PIANO PASTORALE 1986 – 88
Fratelli e figli carissimi eccoci a questo appuntamento annuale della Chiesa di Dio che è il Nola, dopo un mese di preghiera, di riflessione, di consultazione. Siamo spinti dal desiderio di dare una linea alla nostra vita pastorale. Specialmente oggi, infatti, davanti a numerosi problemi che ci incalzano, sarebbe da irresponsabili procedere alla buona e alla spicciolata. Ma più ancora ci raduna il senso stesso del nostro essere Chiesa: siamo una famiglia, siamo il popolo di Dio pellegrinante, siamo il corpo mistico del Cristo. Camminare nell’unità è un imperativo che scaturisce dal profondo del nostro essere di qui lo spirito che presiede alla nostra programmazione non una logica efficientistica ma il desiderio di mettere le nostre risorse al servizio dello Spirito di Dio, perché Egli moltiplichi le nostre energie e benedica i nostri sforzi.
Il piano pastorale che ho la gioia di consegnarvi e che vorrei proporre come base di lavoro per un biennio, non è una pagina del tutto nuova rispetto al piano pastorale dello scorso triennio, ma un naturale sviluppo di esso.
Abbiamo voluto negli anni scorsi misurarci con le dimensioni costitutive della Chiesa: la Parola, la Comunione, la Carità. Oggi lo spirito ci porta con tutta la Chiesa italiana nell’orizzonte della “missione”. A pensarci bene, non siamo affatto lontani dai temi degli anni scorsi. La Parola che genera la Chiesa non è infatti la stessa parola che va annunciata al mondo? E la comunione non è il fondamento e la meta stessa dell’annuncio? E la carità, sostanza della vita ecclesiale, non ha come suo primo spazio operativo la “carità della verità”? Tutto, dunque, ci porta verso la missione.
La missione non è un di più per la Chiesa, ma è costitutiva del suo essere. Ma quando ci poniamo nell’ottica missionaria è inevitabile avvertire subito il senso della sproporzione: “La messe è molta, gli operai sono pochi”.
Ecco, dunque il senso dell’attuale piano pastorale: due poli, due centri di interesse congiunti da un intimo e inscindibile nesso: “chiamati e mandati”, “vocazioni per una comunità missionaria”.
- LA SITUAZIONE
Fino ad alcuni anni or sono, parlare di missione evocava subito e solo un problema di presenza della Chiesa in terre lontane. Oggi a nessuno più sfugge che il problema della evangelizzazione sta diventando drammatico anche in mezzo a noi. Non è questa la sede di un’analisi puntuale, che sarebbe forse di grande interesse. Ma a chi ha esperienza pastorale saltano immediatamente agli occhi alcuni fenomeni che, senza indurci ad un ingiustificato catastrofismo, devono però seriamente preoccuparci.
- IL DILAGARE DEL SECOLARISMO E LA PENETRAZIONE DELLE SETTE
Abbiamo ereditato una cristianità in cui la fede sembrava essere un patrimonio acquisito, che faceva tutt’uno con la cultura, con le abitudini, con le tradizioni, con le convenienze sociali. Nei nostri padri, al di dentro dell’involucro involucro tradizionale, vibrava un sentimento religioso autentico, benché tante volte poco illuminato. Ma i modelli dominanti della cultura secolarizzata con la pervasività dei mass media, con la crescita dell’informazione, con l’infittirsi dei rapporti sociali e degli scambi culturali, sono diventati un po’ come l’aria che si respira. Non è certo tutto negativo nella nuova situazione. È però un fatto che essa porta spesso con le tante cose buone e lodevoli anche il virus del secolarismo, che è l’esclusione sistematica di Dio dalla cultura, dalla società, dall’intimo delle coscienze.
Come regge il nostro ambiente all’aggressione del secolarismo? E’ difficile fare un bilancio. Se si guarda alle forme tradizionali di religione popolare, o a una certa pratica religiosa almeno saltuaria di tanti, sembrerebbe di poter fare una valutazione abbastanza incoraggiante. Ma se si guarda alla proporzione tra i praticanti e i non praticanti sempre più numerosi, se si guarda ad alcune categorie più esposte agli effetti della cultura secolarizzata, il problema diventa certamente più serio, e sembra di dover constatare il lento ma progressivo sgretolamento della religiosità tradizionale. Ne è una controprova anche l’attecchire di un certo proselitismo di sette religiose non cristiane o almeno non pienamente tali. Esso, in un certo senso potrebbe essere interpretato anche come una reazione agli effetti del secolarismo ed esprimere un anelito religioso autentico, ma intanto denuncia la scarsa capacità di tenuta di una fede puntellata solo dalla tradizione e non da motivazioni solide, illuminate, interiorizzate.
Additando il problema pastorale di questo nuovo proselitismo religioso, non vogliamo dare minimamente l’impressione di giudicare l’intenzione di questi nostri fratelli che trattiamo come tali, con rispetto e amore. Ma dobbiamo anche annunciare con franchezza la verità ed esprimere la nostra profonda amarezza. Essi vengono a turbare la fede della nostra comunità, proprio in un momento storico in cui sarebbe più che mai necessaria l’unità dei cristiani e non la loro divisione. Con tanti cristiani separati, specialmente evangelici, anche nella diocesi, stiamo intessendo un sentito rapporto dialogico, nello spirito dell’autentico ecumenismo. In questo dialogo sincero, alimentato dalla preghiera, speriamo tutti di ottenere dal Signore la grazia dell’unità, per la quale Gesù ha pregato. E questo è un criterio di discernimento da cui tutti possiamo farci guidare con assoluta sicurezza: è mandato dallo Spirito di Dio solo chi lavora per l’unità del corpo di Cristo. Chi divide i cristiani, divide Cristo. Ma intanto il fenomeno doloroso di tanti fratelli di fede che ci lasciano ci pone con un’urgenza tutta nuova il problema della consistenza e della solidità della religiosità di massa. La fede, in realtà è una scelta che va lucidamente motivata e continuamente alimentata. Essa esige catechesi, conoscenza della Bibbia, approfondimento teologico, senso critico nei confronti delle varie proposte culturali non sempre conciliabili col cristianesimo. Spesso, invece dell’edificio della fede, in tanti cristiani non restano che pochi calcinacci: c’è da meravigliarsi che il vento della secolarizzazione li porti via e la proposta di qualche setta vi trovi facile pascolo?
- LA CONDIZIONE RELIGIOSA DEI GIOVANI
In che direzione muove la comunità cristiana? Che cosa possiamo prevedere per il domani? Non c’è nulla di meglio per dare una risposta a questi interrogativi che assumere come “test” la situazione giovanile. I giovani sono la società e la comunità cristiana del domani. Sulla condizione giovanile, anche sotto il profilo religioso, si è scritto tanto in questi anni, e gli specialisti potrebbero dirne una parola molto più competente. Ma lasciate che, come pastore della diocesi, lasciandomi guidare dall’osservazione quotidiana, vi dica il mio pensiero. Io credo che l’attenzione al mondo dei giovani dovrebbe diventare molto più decisa nella nostra azione pastorale. I giovani, infatti, sono assetati di autenticità. Sono capaci di entusiasmo e di generosità. Quando sono ascoltati, seguiti, curati, si rivelano veramente come la grande speranza della Chiesa. Lo vediamo dai tanti giovani che sono attivamente inseriti nei nostri gruppi associativi, dove fanno un cammino formativo solido e sistematico. Ma questa, purtroppo, non è la situazione della maggioranza dei giovani. E’ certo confortante che moltissimi tra di loro abbiano detto sì alla religione a scuola, esprimendo così una disponibilità ad affrontare il discorso religioso almeno sotto il profilo culturale. Ma è un dato di fatto che buona parte degli adolescenti e dei giovani, dopo la prima comunione abbandona gli ambienti della comunità cristiana o li frequenta molto raramente. I giovani, dunque, ci pongono un grosso interrogativo: riesce ad essere, il nostro modello pastorale, significativo per loro? Il loro problema fondamentale è indubbiamente quello della ricerca di senso per la loro vita. La loro età è quella della ricerca per eccellenza. E nello spazio aperto della loro ricerca si insinuano mille messaggi contrapposti. Essi si trovano così a doversi misurare con un clima culturale che certamente non facilita la giusta percezione del messaggio cristiano. Un clima culturale – ha scritto recentemente un autore – segnato da quattro povertà che privano l’uomo di alcune sue dimensioni fondamentali, dandoci l’immagine di un uomo senza trascendenza, perché incapace di rapportarsi a Dio; di un uomo privo del suo mistero, perché incapace di cogliersi nella sua profondità e globalità; di un uomo senza relazione, perché portato a sentire l’altro non come fratello ed amico, ma come rivale; di un uomo senza storia, perché appagato dagli interessi immediati, incapace di coniugare il presente con la memoria delle sue radici e con la sfida della progettualità: donde una vita senza coraggio a valori perenni.
E questa è una situazione generale della cultura, che si respira anche da noi e gli adolescenti e i giovani ne sembrano particolarmente investiti. La nostra società non li aiuta certamente a fare sintesi. I progetti di vita che vengono loro proposti per la compresenza di diverse “agenzie educative”, sono tali e tanti da rendere molto difficile la scelta.
Forse in questo essi non esprimono solo la condizione giovanile, ma radicalizzano un modo di essere generale della coscienza contemporanea, che, abbandonata al pluralismo vorticoso dei più contrastanti messaggi, acquista un modo di essere costituzionalmente incerto, oscillante ed instabile. Il problema dei giovani ci pone così non soltanto davanti ai giovani, ma davanti alla sfida della cultura contemporanea e ci addita come Chiesa, un preciso problema missionario: come annunciare Cristo quale senso dell’uomo in risposta ai suoi aneliti profondi.
- LO SCADIMENTO ETICO
Uno dei fenomeni che maggiormente impressionano nell’analisi della situazione religiosa del nostro ambiente è la caduta della tensione etica, specie per il progressivo smarrimento di alcuni valori morali fondamentali.
Non vogliamo certo né idealizzare semplicisticamente il passato, che ha conosciuto le sue incoerenze, né demonizzare il presente, che spesso ci offre squarci di pura idealità. Tuttavia non possiamo starcene tranquilli di fronte ad alcuni fatti che rischiano di diventar costume, costituendo la più grossa barriera per una riproposizione integrale del messaggio cristiano. L’annuncio di Cristo, infatti, implica la proposta dello spirito delle beatitudini e dell’etica del discorso della montagna. Non si può annunciare un Cristo con lo sconto, ne possiamo appagarci di ritorni culturalistici che non toccano la vita.
Tra i fenomeni di decadimento del costume che ci devono preoccupare vanno certamente annoverati:
- l’offuscamento del valore della vita umana
Purtroppo anche da noi sono diventate raccapriccianti le cifre delle vite umane soffocate nel grembo materno. la violenza fisica della criminalità organizzata, la diffusione della droga, devastano ancora il nostro ambiente. Quello che viene progressivamente meno è il senso dell’uomo, della sua dignità inviolabile, del valore della vita che è preziosa agli occhi di Dio. E a discapito della vita umana cresce la ricerca del benessere ad ogni costo, e si afferma il principio edonistico come criterio esistenziale. E’ un vero e proprio rovesciamento di valori. Noi non possiamo dimenticare e annunciare Cristo significa anche annunciare il valore dell’uomo e il senso della vita.
b) la crescente fatica dell’unità delle famiglie
Non ci riferiamo solo al divorzio, che certamente costituisce uno dei problemi etici e pastorali più gravi. Ci riferiamo anche all’esperienza così diffusa e preoccupante di coppie in crisi, che non riescono a trovare la chiave della reciproca fedeltà in quell autentico amore cristiano che non è solo sesso, non è solo sentimento, ma capacità oblativa, e dunque capacità di rapportarsi l’uno all’altro consenso di gratuità, con disponibilità sempre nuova, con la volontà di ricominciare sempre da capo la propria storia di amore. In una parola: l’amore cristiano è dono e perdono. C’è da meravigliarsi se queste vicende tormentate producano sui figli effetti devastanti, che mettono a dura prova il loro equilibrio psicologico e compromettono la loro percezione dei valori etici?
c) l’affermazione della logica individualistica nei rapporti sociali
L’individualismo è il tarlo che corrode la nostra società e ci impedisce di stabilire rapporti di comunione, di vivere esperienze di amicizia trasparente e leale, di realizzare opere sociali e di venire incontro al bisogno dei fratelli. Osserviamo che cosa sta accadendo intorno a noi e dentro di noi: cresce la sfiducia, la diffidenza, l’apatia e intanto si afferma la legge del più forte, l’andare avanti nella vita a forza di gomitate e di sgambetti, il chiudersi nel proprio guscio disinteressandosi della vita sociale. Il tratto più genuino del nostro popolo da sempre rinomato per la sua cordialità, per la sua ospitalità per la sua accoglienza, sembra tante volte venir meno di fronte alla virulenza degli interessi personali. E i personalismi imperversano nella vita pubblica, impedendole di essere un autentico servizio ai cittadini, condotto con disinteresse e trasparenza, con competenza e con rigore morale. I personalismi condizionano i servizi sociali, dove a volte, se non hai un potente alle spalle, rischi di rimanere in eterno a far la fila. Più aumentano i personalismi, più diminuisce il rispetto della persona umana, che finisce per valere più per quello che ha, che per quello che è.
Un ambiente come il nostro, ancora segnato da grandi problemi sociali, dove il problema della disoccupazione è tutt’altro che risolto, dove le sperequazioni economiche sono ancora evidenti, dove mille problemi – si pensi a quello degli anziani, degli ospedali, delle strutture scolastiche, attendono ancora di essere adeguatamente affrontati, ha bisogno di una svolta, di un’inversione di rotta.
E questo esige certamente anche la coraggiosa partecipazione di tanti privati cittadini, che forse se ne stanno a guardare mentre potrebbero dare un prezioso contributo alla soluzione dei problemi.
E’ l’ora dei “liberi e forti” per usare una classica espressione della migliore tradizione sociale cristiana. L’ora di chi sa assumersi le sue responsabilità e pagare di persona, tenendosi lontano da quella logica di contrapposizione anonima e sleale, che è la più evidente degenerazione del costume pubblico. La Chiesa ha da sempre una parola ferma e doverosa da dire su questo piano, certo, essa si tiene ben al di sopra delle valutazioni personalistiche e dei problemi tecnici che esulano dalla sua competenza. La Chiesa guarda all’uomo, ai suoi diritti e alla sua dignità. E’ sul piano dell’educazione morale delle coscienze che la sua voce si leva insistente e ferma, perché è da qui che parte ogni autentica rigenerazione della vita sociale.
La Chiesa non ignora nemmeno quanto sia arduo il compito dell’amministratore e del politico che vogliano essere onesti. Sa che la politica è una maniera esigente – ma non è la sola – di vivere l’impegno cristiano al servizio degli altri (Oct. Adv.n46). Non fa mancare perciò incoraggiamento e apprezzamento a chi si sforza di fare sul serio. Ma al tempo stesso tocca alla Chiesa anche dar voce a chi non ha voce e far suo il grido dei derelitti. “Oggi più che mai la Parola di Dio non potrà essere annunciata e ascoltata se ad essa non si accompagna la testimonianza dei cristiani posta al servizio dei fratelli, proprio su quei punti dove sono in gioco in gioco la loro esistenza e il loro avvenire” (cfr. ivi, n. 51).
Ecco dunque, fratelli ed amici, alcuni rilievi a volo di uccello, senza alcuna pretesa di completezza sulla nostra situazione socio pastorale. Non vorrei aver dato l’impressione di indulgere al pessimismo. Volendo si potrebbero additare tante realtà positive e incoraggianti che pure esistono. Se ho messo il dito su alcune piaghe, è solo perché questa presa di coscienza ci richiami con urgenza ad un preciso dovere che ci interpella come comunità cristiana: occorre riconsegnare il Cristo alla fede languida di tanti che sono rimasti credenti solo all’anagrafe ecclesiastica; occorre dare una risposta alla ricerca di senso dei giovani; occorre riportare la logica evangelica dell’amore a tutti i livelli della vita sociale. Tutto questo è una sfida per la nostra Chiesa, sollecitata più che mai dallo Spirito che sembra dirci, come alle sette Chiese dell’Apocalisse: Chiesa di Nola, ravvediti, riprendi coraggio, diventa una Chiesa tutta missionaria!
II
CHIAMATI PER ESSERE MANDATI
Il compito che ci attende è dunque impegnativo ed esaltante. Pertanto non possiamo porvi mano con leggerezza e superficialità: rischieremmo di segnare il passo alla prima difficoltà. Ci occorre una forte consapevolezza del nostro essere cristiani e di ciò che esso comporta.
Mi sembra perciò opportuno proporvi alcune linee essenziali di una teologia della vocazione e della missione, rimandando per l’approfondimento più puntuale a due splendidi documenti recenti della Chiesa italiana, il documento pastorale “Comunione e comunità missionaria” e il piano pastorale per le vocazioni intitolato “Vocazioni nella Chiesa italiana”. Su questi due documenti abbiamo già riflettuto nel nostro Convegno pastorale; ora li affido per una meditazione più articolata e sistematica al vostro impegno personale e di comunità.
- UN POPOLO DI CHIAMATI
L’esperienza cristiana comincia quando ci sentiamo raggiunti dalla voce del Padre, che dall’eterno ci ama e ci chiama. Per Dio nessuno di noi è un numero. Noi esistiamo perché ognuno di noi è stato voluto con un amore personale ed esclusivo, perché un giorno Dio ha pronunciato il nostro nome, ci ha chiamati dal nulla, ci ha fatto segno della sua benevolenza, ci ha affidato un disegno, ci ha tracciato innanzi una via. La Bibbia è ricca di queste chiamate personali, di questi nomi pronunciati da Dio, da Adamo, ad Abramo da Mosè a Samuele, da Isaia a Geremia. Iddio chiama, dice un nome, quel nome. E nella logica biblica il nome è molto di più che un banale segno di riconoscimento. Esso vuole indicare l’essere di una persona, la sua identità profonda, la sua missione. E non a caso, quando vuole affidare una missione speciale, Iddio cambia il nome, e Abram diventa Abraham, “padre di una moltitudine”, e Simone diventa Cefa, “roccia”. Il nome è qualcosa di profondo.
Il nostro esistere coincide dunque con l’atto di amore di un Dio che pronuncia il nostro nome. Ma in questa storia d’amore che investe l’umanità intera, senza eccezioni, la Parola di Dio disegna a poco a poco i contorni di un progetto ancora più bello, che va molto al di là del dono della creazione. Dopo averla chiamata all’esistenza, Iddio – potremmo dire – si innamora della sua creatura egli che vive in un’ineffabile dialogo d’amore con suo Figlio eterno, nell’abbraccio d’amore che è lo Spirito Santo, vuole liberamente offrire alla sua creatura l’esperienza della sua intimità trinitaria. San Paolo spiegherà che era questo il fine ultimo della creazione: Iddio ha progettato che ogni uomo abbia in Cristo la figliolanza divina (cfr. Ef. 1,3-14). Ed ecco Dio in azione nella storia: come un Padre alla ricerca del Figlio, come un innamorato alla ricerca della sua amata. Così presentano i profeti gli interventi di Dio nella storia di Israele: Iddio chiama un popolo, lo fa “suo” popolo, lo rende partner del suo disegno di salvezza. E’ una storia stupenda, in cui si misurano la proterva infedeltà dell’uomo e la tenace misericordiosa fedeltà di Dio.
Ma quella dell’Antico Testamento è solo una preparazione che anticipa e prefigura il mistero del Cristo e della sua Chiesa. In Cristo, finalmente Dio Padre riceve dall’uomo la risposta tanto desiderata. In Gesù di Nazareth, infatti, il sì dell’uomo si sintonizza perfettamente e si identifica nell’Unione ipostatica all’eterno sì del Verbo di Dio. E la voce del Padre può finalmente riconoscere, nelle profondità dell’uomo, la sua eco, l’amore può ottenere la sua corrispondenza piena: “Tu sei il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto”.
La storia d’amore di Dio con l’uomo fa in Cristo un salto di qualità. Attraverso Cristo, la voce del Padre si fa vicina e raggiunge ogni uomo, e ancora attraverso di lui, il fragile e incerto “sì” dell’uomo redento dalla croce, si eleva fino al Padre. Ed ecco la Chiesa, che è appunto l’assemblea di tutti coloro che sono stati chiamati a questa esperienza sublime. L’essenza profonda dell’essere cristiani è qui, nell’entrare con Cristo nell’intimità della vita trinitaria. Ogni cristiano può far sua la contemplazione adorante e appassionata di Elisabetta della Trinità: “O miei Tre, mio Tutto, mia Beatitudine, Solitudine infinita, Immensità in cui mi perdo, mi consegno a voi come una preda. Seppellitevi in me perché mi seppellisca in voi, in attesa di venire a contemplare nella vostra luce l’abisso delle vostre grandezze”.
- UN POPOLO DI MANDATI
Incardinata su questa vocazione d’amore, la missione appare nella sua vera luce. Essa non è un imperativo che arriva dall’esterno all’essere della Chiesa, ma qualcosa che scaturisce dall’intimo del suo mistero. La missione è il dilagare stesso dell’amore, è l’amore che si riversa dal Padre nel Cristo, e attraverso lo Spirito vuole raggiungere ogni creatura. E’ l’amore che si moltiplica, è l’amore annunciato di bocca in bocca, contagiato da cuore a cuore.
Annunciare Cristo è tutt’altro che un mestiere per la Chiesa: è il suo bisogno più profondo e incontenibile. Nel momento in cui questo bisogno venisse meno, essa non sarebbe più Chiesa. Quello che essa persegue non è un proselitismo finalizzato a se stessa, alla sua grandezza, alla sua potenza umana. La missione è un servizio all’uomo, è un servizio di amore. Per questo la Chiesa ha bisogno di raggiungere ogni uomo. Essa si sente come travolta dall’amore del Padre e ha bisogno di portarne la notizia a tutti gli uomini, per aprire i loro occhi su questa esperienza di cui essi sono già, pur ignari, destinatari e fruitori. Il Concilio la chiama “sacramento, cioè segno e strumento dell’intima Unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (LG,1). In Cristo missionario del Padre, la Chiesa è inviata ad annunciare le grandi opere che Dio ha fatto per noi.
Di qui il suo stile: essa vuole avvicinarsi all’uomo disarmata. La sua preoccupazione non è quella della difesa né quella della conquista, non quella della contrapposizione né quella dell’alternativa. Essa si avvicina all’uomo del nostro tempo con la discrezione trepida della madre, con la schiettezza affettuosa del rapporto fraterno. Essa vuole farsi dimora attraente, dove ciascuno possa essere fedele a Dio. La sua è missione, di libertà, perché la libertà vera fiorisce dove regna lo spirito di Dio (cfr. 2 Cor. 3,17). La sua è missione di unità, che è il bisogno più urgente del nostro mondo, così desideroso di pace e tanto aspramente minacciato da piccoli e grandi conflitti. La sua è missione di misericordia, perché all’uomo schiacciato dall’esperienza dei suoi fallimenti essa annuncia l’amore smisurato e rigenerante di Dio. La sua è, in ultima analisi, una missione di speranza che ha come obiettivo finale l’umanizzazione piena dell’uomo.
- LE CONDIZIONI SPIRITUALI DELLA MISSIONE
- L’obbedienza allo Spirito
Lo Spirito di Gesù è il grande protagonista della missione ecclesiale. Nulla nella Chiesa è senza di lui. Egli “è vita e forza del popolo di Dio e coesione della sua comunione, è vigore della sua missione, sorgente dei suoi molteplici doni, vincolo della sua mirabile unità, luce e bellezza del suo potere creativo, fiamma del suo amore (Mutuae Relaziones,1). E’ lo Spirito che nell’annunciazione ha plasmato, nel grembo verginale di Maria, il volto umano del Signore, che ha Pentecoste Ha compaginato nella storia il volto divino della Chiesa; che ogni giorno rende possibile il progetto del credente restaurando in lui l’immagine del Dio Amore. Per questo nessuno saggio missionario è possibile nella chiesa se non mettendosi in ascolto docile dello Spirito e facendosi portare da Lui. La narrazione degli Atti degli Apostoli è, a tal proposito, molto eloquente: è lo Spirito che indirizza, che precede, che accompagna, che sigilla con la sua potenza, che apre i cuori e li dispone ad accogliere la parola che salva. Se vogliamo partire col piede giusto, dobbiamo riscoprire la prima icona missionaria della Chiesa: l’attesa dello Spirito nel Cenacolo. Ogni programma missionario della Chiesa parte sempre dalla Pentecoste.
- Varietà delle vocazioni nella comunione ecclesiale
Lo Spirito è celebrato nella Chiesa come “dator munerum”, datore dei doni. Egli, infatti, plasma il corpo mistico di Cristo come un autentico organismo la cui unità non risulta da una meccanica giustapposizione di parti, ma da un’armonica compagine di membra diverse (cfr. 1 Cor. 12). Ecco il senso delle vocazioni nella Chiesa. In essa ognuno è chiamato a svolgere uno specifico ruolo, ed è l’armonia del tutto che fa risplendere il volto della Chiesa. E così, se è fondamentale la vocazione del sacerdote, chiamato a rappresentare nella comunità il Cristo capo il pastore, o quella del missionario che lo annuncia in terre lontane, è importante anche la vocazione del monaco, che incarna il volto orante della Chiesa, o quella del religioso, che addita alla chiesa al suo destino escatologico. Essenziale è la vocazione dei laici, impegnati ad edificare nello Spirito del Vangelo le realtà temporali, e in particolare quella dei coniugi, segno dell’amore fedele e fecondo del Risorto. Ma è molto significativa, specie nel nostro tempo, anche la vocazione dei membri degli istituti secolari, nei quali la speciale consacrazione a Dio si coniuga alla vita ordinaria degli uomini e la lievita dal di dentro. E’ poi tutta da riscoprire la vocazione dei diaconi permanenti, segni della diaconia del Cristo nella comunità dei fratelli, e sono da valorizzare sempre più pienamente le molteplici forme di ministerialità ecclesiale, che rispondono anch’esse a precise vocazioni di servizio con cui ciascuno dà il suo apporto alla edificazione del corpo di Cristo. Tutte le vocazioni hanno dunque il loro spazio e il loro peso nella vita ecclesiale. Tutti sono segni, diversi ma complementari, dell’unico amore. Organicamente compaginate e animate dall’unico Spirito esse contribuiscono alla missione della Chiesa: “Andate e predicate il Vangelo ad ogni creatura” E’ un imperativo affidato all’amore generoso e fedele di ciascuno dei discepoli di Cristo. Ma perché tutta questa ricchezza converga efficacemente all’unità, c’è bisogno di vivere profondamente la comunione ecclesiale. Senza di essa tutto sarebbe vano. “La comunione è la prima forma della missione” (comunione e comunità missionaria, n. 14).
- L’apertura alla storia
Il mondo cui veniamo inviati non è un mondo di tenebre. Non sarebbe un modo cristiano di pensare quello che definisce il rapporto chiesa – mondo in termini di luce e di tenebra. Il mondo, infatti, se da una parte è segnato dal peccato – e il peccato rimane negli stessi membri della Chiesa, che devono umilmente confessarlo – è anche dall’altra attraversato dalla grazia. Tutto ciò che c’è di buono, di vero, di giusto nel mondo è già frutto dell’azione dello Spirito di Dio. Egli precede i credenti, sicché, quando la parola dell’annuncio giunge alle orecchie degli ascoltatori, lo Spirito ha già fatto irruzione nel loro cuore. Egli è il maestro interiore e il protagonista dell’azione evangelizzatrice. Dobbiamo dunque essere particolarmente sensibili a questa dinamica della missione, che deve perciò essere permeata di umiltà, di rispetto, di attenzione ai segni dei tempi, di capacità di dialogo, di discernimento franco e valorizzante. Viceversa gli uomini del nostro tempo sarebbero istintivamente indisposti ad accettare una parola che fosse detta con sussiego guardando dall’alto in basso, e che perciò stesso contraddirebbe allo stile di colui che “non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma annientò se stesso, facendosi simili agli uomini” (Fil. 2,6-7).
III UN PROGETTO PASTORALE
Davanti all’ampiezza del compito missionario, vediamo immediatamente la nostra povertà. Ci ritroviamo spesso in pochi e magari siamo sempre gli stessi impegnati in mille cose. Ma il Signore certo non ci chiede l’impossibile: Egli che è il Signore dell’impossibile a noi chiede di offrirgli umilmente le nostre povere energie e i nostri umili sforzi. Spetta a lui coronarli di frutti abbondanti. Con questa consapevolezza, dunque, dopo esserci ampiamente verificati nel Convegno pastorale diocesano e nei convegni zonali che lo hanno seguito, vogliamo delineare qui una piccola strategia delle priorità che ci deve far da guida per i prossimi due anni. Sia chiaro che “priorità” non è esclusività e non è anche, in sé, un giudizio di valore: nulla deve essere tralasciato di ciò che è importante e vitale nella vita della Chiesa, e chi ne ha responsabilità dovrà fare comunque e sempre la sua parte. Queste priorità vogliono rappresentare solo degli obiettivi sui quali concentrare il nostro sforzo di realizzazione di verifica, ad evitare che proponendoci troppo non si concluda poi molto. E, in fondo, una scelta di “povertà” per riconoscere che non possiamo fare programmi ciclopici, ma certo con l’intesa che ognuno di noi punterà al massimo delle sue possibilità.
- PARROCCHIA MISSIONARIA
E’ il primo obiettivo che ci proponiamo. Ce lo suggerisce l’ovvia considerazione che la Parrocchia, per quanto oggi sempre più impari davanti ai suoi compiti per la complessità del tessuto sociale socio – culturale in cui si pone, resta sempre il ganglio vitale per eccellenza di tutta la pastorale. Una parrocchia viva dà un contributo incalcolabile alla missionarietà di tutta la Chiesa.
Questa attenzione speciale alla parrocchia è suggerita anche dal fatto che in quest’anno comincia la visita pastorale, che mi darà l’occasione di incontrare sistematicamente tutte le comunità parrocchiali della diocesi. La visita pastorale non è un atto burocratico, è l’incontro del Pastore e Padre con la sua gente, è il momento di una verifica pastorale, è l’occasione di una forte esperienza spirituale, è uno strumento per rinsaldare i vincoli di comunione che ci devono legare tra di noi e della obbedienza che il Signore ci chiede verso coloro che lo rappresentano come pastori in mezzo al suo popolo. La parrocchia sia dunque, nel prossimo biennio, al centro della nostra attenzione pastorale. Viviamo un periodo di trapasso, e abbiamo oggi notevoli difficoltà finanche ad assicurare i parroci a tutte le parrocchie. Fino a pochi anni or sono, in uno stato di cristianità abbastanza tranquilla, la parrocchia faceva tutt’uno con l’ambiente, ne scandiva anche i ritmi sociologici. Oggi siamo in una situazione nuova. In molti ambienti la parrocchia non è più al centro, è soltanto uno dei poli di interesse della vita sociale. Per molti essi è ormai qualcosa del tutto marginale. In questa nuova situazione è chiaro che diventa sempre più insufficiente il modello tradizionale di parrocchia fondato sul servizio quasi esclusivo di un parroco, che passava spesso un’intera vita nella stessa comunità, e che nella sua Chiesa parrocchiale aveva modo di incontrare facilmente tutta la gente, almeno nelle grandi occasioni, o almeno riusciva ad incontrarla per l’annuale benedizione delle case. Oggi questo modello è sempre meno praticabile. Data la scarsità di clero a fronte della crescita demografica e dell’espansione urbanistica, davanti alle nuove sfide pastorali, i parroci si sentono fortemente impari e talvolta schiacciati. Il lavoro al centro-parrocchia continua ad essere massiccio e defatigante, dato che il numero dei praticanti abituali resta abbastanza alto e le richieste culturali sono ancora molto frequenti, ma spesso questo va a discapito di un’evangelizzazione ben fatta e dell’annuncio ai non praticanti o ai non credenti, sempre più numerosi. La parrocchia oggi, se vuole continuare a svolgere il suo ruolo, deve prendere coscienza della nuova situazione e attrezzarsi per un rinnovato slancio missionario.
Evidentemente non è il caso di pensare a svolte radicali e drastiche. Si tratta di un processo di cambiamento al quale tutti dobbiamo portare il nostro contributo. Cerchiamo dunque di individuare alcuni obiettivi concreti, sui quali puntare le nostre forze:
- La ministerialità
Non è possibile che una parrocchia ruoti solo intorno al sacerdote. Lo consiglia innanzitutto una ragione ideale che il Concilio con tanta forza ci ha ricordato: la Chiesa, pur trovando nei sacerdoti il ministero centrale della comunità cristiana, il “ministero della sintesi”, è per sua natura una comunità in cui i battezzati devono svolgere un ruolo attivo. Sono tanti i cristiani che, a seconda della loro vocazione e de loro specifico ministero – pensiamo ai diaconi permanenti, ai ministri straordinari dell’Eucarestia, i catechisti, agli animatori liturgici, agli animatori della caritas, ecc. – possono dare un prezioso contributo alla vta parrocchiale. La Chiesa deve diventare tutta ministeriale.
Ma anche accanto a questa ragione ideale l’urgenza deriva anche da alcune considerazioni pratiche e pastorali, dovute appunto alla nuova situazione: i sacerdoti sono tanto pochi, che per essi si verifica un po’ quello che accadde nella prima comunità apostolica, quando gli apostoli si accorsero che il dedicarsi al servizio delle mense pregiudicava la loro predicazione: istituirono allora i diaconi, per dedicarsi in maniera esclusiva al loro compito insostituibile.
Qualcosa del genere deve avvenire oggi anche per i sacerdoti: è necessario che essi ricoprano il loro servizio specifico, anche sotto il profilo della missionarietà. Essi sono sacerdoti per tutta la Chiesa, hanno fatto al Vescovo una promessa di obbedienza che li obbliga a rendersi disponibili per tutti i cambiamenti che sono necessari per il servizio dell’intero popolo di Dio. Essi devono essere sempre pronti a partire, per diventare evangelizzatori, padri di un altro nucleo del popolo di Dio, dovunque il Signore li chiami.
E’ urgente che si riscopra questo dinamismo della vita apostolica sia da parte dei sacerdoti che del popolo cristiano. Ci vorrà forse del tempo perché questo dinamismo sia anche facilitato da opportune strutture, quali ad esempio quelle concernenti le varie forme di vita comune del clero, tanto raccomandate dal Concilio. Ma intanto è necessario che tutti coltiviamo questa disponibilità interiore. Che cosa è dunque sommamente urgente, per delle parrocchie che vogliano rispondere pienamente alla loro vocazione in rapporto al nostro tempo? E’ necessario che esse diventino comunità capaci di sviluppare armonicamente tutti i carismi di servizio, tutti i ministeri necessari alla vita comunitaria, ed è necessario che intorno al parroco si formi un CONSIGLIO PASTORALE, che sia veramente efficiente, animato dalla preghiera, da consapevolezza evangelica, da spirito di servizio, da uno spiccato senso della comunione, perché tutta la comunità trovi in esso un punto di riferimento, un luogo di sintesi, di programmazione e di verifica. Lo stesso consiglio di amministrazione, oggi reso obbligatorio dal nuovo codice di Diritto Canonico, non avrebbe senso se non in collegamento con il Consiglio Pastorale, che guarda agli interessi di tutta la comunità.
Ecco dunque un impegno concreto: che in ogni parrocchia cominci a funzionare attivamente il consiglio pastorale. Forse bisognerà preventivare un periodo di rodaggio, per raggiungere il giusto equilibrio ed ottenere risultati soddisfacenti. Ma da questa realizzazione sia lecito sperare parrocchie del futuro più dinamiche, più responsabilizzate, più pronte ai nuovi compiti cui è oggi chiamata la Chiesa.
- L’opzione prioritaria per la catechesi
Da quanto abbiamo detto sulla situazione pastorale della diocesi, è chiaro che la catechesi deve assumere nella vita delle parrocchie un posto decisivo. Naturalmente ciò non deve andare a discapito della vita sacramentale, e in particolare dell’Eucarestia. La Liturgia, come ci ha ricordato il Concilio, è “fonte e culmine della vita ecclesiale”. Ma perché la liturgia non sia formalistica e vuota, deve essere preceduta da adeguata catechesi.
La catechesi di cui parliamo è ben lontana da un indottrinamento nozionistico, e vuole piuttosto essere un cammino formativo globale dell’esistenza cristiana, in cui si intreccino la formazione intellettuale con la viva esperienza spirituale e comunitaria. Essa deve rivolgersi a tutte le età, e non soltanto ai fanciulli. In questo senso devono essere sempre meglio conosciuti e utilizzati i nuovi catechismi elaborati dalla Chiesa italiana. Non è una buona scelta quella di chi si regola con propri testi non concordati con la competente autorità ecclesiale e mette da parte questi provvidenziali e qualificati strumenti. Anche in questo è necessaria comunione e disciplina.
In questo quadro di una scelta di fondo, che ogni comunità parrocchiale vivrà nella misura delle sue possibilità, vorrei che si cominciasse col verificare la catechesi che si tiene ai fanciulli di prima comunione e ai cresimandi. Il motivo che mi porta ad additare innanzitutto questa verifica, è il fatto che questi due itinerari sacramentali si prestano in modo particolare per l’accentuazione della dimensione “vocazionale” dell’esistenza cristiana, che in questo biennio vogliamo tenere particolarmente viva. In realtà, per quanto riguarda la catechesi ai fanciulli di prima comunione, c’è in diocesi un impegno tradizionale abbastanza lodevole. Va forse soltanto tenuto presente che accanto alla catechesi diretta ai ragazzi bisogna curare anche i rapporti con i genitori, perché tutta la famiglia sia coinvolta nella preparazione al sacramento. Più problematica è invece la preparazione alla cresima. Essa, secondo gli orientamenti della Chiesa italiana, andrebbe fatta cadere in coincidenza con la fine della scuola media, ed è questo un traguardo a cui tendere. Purtroppo, però, anche per un collegamento spesso poco illuminato con la figura del “padrino”, tende ad essere differita in età adulta. Resta comunque anche in questo caso una preziosa occasione pastorale che non può essere liquidata con una catechesi affrettata, ma deve porre il cresimando di fronte alla scelta della vita cristiana matura e alla sua vocazione di servizio nella Chiesa e nella società.
- l’evangelizzazione delle zone periferiche
La nostra diocesi ha conosciuto in questi anni un considerevole processo di espansione demografica e urbanistica, che ha portato in molte zone al fenomeno di interi rioni, specialmente di case popolari, che si trovano totalmente spiazzati rispetto al centro delle attività pastorali di una parrocchia. E’ un problema di pastorale del territorio che una parrocchia missionaria non può affrontare. Ma il problema della evangelizzazione della periferia si può porre in certo senso non soltanto per le periferie territoriali, ma anche per alcune fasce di persone che, per una serie di fattori socio-culturali, fanno sempre più fatica a tenersi in rapporto con la parrocchia: penso in particolare ai giovani e agli operai. E’ necessario che anche nei confronti di queste categorie di persone la parrocchia si interroghi sui modi più efficaci perché essi non restino privi dell’annuncio evangelico. Si tratta di inventare nuovi modi di presenza pastorale cercando di valorizzare quanto più è possibile le potenzialità di membri degli stessi gruppi interessati. Mi rendo conto che non è un traguardo semplice. Ma esso diventerà più vicino proprio nella misura in cui la parrocchia non poggerà più unicamente sul parroco, e diventerà sempre più ministeriale. Ministerialità e missionarietà vanno di pari passo.
2.Le scuole zonali per catechisti e animatori pastorali
Se vogliamo puntare a una Chiesa che sia veramente ministeriale e missionaria, dobbiamo preparare degli operatori pastorali all’altezza dei loro compiti. Un’esigenza di qualificazione si impone, proprio in funzione della vita pastorale e parrocchiale in genere.
Ormai da anni nella nostra Diocesi operano nelle varie zone pastorali le scuole zonali per catechisti e animatori pastorali. In alcune zone hanno funzionato abbastanza bene, e hanno svolto un ruolo significativo, in altre zone invece sono state disattese e hanno avuto una vita abbastanza languida.
Indubbiamente si tratta di uno strumento pastorale, e gli strumenti hanno sempre un valore relativo. Ma quando si vogliono raggiungere degli obiettivi è pur necessario fare delle scelte. Viceversa si rischia la dispersione e la frustrazione. Ebbene, a me sembra che la struttura delle scuole zonali per catechisti e operatori pastorali, non solo debba restare, ma debba essere incrementata fino a diventare un momento qualificante della vita pastorale di una zona: centro in cui non si opera soltanto una qualificazione intellettuale degli operatori pastorali ma dove si cerca anche di impostare un cammino spirituale e pastorale educando alla preghiera, promuovendo lo scambio di esperienze, sollecitando proposte e magari facendo opportune sperimentazioni pastorali zonali. Le scuole zonali possono diventare, se le facciamo funzionare, un importante strumento di comunione e di comunicazione tra le parrocchie di una certa zona. Le parrocchie non possono e non devono chiudersi in se stesse, lo esige il concetto stesso della missionarietà che implica apertura e comunione. Lo comporta anche la nuova situazione pastorale che non si configura più per confini territoriali netti, ed esige che servizi parrocchiali si integrino e si coordinino in un disegno più ampio. Ora, se gli operatori pastorali di una parrocchia si incontrano con quelli delle altre parrocchie, per formarsi insieme, per pregare insieme, per scambiarsi esperienze, non è da sperare una crescita della vita pastorale complessiva?
Vorrei dunque che le scuole zonali diventassero centri per l’evangelizzazione, che esse servissero a formare autentici apostoli, laici spiritualmente solidi, culturalmente qualificati, pastoralmente esperti, che sappiano dare il loro contributo significativo alla nuova pastorale missionaria. Tra l’altro quest’anno inviteremo alle scuole zonali anche ai tanti maestri che, avendo accettato di insegnare religione nelle scuole materne ed elementari nel quadro della nuova normativa concordataria, sentono anche il bisogno di avere un punto di riferimento per il loro aggiornamento. Essi svolgono un ruolo prezioso, che merita tutta la nostra gratitudine. Ma dobbiamo anche sentirci in dovere di offrire loro occasioni e strumenti opportuni di qualificazione.
- GLI OBIETTIVI PRIORITARI DEI SETTORI PASTORALI DIOCESANI
Anche per il centro diocesi, dove confluiscono per una naturale esigenza di coordinamento intorno al Vescovo le varie attività pastorali, è necessario che la prospettiva vocazionale missionaria del piano pastorale porti ad alcune accentuazioni, che, senza ledere l’impegno d’assieme, siano anche obiettivi molto concreti su cui concentrare l’attenzione
- Il settore Evangelizzazione e cultura È direttamente chiamato in causa da un piano pastorale centrato sulla missionarietà. Ad esso toccherà promuovere in questo senso gli organismi e le commissioni diocesane che vi fanno capo, dall’Istituto superiore di Scienze religiose all’ufficio Missionario, dalla commissione per la catechesi a quella di pastorale scolastica, dalla commissione per la cultura a quella per le comunicazioni sociali, dal giornale alla biblioteca diocesana. Come si potrebbe in un piano pastorale per la missionarietà trascurare qualcuno di questi settori? Tuttavia mentre il tutto viene curato, vorrei riproporre con maggiore forza un’idea che affacciai già nel piano pastorale dello scorso anno, e che diventa ancora più significativa nell’ambito della attuale piano pastorale. L’idea è anche suggerita dalla circostanza che l’anno venturo ricorrerà il secondo centenario della morte di sant’Alfonso Maria de Liguori, un Santo che, se ha un’importanza universale nella Chiesa, a noi deve essere particolarmente caro anche per i contatti che ebbe con la nostra Diocesi. Sant’Alfonso, come è noto, si pose in maniera veramente appassionata ed efficace il problema delle missioni al popolo, scegliendo come obiettivi prioritari della sua azione pastorale, le fasce sociali a quel tempo meno raggiunte dall’azione pastorale. Non è questo di grande attualità, anche per la nostra Chiesa oggi, nel momento in cui registriamo sul nostro territorio dei nuovi aggregati umani che non riusciamo a servire pastoralmente in modo adeguato? Ebbene, desidererei che col contributo di tutti coloro che ne hanno desiderio e competenza, si istituisse un coordinamento delle missioni popolari, mirante a sviluppare tutto un progetto di evangelizzazione per le zone pastoralmente più povere della diocesi. Mi aspetto molto dagli istituti religiosi maschili e femminili ma anche dai laici più sensibili e qualificati. Mi risulta che piccole esperienze qua e là non mancano. Forse è venuta l’ora di coordinare le forze ed impegnarsi con entusiasmo per la rievangelizzazione della nostra terra.
- – Il Settore Liturgia e Ministeri ha anch’esso un compito specifico di estrema importanza, non solo per il significato centrale che ha la liturgia nella vita e nella missione della Chiesa, ma anche, più specificamente per la promozione dei ministeri e l’animazione vocazionale. Desidererei dunque che si desse quest’anno un’attenzione tutta speciale al Seminario e al Centro Diocesano Vocazioni.
Il Seminario, innanzitutto, è connesso il problema delle vocazioni sacerdotali, devono più che mai stare al centro dell’attenzione diocesana. Attualmente sono pochissimi i seminaristi del nostro seminario minore e quelli che si preparano al sacerdozio nei vari seminari maggiori. E ciò in un momento in cui la sproporzione tra il numero dei sacerdoti e le esigenze pastorali è tale da porci pesanti interrogativi. Non ci manca certamente la fiducia nel guardare al futuro. Sappiamo che il Signore continua a chiamare i suoi apostoli e non lascerà la sua chiesa sprovvista di pastori. E tuttavia egli ci chiede anche di pregare e di adoperarci perché il suo disegno si compia. E’ un appello che va innanzitutto ai sacerdoti: l’accoglienza della divina chiamata in tanti cuori di giovani può essere estremamente favorita dall’incontro con una figura di sacerdote che contagi con la gioia della sua vocazione ed edifichi con l’esemplarità della sua vita. Ma l’appello va anche a tutte le componenti del popolo di Dio: il sacerdote è l’uomo di tutti!
- Ma insieme col seminario valorizzeremo molto anche il Centro Diocesano Vocazioni, che è lo specifico strumento per l’animazione della pastorale delle vocazioni di speciale consacrazione. E’ già da anni che esso svolge nella nostra diocesi un lodevole servizio. Esso si avvale dell’apporto di tutte le categorie vocazionali (sacerdoti diocesani, diaconi, religiosi religiose, missionari, consacrati secolari, laici) per la promozione di una pastorale unitaria delle vocazioni. E’ dunque un organismo di comunione che senza contrarre i legittimi spazi di autonomia dei singoli gruppi, vuole dare una testimonianza del volto unitario della Chiesa. E’ un organismo di sensibilizzazione che vuole richiamare alla catechesi e a tutta la pastorale la dimensione vocazionale che è già insita in esse. E’ organismo di proposta che sollecita l’attenzione dei giovani, perché sappiano interrogarsi sul loro progetto di vita e non abbiano paura di prendere in considerazione la prospettiva esigente di un impegno totalitario per Cristo e la sua Chiesa. Esso dunque non mira al reclutamento, non si preoccupa della funzionalità ad ogni costo. E’ un servizio che ha di mira la persona perché ciascuno realizzi pienamente se stesso, nella fedeltà alla sua vocazione. Si tratta, in definitiva, di aiutare i giovani a interrogarsi sul senso e sul valore della vita. Si tratta di guidarli a realizzare un salto di qualità: da una vita sprecata – cioè non progettata, non orientata – ad una vita donata; da una vita frammentata e piatta, spesso insignificante, ad una vita unificata, che si va costruendo intorno a un centro propulsore. Purtroppo, intorno alle vocazioni di speciale consacrazione la cultura secolarizzata che respiriamo sembra fare la congiura del silenzio e del sospetto, lasciando credere che si tratti di residui del passato, inconciliabili con la vita e la sensibilità degli uomini di oggi. Occorre svelare ai giovani il vero volto di queste vocazioni, la loro intima realtà gioiosa e feconda, la loro urgenza per una Chiesa viva e per un mondo terribilmente assetato di speranza.
- Settore animazione cristiana e laicato
Anche questo settore ha naturalmente molto da dire per una Chiesa che voglia essere veramente missionaria, lievitando la storia, inserendosi in tutte le pieghe della vita sociale, familiare e professionale, dando la testimonianza di una carità fattiva che si fa carico di educare alla solidarietà e di darne fattiva testimonianza. Qui fanno capo, infatti, la Caritas, la Commissione famiglia, la Commissione per i problemi sociali e il mondo del lavoro, gli Osservatori sociali che ci auguriamo sorgano, come lodevolmente a Nola, anche in altre zone della diocesi. A questo settore tocca anche di provvedere al coordinamento delle associazioni e dei movimenti ecclesiali. È un’esperienza che ormai dura da alcuni anni e con risultati veramente promettenti. Occorre andare avanti su questa linea, facendo in modo che tutti i gruppi ecclesiali si sentano pienamente accolti, ma anche che si adoperino a dare un fattivo contributo al piano pastorale diocesano. Proprio a questi gruppi vorrei rivolgere un appello pressante, essi possono fare tanto per un progetto pastorale incentrato sulla missione e sulle vocazioni. Essi sanno parlare al cuore dei giovani, sanno infondere loro entusiasmo, sanno presentare Cristo in modo avvincente con la forza persuasiva della loro testimonianza. Io vorrei dare ai giovani dei nostri gruppi la consegna di diventare per i loro coetanei testimoni di quei valori essenziali che sono a fondamento di ogni vocazione: il senso dello stupore, l’atteggiamento di gratuità, la capacità di sacrificio, il coraggio della preghiera, la scelta di un amore oblativo. Questi valori non si insegnano, si contagiano. Molto mi aspetto dunque da loro. I giovani evangelizzino i giovani, ma molto mi aspetto anche dalle famiglie perché la famiglia e il crocevia attraverso cui passano tutte le vie dell’esistenza. Una pastorale delle famiglie che ottenga i suoi risultati è anche la migliore pastorale vocazionale e la migliore pastorale missionaria.
Fratelli e figli,
sono tante le cose che abbiamo dette, e tante ancora si potrebbero dire. Nessuno si senta dimenticato o trascurato. Quello che ci deve interessare non è la completezza del dire quanto la generosità del realizzare. E a ciascuno di noi lo Spirito di Dio farà cogliere, nell’intimo del suo animo, qual è il suo posto, qual è la sua parte.
Mettiamoci dunque tutti al lavoro. Io conosco la disponibilità di tanti tra di voi, e questo mi infonde la fiducia di trovare anche quest’anno una pronta e generosa collaborazione. Senza la vostra corrispondenza operosa e affettuosa, il piano pastorale resterebbe lettera morta. Vi prego pertanto di raccogliere il mio appello con quell’atteggiamento di fede che sa scorgere nelle proposte del Pastore, non la povertà dell’umano, sempre perfettibile, ma la voce di Dio che attraverso tutti i nostri limiti ci conduce e ci tiene per mano.
Ci animi una forte consapevolezza: “Fino alla gelosia ci ama lo Spirito che Dio ha fatto abitare in noi” (Gc. 4,5). E’ Lo Spirito la nostra forza. il motivo della nostra speranza, il segreto della nostra perseveranza. Egli sa smuovere le nostre pigrizie, sa spezzare le nostre resistenze, sa lenire le nostre delusioni e le nostre fatiche. Egli è il Padre dei poveri e la luce dei cuori. Allo Spirito, dunque, invocato con l’intercessione materna di Maria, vogliamo affidare i nostri propositi, aspettandoci da lui abbondanza di frutti per la crescita del Regno di Dio: “Manda il tuo Spirito, Signore, e rinnova la faccia della terra”.
Nola 10 ottobre 1986
†Giuseppe Costanzo
Vescovo
