In cammino con Maria

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Integrazione al Piano Pastorale 1986-88 su

“Vocazioni per una comunità missionaria”

Carissimi fratelli e figli,

siamo una Chiesa in cammino. Talvolta il passo si fa stanco e l’orizzonte si chiude. Ma una certezza ci anima sempre: il Signore Gesù, il Risorto, cammina con noi. Quest’anno poi il Papa ci ha voluto ricordare un’altra consolante certezza: abbiamo accanto una Madre. E’ la Madre di Gesù. Egli ha voluto donarcela nel momento supremo del Golgota: Figlio, “ecco tua madre”. Quest’ombra materna ci copre. Questo sguardo materno ci segue. Silenziosamente e dolcemente, Maria si fa compagna del nostro pellegrinare.

Da alcuni anni ci stiamo misurando con alcune delle grandi dimensioni del nostro essere Chiesa. Siamo partiti, col primo piano pastorale, mettendo al centro della nostra attenzione la Parola di Dio. Ci siamo poi confrontati negli anni successivi con le esigenze della comunione e della carità. Infine, dall’anno scorso, ci siamo posi nell’ottica della missionarietà, prendendo coscienza dei mille bisogni di una rinnovata evangelizzazione, e della conseguente urgenza di vocazioni a servizio dello slancio missionario.

Quest’anno non vi darò un nuovo piano pastorale: restiamo ancora in tema di vocazioni per una comunità missionaria. Vogliamo tuttavia obbedire all’indicazione che ci viene dal Santo Padre con l’anno mariano, per vivere tutto il nostro sforzo pastorale guardando a Maria e lasciandoci guidare da lei. Ella è modello della Chiesa. Fissandola, capiremo meglio il senso della nostra vocazione. Imitandola vivremo meglio il nostro impegno missionario. L’anno mariano, dunque, non viene a disturbare, ma piuttosto a consolidare il nostro piano pastorale. Pertanto voglio riconsegnarvi, con fiducia e trepidazione di Pastore, gli impegni dello scorso anno, invitandovi a una rinnovata assunzione di responsabilità, e presentandovi Maria come modello e garanzia del nostro cammino.

  1. L’anno mariano nella prospettiva dell’Avvento

Una delle più felici intuizioni della “Redemptoris Mater” è la ripresentazione di Maria come donna dell’attesa e del cammino. Il Papa si pone con piglio profetico, nell’ottica del tempo che scorre, dei millenni che si avvicendano, ricordandoci che Cristo è il centro del tempo, l’alfa e l’omega, il cuore del mondo. Noi siamo proiettati verso di Lui, e attendiamo il suo ritorno come coronamento della storia. Ma non è, la nostra, un’attesa pigra, inoperosa e fatalistica. Al contrario: ci sentiamo chiamati a costruire la storia. La visione cristiana del tempo è estremamente dinamica: è un dinamismo di attesa e di responsabilità. L’avvicinarsi della fine del secondo millennio del cristianesimo e la prospettiva del terzo, agli occhi del Pastore universale sono apparsi come un grande momento di grazia per rigenerare nella spiritualità cristiana questa tensione verso la venuta finale del Cristo. L’urgenza missionaria si ravviva nella proiezione verso i cieli nuovi e la terra nuova, e sentiamo forte il bisogno di spiegare agli uomini del nostro tempo qual è il loro destino. Dobbiamo annunciare loro l’amore di Dio. Dobbiamo fare in modo che tutte le realtà del mondo si sviluppino in armonia col progetto di Dio rivelato in Cristo. Eccoci dunque nella dinamica del grande “Avvento”. Come ogni anno, nella sapiente pedagogia dell’anno liturgico, ci disponiamo al Natale, così, in questo scorcio del secondo millennio siamo invitati a rinnovare, in fervore di opere, la nostra fede e la nostra speranza.

Ponendoci nell’orizzonte spirituale dell’avvento non possiamo non imbatterci in Maria, anzi troviamo in lei il punto di riferimento più luminoso. Ella è, infatti la donna dell’avvento. Lo è innanzitutto come la “serva del Signore”. Così ella si proclama all’annuncio dell’angelo, e in questo senso, come le dirà Elisabetta, lei si applica sopra ogni altra creatura la beatitudine della fede che Gesù proclama per tutti coloro che aderiscono alla Parola di Dio: “beata te che hai creduto”. In Maria tutto è convergente verso Dio. Ella è la donna del silenzio e dell’ascolto. Ella vive meditando la Parola e conservandola nel suo cuore. Ella è l’incarnazione perfetta del discepolo di Cristo: se a  Cana ha potuto dire con fiduciosa sicurezza “fate quello che egli vi dirà”, è perché nessuno come lei conosce il cuore del Figlio e vi è come rannicchiata dentro. Il cuore di Cristo è il cuore di Maria!

Ciò non vuol dire che il suo fu un discepolato facile. Come il Papa ci ricorda, in alcune pagine coraggiose e penetranti dell’enciclica, ella fece un cammino di fede che conobbe le sue oscurità e le sue prove. La croce fu anche per lei “l’ora delle tenebre”. E tuttavia credette, diventando modello e madre della nostra fede. Metterci con lei nella prospettiva dell’Avvento significa dunque innanzitutto metterci sulle orme della sua “peregrinazione” nella fede.

Ella è la Madre. E’ la madre per antonomasia perché madre di Cristo e madre della Chiesa. E’ questo indubbiamente il fondamento della sua grandezza. Ella è la “Theotòkos”, la “madre di Dio”. Questa affermazione di fede, per la quale lottarono i Padri, va oggi più che mai riscoperta. Prima ancora di essere un’affermazione su Maria essa è infatti un’affermazione su Cristo, centro assoluto della nostra fede. Chiamarla e pregarla come “madre di Dio” significa riconsegnare alla nostra fede adorante il mistero del Dio fatto uomo. Nella persona di Gesù di Nazareth, umanità e divinità, sono così intimamente congiunte che Maria, dandogli la sua carne, non poté non divenire anche madre di lui nella sua indivisibile persona di verbo incarnato.

Ma come il titolo di “madre di Dio” ci avvicina al mistero di Cristo , quello di madre della Chiesa , ci aiuta a cogliere il mistero della Chiesa. Esso ci ricorda, infatti, che la Chiesa è il corpo di Cristo, a lui indissolubilmente e misticamente unita, unita in modo tale che la madre del capo non può non essere anche la madre del corpo. Nulla come questo titolo mariano può fare da antidoto a certe riduzioni sociologiche del mistero della Chiesa. Certamente esso va inteso in quel giusto senso per cui Maria esiste in tale relazione e subordinazione a Cristo e va inquadrata, pur come membro del tutto eccezionale e sovreminente, dentro il mistero della Chiesa, ma penetrare in profondità in questi due titoli mariani , è come portarsi alla radice dell’unico grande mistero dell’Emmanuele, il mistero di Dio con l’uomo.

Ella è la socia del Redentore. Anche questo aspetto del mistero di Maria, pur costituendo un tratto originale e trasmissibile della sua persona, illumina il disegno complessivo responsabile di Dio sull’uomo. Dio non ha voluto l’uomo passivo e irresponsabile, ma lo ha chiamato ad un’attiva cooperazione che è tuttavia già frutto della grazia redentrice del Cristo. Il mistero della Chiesa, sacramento di Cristo, si comprende appunto in quest’ottica. In Maria la collaborazione dell’uomo raggiunge il suo vertice, giacché ella, predestinata in modo singolare e sublime in vista dei meriti del Figlio, santificata e plasmata dallo Spirito, è la  compagna umile, eccezionalmente generosa, nell’opera della Redenzione. Accanto a Cristo, ella è la nuova Eva che, senza nulla togliere o aggiungere all’efficacia redentiva di Cristo, ha servito con libera e  responsabile partecipazione, il Redentore , nuovo Adamo. In questo mistero della sublime collaborazione di Maria, la Chiesa ritrova se stessa, le sue radici, e noi , ponendoci nella prospettiva dell’Avvento di Cristo, sentiamo fortemente la nostra chiamata a farci segno e strumento di lui per l’evangelizzazione del nostro tempo.

  • Un’autentica devozione a Maria

Non possiamo camminare con Maria, se non conoscendola, amandola, imitandola. L’anno mariano vuole innanzitutto essere per noi un’occasione privilegiata per purificare e consolidare la nostra devozione a Maria. Da sempre il nostro popolo ha nutrito per la Madre celeste un amore filiale e tenero, manifestato spesso nelle forme più caratteristiche della pietà popolare. Forse negli ultimi anni, abbiamo registrato un certo senso di crisi della devozione mariana. Vi ha contribuito un po’ il generale processo di secolarizzazione. Ma non è mancato anche qualche contraccolpo di un malinteso rinnovamento teologico che, giustamente preoccupato di far risaltare l’assoluta centralità del Cristo, può aver ingenerato in molti l’impressione di “eccedere” nella devozione a Maria.

Come antidoto a simili scompensi, la Lumen Gentium ci ha offerto una regola sicura, ricordandoci che tutto, in Maria, è relativo a Cristo, sicché il ruolo di Maria verso gli uomini “sgorga dalla sovrabbondanza dei meriti di Cristo, si fonda sulla mediazione di lui, da essa assolutamente dipende e attinge tutta la sua efficacia; non impedisce minimamente l’unione immediata dei credenti con Cristo anzi la facilita”. Maria ci porta a Cristo! Se dunque la devozione a Maria è ben impostata non c’è preoccupazione di eccedere nell’amore per la Madre di Dio e Madre nostra. Si tratta allora di coniugare spiritualità e dottrina. “Una dottrina senza spiritualità rischia di essere come ossa senza carne, e una spiritualità senza dottrina diventa carne senza ossa” (von Balthasar). Ma occorre anche escludere con fermezza tutto ciò che renderebbe inautentica la nostra devozione a Maria.

Inautentica sarebbe questa devozione:

  1. senza Bibbia. La Bibbia è la fonte della rivelazione e l’anima della teologia. E’ la sorgente primaria e privilegiata della conoscenza di Maria e la base di ogni futuro sviluppo di studi mariologici Essa ci consente di inquadrare la missione di Maria dentro la grande trama della storia della salvezza, di scoprire il volto genuino della Figlia di Sion e Serva del Signore, di evidenziare i tratti storici ed antropologici della sua persona. Ad essa, dunque, bisogna attingere, se si vuole evitare un devozionismo senza radici.
  2. senza Chiesa. Il Papa ha riproposto alla nostra meditazione l’immagine di Maria assidua nella preghiera con gli apostoli in attesa della Pentecoste: la Chiesa nasce con Maria. La nostra fede si innesta nella sua fede. “Tutti coloro che, di generazione in generazione, accettando la testimonianza apostolica della Chiesa partecipano a quella misteriosa eredità, in un certo senso, partecipano alla fede di Maria” (R.M. 27). Maria appartiene indissolubilmente al mistero della Chiesa della quale è madre e modello. Il “test” dell’autentica devozione a Maria è perciò la partecipazione più consapevole e profonda alla vita della Chiesa. Una devozione alla Madonna che non conducesse all’inserimento nella Chiesa, alla comunione e corresponsabilità coi Pastori, alla valorizzazione dei diversi carismi, sarebbe solo fanatismo, fatua credulità, sentimentalismo esposto ad ogni deviazione.
  3. senza storia. Falsa sarebbe una devozione a Maria che si risolvesse in una spiritualità alienante, avulsa dalla storia, incapace di percepire e di recepire i gemiti dell’uomo, del mondo, della storia. Sarebbe un infantile rifugiarsi nel “grembo materno” per fuggire dal faticoso impegno quotidiano, ed evadere da quel concreto contesto in cui si dimostra e si misura il genuino amore a Dio e all’uomo. L’autentica devozione a Maria conduce ad imitarla come donna contemplativa, ma anche come donna operosa e forte. Ella è la donna che nella visita di Elisabetta e alle nozze di Cana, ci mostra concretamente come l’amore per il Cristo si traduce immediatamente in sollecitudine per i fratelli. E’ la donna che nel Magnificat sa discernere il giudizio e il disegno di Dio sulla storia, facendo suoi gli aneliti degli ultimi, dei diseredati, dei vinti dalla vita, che restano però i prediletti del cuore di Dio. Un’autentica devozione a Maria si misurerà dunque dalla nostra capacità di guardarci intorno, di leggere i segni dei tempi, di vivere la passione per l’edificazione di un mondo a misura dell’uomo, secondo il disegno di Dio.
  • Maria, madre delle vocazioni e modello di missionarietà

“L’esperienza cristiana – vi ho scritto nel piano pastorale – comincia quando ci sentiamo raggiunti dalla voce del Padre, che dall’eterno ci ama e ci chiama”. Siamo un popolo di chiamati. Lo scorso anno vi indicavo, come figure rappresentative della vocazione, i grandi chiamati della storia della salvezza, da Abramo a Mosè, a Samuele, ai profeti, agli apostoli. Quest’anno vi addito Maria, la piena di grazia, la serva del Signore. Contempliamola nell’icona dell’Annunciazione. Ella è qui come la Vergine in ascolto, piena di attenzione alla Parola di Dio e agli eventi della salvezza. E’ la Vergine del “fiat”, del sì pieno e incondizionato al disegno di Dio. Ella non dubita, non tentenna, non ha paura: si fida. La sua domanda all’angelo “come avverrà questo?” è l’espressione di un operoso e responsabile consenso, che vuole chiarire a se stesso i termini della più incondizionata corrispondenza. Ella è qui il modello di tutti chiamati. E’ il modello della vocazione cristiana stessa, perché mentre accetta di essere madre, si fa anche discepola del Cristo suo figlio. E’ il modello della vocazione consacrata, perché nella sua illibata verginità, nella sua totale povertà e nella sua pronta obbedienza, si si dona tutta a Dio senza misura. E’ modello della vocazione laicale, perché, accettando il mistero della maternità nel contesto di una vita coniugale e di un concreto inserimento nel mondo, ella fa sua la fatica della storia, vivendo nella piena realizzazione in Cristo. E’ modello della vocazione sacerdotale, perché annuncia e dona il Cristo al mondo, facendosi strumento docilissimo e terreno fecondo dell’azione dello Spirito. Tutte le vocazioni possono trovare in Maria un punto di riferimento. Ma è giusto che specialmente i sacerdoti, chiamati ad essere in mezzo al popolo di Dio immagini vive di Gesù buon Pastore, la sentano come madre e modello della loro vita. La spiritualità sacerdotale non può non essere spiccatamente mariana. Da Maria il sacerdote imparerà a vivere tutto per Cristo, da lei imparerà il segreto della fedeltà e l’adesione alla volontà di Dio anche sotto la croce. E ancora a Maria dovremmo chiedere tutti, insistentemente, la grazia di numerose istante vocazioni. La nostra chiesa locale è impegnata, dallo scorso anno, ad un’attività pastorale vocazionale.

Stiamo cercando di crescere nell’amore per il nostro Seminario, e di attivarci nella ricerca di tutte le vocazioni, specialmente quelle di speciale consacrazione. Abbiamo bisogno, oltre che di sacerdoti, di religiosi e di religiose, di consacrati negli Istituti secolari, dei missionari in terre lontane, di diaconi permanenti, di laici impegnati nei più vari ministeri ecclesiali. In questa ricerca non dovremo tuttavia dimenticare che il primo punto di ogni pastorale vocazionale è quello indicato da Cristo stesso: “Pregate il padrone della messe, perché mandi operai nella sua messe”. Maria ci insegni la preghiera insistente e fiduciosa e la avvalori con la sua materna intercessione.

Maria è anche il modello della missionarietà. Contempliamola qui nell’icona della Visitazione, quando, subito dopo l’annuncio dell’angelo, senza frapporre indugio, come se una forza incontenibile la spingesse dal di dentro, corre dalla cugina Elisabetta per rendersi utile alla sorella nel bisogno, ma soprattutto per consegnarle il Cristo appena concepito nel suo grembo. Per lei evangelizzazione e promozione umana non solo separabili, sono un unico servizio all’uomo. Per lei la missione è un bisogno d’amore. Ella realizza in modo sublime quanto vi dicevo lo scorso anno a proposito della “missione” della Chiesa: “La missione non è un imperativo che arriva dall’esterno all’essere della Chiesa, ma qualcosa che scaturisce dall’intimo del suo mistero. E’ il dilagare stesso dell’amore, è l’amore che si riversa dal Padre nel Cristo, e, attraverso lo Spirito, vuole raggiungere ogni creatura. E’ l’amore che si moltiplica, è l’amore annunciato di bocca in bocca, contagiato da cuore a cuore”. Maria e la testimonianza vivente di tutto questo.

E’ sulle sue orme, dunque, e col suo cuore, che dobbiamo affrontare i grossi problemi missionari che nella nostra diocesi rimangono stringenti e preoccupanti. L’anno scorso ve ne enunciavo alcuni tra i più emblematici, segnalandovi il dilagare del secolarismo, la difficile condizione religiosa dei giovani, lo scadimento etico. La situazione non è certo cambiata. La nostra presenza cristiana è sempre più difficile. Pensate, tra le tante cose, al momento delicato che proprio in questi giorni attraversa l’insegnamento della Religione nelle scuole. Nonostante tutto lo sforzo che come Chiesa stiamo facendo per rendere questo servizio nel modo più consono alle finalità e ai metodi della scuola, c’è tanta inspiegabile resistenza e tanta incomprensione… E’ un fatto certamente sintomatico di una mutata condizione sociologica, in cui la presenza cristiana fa problema, e deve lottare per sopravvivere.

Tutto ciò ci impone di attivare più che mai il nostro zelo missionario, innanzitutto nella personale e  quotidiana coerenza di vita, ma poi anche con tutte quelle iniziative che possano offrire una concreta testimonianza nella vita civile. Non intendo darvi nuovi orientamenti: basterà che riprendiamo in mano il piano pastorale, riproponendoci i grandi obiettivi di rendere le nostre parrocchie sempre più missionarie, nella ministerialità e nella corresponsabilità, e di puntare con tutte le nostre forze alla catechesi, condizione indispensabile per una evangelizzazione capillare degli ambienti più lontani dalla pratica religiosa.

Il programma c’è. Occorre, forse, rinnovare l’impegno e l’entusiasmo. Ed è quello che vogliamo chiedere a Maria invocandola con l’antica e bellissima preghiera che anche il Papa ci ha riproposta nella sua enciclica mariana:

O Santa Madre del Redentore,
porta dei cieli, stella del mare,
soccorri il tuo popolo che anela risorgere.
Tu che accogliendo il saluto dell’angelo,
nello stupore di tutto il creato,
hai generato il tuo Creatore,
Madre sempre Vergine,
pietà di noi peccatori.

Nola 10 ottobre 1987 

Giuseppe Costanzo
Vescovo