch’io porti la luce.
O maestro fa’ che io non cerchi tanto
ad essere consolato quanto a consolare
ad essere compreso quanto a comprendere
ad essere amato quanto ad amare
perché si è dando che si riceve
perdonando che si è perdonati;
morendo che si risuscita a vita eterna”.