Giuseppe Costanzo
Arcivescovo di Siracusa
PIANO PASTORALE Triennio 1992/95
Fratelli e figli carissimi, il Convegno pastorale celebrato in ottobre ha costituito l’avvio del nostro cammino di Chiesa: una Chiesa in cammino verso la pienezza del Regno, ma calata dentro la storia dell’uomo. Ho visto una Chiesa desiderosa di partecipare, gioiosa nel convenire, disponibile all’ascolto dello Spirito e al servizio ai fratelli; una Chiesa che, consapevole delle proprie carenze e lentezze, vorrebbe essere più propositiva, più operativa, meglio evangelizzata e più evangelizzante, più incarnata nel territorio e più capace di accogliere le sfide del nostro tempo, senza rinchiudersi o lasciarsi ricacciare in sacrestia.
Per far questo in maniera organica e coerente, evitando spontaneismi emotivi e parzialità di approcci, è necessario un piano pastorale diocesano. Esso non è opera di “ingegneria pastorale”, né è destinato ad offrire “ricette” pronte per l’uso; esso, invece, precisa gli obiettivi che intende raggiungere, indica le linee operative, propone metodi e mezzi da utilizzare, addita lo stile con cui lavorare.
Il primo Piano pastorale è il Concilio Ecumenico Vaticano II. Esso costituisce il progetto globale della vita e dell’azione della Chiesa nell’oggi della storia. Da qui il dovere di conoscere, accogliere, tradurre in costume ecclesiale lo spirito, gli orientamenti, le norme del Concilio. Alla stessa funzione assolve il magistero del Papa, come Pastore di tutta la Chiesa e col suo proprio carisma di confermare nella fede.
Per la Chiesa italiana ci sono i piani pastorali della CEI: la nostra Chiesa li assume con piena adesione e respira nel clima di comunione fraterna con tutte le Chiese che sono in Italia.
Il Piano pastorale diocesano che qui presento vuole rispondere alle stesse esigenze per quanto concerne la Chiesa di Dio che è in Siracusa.
I
Analisi della situazione e discernimento alla luce della fede
Una buona azione pastorale implica la conoscenza del contesto in cui viviamo, la disponibilità e l’impegno a cogliere domande, a capire richieste, a intuire aspettative, prima di tentare, e per poter tentare, delle risposte.
Senza la pretesa di offrire un quadro organico e completo, quasi a titolo esemplificativo, mi soffermo su alcuni dati sia a livello generale (attese e bisogni), sia a livello ecclesiale (esigenze), sia a livello socioculturale (interpellanze).
a) Attese e bisogni
II ventaglio di situazioni e atteggiamenti, che la nostra azione pastorale quotidianamente incontra, è variegato. Si può sintetizzare il tutto su tre piani: psicologico, morale e spirituale.
1) Sul piano psicologico
A nessuno, che sappia guardarsi dentro o intorno, sfugge un diffuso senso di disagio dai toni diversi e dalle manifestazioni molteplici. Si avverte un clima di incertezza, come se ci si muovesse su sabbie mobili. Si registra una situazione di frammentazione di dissonanze, di settorialismi, ognuno con il suo “spazio, ognuno con il suo ‘universo”; così sembrano prevalere la banalità, l’abitudine priva di senso, la ripetitività piatta…
Eppure, proprio da questa situazione emergono nuovi bisogni e nuove attese: il bisogno di orientamento, di fiducia, di riferimento; il bisogno di senso globale della vita, della società, della storia; il bisogno di “andare oltre”, di superare l’ovvio e aprirsi al nuovo, all’inedito, al trascendente.
2) Sul piano morale
Il nostro tempo, sia nella comunità ecclesiale che in quella civile, sembra non riconoscere più l’oggettività del vero, l’obbligatorietà della norma, l’universale validità dei principi.
La soggettivizzazione investe le verità da credere, le norme morali, la stessa prassi e appartenenza ecclesiale. Ognuno si sente autorizzato a “fare da sé”. Proprio in questa situazione emerge prepotente il bisogno di un annuncio chiaro del messaggio di Gesù; il bisogno di educazione della coscienza morale, il bisogno di rifondazione dell’appartenenza alla Chiesa, in un superamento della scontata ripetitività di alcuni riti (battesimo, cresima, prima comunione, matrimonio.), che sembrano più avvenimenti “sociali” che non sacramenti della fede.
3) Sul piano spirituale
Da più parti e in modi assai diversi, esplode un rinnovato interesse verso l’ulteriorità, il presente, il già dato, l’ordinario non sembra bastare più, soprattutto ai giovani. Si vorrebbe “andare oltre”: ecco le mille forme di evasione, di fuga — reale o simbolica — tra le quali trovano posto erotismo, droga, alienazioni e perfino forme di esaltazione religiosa e pseudomistica.
Eppure, dentro tante distorsioni, non si può non avvertire il bisogno della trascendenza, oltre la piatta dimensione di società senza valori e senza ideali; l’invocazione della salvezza, cioè di un riscatto dal non-senso e dal fallimento; la volontà di pace, come nuovo modo di essere nel mondo e di vivere in dimensione umana.
b) Esigenze
Se guardiamo, poi, al tessuto delle comunità ecclesiali, già ad una prima e immediata rilevazione, si presentano alcune esigenze sufficientemente avvertite e diffuse.
1) Esigenza di autenticità
Il passaggio dall’omogeneo all’eterogeneo, l’esplosione della soggettività, la crisi delle ideologie e molti altri fattori ci hanno convinti che “non c’è più prospettiva per una cristianità fatta di pura tradizione sociale” (CiPP, 16). Emerge, allora, il bisogno dell’essenziale e dell’autentico, oltre le incrostazioni e i surrogati.
La comunità ecclesiale è provocata a puntare sulle realtà che le sono proprie e che la connotano originariamente: il primato della Parola, la centralità dell’Eucarestia, la fraternità come gioia e come compito, il servizio come connotazione essenziale.
Alla Chiesa si chiede di essere Chiesa, e la Chiesa sa e sente di dover essere Chiesa.
2) Esigenza di comunione
La frammentazione è oggi un dato di fondo sul piano culturale, sociale e politico. La dissimilitudine è diventata chiave di lettura dell’esistenza umana. A fronte ecco il bisogno di incontro, di dialogo, di riconciliazione e di pace. Emblematico, in tal senso, è stato l’incontro di Assisi (27 Ottobre 1986).
L’uomo religioso, e per esso l’umanità intera, avverte l’urgenza e coltiva la forte aspirazione — esplicita o sottesa — alla comunione. C’è bisogno di uscire dalla condizione di divisione e di contrasti e di abitare in una terra che sia “campo di una genuina fraternità” (“spatium verae fraternitatis” GS, 37).
Nella comunità ecclesiale cresce la consapevolezza e la volontà di vivere e di testimoniare il compito assegnatole dal Signore Gesù, quello cioè di essere “per tutta l’umanità un germe validissimo di unità, di speranza e di salvezza” (LG, 9), “sacramento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (LG, 1).
3) Esigenza di missionarietà
Due fattori, oltre alla forza dello Spirito che sempre anima la Chiesa nel tempo, hanno generato e generano di continuo questo slancio missionario.
Il primo è la consapevolezza, ormai acquisita, che il “regime di cristianità” si è dissolto.
Il secondo è una più matura coscienza ed esperienza ecclesiale: “quando la Chiesa prende coscienza di sé, diventa missionaria” (Paolo VI). L’uno e l’altro fattore pongono la fede allo scoperto, mettono il cristiano in un contesto non più omogeneo con l’esperienza credente, collocano la comunità ecclesiale senza rete nello scenario della storia. Ecco la riscoperta di “una missionarietà che supera riduzioni ed efficientismi” (CdL 51), che si traduce in impegno di evangelizzazione, di annuncio, di proposte, “dell’andare là dove è l’uomo”, nei luoghi “dove la gente vive”: “famiglia, scuola, università, mondo del lavoro, della sofferenza e dell’emarginazione, strutture pubbliche…” (ivi).
I cristiani sentono di non potersi sequestrare dai dinamismi della storia: “non siamo alla finestra, né possiamo accettare di chiuderci nelle sagrestie o nel privato” (CiPP, 12); proprio la “coscienza di verità” dischiude la comunità ecclesiale alla vicenda umana per amarla e servirla nel nome di Gesù (cfr. CdL 29.30. 51.52).
c) Interpellanze
Dal contesto socio-culturale in cui viviamo sembrano salire forti interpellanze che l’azione pastorale non può disattendere.
1) interpellanza antropologica
Non vi è chi non veda quanti fattori minacciano la stessa identità della persona umana. Lo sviluppo della capacità e dei poteri della scienza e della tecnologia raggiunge le basi biologiche dell’esistenza e tocca tutti i momenti della vita. Da qui una radicale domanda di senso, che è appello alla piena dignità della persona; è impegno per i fondamentali diritti di ogni persona; è ripensamento della relazione uomo-donna; è ridefinizione del rapporto uomo-cosmo. E se è vero che “il mistero dell’uomo è iscritto con una speciale forza di verità e di amore nel mistero di Cristo” (RH, 18), questa interpellanza ci riguarda direttamente.
2) L’interpellanza etica
Da più parti e con insistenza è stata proclamata “l’emergenza morale” in questa nostra stagione. Siamo di fronte al “deperimento delle evidenze etiche”, al “logorio del consenso sull’ethos della vita e della società”.
A giudizio di molti, sembra che “lo zoccolo duro” di acquisizioni condivise, comunque motivate, circa principi e valori fondamentali della convivenza umana, si sia sfaldato e frammentato nell’arcobaleno della soggettività e del relativismo.
D’altro canto sempre più prepotente e corale sale il bisogno e matura la coscienza della solidarietà ai diversi livelli, intesa proprio “come atteggiamento morale e sociale, come virtù” (SRS, 38).
Su questo terreno, senza evasioni dal vissuto e senza riduzioni della fede, è chiamata a misurarsi l’azione pastorale, giacché “la promozione dei valori morali è un fondamentale contributo al vero progresso della società” (Giov. Paolo II).
3) L’interpellanza civile.
Guardandosi intorno si constata un diffuso stato di crisi nel tessuto della società civile e nella stessa funzionalità delle istituzioni. Disaffezione da un lato, incompetenza dall’altro sembrano far slittare la convivenza sociale verso l’imbarbarimento. Si pensi all’escalation della mafia, al racket delle estorsioni, agli attentati dinamitardi, al diffondersi della droga, al dilagare del malcostume…
La nostra Diocesi guarda con sgomento al progressivo deteriorarsi della situazione politica. Eppure da più parti, e soprattutto dalle categorie più provate, si reclama un coinvolgimento più articolato di responsabilità, nuove forme di partecipazione e di gestione, spazi alla libera iniziativa, legislazione adeguata ed efficace.
Tali attese interpellano la presenza e l’azione della comunità cristiana: i cristiani sono chiamati a coniugare insieme l’esperienza di fede e i suoi dinamismi, senza prevenzioni e senza complessi, discepoli autentici di Cristo e cittadini a pieno titolo, eredi del Regno e costruttori della città dell’uomo. E ciò camminando in solidarietà, insieme agli altri, giacché “la comunità cristiana è ben conscia di non poter essere la sola promotrice di valori nella società civile. Essa dà, ma al tempo stesso riceve, in una sorta di dialogo esistenziale” (Giov. Paolo II).
II
Obiettivi generali
Dinanzi alle attese, alle esigenze, alle interpellanze dell’oggi capita di sentirsi disarmati, inadeguati, impreparati. Come gli apostoli, quando Gesù comandò loro di provvedere il cibo alle folle: “Dategli voi stessi da mangiare”. Anche noi siamo tentati di rispondere: “Non abbiamo che cinque pani e due pesci” (cfr. Lc 9, 10-13). Ma, nonostante la gravità del compito e la nostra insufficienza, sappiamo che Gesù è ancora vivo, presente in mezzo a noi e sempre capace di rispondere in pienezza alle speranze dell’uomo. Ed è Lui, Gesù, che ci abilita con il Suo Spirito ad affrontare la storia delle persone e della comunità su un triplice fronte: evangelizzazione, testimonianza della carità e impegno socio-politico.
A. La nuova evangelizzazione
Ce n’è urgente bisogno. La vera risposta ai mali e alle carenze che emergono dalla diagnosi fatta è un rinnovato slancio nell’annuncio della Buona Novella.
Ed è la risposta che la Chiesa ha specificatamente il compito di dare: “Evangelizzare è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare, vale a dire per predicare e insegnare” (EN, 14).
Il nostro oggi — l’oggi ecclesiale e quello civile, l’oggi culturale e quello etico — reclama una “nuova evangelizzazione”. “Nuova”, non soltanto perché viene dopo quella prima grande e fondamentale opera di evangelizzazione da cui è nata e si è forgiata, lungo il corso dei secoli, la nostra esperienza di Chiesa e, in particolare, la cultura cristiana dell’Europa e del nostro paese, né unicamente perché deve fare i conti nelle nostre società occidentali, col fenomeno pervasivo del secolarismo, ma, soprattutto, perché deve diventare “nuova nel suo ardore, nei suoi metodi e nella sua espressione” (ETC, 25).
Le tristezze e le paure dell’umanità, ma anche le attese e le speranze provocano drammaticamente la Chiesa a ridire la Parola che le è stata affidata per la salvezza dell’uomo.
“Il compito primario dell’evangelizzazione è di indicare in Cristo Gesù il Salvatore di ogni uomo e di tutto l’uomo: del suo mondo personale e di quello familiare, dell’ambiente del lavoro e di quello della scuola, della dimensione culturale come anche della dimensione civile” (Giov. Paolo II).
Si tratta, dunque, di un progetto pedagogico “organico, unitario e dinamico” mirante a far maturare una fede adulta e adulti nella fede. Tale obiettivo, però, reclama un’apertura d’orizzonte a tutto campo, disponibile e in grado di rivolgersi:
a quelli che non credono, per offrire il lieto annunzio della salvezza;
a quelli che credono in Dio, ma non sono cristiani per aiutarli ad aprirsi alla pienezza della grazia, offerta all’uomo in Gesù Cristo;
a quelli che credono in Cristo, per ravvivare e purificare in essi la vita di fede, di carità e di speranza;
a quelli che credono, ma vivono ai margini della comunione o se ne sono allontanati, per ricreare una piena comunione ecclesiale;
a quelli che sono in stato di ricerca (tormentati dal dubbio, ma intellettualmente onesti, sinceramente protesi alla verità, desiderosi di senso e aperti ai valori), per annunciare loro il Vangelo che libera e salva.
Una incisiva azione pastorale non si caratterizza con l’atmosfera “calda” o anche “chiusa” dell’ovile: essa, invece, vibra dell’ansia che sospinge alla fatica della ricerca, alla disponibilità dell’incontro, alla gioia del ritrovarsi (cfr. Mt 18, 12-14; Le 15, 4-7).
La comunità ecclesiale ha il compito di rendere visibile questo “stile”, così come Gesù lo ha manifestato. Come abilitare le nostre comunità a divenire evangelizzatrici con la vitalità, la coerenza, la missionarietà che l’oggi richiede? È necessario un cambiamento di mentalità e l’acquisizione di convinzioni di fondo, che qualcuno ha raccolto in una specie di decalogo di opzioni prioritarie.
1) “Mettere a fondamento la certezza che Dio con la Sua grazia ci precede sempre nel cuore dell’uomo e nella storia del mondo.
2) Ripartire dalla sinagoga di Nazareth, cioè dalla consapevolezza che il Vangelo è buona notizia per i poveri; è consolazione per i cuori spezzati; è liberazione per i prigionieri; è grazia e misericordia per tutti.
3) Farsi carico del nuovo contesto esistenziale e storico in cui le persone sono chiamate a vivere la fede: non più situazione di cristianità, non più automatismo dell’appartenenza ecclesiale.
4) Non dare per scontata né l’adesione alla fede per meccanismo anagrafico né la crescita della fede per il semplice verificarsi delle tappe sacramentali.
5) Non concentrare tutto l’impegno pastorale sulla sola pratica liturgico-sacramentale né misurare la vitalità della comunità ecclesiale soltanto dal numero dei sacramenti distribuiti.
6) Promuovere l’educazione alla fede come libera scelta personale, attraverso seri itinerari di maturazione.
7) Edificare comunità vive, luogo di comunione, casa di credenti più che di praticanti.
8) Mettersi anche dal punto di vista di coloro che non credono ed abilitarsi come persone e comunità allo stile del servizio nell’accoglienza e nella gratuità.
9) Comunicare il Vangelo con “parole” comprensibili e con “gesti” credibili per la loro verità e autenticità.
10) Informare tutta la vita e l’azione della comunità ecclesiale al principio-carità: essa è il segno del discepolo di Gesù e segno di credibilità del Vangelo” (L. Chiarinelli).
Sono opzioni fondamentali: occorre acquisirle, approfondirle, interiorizzarle e tradurle in prassi corrente.
La nuova evangelizzazione, in cui vogliamo impegnarci, ha una meta ben precisa: la maturità della fede, cioè “educare al pensiero di Cristo, a vedere la storia come Lui, a scegliere e ad amare come Lui, a sperare come insegna Lui, a vivere in Lui la comunione con il Padre e lo Spirito Santo” (RdC, 38).
Ma chi si sente di affermare che tale è la fede delle nostre comunità? Al contrario, fatte salve alcune esperienze ricche e positive, il quadro che abbiamo sotto gli occhi è ben diverso.
Constatiamo:
1) una fede demotivata o, quanto meno, non sufficientemente motivata, che non sa più dare ragione di sé di fronte al cambiamento e alle molteplici interpellanze della storia;
2) una fede che non sa più far sintesi con la vita e quindi coesiste con l’incoerenza, col rischio di vanificarsi, perché la fede è vita; ci si rifugia ancora in Chiesa, ma si fanno scelte contraddittorie;
3) una fede che non riesce a diventare assunzione di responsabilità né in famiglia, né nella comunità civile, né in quella cristiana, per aprirle al Regno (cfr. M. Cé, Collevalenza 1981).
Come, allora, uscire da questa situazione di “insignificanza”? Come far carico all’azione pastorale delle nostre comunità di una proposta, un’esperienza e una testimonianza matura e coerente della fede?
Propongo alcune indicazioni, a livello culturale e a livello pastorale :
a) A livello culturale
1) Occorre dare spessore culturale alla catechesi, perché esca dall’astrattezza, dalla separatezza e soprattutto dall’insignificanza. Si tratta di elaborare un linguaggio diverso, non solo per far fronte alla crisi della comunicazione, ma anche per formulare i problemi in una corretta visione del mondo e in una puntuale interpretazione dei cambiamenti.
Si tratta di produrre un linguaggio della fede che sia una nuova incarnazione del Vangelo nella cultura contemporanea.
2) La complessità dell’attuale contesto culturale, caratterizzato più dalla ricerca che dal possesso di verità e di certezze, richiede una catechesi che non sia stanca ripetizione di contenuti dottrinali, ma esperienza, dell’evento- Cristo, compito mai finito di nuove sintesi tra fede e storia.
3) La frammentazione delle esperienze e il diffuso relativismo richiede una catechesi aperta alle grandi questioni etiche e capace di fare chiarezza nella confusione delle idee e dei linguaggi e nella proliferazione di esperienze soggettive, offrendo punti di riferimento e momenti unificanti.
4) La secolarizzazione che caratterizza questa transizione epocale e l’attuale processo di trasformazione richiedono che sia compresa la città secolare con le domande che essa pone e che siano date risposte di testimonianze coerenti con i valori del Regno.
5) Il pluralismo culturale, razziale e religioso esige chiarezza della propria identità e disponibilità al dialogo per evitare due gravi rischi: un genericismo che fa abdicare anche all’impegno dell’annuncio, o un integralismo fatto di intolleranza, di razzismo e di fondamentalismo.
Una tale qualificazione dei catechisti evidenzia automaticamente il ruolo dell’istituto Superiore di Scienze Religiose “S. Metodio” e i compiti dell’Ufficio Catechistico diocesano.
b) A livello pastorale
Il grande nodo pastorale è la costruzione di un tessuto comunitario adulto nella fede e ricco di esperienza ecclesiale. Solo una comunità adulta può incidere, attraverso una nuova evangelizzazione, nel tessuto vitale delle persone. È indubbio, infatti, che nel mondo contemporaneo, pluralista e secolarizzato, la Chiesa può dare ragione della sua speranza e rifare il tessuto cristiano della società in proporzione alla maturità di fede degli adulti (cfr. RdC, 124). Ciò postula la messa in atto di un progetto catechetico che sia itinerario permanente di iniziazione e discepolato e che realizzi in modo unitario le diverse dimensioni della catechesi: quella dottrinale, quella pedagogica e quella ecclesiale.
A proposito di itinerari formativi, sono da evitare due rischi oggi molto presenti: da una parte itinerari paralleli e sovrapposti, con grande spreco di energie e con divisioni e contrapposizioni; dall’altra l’azzeramento di esperienze associative che possono offrire un metodo e una progettualità formativa, che si sono rivelati preziosi per la spiritualità e la santità laicale.
Appare poi di fondamentale importanza il superamento, di una catechesi finalizzata ai sacramenti, con la cui celebrazione i fedeli credono di ricevere l’atto di congedo dalla comunità ecclesiale. Occorre invece offrire itinerari per la vita cristiana. Senza questo salto di qualità resta insanabile la frattura tra fede e vita e non si potrà formare la mentalità di fede.
Per tradurre in orientamenti pastorali concreti questo superamento ed evitare la frattura tra fede e vita, dobbiamo ripartire dall’Eucaristia, radice dell’unità di tutta la Chiesa e della vita del credente.
Quando la Tradizione pone un legame costitutivo tra Eucaristia e Chiesa ci suggerisce la via maestra per giungere all’unità: infatti, non solo l’Eucaristia rende la comunità locale Chiesa, ma la fa cattolica (S. Ignazio d’Antiochia, lettera agli Smirnesi, 8).
Nell’Eucaristia, inoltre, il mondo viene trasfigurato in evento di comunione; le specie del pane e del vino (il mondo), per la potenza dello Spirito Santo, diventano la realtà personale di Gesù Cristo (l’evento di comunione). Nel concreto cibo materiale del pane e del vino, Dio offre all’uomo un cibo di vita eterna e una bevanda di salvezza, e questo cibo e questa bevanda sono il mondo che egli stesso ha assunto e trasformato nella sua carne e nel suo sangue.
Tutto ciò ha una dimensione di impegno pratico nel mondo, perché l’uomo, a partire dall’Eucaristia, ha la possibilità di assumere il mondo come dono di Dio, come luogo dove realizzare una relazione personale eucaristica (cioè di rendimento di grazie) con Dio. L’Eucaristia è così come il lievito della morta pasta del mondo. Perciò essa non è un fatto isolato, ma si estende ad ogni atto della nostra vita. Essa definisce un nuovo modo di essere, un nuovo ethos umano.
Considerando la liturgia della Chiesa, e in modo speciale l’eucaristica, “culmen et fons” (SC, 2.10), il Concilio indica questa via maestra: l’annuncio, l’insegnamento, l’assistenza ai bisognosi, la carità, preparano ed esprimono la vita liturgica della Chiesa.
Inoltre, così celebrata e vissuta, l’eucaristia diventa “culmen et fons” di ogni itinerario catechetico e formativo e diventa il luogo della vera comunione intraecclesiale dei “molti” in “uno”.
Una catechesi così qualificata postula una seria formazione dei catechisti, i quali devono avere non solo la fedeltà ai contenuti, ma anche quella maturità umana che esprima armonicamente l’essere, l’agire e il sapere.
Tali catechisti sono, a loro volta, frutto di una catechesi che si caratterizza con alcune precise connotazioni:
1) Catechesi come “apprendistato” di maturità umana e cristiana, di crescita fino alla statura di Cristo, con una chiara coscienza di verità, con una capacità di discernimento dei doni dello Spirito e di assunzione di responsabilità. A questo scopo si dia sempre maggiore importanza ad esperienze forti: corsi di esercizi spirituali, settimana di studio, giornata di ritiro, campi-scuola, catechesi nelle famiglie, nei condomini, lì dove la gente vive.
2) Catechesi come “palestra” di laicità, che coinvolga, già nel momento progettuale, la vita dei laici con le sue modalità, le sue difficoltà, le sue fatiche, i suoi doni, le sue capacità. Una catechesi per una laicità adulta, perché l’esperienza di fede non rimanga in margine alle grandi responsabilità della vita (responsabilità economiche, politiche e culturali) e non sia una pausa o un’oasi consolatoria.
Bisogna predisporre validi itinerari di fede per gli adulti. Occorre avere il coraggio di ribaltare la gerarchia degli investimenti delle energie pastorali, nella consapevolezza che “gli adulti sono in senso pieno i destinatari del messaggio cristiano” (RdC, 124) e che le nostre comunità spesso sono anemiche e fragili perché mancano presenze di vita cristiana adulta. Si dovrà fare i conti con una diffusa resistenza psicologica e culturale (la presunzione, cioè, degli adulti di non aver bisogno di cammini formativi), ma non ci si deve lasciar scoraggiare.
3) Una catechesi come luogo di conversione nella prospettiva della riconciliazione, e dunque che abiliti alla tolleranza, al dialogo, alla misericordia (cose necessarie in un contesto pluralista e segnato da continue tensioni).
4) Una catechesi aperta allo slancio missionario, che dia motivazioni per la missione evangelizzatrice e per il servizio, che faccia maturare una rinnovata consapevolezza del debito dell’annuncio verso tutti gli uomini, che susciti e sviluppi relazioni di bene, di dialogo, di coinvolgimento su valori comuni (cfr. ETC, 3).
5) Una catechesi protesa alla mondialità, capace di educare al dialogo ecumenico, alla mentalità cattolica, nell’attenzione e nell’accoglienza di tutti i problemi e nello sforzo di comprensione di altre fedi.
6) Una catechesi che mira a formare testimoni, fedeli a Dio e ai fratelli, capaci di tradurre in modo geniale e creativo i gesti e le parole dell’Amore.
7) Una catechesi che risuona continuamente per illuminare le menti e riscaldare il cuore dei fedeli: non solo nelle Messe festive, ma nei tempi forti dell’anno liturgico, nelle feste parrocchiali, nei matrimoni, nei funerali, nelle varie devozioni della pietà popolare…
Il lievito va immesso nella massa di farina; il seme va gettato nella terra. Il mistero della salvezza, che è grazia e misericordia, deve investire il tessuto dell’esistenza, deve raggiungere le pieghe della storia. È questo, indubbiamente, un banco di prova ineludibile per la pastorale degli anni 90.
L’Apostolo Paolo, evangelizzatore infaticabile ed inarrestabile, ci contagi col suo zelo e ci ottenga da Dio luce e coraggio.
B. La testimonianza della carità
Ma la via migliore di tutte per comunicare il Vangelo, la via accessibile a tutti ed efficace anche là dove non si può parlare, è la testimonianza della carità: il “Vangelo della carità’. “Sempre e per sua natura la carità sta al centro del Vangelo e costituisce il segno che induce a credere al Vangelo” (ETC, 9). La nuova evangelizzazione “deve passare in modo privilegiato attraverso la via della carità reciproca, del dono, del servizio” (ETC, 10). Essa ha come centro il “Vangelo della carità”: Dio ti ama, Cristo è venuto per te, per te, Cristo è Via, Verità, Vita” (ETC, 25).
Siamo ricondotti così alla sorgente del Vangelo della carità: Dio è carità (1 Gv 4, 8-16).
Tutta la storia della salvezza lo documenta, presentandoci sempre un Dio che sceglie, perdona e rimane fedele al suo popolo nonostante i suoi tradimenti.
“Ma fino a che punto Dio è carità e quale carità Egli è, lo si scopre solo in Gesù Cristo e nella sua morte di Croce per la salvezza degli uomini” (ETC, 12).
La Croce è l’icona dell’amore di Dio in Cristo: un amore donato, ma anche tradito; un amore offerto, ma anche rifiutato; un amore toccante, eppure non capito e perciò inchiodato. La Croce mostra, e dimostra, che l’ultima parola non è il peccato, ma l’amore. Ed è per questo che lo spettacolo della Croce capovolge la vita. Fa contemplare la profondità inaudita dell’amore di Dio e fa comprendere che la nostra vita deve assomigliare alla vita di quel Crocifisso che si dona senza riserve, che, rifiutato, ama e perdona e non rompe la solidarietà con chi lo rifiuta” (ETC, 13).
La carità cristiana è, dunque, il mistero stesso di Dio, è la persona vivente del Signore Gesù, è il dono della vita divina agli uomini. “La carità è, di conseguenza, la natura profonda della Chiesa. la vocazione e l’autentica realizzazione dell’uomo”. (ETC, 19).
La carità definisce l’essere profondo della Chiesa, prima ancora di definire l’agire (cfr. ETC, 26). E perciò scopo della Chiesa, dove arriva, è impiantare la carità, (“plantatio caritatis”), cioè portare i segni dell’amore universale di Dio e il fermento di una vita nuova per ogni uomo. La carità, se è autentica, “si fa gesto e storia” (ETC, 23), è geniale, è creativa, è inventiva.
Il primo segno di una carità viva e operosa è la comunione della comunità cristiana: “La comunione è un altro nome della carità ecclesiale e solo una Chiesa comunione può essere soggetto credibile dell’evangelizzazione” (ETC, 27).
Altro segno di genuina carità più profonda è l’osmosi tra Parola, liturgia e carità, cioè una compenetrazione vitale tra la catechesi permanente (rivolta a tutti e in particolare ai giovani e agli adulti), la celebrazione liturgica viva e partecipata e la testimonianza di servizio attenta e operosa. “Ogni pratico distacco o incoerenza fra parola, sacramento e testimonianza impoverisce e rischia di deturpare il volto dell’amore di Cristo” (ETC, 28).
Catechesi, liturgia e carità sono tre funzioni necessarie alla comunità cristiana, così come all’organismo umano sono necessari il respiro, il ricambio e il nutrimento.
È un rapporto indissolubile: “Tutti coloro che si cibano della Parola e dell’Eucarestia sappiano farsi cibo mediante la Carità. Tra queste cose esiste una unità inscindibile: chi vive la Carità comprende la Parola, chi riceve l’Eucarestia è spinto alla Carità” (Card. Martini). Il pane non è fatto solo per essere mangiato. Esige anche di essere condiviso.
La carità è l’anima di una pastorale viva e unitaria. Molte realtà, suscitate dallo Spirito, arricchiscono oggi la vita della nostra Chiesa locale. Sono un dono del Signore. Esse operano con generosità nel campo dell’evangelizzazione e nella testimonianza della carità. ‘‘Ogni sforzo resterebbe però vano se non convergesse nell’impegno di edificare insieme la Chiesa e di cooperare alla sua missione” (ETC, 29). Bisogna adoperarsi in tutti i modi perché si faccia una. pastorale organica ed unitaria sotto la guida del vescovo. “Ciò è possibile se tutto il popolo di Dio e in esso i vari soggetti ecclesiali si impegnano a crescere in uno spirito di comunione e a operare secondo comuni orientamenti, a servizio della Chiesa e della sua missione” (ivi).
È necessario che associazioni, movimenti e gruppi — spesso così radicati nel Vangelo, così motivati spiritualmente, così freschi nello slancio apostolico — “si mettano sempre più a servizio della comunità, se ne sentano parte viva e ricerchino in ogni modo l’unità, anche pastorale, con la Chiesa particolare e con la parrocchia” (ETC 29).
All’Azione Cattolica che ha come vocazione specifica la promozione della pastorale diocesana e parrocchiale e come proprio carisma la diretta e cordiale collaborazione coi pastori, rivolgo il mio incoraggiamento e l’invito a far scaturire l’azione apostolica da un forte impegno formativo.
Nell’edificazione di una comunità ecclesiale unita nella carità e nella verità di Cristo, è fondamentale la testimonianza e la missione della famiglia cristiana. Costituita “chiesa domestica” dal sacramento del matrimonio, la famiglia ha “la missione di custodire, rivelare e comunicare l’amore, quale riflesso vivo e reale partecipazione dell’amore di Dio per l’umanità e dell’amore di Cristo Signore per la sua Chiesa” (FC, 17).
Purtroppo, la famiglia ha subito forti contraccolpi dai cambiamenti avvenuti nella società ed è, oggi, profondamente insidiata nei suoi aspetti più essenziali.
Ciò emerge con chiarezza dalle troppo numerose crisi coniugali, dalla difficile intesa fra genitori e figli, dalla gravissima diminuzione delle nascite e dalla persistente tragedia dell’aborto. Tuttavia sembra che da noi essa mantenga ancora una certa continuità col passato e una certa solidità. La cura della famiglia, attraverso la pastorale coniugale e familiare, è pertanto “un compito prioritario della nostra pastorale” (ETC, 30). Essa, infatti, custodisce e alimenta valori di immensa portata: l’amore vicendevole (marito-moglie, genitori-figli, giovani e anziani), la fedeltà coniugale, la paternità e maternità responsabile e generosa, l’educazione delle nuove generazioni all’autentica libertà dei figli di Dio e alla scelta vocazionale, l’accoglienza degli anziani, l’impegno di aiuto verso le altre famiglie in difficoltà, la tutela e promozione della vita dal concepimento al termine dell’esistenza, in condizioni di reale dignità personale e sociale. Tutti questi valori, se praticati con coerenza e dedizione, in un contesto sociale spesso ostile, “fanno della famiglia la prima vivificante cellula da cui ripartire per tessere rapporti di autentica umanità nella vita sociale” (ivi).
“L’uomo è se stesso se ama… Nel dono reciproco di sé, realizzato per la carità che viene da Dio, si riassume tutta l’antropologia cristiana” (ETC, 16). Nella famiglia cristiana questi valori si respirano, queste certezze si assimilano. Nella famiglia, si comprende che, caratteristica dell’amore è la concretezza. Non affermazioni teoriche, non enunciazioni di principi, ma fatti, gesti ispirati dall’amore che si fa prossimità, condivisione, solidarietà, dedizione.
Nella famiglia l’amore è accoglienza e servizio, correzione e perdono, fiducia sempre nuova e inesauribile speranza.
Ed è questa operosità che dona alla carità la sua forza evangelizzatrice (cfr. ETC, 24). Chi non crede ha bisogno di vedere dei modelli forti di carità, motivata dalla fede. È l’unico “contagio” di cui ha bisogno il mondo. “Desideroso di autenticità e di concretezza, l’uomo di oggi — come ha detto Paolo VI — apprezza di più i testimoni che i maestri e, in genere, solo dopo essere stato raggiunto dal segno tangibile della carità, si lascia guidare a scoprire la profondità e le esigenze dell’amore di Dio. Del resto, ha fatto così anche il Cristo, unendo il gesto dell’amore concreto alle parole della verità” (ivi).
Per preparare una tale famiglia, vera “chiesa domestica” e primo Seminario” delle vocazioni di speciale consacrazione, occorre una più seria attenzione pastorale ai nubendi. Affido all’Ufficio pastorale della famiglia il compito di sensibilizzazione e la messa in atto di opportune iniziative per i fidanzati e per l’educazione dei giovani all’amore.
La più doverosa e la più feconda testimonianza della carità è l’evangelizzazione, Se amo l’uomo non posso nascondergli il tesoro più grande: Cristo, “Via, Verità e Vita”, “Via alla vita, perché Verità (S. Agostino)”. Se rispetto l’uomo non posso defraudarlo di quelle certezze che danno senso alla vita e motivazione all’impegno. Testimoniare la carità vuol dire anzitutto consegnare all’uomo il Vangelo della carità.
Non posso nascondere ai fratelli la verità di Cristo. Non posso mutilarla o attenuarla nella ricerca di ingannevoli compromessi (cfr. ETC, 32).
Devo annunciarla integralmente. Ma anche con carità: “non con l’imposizione, né con il risentimento, né con la pretesa (Is. 42, 2-3), bensì con la dolcezza, con l’umiltà e il rispetto” “perché il Vangelo della carità non si annuncia se non attraverso la carità” (ETC, 32).
a) La Caritas
La carità deve diventare l’anima e la caratteristica della comunità ecclesiale. Lo stare assieme dei discepoli di Gesù non si riduce ad un’esperienza di gratificazione di gruppo o di tranquillizzazione personale:
è un incontro nel Cristo per imparare a vivere come Lui, come Lui a servire, come Lui a dare la vita per gli altri.
Come Gesù “si spezza” per noi nelle Eucarestie delle nostre parrocchie, così anche noi dobbiamo “spezzarci” per gli altri, aprire la nostra vita “sicura” all’insicurezza e alla fatica degli altri. “La comunità ecclesiale è Chiesa che ama e che serve” (Paolo VI). “È Chiesa di tutti e particolarmente dei poveri” (Giovanni XXIII). E “simile alla fontana del villaggio… a cui tutti ricorrono per la loro sete” (CeC, 44).
La carità della Chiesa non è venuta mai meno. La Chiesa è stata sempre attenta a tutte le forme di povertà: orfani, vedove, vecchi, malati, appestati, galeotti, schiavi, lebbrosi. Non poche istituzioni, nate dalla carità ecclesiale, sono passate alla società civile: ospedali, asili, monti di pietà. Però queste coraggiose iniziative hanno coinvolto di solito pochi volontari, quasi sempre religiosi. La comunità cristiana si è accontentata troppo spesso della delega, mettendo in pace la coscienza con l’offerta di qualche spicciolo.
Ora è tutta la comunità cristiana che è chiamata a dare testimonianza di carità, perché la carità è dimensione fondamentale dell’essere cristiani. Il cristiano non è adulto nella fede se la sua fede, oltre che creduta ed annunciata (Parola), oltre che celebrata (Sacramenti), non è testimoniata mediante l’amore (Carità). E questo lo scopo della “Caritas parrocchiale” (e diocesana): far comprendere a tutti che la testimonianza della carità è un dovere personale, che non può essere delegato ad un’altra persona o associazione.
E urgente che sorgano in tutte le parrocchie i “donatori di tempo”. Molti cristiani pensano, che dopo aver fatto il proprio dovere, possano utilizzare per se stessi il tempo che rimane. II Dio del Vangelo è più esigente. Quando ho riservato il tempo per la famiglia e la professione, il resto del tempo non è mio, ma degli altri. Alla fine del tempo saremo giudicati sull’amore (Mt 25).
Gli archivi parrocchiali devono arricchirsi di un nuovo registro. Accanto ai registri canonici ed amministrativi, devono avere il registro che contiene la “banca dei dati” dei nuovi poveri che la società di oggi produce: anziani soli, handicappati fisici e psichici, dimessi dalle carceri, dai manicomi; coinvolti nel giro della droga, dell’alcoolismo, della prostituzione; giovani alla ricerca disperata di lavoro, famiglie in difficoltà. La Chiesa non è convertita all’amore finché questi fratelli non sono posti al centro, nel cuore delle comunità cristiane.
Noi cristiani siamo nel mondo per precederlo, per anticipare con gesti profetici il cammino futuro dell’umanità. Così hanno fatto i santi della carità: Vincenzo de’ Paoli, Camillo de Lellis, il Cottolengo… È stato duro. È duro anche per noi: ma i tempi duri sono stati sempre i tempi grandi; i tempi facili sono stati i tempi della decadenza: questo ci insegna la storia dell’antico popolo di Dio e della Chiesa. Meglio vivere rischiosamente sulle impalcature della storia, dove si prepara un mondo nuovo, piuttosto che essere pigri e sonnolenti custodi di un sepolcro!
Obiettivo dell’azione della Caritas è animare e formare la comunità allo spirito e alla vita di servizio; un servizio all’uomo, a tutto l’uomo, coi suoi bisogni spirituali e materiali. Un uomo da accogliere e non soltanto da aiutare. “Può essere facile aiutare qualcuno senza accoglierlo pienamente. Accogliere il povero, il malato, lo straniero, il carcerato è infatti fargli spazio nel proprio tempo, nella propria casa, nelle proprie amicizie, nella propria città e nelle proprie leggi.
La carità è molto più impegnativa di una beneficenza occasionale: la prima coinvolge e crea un legame, la seconda si accontenta di un gesto” (ETC, 39). Sull’esempio di Gesù, il vangelo ci stimola non solo a soccorrere le povertà materiali dei nostri fratelli, ma anche le povertà umane più profonde e radicali, che toccano lo spirito dell’uomo e il suo bisogno di salvezza (cfr. ivi). Tra queste povertà è da segnalare in modo particolare quella della tossicodipendenza, che spegne e stronca tante giovani vite e che esige un deciso e generoso impegno della comunità cristiana. La nostra diocesi ha già pronti due sacerdoti, che, su mandato del Vescovo e in stretta collaborazione con la Caritas diocesana, si dedicheranno a tempo pieno a tale servizio.
La Caritas, sia diocesana che parrocchiale, non si sostituisce alle istituzioni e ai gruppi impegnati nella solidarietà, non toglie ad alcuna realtà le proprie caratteristiche e la propria autonomia; essa si propone di animare, coordinare e promuovere le diverse espressioni della carità nella Chiesa locale. Si impegna ad evidenziare le forme più gravi di povertà emergente, considerandone non solo le espressioni, ma anche le loro cause culturali e strutturali, onde evitare il rischio di limitarsi a curare gli effetti del male senza individuare e aggredire le cause. L’attenzione ai “più poveri”, oltre ad essere una forma concreta di giustizia, costituisce un arricchimento di tutta la comunità, che dalla presenza degli ultimi è “aiutata a recuperare un genere diverso di vita”, a “demolire gli idoli che si è costruita”, a “riscoprire i valori del bene comune”, a “ritrovare fiducia nel progettare insieme il domani” (CiPP, 6).
La Caritas si impegna inoltre a ricercare uno stile di carità che coinvolga la comunità cristiana nel suo insieme.
Si chiederà, ad esempio:
— quale ruolo debba svolgere la comunità cristiana nella situazione attuale della nostra diocesi;
— quale costume di vita debba offrire nella società del consumismo, dello spreco e del profitto;
— quale immagine di famiglia debba presentare in un contesto dove conta l’efficienza e dove gli anziani, gli handicappati, i malati vengono facilmente espulsi perché considerati un peso, e la vita nascente viene respinta in forme e proporzioni sempre più preoccupanti;
— quale tensione ideale di solidarietà debba suscitare in una società conflittuale e individualistica;
— quale coscienza critica debba sprigionare in un clima di conformismo, di violenza, di degrado dei valori e di perdita degli ideali.
Si tratta di uno sforzo e di un impegno non delegabile a gruppi isolati, ma che la comunità in quanto tale deve affrontare, se vuol essere nel mondo segno di carità e principio di unità.
Attraverso il servizio di animazione della Caritas, la parrocchia e le diocesi sono chiamate a piantare nel cuore del mondo tre grandi realtà evangeliche.
1) La condivisione, sulla linea di un Dio che è venuto a condividere tutto con l’uomo. Dopo aver colto i bisogni, non possiamo fare la “filosofia della povertà e dell’emarginazione”; dobbiamo immergerci in essi attraverso l’unica strada vera: la condivisione.
2) La gratuità, sulla linea di un Dio che ci ha amati per primo, senza nostro merito, anche dopo il peccato. La gratuità è il contrassegno dell’agire di Dio che si svela pienamente nella vicenda di Gesù e diventa per noi cristiani ispirazione e norma di vita: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10, 8) (cfr ETC, 22).
In questa società, in cui tutto ha un prezzo e tutto sembra sottoposto all’acquisto, al consumo, al criterio della quantificazione mercantile, il dono possiede la grande forza di penetrazione dentro il cuore dell’uomo ed è capace di creare armonia e fraternità.
3) Il servizio, sulla linea di un Dio che si è fatto servo, venuto per servire e non per farsi servire: “Io sto in mezzo a voi come colui che serve”. II clima sociale complessivo sembra improntato tutto al servirsi: dei beni, delle cose, del denaro, della natura, fino al rischio di “servirsi” delle stesse persone. Da seguaci di Gesù, che è stato un servitore a tempo pieno, obbediente alla voce del Padre, sensibile ai drammi e alle sofferenze dell’uomo, dobbiamo imparare nuovamente ogni giorno a servire i più deboli entro la famiglia umana: “Chi vuol essere il primo si faccia l’ultimo di tutti e il servo di tutti” (Mt 20,27). “Il servizio è verifica della fedeltà della Chiesa a Cristo” (ETC, 47).
E tempo di annunciare, coi fatti, che il futuro del mondo si costruisce non sul consumo, sul potere, sul profitto, ma sulla condivisione, sulla gratuità e sul servizio. “Il mondo è malato non per mancanza di beni, ma per mancanza di amore” (Paolo VI). “L’unico rimedio per guarirlo è che cresca il quoziente d’amore”.
b) I giovani e il Vangelo della carità
E vero che i giovani vivono e sperimentano, con particolare intensità, le contraddizioni e le potenzialità del nostro tempo, ma è altrettanto vero che, nonostante il loro grave disagio, essi “esprimono anche oggi le attese dell’umanità e portano in sé gli ideali che si fanno strada nella storia: il rispetto della libertà e dell’unicità della persona, la sete di autenticità, un nuovo concetto e stile di reciprocità nei rapporti fra uomo e donna, il riconoscimento dei valori della pace e della solidarietà, la passione per un mondo più unito e più giusto, l’apertura al dialogo con tutti, l’amore per la natura. (ETC, 44). Bisognosi di pienezza, assetati di autenticità, capaci di dono, i giovani esprimono questi valori e vivono il Vangelo della carità facendo la scelta del servizio civile e del “volontariato sociale”.
Il volontariato, in un tempo che ha moltiplicato i beni di consumo e ha creato nuove povertà e nuove ingiustizie, è un’esperienza di condivisione e di servizio che può cambiare la qualità della vita. Esso non è esperienza solo giovanile, ma qui ce ne occupiamo limitatamente ai giovani. L’obiettivo del volontariato sociale, contro ogni logica assistenzialistica, è la promozione umana, è fare in modo che ogni persona riesca a “prendere in mano” la propria esistenza. I volontari possono costituire quella forza di pressione sociale che fa sì che siano realizzate tutte quelle riforme di struttura — a livello economico, occupazionale, legislativo, fiscale, abitativo — senza le quali la società continuerà a produrre emarginati.
Il volontariato, per i valori che esprime, diventa un germe di vita nuova, un germe di vera “rivoluzione culturale cristiana”. Esso, infatti, rappresenta e promuove un diverso stile di vita, non imperniato sugli idoli che ci siamo costruiti, “denaro, potere, consumo, spreco, tendenza a vivere al di sopra delle nostre possibilità” (CiPP, 6), e ci aiuta a riscoprire “i valori del bene comune: della tolleranza, della solidarietà, della giustizia sociale, della corresponsabilità” (ivi).
Condividendo la vita degli ultimi, il volontario capisce le ragioni dei problemi altrui ed è spinto a fare attenzione ai drammi che nascono dalla dissipazione di valori essenziali dell’esistenza umana, quali sono il diritto a nascere e a vivere, la libertà, l’amore, la famiglia, il lavoro, il senso del dovere e del sacrificio, la tensione morale e religiosa” (CiPP, 7). Esso davvero rappresenta “un’ulteriore, forte testimonianza del servizio delle nostre chiese in risposta alle diverse povertà e un segno della vitalità etica e sociale del Vangelo della carità” (ETC, 48).
Se durante l’esperienza del volontariato questi giovani saranno guidati attraverso un maturo cammino di fede, crescerà e si consoliderà in loro l’educazione al senso umano e cristiano della gratuità e del servizio, comprenderanno che essere volontari significa essere “samaritani per vocazione” e “testimoni per missione”. Allora si apriranno alla dimensione vocazionale della vita e la scelta che faranno — matrimonio o speciale consacrazione — avrà più facilmente le caratteristiche della consapevolezza e della maturità. Anzi da un’esperienza così forte alla scelta di radicalità il passo è breve. Il dono di sé ai fratelli, prima limitato nei tempi e nei modi, con una intensa vita spirituale che sollecita il sì alla chiamata di Dio, diventerà facilmente consegna totale di sé a Cristo per la Chiesa e per la vita del mondo. Si tratta, in definitiva, di aiutare i giovani a interrogarsi sul senso e sul valore della vita. Si tratta di guidarli a realizzare un salto di qualità: da una vita sprecata — cioè non progettata, non orientata — ad una vita donata-, da una vita frammentata e piatta, spesso insignificante, ad una vita unificata, che si va costruendo intorno a un centro propulsore.
Purtroppo, intorno alle vocazioni di speciale consacrazione la cultura secolarizzata che respiriamo sembra fare la congiura del silenzio e del sospetto, lasciando credere che si tratti di residui del passato, inconciliabili con la vita e la sensibilità degli uomini d’oggi. Occorre svelare ai giovani il vero senso di queste vocazioni, la loro intima realtà gioiosa e feconda, la loro urgenza per una Chiesa viva e per un mondo terribilmente assetato di senso e di speranza.
C. L’impegno socio-politico
Perché la testimonianza della carità non sia un vago sentimento di benevolenza, ma una vera trasformazione dei rapporti umani è sociali secondo il Vangelo, occorre che i cristiani siano presenti nella complessa vita socio-politica, incominciando dal proprio territorio, fino ad arrivare alle altre sedi dove si amministra la cosa pubblica. “In realtà, la carità autentica contiene in sé l’esigenza della Giustizia” (ETC, 38). Amare veramente l’uomo significa adoperarsi perché sia libero da tutto ciò che umilia la persona, mortifica la dignità e ne calpesta i fondamentali inalienabili diritti. La carità autentica “si traduce pertanto in un’appassionata difesa dei diritti di ciascuno” (ivi). Il Vangelo lealmente vissuto impegna a rispettare il genuino rapporto fra carità e giustizia. Ciò implica diverse cose:
1) non si deve offrire “come dono di carità ciò che è già dovuto a titolo di giustizia” (AA, 8);
2) la giustizia da sola non basta, anzi, può condurre alla negazione e all’annientamento di sè stessi, se non si consente a quella forza più profonda, che è l’amore, di plasmare la vita umana nelle sue varie dimensioni” (DM, 12);
3) la carità “è chiamata a vivificare la giustizia, immettendo un’impronta di gratuità e di rapporto interpersonale nelle varie relazioni tutelate dal diritto” (è il lievito della gratuità e della personalizzazione dei rapporti);
4) la carità è chiamata a prevenire e impedire i tarli della solidarietà, cioè “il burocratismo, l’anonimato, il legalismo”. “Spesso ci si dimentica che sono delle persone coloro ai quali si rivolgono i molteplici servizi sociali” (ETC, 38);
5) la carità, con un’opera preveniente e profetica, “sa individuare e dare risposta ai bisogni sempre nuovi che la rapida evoluzione della società fa emergere” (ivi). Sollecitando le coscienze e usufruendo degli strumenti politici e istituzionali a ciò destinati, la carità si impegna “a far sì che i bisogni, quando siano autentici e quando la materia e la situazione lo consentano, siano riconosciuti come diritti e siano tutelati dall’organizzazione sociale” (ivi).
Ma, per far questo, non si può demonizzare la politica che non è solo militanza nei partiti, ma responsabilità civile e sociale per il bene comune. “Bisogna starci dentro, perché di essa siamo tutti destinatari e tutti protagonisti (ChL, 42).
Molti sono sconcertati e delusi dal modo con cui si gestisce la cosa pubblica: l’arroganza, la prepotenza, l’incompetenza, la mancanza di trasparenza, la noncuranza del bene comune, la scarsa attenzione alle persone, provocano sconcerto e delusione. Ma non è stando a guardare, né mugugnando, che si risolvono i problemi. Si esige, invece, la coraggiosa partecipazione di chi ha a cuore la costruzione della città dell’uomo, di chi voglia assumersi le sue responsabilità di chi sappia tenersi lontano da quella logica di contrapposizione anonima e sleale, che è la più evidente degenerazione del costume pubblico.
La politica è una maniera esigente di vivere l’impegno cristiano al servizio degli altri” (cfr. OA, 46); è, per il cristiano, “una maniera particolarmente urgente di vivere l’impegno di carità. Proprio per questo non si lascia scoraggiare dai fallimenti e dalle difficoltà, perché non è mai perduto ciò che nella vita è speso per il bene degli altri (dal Catechismo dei giovani).
Purtroppo, nei confronti della politica, si assumono prevalentemente atteggiamenti negativi’, distacco e disinformazione, indifferenza e scetticismo, senso di impotenza e rabbia, disprezzo e rifiuto; oppure si tengono atteggiamenti ambigui e persino contraddittori: quando, per esempio, si potrebbe contribuire a rendere più sano e respirabile il clima del proprio ambiente e dell’intero paese esercitando correttamente il proprio diritto e dovere politico, e invece, per vantaggi personali di vario tipo, si fanno scelte incoerenti e decisamente contrastanti col bene comune.
Siamo chiamati ad essere “soggetti attivi e responsabili di una storia da fare alla luce del Vangelo” (CiPP, 22-23). A questo scopo occorre incoraggiare l’aggregazione di cristiani adulti nella fede che esprimano la loro partecipazione alle vicende storiche con una matura coscienza civile, con uno stile profetico e di servizio disinteressato alla città dell’uomo, con un impegno di stimolo, di controllo e di verifica delle istanze etiche nei confronti delle pubbliche istituzioni e dei partiti. Dobbiamo avere viva consapevolezza che “il Vangelo è il più potente e radicale agente di trasformazione e di liberazione della storia” (ETC, 38). Ci è chiesto, dunque, di essere estremamente lucidi a riguardo del rapporto fede-politica: né confusione né separazione, ma distinzione e connessione.
È proprio il Vangelo della carità che ci “impegna a diffondere e incarnare la dottrina sociale della Chiesa, che è parte integrante della sua missione evangelizzatrice e del suo insegnamento morale” (SRS, 41).
In questa materia la nostra diocesi comincia a muovere i primi incerti passi. Ma c’è tanta voglia di camminare, cioè di partecipare e di spendersi: per il “bene comune”, che è bene di tutti e di ciascuno; per lo sviluppo integrale, cioè di tutto l’uomo e di tutti gli uomini. Si tratta di predisporre un opportuno itinerario di formazione, per una mentalità di fede vissuta nell’oggi della storia.
Si tratta — per i giovani — di fare l’incontro personale e profondo con Cristo che chiama alla sequela e al dono di sé; di scoprire la comunità ecclesiale nel suo mistero di comunione e nella molteplicità dei carismi e dei compiti; di fare la propria scelta vocazionale libera e gioiosa, per una testimonianza credibile e coraggiosa. Si tratta di avviare, con la necessaria oculatezza, le scuole di “educazione alla politica”. Con questa espressione intendo la preparazione dottrinale, la sensibilità umana e la formazione della coscienza al dovere di parteci pare alla vita della “polis”, di impegnarsi per il bene comune.
È un compito importante e urgente, di cui potrebbe opportunamente farsi carico il laicato organizzato, d’intesa e in comunione col Vescovo. Si tratta di dare vita con coraggio ad un Osservatorio socio- politico, che ricerchi i bisogni e le risorse, i problemi e le risposte. Si tratta di studiare e assimilare il Magistero sociale della Chiesa per un valido discernimento delle situazioni. “Oggi più che mai la Parola di Dio non potrà essere annunciata e ascoltata se ad essa non si accompagna la testimonianza dei cristiani posta al servizio dei fratelli, proprio su quei punti dove sono in gioco la loro esistenza e il loro avvenire” (OA, 51).
In cammino con Maria
Mentre sentiamo forte il bisogno di spiegare agli uomini del nostro tempo qual è il loro destino (evangelizzazione) e di annunciare e testimoniare loro l’amore di Dio (testimonianza della carità), troviamo in Maria il punto di riferimento più luminoso, la presenza più tenera, più esemplare, più rassicurante. In Maria tutto è convergente verso Dio. Ella è la donna del silenzio e dell’ascolto. Ella vive meditando la Parola e conservandola nel suo cuore. Ella è l’incarnazione perfetta del discepolo di Cristo: se a Cana ha potuto dire con fiduciosa sicurezza “fate quello che Egli vi dirà”, è perché nessuno come lei conosce il cuore del Figlio e vi è come adagiata dentro.
Il cuore di Cristo è il cuore di Maria! È qui, a Siracusa, il Cuore, oltre che immacolato, si è mostrato anche come Cuore addolorato. Mentre il sogno di un Santuario in onore della Madonna delle lacrime sta per diventare felice realtà e tutti coltiviamo l’ardente legittimo desiderio che sia il Sommo Pontefice ad inaugurarlo, sentiamo pure che questa è un’occasione privilegiata per purificare e consolidare la nostra devozione a Maria. Non possiamo camminare con lei, se non conoscendola, amandola, imitandola.
Da sempre il nostro popolo ha nutrito per la Madre celeste un amore filiale e tenero, manifestato spesso nelle forme più caratteristiche della pietà popolare.
Forse, negli ultimi anni, abbiamo registrato un certo senso di crisi della devozione mariana. Vi ha contribuito un po’ il generale processo di secolarizzazione. Ma non è mancato anche qualche contraccolpo di un malinteso rinnovamento teologico che, giustamente preoccupato di far risaltare l’assoluta centralità di Cristo, può aver ingenerato in molti l’impressione di “eccedere” nella devozione a Maria.
Come antidoto a simili scompensi, la Lumen Gentium ci ha offerto una regola sicura, ricordandoci che tutto, in Maria, è relativo a Cristo, sicché il ruolo di Maria verso gli uomini “sgorga dalla sovrabbondanza dei meriti di Cristo, si fonda sulla meditazione di Lui, da essa assolutamente dipende e attinge tutta la sua efficacia: non impedisce minimamente l’unione immediata dei credenti con Cristo, anzi la facilita”. Maria ci porta a Cristo! Se dunque la devozione a Maria è ben impostata, non c’è preoccupazione di eccedere nell’amore per la Madre di Dio e Madre nostra.
Si tratta allora di coniugare spiritualità e dottrina. “Una dottrina senza spiritualità rischia di essere come ossa senza carne, e una spiritualità senza dottrina diventa carne senza ossa” (Von Balthasar). Ma occorre anche escludere con fermezza tutto ciò che renderebbe inautentica la nostra devozione a Maria.
Inautentica sarebbe questa devozione:
a) Senza Bibbia. La Bibbia è la fonte della Rivelazione, l’anima della teologia, la sorgente pura e perenne della vita spirituale. Se vogliamo conoscere il vero volto di Maria, se vogliamo scoprire la sua missione dentro il grande progetto salvifico di Dio, dobbiamo attingere alla Bibbia. Se vogliamo evitare un devozionismo sterile e sentimentale, dobbiamo affondare Io sguardo amoroso e contemplativo dentro la Parola di Dio. E proprio da Maria possiamo apprendere come si accoglie la Parola, come la si medita e come la si pratica. Maria, “la prima e più perfetta discepola di Cristo”, la “sapienza riflessiva” ci insegnerà il rapporto autentico con la Parola che illumina e nutre, che giudica e scarnifica.
b) Senza Chiesa. La Chiesa nasce con Maria. La nostra fede si innesta nella sua fede. “Tutti coloro che, di generazione in generazione, accettando la testimonianza apostolica della Chiesa, partecipano a quella misteriosa eredità, in un certo senso partecipano alla fede di Maria” (RM, 27). Maria appartiene indissolubilmente al mistero della Chiesa, della quale è Madre e Modello. Il “test” dell’autentica devozione a Maria è perciò la partecipazione più consapevole e profonda alla vita della Chiesa. Una devozione alla Madonna che non conducesse all’inserimento nella Chiesa, alla comunione e corresponsabilità coi pastori, alla valorizzazione dei diversi carismi, sarebbe solo fanatismo, fatua credulità, sentimentalismo esposto ad ogni deviazione.
c) Senza storia. Sarebbe alienazione, deresponsabilizzazione e fuga. Sarebbe un chiudere il cuore ai gemiti dell’uomo e alle interpellanze della storia. Maria visse fortemente radicata nella storia, nella quale incarnò le attese e le sofferenze del suo popolo, nella speranza della liberazione promessa. Fu modello di attenzione cordiale e di solidarietà vissuta. Fu capacità di mettersi nei panni dell’altro per fondersi con l’altro, in una nuova unità prodotta e alimentata dallo Spirito di Dio. Si pensi alla solidarietà mostrata da Maria alle nozze di Cana. Mentre gli altri banchettavano allegri e spensierati, ella è la donna accorta, sensibile, che si fa madre e sorella di persone che direttamente non le appartengono, ma di cui si fa ugualmente carico per istinto incoercibile di amore: “Non hanno più vino”. La sua è l’attenzione premurosa di chi si mette nei panni degli altri, e, senza pretendere riconoscimenti, senza attendere gratificazioni, va diritto alla soluzione del loro problema. Aveva fatto così anche con Elisabetta, dalla quale — ci dice Luca — rimase circa tre mesi: l’evangelista fa intuire la servizievole permanenza di chi dell’amore non conosce le dichiarazioni, ma la fattiva dimostrazione. Amore concreto. Amore operoso.
Maria è la donna che si dà, che dà tutto. Negli Atti la troveremo insieme con gli Apostoli in attesa della Pentecoste. Li tiene uniti. Incoraggia in loro la pazienza. Insegna loro ad attendere con fiducia e ad invocare con la preghiera l’effusione del Paraclito. Nella nuova unità realizzata dallo Spirito Maria fa tutt’uno con la Chiesa. Un’autentica devozione a Maria si misurerà, dunque, dalla nostra capacità di essere fermento nella storia, sale della terra, presenza appassionatamente impegnata a investire il capitale della fede e il tesoro della grazia nella lievitazione cristiana delle strutture temporali, per la costruzione del Regno.
Maria, Madre delle vocazioni
e modello di missionarietà
Siamo un popolo di chiamati. Chiamati perché amati dall’eternità. Maria è il modello di tutti i chiamati. Contempliamola nell’icona dell’Annunciazione. Ella è là la Vergine in ascolto, piena di attenzione alla Parola di Dio e agli eventi della salvezza. È la Vergine del “fiat”, del “si” pieno e incondizionato al disegno di Dio. Ella non dubita, non tentenna, non ha paura: si fida. La sua domanda all’angelo (“come avverrà questo?”) è l’espressione di un operoso e responsabile consenso, che vuole chiarire a sé stesso i termini della più incondizionata corrispondenza. Ella è qui il modello di ogni vocazione.
E il modello della vocazione cristiana, perché, mentre accetta di essere madre, si fa anche discepola del Cristo suo figlio.
E modello della vocazione consacrata, perché nella sua illibata verginità, nella sua totale povertà e nella sua pronta obbedienza, si dona tutta a Dio senza misura.
E modello della vocazione laicale, perché, accettando il mistero della maternità nel contesto di una vita coniugale e di un concreto inserimento nel mondo, ella fa sua la fatica della storia, vivendone la piena realizzazione in Cristo.
E modello della vocazione sacerdotale, perché annuncia e dona il Cristo al mondo, facendosi strumento docilissimo e terreno fecondo dell’azione dello Spirito.
Tutte le vocazioni possono trovare in Maria un punto di riferimento. Da lei tutti dobbiamo imparare a vivere per Cristo, da lei il segreto della fedeltà e l’adesione alla volontà di Dio anche sotto la Croce. A Lei dovremo chiedere insistentemente la grazia di numerose e sante vocazioni di speciale consacrazione.
Abbiamo bisogno, oltre che di sacerdoti, di religiosi e di religiose, anche di consacrati negli Istituti secolari, di missionari nelle terre lontane, di diaconi permanenti, di laici impegnati nei più vari ministeri ecclesiali. In questa ricerca non dovremo tuttavia dimenticare che il primo punto di ogni pastorale vocazionale è quello indicato da Cristo stesso: “Pregate il padrone della messe, perché mandi operai nella sua messe”. Perciò non mi stanco di raccomandare l’iniziativa “Con Gesù nella notte” e l’Adorazione Eucaristica nel primo giovedì del mese per la santificazione dei sacerdoti e per le vocazioni.
Maria ci insegni la preghiera insistente e fiduciosa e l’avvalori con la sua materna intercessione.
Maria è anche il modello della missionarietà. Qui l’icona da contemplare è quella della visitazione, quando, subito dopo l’annuncio dell’Angelo, senza frapporre indugio, come se una forza incontenibile la spingesse dal di dentro, corre dalla cugina Elisabetta per rendersi utile alla sorella nel bisogno, ma soprattutto per consegnarle il Cristo appena concepito nel suo grembo. Per lei evangelizzazione e promozione umana non sono separabili, sono un unico servizio all’uomo.
Per lei la missione è un bisogno d’amore. Sul suo esempio e con la sua materna intercessione dobbiamo affrontare i grossi problemi della nuova evangelizzazione per rifare il tessuto cristiano della comunità ecclesiale. Accompagnati da lei, stella dell’evangelizzazione, prepariamoci con impegno al 3° Convegno delle Chiese di Sicilia; vegliati dal suo amore materno, diamo testimonianza nel mondo della carità che non ha mai fine.
III
Stile, metodo e strumenti del nostro lavoro
A. Stile
La nuova evangelizzazione esige che si ritorni “a raccontare il Vangelo con i fatti”. E uno stile di vita che comporta l’impegno di una quotidiana conversione a Cristo e all’amore reciproco, nel dono e nel servizio.
La via del cambiamento interiore è essenziale alla missione della Chiesa, perché conduce il credente e la comunità a irradiare la fede attraverso la coerenza dei comportamenti.
Il modello su cui specchiarsi e verificarsi è la Chiesa delle origini (At 2, 42-48; 4, 32-35).
Lo “stile di vita” necessario per una efficace evangelizzazione comporta un insieme di convinzioni, atteggiamenti e rapporti che sarebbe lungo esplicitare. Ne segnalo alcuni che ritengo particolarmente significativi.
1) Una forte e limpida coscienza della propria identità cristiana. Essa è frutto dell’incontro personale con Cristo e di una esperienza costante di comunione ecclesiale.
2) Capacità di dialogo che sappia aprirsi all’ascolto e alla condivisione così da accogliere con riconoscenza quanto di buono può venire da ogni parte, consapevoli che non con l’imposizione, né con il risentimento, né con la pretesa, bensì con la delicatezza, l’umiltà e il rispetto si rende ragione della speranza che è in noi.
3) Esempio di povertà personale, trasparenza nell’amministrazione dei beni comunitari e larga sensibilità alla carità.
“Dobbiamo acquisire uno stile di vita più sobrio, più ricco di condivisione e di convivialità” (ETC, 42).
4) Far crescere lo spirito di fraternità che crei nei nostri ambienti un clima di serenità, di cordialità, di immediatezza di rapporti personali, tali da mettere ogni persona a proprio agio e da favorire la comunicazione della fede, lo scambio di esperienze e la correzione fraterna.
B. Metodo
Ogni lavoro serio esige alcune attenzioni metodologiche.
- La cultura di comunione
La “cultura di comunione” è “Attitudine al pensare insieme, alla condivisione dell’impegno, alla elaborazione comunitaria a dei progetti pastorali, alla formazione corretta di giudizi comuni sulla realtà dell’ambiente, all’adozione di forme di intervento in cui si esprime l’anima di tutta la comunità interessata” (CeC, 63).
2) L’unità dell’indirizzo pastorale
Per camminare insieme occorre muoversi tutti nella medesima direzione. Ci sono, certo, carismi e ruoli molteplici, c’è pure una varietà di situazioni che esigono adattamenti; ma sempre in vista di quella comunione che costruisce una comunità ecclesiale autentica. Perciò, una volta che la Chiesa locale, sotto la guida del. Vescovo, cui compete il dovere del “discernimento”, fa alcune scelte, queste diventano per ciò stesso autorevoli ed esigono accoglienza piena da parte di tutti gli operatori pastorali (sacerdoti, religiosi e laici).
Per facilitare l’intesa va sviluppata maggiore comunicazione a tutti i livelli.
- La collaborazione pastorale
E l’impegno ascetico più urgente. E un’esigenza irrinunciabile. Il lavoro in comune costa, perché chiede di uscire dalla solitudine sfondando le barriere dell’egoismo, dell’individualismo e del protagonismo, ma è necessario e fecondo; fa risparmiare tempo ed energie e, qualificando i servizi, garantisce migliori risultati.
La collaborazione pastorale deve crescere a tutti i livelli, ma specialmente tra presbiteri e laici. Ai presbiteri, che, in forza del loro ministero, partecipano della grazia di Cristo Capo e Pastore, sono chiesti servizi preziosi:
— “scoprire con senso di fede, riconoscere con gioia, e favorire con diligenza” i molteplici carismi che lo Spirito dispensa alla Chiesa (cfr. PO, 9) (è il discernimento);
— far convergere in sintesi armonica tutti i doni presenti nella comunità (è il ministero dell’unità);
— credere nella ministerialità di tutti i battezzati (è l’attitudine del pastore a far tesoro della complementarietà e della sussidiarietà);
— valorizzare, piuttosto che uniformare (è l’esercizio della paternità, che rifiuta ogni paternalismo);
— guidare e correggere, piuttosto che mortificare le diversità (è la saggia pedagogia di ogni buona guida).
Ma “i sacri pastori sanno benissimo quanto contribuiscano i laici al bene di tutta la Chiesa.
Sanno di non essere stati istituiti da Cristo per assumersi da soli tutta la missione di salvezza che la Chiesa ha ricevuto nei confronti del mondo, ma che il loro magnifico incarico è di pascere i fedeli e di riconoscere i loro servizi e i loro carismi, in modo che tutti concordemente cooperino, nella loro misura, all’opera comune” (LG, 30).
In effetti, i laici sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall’interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo” (LG, 31), e per questo hanno ricevuto dallo Spirito doni e carismi particolari. Spetta a loro “cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio” (ivi), e a tale scopo hanno una competenza e un’esperienza che i presbiteri devono riconoscere e valorizzare. Occorre poi che i laici accettino con gratitudine il servizio dei pastori, che non si chiudano in sè stessi e vivano in un continuo scambio con gli altri membri della comunità.
4) Il coordinamento dell’indirizzo pastorale
Riguarda la funzionalità delle strutture diocesane, foraniali e parrocchiali: consigli, uffici, consulte, ecc. In particolare è urgente ed irrinunciabile la formazione dei Consigli pastorali parrocchiali e di quelli degli affari economici che esprimano autenticamente la partecipazione e la corresponsabilità dei fedeli nel cammino della comunità, evitando ogni ambiguità e formalismo. Dobbiamo convincerci che la verità della comunione si esprime nel reale coordinamento delle attività pastorali, evitando di fare i “battitori liberi” o i “navigatori solitari”.
5) Verifica dell’attività pastorale
Le scelte, le iniziative e i risultati vanno sempre attentamente confrontati e verificati per non cadere nel rischio del pressappochismo e dell’improvvisazione.
C. Strumenti
L’importanza dell’evangelizzazione e della testimonianza della carità mette in risalto anche il problema delle vie e dei mezzi da utilizzare e costituisce una certa sfida alla nostra capacità di scoperte e di adattamento.
Mi limito ad alcune annotazioni.
1) La fede si trasmette ancora oggi “per contagio”, da persona a persona, in quella rete di relazioni che tesse l’esistenza di ognuno (cfr. EN, 46). Il Vangelo passa attraverso l’amicizia, la conoscenza, l’attenzione, come risposta puntuale a situazioni concrete della “direzione spirituale”, strumento prezioso per una solida educazione cristiana.
2) La situazione di massificazione e di solitudine in cui vive l’uomo di oggi fa riscoprire il valore degli ambienti e strutture parrocchiali che favoriscono l’incontro di ragazzi, dei giovani e degli adulti. Siano aperti ad accogliere, affinché essi possano stare insieme, conoscersi e fraternizzare, discutere e confrontarsi. Possono essere preziosi per l’evangelizzazione e la vita di una comunità viva, anziché utilizzati per scopi di lucro.
3) Per una efficace proposta di valori, la comunità cristiana deve diventare più cosciente dell’apporto che possono dare vari centri e iniziative di promozione sul territorio: scuole cattoliche, associazioni a carattere professionale, culturale, formativo. Esse vanno meglio valorizzate per l’apporto specifico che possono dare.
4) Un nuovo interlocutore da raggiungere è ormai l’opinione pubblica: i Mass media modellano continuamente le opinioni e il comportamento in tutti gli aspetti della vita, compreso quello religioso. Occorre sapersene servire come spazio di diffusione per il dialogo con la società per il triennio 1992-1995 (cfr. RMissio, 37).
Nella nostra diocesi è presente da dieci anni il settimanale “Cammino”, di ispirazione cattolica, che tanti buoni servizi ha reso e che attende di essere meglio valorizzato dalla comunità ecclesiale. Non gli ho fatto mancare, all’occorrenza, il mio incoraggiamento anche ufficiale, ma occorrerebbe, previo qualche chiarimento a livello di Consiglio pastorale diocesano, un maggiore coinvolgimento di tutta la nostra Chiesa.
È, poi, incoraggiante, e lascia bene sperare, l’esperienza di collaborazione cordiale delle emittenti televisive cittadine, delle testate locali e di qualche buona radio parrocchiale.
Vi ho offerto, carissimi, gli orientamenti di fondo, gli obiettivi essenziali, gli impegni permanenti; ho delineato lo stile, il metodo e gli strumenti dell’azione pastorale per il triennio 1992-1995. Tutto ciò esige un ulteriore fase di elaborazione: deve essere tradotto in programma. A farsi carico di questa fase sono chiamati gli uffici e gli organismi di partecipazione preposti ai diversi settori della pastorale diocesana. Ma è tutta la comunità, in tutte le sue componenti, che il Piano pastorale interpella. Anzitutto i presbiteri, che, sul piano ministeriale e istituzionale, sono i diretti e immediati responsabili dell’azione pastorale. Poi i religiosi e le religiose, che, per la peculiarità dei loro carismi, sono profezia delle realtà future. Infine i laici, impegnati nei servizi pastorali e operatori nei differenti spazi della vita e della missione della Chiesa, le associazioni, i movimenti, i gruppi, gli Istituti secolari, le Confraternite… A tutti chiedo un’adesione cordiale, un’accoglienza affettuosa e un impegno volenteroso per una fruttuosa realizzazione del Piano pastorale.
La forza del cammino
Dinanzi a compiti così gravi ed urgenti sentiamo d’istinto tutta la nostra insufficienza. Ma noi sappiamo dove attingere la forza, rigenerare la speranza, come imprimere nuovo slancio al nostro impegno.
“Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni” (At 1,8).
Mi è caro riproporre alla nostra meditazione la parola calda ed autorevole del Santo Padre: “Sappiamo bene che le risorse umane, l’utilizzo di strumenti moderni, l’originalità delle iniziative sono cose sempre necessarie, ma non sufficienti”. Ce lo ricorda il Salmista quando afferma “Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori. Se il Signore non custodisce la città, invano veglia il custode” (Sal 126,1). Risuona chiara la parola del Signore, che, dopo la similitudine del tralcio che non può dar frutto se non rimane attaccato alla vite, conclude in modo perentorio: “Senza di me non potete far nulla” (cfr. Gv 15, 4-5).
Ecco perché l’appello, che rivolgo a voi, a ciascuno di voi, è di costruire sempre e soprattutto sull’unico fondamento che è Gesù Cristo (1 Cor 3, 11), di alimentare la vostra spiritualità alla fonte inesausta della sua grazia.
Prima delle decisioni, prima delle iniziative, prima di ogni programmazione pastorale dovete andare dal Signore e domandare la sua grazia, cercando Lui nell’intimità dell’unione e ottenendo quella con l’assiduità della preghiera (cfr. Mt 7, 7-11).
Sarà sempre necessario un quotidiano, rinnovato sforzo di personale santificazione che, com’è nella linea della vocazione ricevuta, così è premessa irrinunciabile perché sia credibile la vostra opera e fruttuoso il vostro ministero verso i fratelli, anche se indifferenti e lontani” (OR 31.12.1986).
E mi piace ricordare anche quanto come Vescovi abbiamo scritto nel riconsegnare alla Chiesa italiana il prezioso testo de “Il rinnovamento della catechesi”. “Voi già lo sapete, non è principalmente la quantità del lavoro che fa crescere la comunità, ma la qualità: una chiesa non la si organizza, ma la si genera con la fecondità dei carismi.
E, fra tutti i carismi, quello della santità è il più fecondo” (n° 14).
Coraggio, il Signore cammina con noi. La Madonna ci assiste, S. Marciano e S. Lucia intercedono per noi. Coraggio, e al lavoro!
“Con Dio noi faremo prodigi!”
† Giuseppe Costanzo
Siracusa, 8 Dicembre 1991
Festa dell’Immacolata Concezione di Maria
Abbreviazioni e sigle
AA Concilio Vaticano II, Decreto Apostolicam actuositatem, sull’apostolato dei laici, 18.11.1965
CdL Episcopato italiano, Nota pastorale La Chiesa in Italia dopo Loreto, 9.6.1985
CeC Documento pastorale Comunione e comunità: I. Introduzione al piano pastorale 1.10.1981
ChL Giovanni Paolo II, Christifideles laici, sulla vocazione e missione dei Laici nella Chiesa e nel mondo, 30.12.1988
CiPP CEI (Consiglio Permanente), Documento La Chiesa italiana e le prospettive del paese, 23-10.1981
DM Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Dives in misericordia sulla misericordia divina, 30.11.1980
DV Concilio Vaticano II, Costituzione dogmatica Dei Verbum sulla divina rivelazione, 18.11.1985
EN Paolo VI, Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi sull’evangelizzazione nel mondo contemporaneo, 8.12.1975
ETC CEI, Orientamenti pastorali per gli anni ’90, Evangelizzazione e testimonianza della carità, 8.12.1990
FC Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica Familiaris consortio sui compiti della famiglia cristiana nel mondo contemporaneo, 22.11.1981
GS Concilio Vaticano II, Costituzione pastorale Gaudium et spes su La Chiesa nel mondo contemporaneo, 7.12.1965
LG Concilio Vaticano II, Costituzione dogmatica Lumen Gentium sulla Chiesa, 21.12.1964
OA Paolo VI, Lettera apostolica Octogesima adveniens al card. M. Roy nell’80° anniversario della Rerum Novarum, 14.5.1971
OR “L’osservatore romano”, Città del Vaticano
PO Concilio Vaticano II, Decreto Presbyterorum ordinis, sul ministero e la vita dei presbiteri, 7.12.1965
RdC Episcopato italiano, Il rinnovamento della catechesi, documento Pastorale di base per la redazione dei catechismi, 2.2.1970
RH Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Redemptor hominis, all’inizio del suo ministero pontificale, 4.3.1979
RM Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Redemptoris Mater, sulla Beata Vergine Maria nella vita della Chiesa in cammino, 25.3.1987
RMissio Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Redemptoris Missio, circa la permanente validità del mandato missionario, 7.12.90
SC Concilio Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium sulla sacra liturgia, 4.12.1963
SRS Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Sollicitudo Rei Socialis, nel ventesimo anniversario della Populorum Progressio, 30.12.1987
