PIANO PASTORALE 1988
Figli e fratelli carissimi,
una chiesa che cammina ha bisogno anche di momenti di sosta, per favorire l’incontro e la comunicazione tra le persone, per ridare vigore e slancio al proprio passo, per prendere il largo nella continuità del percorso e nella scelta della via che conduce alla meta.
Come negli altri anni, abbiamo celebrato il 12 e 13 settembre il nostro Convegno pastorale diocesano ponendoci in ascolto della Parola di Dio. Al centro della nostra riflessione abbiamo visto la vita delle nostre comunità parrocchiali. Che significa – ci siamo chiesti – essere comunità parrocchiale oggi, in questo nostro “oggi” gravido di problemi e di speranze a vent’anni da un Concilio che ha vestito di giovinezza il volto della Chiesa, ma che aspetta ancora di essere integralmente assimilato ed attuato, in una società che procede a ritmo vertiginoso tra mille contraddizioni?
In quale direzione – ci siamo chiesti – dobbiamo camminare per essere fedeli al Vangelo e attenti all’uomo del nostro tempo? A quali sfide dobbiamo rispondere”
Non è certo la prima volta che la nostra comunità diocesana riflette sulla parrocchia. Già nei precedenti piani pastorali vi si prestava attenzione. Ma quest’anno ho desiderato che tutta la nostra riflessione e il nostro conseguente impegno gravitassero intorno a questo tema, e ciò per due fondamentali ragioni:
– La prima è il bisogno di assimilazione che tutti sentiamo, dopo aver sviluppato nei piani pastorali precedenti un organico itinerario di rinnovamento ecclesiale. Siamo partiti dal primato della Parola e da essa abbiamo attinto, nella successiva riflessione, lo stimolo per crescere nella comunione, nella carità, nella missionarietà, nella valorizzazione di tutte le vocazioni, avendo davanti agli occhi Maria, madre e modello della Chiesa. Tutte queste cose hanno ora bisogno di essere abbracciate come in un solo sguardo. Ed è la parrocchia il luogo privilegiato per questa visione d’insieme.
La seconda ragione è il desiderio che ho come, pastore da sei anni di questa Chiesa, di visitare in modo più organico e completo tutte le comunità parrocchiali, nella speranza di far sentire a tutti, nella mia povera persona, la vicinanza di un buon pastore che continua a prendersi cura della sua Chiesa, incoraggiando e correggendo, illuminando e sostenendo, ma soprattutto riempiendo la nostra solitudine e condividendo la fatica del nostro cammino.
LA PARROCCHIA NEL MISTERO DELLA CHIESA
Siamo in una fase di transizione e le parrocchie avvertono il peso di vecchi schemi e strutture non sempre adeguate, mentre sarebbe necessario acquisire l’agilità e l’entusiasmo di un nuovo compito missionario, di fronte a una società che cambia, a nuovi modelli culturali che si impongono, a un processo di secolarizzazione che avanza, che mette in forse la stessa sopravvivenza della fede anche nel nostro ambiente tradizionalmente religioso.
In questa situazione tutti i cristiani più consapevoli, e in particolare gli operatori pastorali, sentono l’urgenza di un profondo rinnovamento. Ma un duplice pericolo è in agguato: da una parte la frustrazione che scoraggia e paralizza, quando si avverte la difficoltà del compito e si registrano gli scarsi risultati degli sforzi compiuti, dall’altra un attivismo generoso ma talvolta superficiale e disorganico, che finisce col creare movimento, ma non certo l’auspicato rinnovamento.
Occorre, dunque, prima di ogni altra cosa, riconciliarci con i tempi lunghi del cammino che ci attende, rimotivando il nostro impegno e tracciando un sicuro cammino ai nostri passi. Si può arrivare prima o poi. Può anche accadere che qua e là, di fronte ad ostacoli quasi insormontabili, siamo costretti per un po’ a segnare il passo ma occorre sapere bene dove andare. Prima o poi, con la grazia del Signore, arriveremo. E che importa se altri raccoglieranno dove avremo seminato? E’ il Signore che guida la Chiesa e noi tutti, qualunque sia il ruolo e il compito, dobbiamo sentire l’umile fierezza di esserne docili e perseveranti collaboratori.
Che cos’è dunque la Parrocchia? Come la dobbiamo sognare? Come la dobbiamo rinnovare perché essa risponda al disegno di Dio?
Se vogliamo partire col passo giusto, dobbiamo inquadrarla nel “mistero” della Chiesa, così come il Concilio ce l’ha illustrato. La Chiesa va guardata con occhio di fede. Con l’osservazione superficiale, ed anche con gli strumenti dell’analisi sociologica, non potremmo capirne che aspetti esteriori e secondari. La fede ci conduce in profondità, additandoci il grembo della Chiesa nella vita trinitaria, alla quale siamo stati introdotti in virtù della morte e della resurrezione di Cristo. La Chiesa, per dirla con San Cipriano e col Concilio, è un popolo adunato “dall’unità, e nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (Lumen Gentium 4). In seno alla Trinità e precisamente nell’iniziativa d’amore del Padre, la Chiesa ha il suo disegno. Qui, nell’incarnazione del Figlio e nel suo mistero pasquale, trova la sua sorgente. Qui, nel dono dello Spirito Santo, attinge la sua stessa vita. Unita a Cristo come suo corpo e sua sposa, convocata dalla sua Parola, plasmata dai suoi sacramenti, animata dallo Spirito, la Chiesa è mandata al mondo come “segno e strumento dell’Intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (Lumen Gentium 1).
Su questo meraviglioso sfondo di grazia si pongono la diocesi – Chiesa particolare radunata intorno al Vescovo – e la parrocchia, piccola porzione di Chiesa affidata ad un presbitero che rappresenta il vescovo. La Chiesa particolare, ha insegnato il Concilio, non è solo una frazione amministrativa della Chiesa, ma il luogo in cui il mistero della Chiesa concretamente si visibilizza. La Diocesi, come la parrocchia, non sono comprensibili alla stregua delle circoscrizioni civili. Esse sono il “mistero” della Chiesa in un determinato luogo e in un determinato tempo. Si pongono nella logica, e si direbbe, nel flusso dell’incarnazione. La Chiesa di Dio si “incarna” e si visibilizza a Nola, nella scia di quel primo movimento per cui il “Verbo si fece carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati”. (Gv 1,13). Questa visione di fede ci esalta e ci sostiene. Per quanto dura e prosaica possa apparirci la realtà quotidiana delle nostre comunità parrocchiali, noi sappiamo che esse sono la “sposa” del Verbo di Dio! In questo orizzonte di fede va letta la definizione della parrocchia che il Concilio ci ha dato nella Costituzione sulla Liturgia: “poichè nella sua Chiesa il vescovo non può presiedere personalmente sempre e ovunque l’intero gregge, deve necessariamente costituire delle assemblee di fedeli, tra cui hanno un posto preminente le parrocchie organizzate localmente sotto la guida di un pastore che fa le veci del vescovo: esse infatti rappresentano in certo modo la chiesa visibile stabilita su tutta la terra” Sacrosanctum Concilium 42).
LA FISIONOMIA DI UNA PARROCCHIA RINNOVATA
A me sembra che il “salto di qualità” della vita parrocchiale non debba tanto consistere in nuove iniziative, quanto in un nuovo spirito. Le iniziative non mancano. E le idee nemmeno. Basterebbe per questo riprendere in mano le tracce dei piani pastorali degli scorsi anni, per avere un quadro abbastanza completo dello spazio operativo di una parrocchia: e vi esorto vivamente a farlo, come impegno specifico di questo anno pastorale.
Occorre però assicurare al nostro lavoro uno spirito e delle condizioni, senza di cui esso sarebbe destinato a sicuro fallimento.
Bisogna innanzitutto puntare più “sull’essere” che sul “fare”. La vita interiore – che significa esperienza di fede, preghiera personale e prolungata, meditazione profonda della Parola di Dio – rimane il segreto e l’anima dell’apostolato. Senza di questo, non avremo che illusioni e delusioni.
Bisogna poi lavorare uniti, ristabilendo il primato del “tutto” sulla “parte”. La Chiesa è comunità, e non rendono un buon servizio i “navigatori solitari”.
Bisogna infine vivificare tutto, azioni e strutture, con la forza dell’amore.
Ecco allora alcuni tratti caratteristici della comunità parrocchiale. Essi sono l’ideale che ci sta davanti, e a cui dobbiamo tendere con tutte le nostre forze.
- Comunità del Signore
La parrocchia è una comunità convocata dal Signore, generata dalla sua Parola e dal suo amore, appartenente a Lui, chiamata a vivere di Lui e per Lui. “Siamo del Signore, viviamo per il Signore” (cfr. Rm 14). Questa consapevolezza continuamente rinnovata, ci porterà non solo a mettere il Signore al primo posto, ma anche ad escludere ogni tentazione di strumentalizzazione e di dominio.
Nessuno può disporre e dominare sulla comunità che appartiene al Signore. Nella parrocchia l’unica logica possibile è quella dell’amore e del servizio.
- Comunità in ascolto della Parola
Viviamo, paradossalmente, in una società dell’informazione, in cui tutte le notizie passano con incredibile rapidità, mentre la “notizia” per eccellenza, la “buona novella”, rischia di essere assente. Per una comunità parrocchiale, porsi in ascolto della Parola, in atteggiamento obbedienziale e nella disponibilità alla conversione, è imprescindibile necessità. Dobbiamo fare in modo che la Sacra Scrittura sia sempre più conosciuta e meditata. Essa deve diventare lettura quotidiana delle famiglie cristiane e deve essere l’anima di tutta la catechesi. “Ascoltare la Parola significa, per la Chiesa, assumere l’ottica di Dio nel guardare la storia, gli avvenimenti particolari, le realtà umane e gli uomini stessi… E’ la Parola di Dio che abilita al discernimento le persone e la comunità cristiane. Alla luce della Parola si svela a noi il senso degli avvenimenti, il loro significato in riferimento al progetto salvifico che anche oggi Dio va tessendo nella trama delle libertà umane”. (Chiesa e lavoratori nel cambiamento, n.18)
- Comunità di persone
Può sembrare, questa, un’espressione scontata. Può esserci una comunità che non sia di “persone”? Ma dobbiamo riconoscere che dove manca un’educazione profonda al senso della persona e specialmente nelle comunità numerose, c’è sempre un forte rischio di massificazione, e le persone finiscono per essere “numeri”. La parrocchia, ha detto Giovanni Paolo II, “deve ritrovare la propria vocazione che è quella di essere una casa di famiglia fraterna ed accogliente dove i battezzati prendono coscienza di essere popolo di Dio” (Catechesi Tradendae, 67). Casa fraterna ed accogliente dove ciascuno si sente veramente “a casa sua”, dove ciascuno è accolto per quello che è, senza pregiudizi e senza discriminazioni. Dove si fa attenzione alla storia personale di ciascuno, e non capita mai che qualcuno debba sentirsi trascurato e dimenticato. La parrocchia è l’ambiente in cui le persone prendono sempre più approfondita consapevolezza del loro essere in relazione, scoprono la gioia dell’incontro e dello stare insieme, sanno farsi casa di accoglienza con larghezza di cuore, anche nella povertà delle strutture, accolgono come un dono l’esistenza e la diversità degli altri. E’ vero: tutto questo non è facile. E spesso la difficoltà non deriva da mancata disponibilità, quanto dalla consistenza stessa della comunità parrocchiale. Il numero troppo grande consente tutt’al più una certa vita assembleare, ma rende difficile l’attenzione ad ogni singola persona. E forse qui uno dei punti nevralgici del rinnovamento, che chiede sforzo di fantasia e sperimentazione prudente e fiduciosa: bisogna fare in modo che la grande comunità non mortifichi, ma valorizzi e promuova i piccoli gruppi a misura d’uomo, gruppi in cui ciascuno possa sentire concretamente il calore della comunità cristiana. La riuscita di questo progetto è però condizionata alla capacità dei gruppi di rimanere ben inseriti nel tessuto dell’intera comunità, sicché questa diventi veramente una “comunione di comunità” (cfr. Sinodo 1987, Messaggio al popolo di Dio, n. 10).
- Comunità di persone che credono
Troppi cristiani delle nostre comunità sono rimasti cristiani solo all’anagrafe battesimale. Per molti la fede si riduce ad un vago sentimento religioso, che non ha più alcuna consapevolezza della specificità cristiana. Sulla evangelizzazione si gioca perciò l’identità stessa di una parrocchia. Bisogna più che mai insistere sulla catechesi, come esigenza permanente della vita cristiana anche per gli adulti, e come condizione imprescindibile per la celebrazione dei sacramenti. Si tratta naturalmente di trovare le giuste modalità, che rendano efficace l’intervento pedagogico. Occorre anche una sintonia metodologica tra le parrocchie, onde evitare che in una comunità si pecchi per eccesso di rigore e nella parrocchia vicina si pecchi di lassismo. Degli orientamenti diocesani in questo senso ci sono già, e forse vanno soltanto aggiornati e rilanciati. Ma su una cosa dobbiamo essere veramente tutti d’accordo: se nelle nostre parrocchie continuassimo ad amministrare un “culto” di semplice tradizione, non vivificato dalla consapevolezza di fede, diventeremmo tutti responsabili del progressivo esaurimento della fede cristiana nelle nostre popolazioni. E’ dalla fede matura che procede anche la celebrazione matura. “La liturgia è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la virtù” (Sacrosanctum Concilium, 10). Solo da un’adeguata catechesi, potremmo attenderci delle autentiche celebrazioni eucaristiche e la riscoperta del “giorno” del Signore. Solo da una vera formazione al senso comunitario potremo sperare che le nostre celebrazioni siano sottratte all’individualismo e non siano più disturbate da tendenze coreografiche e condizionamenti consumistici e commerciali . Anche qui delle norme disciplinari potranno aiutare, ma solo nella misura in cui sono accompagnate da una sapiente, garbata ed efficace attività educativa.
Da una catechesi adeguata e da celebrazioni mature, potrà sgorgare quella “mentalità di fede” che orienta i comportamenti e permette alla testimonianza cristiana di incidere nella storia.
- Comunità di persone che comunicano
I membri di una comunità parrocchiale, da soli o in gruppo, devono imparare sempre di più a comunicare. Senza comunicazione la stessa comunione illanguidisce. Comunicazione non è soltanto scambio di pensieri, di sentimenti o di beni materiali, ma principalmente reciproca testimonianza di fede, esperienza condivisa della comunione con Cristo. Per ognuno è come entrare in una corrente che gli fa riconsegnare quello che ha ricevuto in dono, arricchito dalla diversità e dalla originalità di tutti, evitando gelosie e spirito di contesa, eliminando atteggiamenti di concorrenza e rivalità, stroncando in radice ogni pretesa di affermare l’assoluto della “propria” verità. Troppe volte si perde tempo nell’assurda pretesa di difendere la superiore qualità del proprio prodotto o di far trionfare il proprio “bene” dimenticando che “è Dio che fa crescere”. E’ contemplando la vita trinitaria che si impara il segreto per rapportarci ad altri ed essere uomini di comunione. Questo è tanto più importante nella Chiesa di oggi, dove, al soffio dello Spirito, sono fioriti tanti nuovi movimenti e gruppi ecclesiali.
E’ necessario non soltanto imparare a “comunicare”. Ogni gruppo, se autenticamente ecclesiale, va accolto e valorizzato. Tutti i movimenti e le associazioni riconosciute dalla Chiesa vanno fiduciosamente incoraggiati. Particolare attenzione merita l’Azione Cattolica per il suo carisma di offrire all’apostolato gerarchico “una collaborazione diretta, qualificata, responsabile, organizzata. (Paolo VI). Ma occorre conoscersi, coordinare il lavoro apostolico, contribuire al disegno unitario della vita diocesana e parrocchiale, ad evitare la dispersione delle energie e una scarsa testimonianza di comunione. Altrettanto va detto per il rapporto dei religiosi e delle religiose con la diocesi e la parrocchia. La loro presenza è una ricchezza incalcolabile, che va apprezzata e sostenuta, maturando le più opportune forme di collaborazione. Vanno però evitati quei parallelismi pastorali che impediscono alla vita parrocchiale la realizzazione di un organico progetto formativo.
La parrocchia deve dunque farsi luogo di accoglienza e di sintesi delle diversità. A questo scopo essa deve aiutare i laici a scoprire il loro ruolo specifico della società e nella Chiesa, deve promuovere una sensibilità ministeriale, che aiuti a scoprire i carismi di tutti, e in particolare le vocazioni sacerdotali e di speciale consacrazione, deve stimolare una mentalità di partecipazione, che faccia sentire tutti veramente corresponsabili. Uno strumento indispensabile in questo senso è il CONSIGLIO PASTORALE al cui interno si pone anche il Consiglio per gli affari economici. In questo organismo devono essere rappresentate tutte le componenti della vita parrocchiale, che qui trovano modo di conoscersi, di collaborare, di programmare e verificare insieme il lavoro.
- Comunità aperta
Una classica tentazione della vita parrocchiale è la chiusura su se stessa, mentre l’identità stessa della parrocchia, come l’abbiamo descritta all’inizio, quella cioè di concretizzazione storica del mistero della Chiesa, dovrebbe portarla a sentire fortemente la sua relazione con le altre parrocchie, con la vita diocesana, con la chiesa universale, col mondo. Una parrocchia è autentica comunità ecclesiale, se vive pienamente inserita nella vita diocesana, accogliendo e realizzando il piano pastorale che il vescovo propone alla Chiesa affidata alle sue cure. Una parrocchia deve vivere con il cuore dilatato a misura delle esigenze della Chiesa universale. L’attenzione alle missioni e l’attività della Caritas, che non possono mancare in nessuna comunità parrocchiale, aiuteranno tutti a guardare oltre il perimetro del campanile e a vivere una fede matura che sa farsi carico dei bisogni del mondo. Un indispensabile segno di apertura è anche l’attenzione ai problemi e alle esigenze del territorio. Certamente la Comunità parrocchiale ha un suo modo di porsi, che non può confondersi con attività di tipo politico o sindacale. Ma sul piano della formazione delle coscienze e dell’annuncio evangelico, la Comunità deve saper leggere la realtà facendosi coscienza critica e profetica, portando il lievito del Vangelo nelle situazioni più complesse e scomode. Si pensi al grande ruolo che possono svolgere le nostre comunità in un ambiente come il nostro ancora infestato da individualismi, compromessi, prepotenze camorristiche nella gestione della cosa pubblica. Solo da una forte e lucida formazione di coscienza è possibile sperare nel cambiamento. La parrocchia deve essere, in questo, in prima linea. Anche questo significa quella attenzione ai “segni dei tempi” di cui il Concilio ci ha offerto una così esemplare testimonianza
- Comunità missionaria
La parrocchia è una comunità proiettata nell’annuncio del Vangelo al mondo. Chi ha ricevuto il dono della fede non può tenerselo per sé: comunicarlo è un bisogno incontenibile e un impegno inderogabile. Esso esige un triplice sì: alla conversione, alla partecipazione, alla comunione; e un triplice no: al disimpegno, alla divisione, alla sterile nostalgia del passato. Il cristiano tradisce la propria fede se la riduce ad una visione del mondo senza testimonianza, a possesso rassicurante privo di slancio missionario, a club di coloro che hanno le medesime convinzioni e non si preoccupano di chi ha perso o va perdendo la fede. Tradisce la fede il cristiano che la riduce ad una bella liturgia che lascia indisturbato il “mondo” e le sue strutture, o addirittura dispensa dalla via crocifiggente dell’impegno – competente ed efficace – nella storia per ricapitolarla in Cristo.
La parola che entra nella vita non va privatizzata. Non è monopolio di nessuno. Deve fare la sua corsa nel mondo. Deve “raggiungere e quasi sconvolgere i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti di interesse, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita dell’umanità che sono in contrasto col disegno della salvezza” (Evangelii Nuntiandi, 19). Per questo la parrocchia deve preoccuparsi di proporre a tutti l’esperienza dell’Amore che salva e libera: non solo a quelli che formano il nucleo più vicino, ma a quanti credono rimanendo tuttavia ai margini della vita parrocchiale, a quanti non credono ma sono in ricerca, a quanti si professano chiusi alla trascendenza, ma credono ai valori più autenticamente umani, a quanti sono indifferenti a tutto. E’ una tensione missionaria che non può essere scoraggiata dalla frustrazione e dal fallimento: la comunità che annuncia sa di non essere sola, e di essere preceduta nel cuore dei suoi interlocutori dallo Spirito di Dio.
LA VISITA PASTORALE
Dall’urgenza di realizzare questo impegnativo disegno di rinnovamento nasce anche la scelta della visita pastorale. Io la vivo non tanto come un obbligo giuridico che la materna Sapienza della Chiesa impone ai Vescovi, ma come un bisogno del mio cuore di pastore.
E’ un’esigenza di amore che mi porta verso le singole comunità parrocchiali e i presbiteri che le presiedono. E’ un andare per capire e per condividere, per comprendere ed accogliere, per curare e promuovere, per incoraggiare e spronare.
Non è dunque l’ispezione del freddo funzionario che osserva e verbalizza non la visita del burocrate che escluda distaccato e giudica impietoso. Non l’incontro con chi non ti ama e non si sconvolge.
Vivo il progetto della prossima visita pastorale, che conto di cominciare nel prossimo gennaio con gli stessi sentimenti dell’apostolo Paolo che scrive ai Romani. “Ho un vivo desiderio di vedervi per comunicarvi qualche dono spirituale, perché ne siate fortificati o meglio per rinfrancarmi con voi e tra voi mediante la fede che abbiamo in comune, voi e io” (Rom. 1,11-12). Come nella prima comunità cristiana, l’apostolo viene a verificare la purezza della fede, a consolidare i vincoli di comunione, ad aumentare i carismi, a disciplinare e promuovere il culto e la carità. Per questo desidero raccomandare alla preghiera di tutti, specialmente delle persone ammalate, questo momento di grazia, perché possa portare i frutti sperati. Ma desidero anche la vostra attiva e cordiale collaborazione. Innanzitutto quella dei carissimi sacerdoti, provvidi collaboratori del mio ministero di vescovo sui quali poggia la grandissima parte di lavoro e la responsabilità della vita parrocchiale, ma anche quella dei consigli pastorali ai quali chiedo di assumersi fin d’ora il compito di aiutarmi nella conoscenza di ogni singola realtà parrocchiale, e di animare poi il mio incontro con le rispettive comunità. Sarei veramente lieto se potessi a questo scopo incontrarmi con tutti i Consigli pastorali, in modo da organizzare tempestivamente tempi e modi della mia visita in ciascuna parrocchia. Questo coinvolgimento, oltretutto, sarebbe già un promettente segno di una comunità accresciuta nella partecipazione e nella corresponsabilità. Mi aspetto dunque che la verifica sul nostro essere comunità parrocchiale oggi, iniziata nel Convegno pastorale diocesano, continui capillarmente nei Consigli pastorali parrocchiali.
Non si tratta di sottoporsi al “check up” con l’angoscia di chissà quale impietosa diagnosi, quanto piuttosto di prendere coscienza della propria realtà per fare gradualmente, e con piena fiducia nel Signore, qualche passo avanti. Non ci fermiamo pessimisticamente solo su quello che manca. Impariamo anche a scorgere il bene che c’è, ed è tanto. E facciamo leva su questo.
E il Signore della misericordia saprà guardare con tenerezza i nostri piccoli sforzi, li benedirà e li colmerà di frutti.
Giuseppe Costanzo
Vescovo
