Il coraggio di sperare

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Giuseppe Costanzo

Arcivescovo di Siracusa

In Cammino Verso il Duemila
Piano Pastorale

Prima parte

INTRODUZIONE

Fratelli e sorelle!

Figli carissimi!

Eccoci all’atteso appuntamento di Chiesa, che ci raduna – convocati dalla Parola, edificati dall’Eucarestia, animati dallo Spirito – per l’inizio del triennio pastorale in preparazione al grande Giubileo del 2000. Lungo quest’anno abbiamo riflettuto, abbiamo pregato, ci siamo ascoltati. Ho potuto cogliere i vostri aneliti e le vostre attese. Ho fatto tesoro dei vostri contributi.

Ora mi sembra conforme al mio ministero di padre e pastore di questa Chiesa che è in Siracusa tracciarvi delle linee operative che siano per tutti, lungo questi anni, un sicuro punto di riferimento.

Un piano pastorale non è una sorta di programmazione aziendale. La Chiesa è vita, è il mistero di un popolo innestato nella comunione trinitaria. E questa vita non può essere certo irreggimentata. Nella Chiesa è sovrano lo Spirito, che è Spirito di libertà.

Che cos’è, dunque, il “Piano pastorale”? E’ uno strumento, di sua natura limitato e non esaustivo, per coordinare il nostro impegno e moltiplicare i frutti della nostra fedeltà. E’ un indicatore di rotta, un rapido disegno di orientamenti teologici e pastorali, che dovranno poi essere tradotti organicamente nella programmazione affidata agli Uffici Diocesani, ai vicariati, alle parrocchie, alle associazioni, ai movimenti, ai gruppi ecclesiali. Esso ha senso solo se trova una comunità docile e pronta, fiduciosa nell’azione di Dio e animata da buona volontà.

Proprio perché ecclesiale, un piano pastorale non può interessare un solo gruppo e un solo settore. Esso riguarda tutti, anche se, ovviamente, non tutti dovranno far tutto. Ad ognuno la sua parte. Uno stupendo mosaico si spiegherà ai nostri occhi, se ognuno porterà il suo tassello.

Il tema di questo triennio si presta in modo singolare a sollecitare l’impegno comune. Esso, infatti concerne la speranza, che è dimensione fondamentale dell’esistenza umana e della vita cristiana. La speranza è esigenza basilare dell’uomo. Senza speranza non c’è fantasia progettuale, né pulsione critica, né forza innovativa. Senza speranza non si ha voglia di progettare né gioia di vivere. Sperare è necessario e vitale. Ma è possibile sperare oggi? E’ realistico? Può una persona attenta e informata avere ancora il “coraggio di sperare”? Non siamo già in una situazione disperata?

1.1. Sguardo alla situazione socio-economica di Siracusa e provincia (ln relazione alle condizioni di povertà).

Lo spettro della povertà incombe sulla nostra città e sulla provincia. Una presenza non più nascosta, ma sempre più evidente ed allarmante. Ne sanno qualcosa i volontari della Caritas ed i parroci, perché ogni giorno continuano a crescere le richieste di aiuto. Le famiglie dove non vi è più un reddito fisso sono destinate ad allungare un elenco fatto di disoccupazione, degrado sociale ed abbandono. Molte di esse sono costrette a chiedere continuamente aiuti alimentari, oltre a quelli sanitari, con richieste sempre più impellenti e mortificanti.

I poveri, a Siracusa e provincia, sono tanti, troppi. Sono sempre di più ogni giorno che passa ed appartengono a famiglie che da generazioni vivono ai margini della società e che hanno assunto come “modus vivendi” il continuo ricorso all’assistenza comunale, all’aiuto della parrocchia o delle associazioni di volontariato. Sono i poveri che hanno perso ogni forma di dignità e che non si aspettano più nulla dalla vita, ma che, nonostante tutto, continuano a vivere.

Su queste povertà tradizionali si innestano quasi sempre forme di povertà più difficili da affrontare e da sradicare:

– la mancanza di cultura: mantenere un figlio a scuola è oggi un onere insostenibile per chi manca anche del necessario;

– la mancanza di salute: nell’attuale situazione diventa difficile per i nostri poveri anche curare un raffreddore;

– la mancanza di un’abitazione decente: l’impossibilità di pagare un canone di affitto obbliga chi ha bisogno a trasformare in abitazioni tuguri umidi, maleodoranti, qualche volta cadenti, abitati anche da

scarafaggi e topi;

– la debolezza della famiglia: denutrizione, violenza, mancanza di responsabilità nell’educare i figli, frequente ricorso all’aborto, sfruttamento dei minori e carenze affettive sono le drammatiche piaghe quotidiane.

Siracusa e la sua provincia presentano numerosissime famiglie in cui tutte queste forme di povertà coesistono. Nella nostra città, ed anche in provincia, inoltre, vivono migliaia di anziani destinati alla solitudine e all’abbandono, bambini e ragazzi che hanno davanti a loro un avvenire fatto soltanto di stenti e per i quali spesso si aprono soltanto le porte della comunità ecclesiale, mentre restano chiuse

quelle delle pubbliche istituzioni, che o non fanno nulla o si giustificano con le lentezze della burocrazia.

Che dire, poi, dei tanti giovani che trovano conforto nell’alcool e nella droga e di cui la comunità civile si accorge solo per considerarli una piaga inquinante per i giovani cosiddetti “sani”, ma anch’essi senza lavoro?

Che dire dei nostri “fratelli” immigrati, che si trovano a vivere poveri anche della loro cultura e che ritroviamo nei nostri pensieri soltanto quando ai semafori ci chiedono cortesemente o con insistenza di acquistare qualcosa?

Che dire delle tantissime famiglie che hanno da sempre vissuto decorosamente e che si ritrovano improvvisamente “povere” per il licenziamento del capo-famiglia?

Il disagio sociale ha ormai raggiunto livelli insopportabili. La situazione è particolarmente allarmante in Ortigia e nel quartiere della Mazzarona: una miscela “esplosiva” anche sul fronte dell’ordine pubblico e della sicurezza dei cittadini.

Che l’aumento della povertà sia frutto della disoccupazione non c’è alcun dubbio. I dati forniti dalla Camera di Commercio e dall’Ufficio Provinciale del lavoro sono terribilmente chiari: non si trova occupazione e si perdono i vecchi posti di lavoro. Sono cifre allarmanti. Esse indicano povertà, segnalano possibili criminalità, denunciano precise responsabilità. Esse pesano sulle nostre famiglie, inquietano le nostre coscienze, creano un clima di generale sfiducia e di diffuso malcontento. In una parola, mettono in crisi la speranza. In effetti, in una situazione così disastrata vien meno “il coraggio di sperare”.

1.2. Situazione ecclesiale

Anche questa non è incoraggiante.

C’è crisi di fede a motivo del diffuso secolarismo del pluralismo ideologico, del sincretismo religioso, del soggettivismo esasperato, della scarsa familiarità con la Bibbia e con la preghiera.  Qualcuno ha parlato di “stato comatoso” della fede; questa, infatti, è incapace di incidere sul costume, di trasformarsi in cultura e di fare storia. E’ una fede nozionale ed infantile, al limite della superstizione, perché non pensata, non pregata, non coerentemente vissuta.

C’è crisi di speranza, perché si ha I’ impressione di essere giunti ad un vicolo cieco, ad una situazione senza via d’uscita. “Non c’èniente da fare – si dice – “tutto va a rotoli”. “Che disastro!” Con questo stato d’animo si vive rassegnati, si lavora senza convinzione e senza entusiasmo, si diventa ripetitivi…

C’è crisi di amore. Il Vangelo della carità, che dovrebbe rigenerare la società e vertebrare la storia, è oggetto di ineccepibili riflessioni, di erudite conversazioni, di suggestivi orientamenti pastorali, ma, di fatto, non ci si ama.

La vita della comunità non cambia, la comunione non cresce, la testimonianza della concordia e della collaborazione non migliora, l’apertura al mondo rimane timida ed incerta. Si fa fatica a debellare l’individualismo, a camminare insieme, ad operare concordi.

1.3. Far credito alla speranza.

Ma questo non va bene. Il Signore non è contento. Dobbiamo reagire alla tentazione della rassegnazione. Non cedete – ci disse il Papa – alle tentazioni dell’apatia, del torpore e della pigrizia, che conducono all’inerzia, all’accettazione fatalistica del male e dell’  ingiustizia”

“sono venuto per dirvi: non rimanete ripiegati su voi stessi! <<Alzatevi e levate il capo!>> (Lc 21,28). Sono venuto per seminare speranza, una speranza creativa, fondata sulla coscienza del vostro impegno e del compito che la storia vi affida” (Discorso alla cittadinanza).

Occorre “levare il capo”, per guardare avanti e non indietro. Bisogna far credito alla speranza, fare spazio alla progettualità.

La storia non si è fermata. Non è ancora la fine. “L’arco del tempo non solo non è in declino, ma non ha ancora raggiunto lo zenith. L’umanità non ha esaurito le scorte della Redenzione” (T. Bello). Dobbiamo scuoterci dal torpore, liberarci dal catastrofismo e ricordarci che Gesù, morto e risorto è, il nostro Redentore, è il Vivente per sempre, è il Signore della vita e della storia.

SpalanchiamoGli, dunque, il nostro cuore. Ridestiamo in noi la certezza che lo Spirito Santo è sempre all’opera e compie meraviglie. Non dimentichiamo che Dio è il Dio dell’impossibile, Colui che fa nuove tutte le cose e che ama i suoi figli da sempre e per sempre.

Non è forse questo l’atteggiamento del vero credente? Non è questo l’esempio che ci dà l’orante nella Bibbia? Oggetto del bersaglio della gentaglia, consapevole del pericolo che lo minaccia, egli non fugge, ma confida: “Nel Signore mi sono rifugiato” (Sal 11,(10), 1). “Quando sono scosse le fondamenta” (ivi, v.3), cioè quando tutto crolla, quando c’è il caos sulla terra e non si capisce più nulla, il credente non si lascia impressionare, vede invece chiaro nel gran pasticcio, è consapevole che Dio, anche se sta in alto, di lassù ci vede benissimo: “I suoi occhi sono aperti sul mondo, le sue pupille scrutano ogni uomo” (ivi, v.4).

Dinanzi ai tranelli che l’empio tende al giusto, illudendosi e blaterando che “Dio non c’è”, che “Dio non interviene”, che Dio “non ne chiederà conto”, il pio israelita si aggrappa a con forza alla sua fede incrollabile: “Eppure tu vedi l’affanno e il dolore, tutto tu guardi e prendi nelle tue mani. A Te si abbandona il misero, dell’ orfano tu sei il sostegno” (Sal.10,14).

Fratelli e sorelle, quando la situazione è grave e sembra disperata, è quella l’ora della speranza. Quando la logica inesorabile dei fatti ci porterebbe a mollare, ad ammainare le vele, a tirare i remi in barca, è quella l’ora di resistere e di non firmare la resa. Spesso si dice che “la speranza è l’ultima a morire”. Non è vero. Non può essere l’ultima a morire. Semmai la prima a non morire.

La speranza continua a nascere. Nasce e rinasce continuamente, perché crediamo che Dio può tutto, perché sappiamo che lui ci ama e non ci abbandona, perché non cessiamo di stare in preghiera che è sorgente inesauribile di luce e di forza, di pazienza e di coraggio. Il coraggio, appunto, di sperare. In continuità col precedente Piano Pastorale Diocesano, intitolato “Il coraggio di credere e di amare”, l’attuale Piano Pastorale dal titolo “Il coraggio di sperare”,

– si pone sulla linea della Tertio Millennio Adveniente, la Lettera apostolica della speranza per il nuovo millennio;

– intende dar seguito alle indicazioni del Convegno di Palermo sul “Vangelo della carità” e alle sue prospettive di speranza “per una nuova società in Italia”;

– si propone di sintonizzarsi con il magistero del Papa a Siracusa, dove ha detto che è venuto “per seminare speranza” (Alla cittadinanza, 3);

– tiene conto degli orientamenti della CESi su “Nuova Evangelizzazione e Pastorale”;

– vuole sviluppare la feconda riflessione della 47° Settimana Liturgica Nazionale a Siracusa.

Va da sé che col presente Piano Pastorale non si intende accantonare quello precedente. Non si tratta, infatti, di “voltare pagina”, ma di portare avanti e completare il Piano precedente, focalizzando, in questa fine di millennio, il tema della speranza. Questo Piano Pastorale nasce dalla speranza. E’ un atto di speranza nella forza rinnovatrice del Vangelo.

Seconda Parte

IL CAMMINO DELLA SPERANZA

Camminare significa accettare la fatica della strada. Mettiamo, allora, nello zaino una grossa scorta di buona volontà e avviamoci nel nome del Signore. La Tertio Millennio Adveniente (TMA) ci presenta una struttura trinitaria del triennio che inizia nel 1997 e termina nel 1999: il primo anno (1997) è “dedicato alla riflessione su Cristo”, “Salvatore ed Evangelizzatore” (n° 40); il secondo anno (1998) è “dedicato in modo particolare allo Spirito Santo” (n° 44); il terzo anno (1999) dovrà aprirci              alla “prospettiva del Padre che è nei cieli” (n. 49).

Rispettivamente il 1997 dovrà portare a un rinvigorimento della fede e della testimonianza dei cristiani” (n° 40) e, sul piano sacramentale, alla ; “riscoperta del Battesimo” (n° 41); nel 1998 i credenti saranno chiamati a “riscoprire la virtù teologale della Speranza” (n° 46) e, sul piano sacramentale e, l’importanza della Confermazione (n° 45) mediante la quale agisce lo Spirito; nel 1999 sarà messa “in risalto la virtù teologale della Carità” (n°50) e, sul piano sacramentale, la “riscoperta e la intensa celebrazione del sacramento della Penitenza” (n° 50).

Ovviamente questo schema serve a focalizzare l’attenzione pastorale ogni anno su uno di questi tre ambiti; ma contemporaneamente ci consente di cogliere   l’intimo nesso esistente in questo ritmo ternario e la complementarietà fra i tre campi di impegno. Possiamo, quindi, suddividere il nostro programma pastorale in tre parti (corrispondenti ai tre anni) ma con l’avvertenza di non trascurare la connessione strutturale fra i tre ambiti:

1. EVANGELIZZAZIONE

2. SPIRITUALITÀ

3. CARITÀ

Procediamo schematicamente perché il materiale è vasto e vogliamo essere sobri. Sarà compito degli Uffici sviluppare ed ampliare.

2.1. EVANGELIZZAZIONE !

Sulla evangelizzazione è fondata la speranza del rinnovamento della società.

A) Alcuni dei PROBLEMI  più gravi posti oggi alla nuova evangelizzazione

sono:

– il soggettivismo nel campo del pensiero e della religione e il relativismo sul piano etico;

– l’individualismo e il fatalismo sociale;

-il materialismo nella concezione della vita e l’edonismo;

– il proliferare delle nuove sette religiose, che pretendono di dare una risposta “religiosa” al vuoto di fede di tanti cattolici senza Vangelo e senza Chiesa;

– la mafia e la mentalità mafiosa; la connivenza e il metodo mafioso;

– Magia superstizione, spiritismo, satanismo;

– Massoneria, fenomeno molto presente e diffuso, quanto mai pericoloso e anti-evangelico (cfr CESi: Documento conclusivo del 3° Convegno delle Chiese di Sicilia, 12-14).

B) I CONTENUTI della evangelizzazione dovranno essere:

– un rinnovato interesse alla Bibbia (Cfr TMA 40);

– la centralità della Parola di Dio;

– la Scuola della Parola – meditazione su Gesù Cristo,(1° anno)

– meditazione sullo Spirito Santo (2° anno)

– meditazione sul Padre (3° anno)

– la catechesi sistematica degli adulti (Cfr TMA 42);

-la riscoperta del Battesimo (TMA 41). nelle sue varie dimensioni:

* dimensione cristologica;

* dimensione pasquale;

* dimensione pneumatologica;

* dimensione trinitaria;

* dimensione antropologica;

* dimensione ecclesiologica;

* dimensione escatologica;

* dimensione mariana.

C) 1 METODO.

Esso dà forza alla evangelizzazione, rendendola più credibile. Deve essere autenticamente dialogico, cioè disponibile al confronto, aperto ad accogliere i “semi di verità” presenti in ogni uomo, profondamente rispettoso dell’altro. Non si può annunciare il Vangelo della Carità con l’imposizione, né col risentimento, né con la pretesa (cfr. Is 42,2-3), ma con la dolcezza, con l’umiltà e il rispetto, pronti a rendere ragione “della speranza che vive in noi (cfr. 1Pt 3,15-16).

“Il Vangelo della carità non si annuncia se non attraverso la carità. Ma questa carità, proprio perché genuina, non nasconderà ai fratelli la verità di Cristo, non la mutilerà o attenuerà nella ricerca di ingannevoli compromessi” (Evangelizzazione e Testimonianza della Carità, 32).

Da quanto detto si evince con chiarezza che un buon metodo per evangelizzare si fonda su una fede matura, testimoniata con l’umile fierezza del discepolo, sempre consapevole che la verità che annuncia è più grande delle sue parole, della sua comprensione, della sua esperienza e della stessa vita della Chiesa, perché la verità che annuncia è Gesù Cristo. Il metodo migliore è la testimonianza di una vita radicata in Cristo, di un’esistenza che irradia Cristo. Altrimenti rischiamo di non annunciare Cristo, ma noi stessi, una nostra verità. Quando ci si è lasciati afferrare da Cristo e ci si è innamorati di Lui, allora si sarà capaci di farsi “tutto a tutti” per salvare a ogni costo i fratelli (cfr. 1Cor 9,19-22, ed ETC 32)

D) FORME E STRUMENTI DEL DIALOGO

1) Dialogo con la cultura contemporanea.

Essa interpella il credente, l’apostolo, il testimone. Dobbiamo prepararci a operare seriamente in questo campo che viene indicato con l’espressione “evangelizzazione della cultura e inculturazione della fede”. Per essere in grado di dialogare, la nostra Chiesa deve riscoprire la propria identità ed essere fedele alla propria vocazione storica. Una Chiesa come quella di Siracusa, così ricca di storia e di cultura, potrà evangelizzare se saprà ritornare alle radici storiche della propria fede.

Questo dialogo col passato è indispensabile in vista del futuro. In questo ambito è quanto mai pertinente un nuovo impulso allo studio storico del cammino della Chiesa siracusana. Auspico, in tal senso, la costituzione di un Istituto di Storia della nostra Chiesa che ci aiuti a comprendere le linee di sviluppo della fede nella nostra terra.

Diceva Giovanni Paolo II: “un uomo senza memoria è un uomo senza futuro”.

E’ importante che vengano valorizzati ancor più ampiamente quegli strumenti di conoscenza e di cultura che la nostra diocesi possiede, in modo particolare l’Archivio Storico e la Biblioteca Alagoniana.

Una testimonianza visiva emblematica della storia cristiana a Siracusa ci viene dalle catacombe, Il Santo Padre, nel suo messaggio ai giovani della nostra diocesi, ha detto che “Siracusa è famosa per le

catacombe quasi come Roma!”. Sta a noi, quindi, accogliere questa preziosa eredità morale e valorizzarla sia sotto il profilo culturale sia sotto il profilo spirituale, catechetico, pastorale. Riscoprendo le nostre radici cristiane siamo in grado di evangelizzare in modo più autentico

e significativo.

2) Dialogo ecumenico coi fratelli e le sorelle delle altre chiese e confessioni cristiane,

Nel cammino di evangelizzazione non possiamo non tener conto delle peculiarità della nostra Chiesa. Tali sono quelle appena accennate. Ma vi è ancora, una caratteristica storica della nostra Chiesa: quella di essere punto di incontro e di convergenza fra Oriente e Occidente, ponte del Mediterraneo, luogo di dialogo tra le varie culture.

L’ ecumenismo è un’altra connotazione della nostra Chiesa, è una vocazione precisa alla quale dobbiamo essere fedeli. In questa prospettiva devono essere intensificati e coordinati tutti gli sforzi in ordine all’ unita della Chiesa, rivitalizzando “la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani” durante la quale tutte le parrocchie debbono sentirsi coinvolte, accettando inoltre e promuovendo incontri di studio e di preghiera che partano dalla Bibbia.

3) Dialogo intraecclesiale

Oltre a questi aspetti evidenziati vi è un altro ambito nel quale dobbiamo giocare la nostra capacità di dialogo: intendo riferirmi al problematico e ricco settore della pietà popolare. Si esige una riflessione comunitaria su questo argomento con l’intento di analizzarne le ambiguità, di purificarlo dalle deviazioni e di valorizzarne l’enorme potenziale positivo in ordine alla evangelizzazione.

E) CAMPI di evangelizzazione:

1. Evangelizzazione della cultura e inculturazione della fede. Di qui due esigenze:

A) Esigenza di un progetto culturale orientato in senso cristiano che sappia coniugare

* verità e carità

* trascendenza e storia

* persona e comunità

* sfera privata e sfera pubblica.

B) Esigenza di un impegno nel mondo della comunicazione

primo “areopago” del tempo moderno:

* impegno sul versante della consapevolezza

* impegno nell’investimento educativo

* impegno sul piano socio-politico

* impegno in ordine al coordinamento e alla sinergia.

2. Evangelizzazione della famiglia e per mezzo della famiglia.

Occorre affrontare alcuni nodi problematici:

* sul piano culturale (liberta come arbitrio1; denatalità);

* sul piano sociale (inadeguatezza della legislazione, della politica familiare, del sistema scolastico e delle garanzie nel campo della comunicazione sociale);

* sul piano pastorale (manca una centralità della famiglia).

1“L’uomo moderno si percepisce come soggetto autocosciente e libero; afferma giustamente la propria originalità e centralità nell’ ambiente naturale e sociale. E’ tentato pero di mettere da parte il rapporto vitale con la verità oggettiva, con gli altri e con Dio. A volte spinge la propria autonomia fino a considerarsi sorgente dei valori e a decidere i criteri del bene e del male. Allora rimane prigioniero della propria libertà; decade a individuo chiuso in sé stesso e solo” ( CEI, Con il dono della carità dentro la storia, 26).

– Prospettive pastorali:

* diffondere una cultura della libertà come apertura all’altro, una cultura della gratuità, dell’accoglienza e della reciprocità, una cultura della vita.

* Presentare il matrimonio come risposta a una vocazione.

– Impostare l’educazione dei giovani come cammino vocazionale.

– Rinnovare radicalmente la preparazione al matrimonio.

* Ripensare la famiglia come soggetto educativo, sociale e pastorale.

3. Evangelizzazione dei giovani e per mezzo dei giovani.

Anche qui occorre partire da alcuni nodi problematici:

* Suddivisione troppo angusta tra “vicini” e “lontani’’.

* I giovani rappresentano una nuova categoria di “poveri” (poveri di speranza, di prospettive, di progettualità, di idea1i, di senso della vita, di Verità, di vera “comunione”), ma sono portatori di una grande ricchezza (autenticità, sincerità, rettitudine, slancio, energia, generosità…) e costituiscono una enorme risorsa per la Chiesa e per il Paese.

* Esiste una difficoltà di comunicazione tra le varie generazioni.

Quello della comunicazione intergenerazionale è uno dei problemi più grossi. La comunicazione – anche nelle famiglie dove i giovani dichiarano di trovarsi bene – è spesso superficiale, approssimativa, generica o addirittura inesistente.

* Crisi della famiglia e della scuola.

Prospettive pastorali:

* Guardare ai giovani con lo sguardo di Cristo. Assumere lo stesso atteggiamento di Gesù nei confronti del giovane: “e fissatolo, lo amò” (Mc 10, 21).

* La pastorale giovanile deve diventare impegno di tutta la comunità cristiana.

* Assumere il Vangelo della Carità come orizzonte e fondamento del cammino formativo dei giovani.

* Proporre ai giovani ideali alti: “Non sono rari, anche tra i giovani d’oggi, coloro che hanno paura della mediocrità più che della Croce” (Card. Ruini, intervento conclusivo a Palermo).

* Prevedere percorsi formativi sistematici che mirino ad una formazione integrale dei giovani; che li aiutino a fare un vero discernimento vocazionale e a progettare seriamente la vita.

* Promuovere una educazione

alla vita,

al valore della persona,

all’amore,

al dialogo,

alla non violenza,

alla legalità,

al volontariato,

alla salvaguardia dell’ambiente,

all’incontro con la realtà della sofferenza.

* Investire risorse spirituali, economiche e sociali per la formazione di educatori, guide spirituali, formatori che risultino testimoni credibili.

2.2. Spiritualità

Intendiamo qui per spiritualità la “vita nello Spirito e secondo lo Spirito” (Card. Ruini). Riconosciamo nella spiritualità la sintesi dei quattro obiettivi di fondo del Convegno di Palermo. Teniamo presente che “lo Spirito è, anche per la nostra epoca, l’ agente principale della nuova evangelizzazione” (TMA 45).

Il Papa ci invita alla “riscoperta della preghiera e dell’azione dello Spirito, che agisce nella Chiesa sia sacramentalmente, soprattutto mediante la Confermazione, sia attraverso molteplici carismi, compiti e ministeri da Lui suscitati per il bene di essa” (TMA 45).

A) La Settimana Liturgica Nazionale a Siracusa, ha favorito in noi la riscoperta della dimensione orante della Chiesa. Essere cristiani vuol dire:

* credere nella necessità vitale della preghiera;

* avere il gusto del silenzio, della meditazione, della contemplazione;

* essere convinti che “non c’è rinnovamento, anche sociale, che non parta dalla contemplazione” (Giov. Paolo II a Palermo)

* tenersi in ascolto dello Spirito e lasciarsi da Lui condurre (cfr. Rm 8,14).

B) E’ necessario tendere ad una spiritualità diocesana. Questa è un’esigenza fortemente sentita. Bisogna superare ogni forma di individualismo pastorale. Bisogna evitare (specialmente nei Gruppi e Movimenti ecclesiali) di fare cammini paralleli, disancorati da un progetto comune della Chiesa locale. Abbiamo dato il via ad un “Centro diocesano di formazione pastorale“. Esso vuole coinvolgere tutti i laici della diocesi in un itinerario comune di fede. Qui si potrebbe fare comunione vera, risparmiando energie, superando la frammentazione delle iniziative, qualificando i servizi e dando testimonianza di unità. E’ un appello accorato che rivolgo a tutti, scongiurandovi di essere docili. Il Papa insiste “sul valore dell’unità all’ interno della Chiesa, a cui tendono i vari doni e carismi suscitati in essa dallo Spirito“(TMA 47). E contemporaneamente ricorda che la Lumen Gentium “ha espressamente sottolineato che l’unità del corpo di Cristo è fondata sull’azione dello Spirito” (TMA 47).

La comunione ecclesiale è condizione indispensabile per una credibile evangelizzazione: “Che siano una sola cosa… perché il mondo creda” (Gv 17, 21). C) Il Papa invitando a “riscoprire lo Spirito come Colui che costruisce il Regno di Dio nel corso della storia” (TMA 45), sollecita i credenti a valorizzare la virtù teologale della speranza e a individuare “i segni di speranza presenti in questo ultimo scorcio di secolo”(TMA 46).

Vi sono germi di novità e di vita presenti in campo civile: ad esempio “i progressi realizzati dalla scienza… il più vivo senso di responsabilità nei confronti dell’ ambiente, gli sforzi per ristabilire la pace e la giustizia, la volontà di solidarietà” (TMA 46). In campo ecclesiale “il più attento ascolto della voce dello Spirito attraverso l’accoglienza dei carismi e la promozione del laicato, l’intensa dedizione alla causa dell’ unità di tutti i cristiani, lo spazio dato al dialogo con le religioni e con la cultura contemporanea.” (TMA 46).

D) Nella nostra Chiesa locale due germi di speranza dovranno maturare e tradursi in impegno pastorale:

– la promozione del laicato, con la formazione di laici maturi, corresponsabili della vita della Chiesa. E’ bene, in quest’ottica, dare nuovo impulso ai Consigli Pastorali Parrocchiali e alla Consulta del laicato;

– una seria pastorale vocazionale. Siamo consapevoli che in modo particolare sulle nuove vocazioni sacerdotali si gioca il futuro della nostra Chiesa. Conosciamo tutti l’urgente e cocente bisogno di pastori e guide del popolo di Dio. Il Centro Diocesano Vocazioni lavori con generoso impegno e con slancio fiducioso.

Il Settore Giovani di Azione Cattolica si faccia promotore e animatore di una seria pastorale giovanile Le Associazioni, i Movimenti e i Gruppi ecclesiali si dedichino con grande senso di responsabilità ecclesiale a questo aspetto della pastorale, che è divenuto impellente e che permane difficile. Bisogna aiutare i giovani a prendere in mano la loro vita, a educare la loro libertà, a scoprire il disegno di Dio su di loro, a scegliere con senso di responsabilità, a vivere in pienezza.

2.3. Carità

La speranza, essendo creativa, genera carità; la carità, essendo l’unica arma convincente, genera speranza, Il Papa ci invita a “mettere in risalto la virtù teologale della carità” (TMA 56), trovando in Dio la sua sorgente, poiché “Dio è amore” ( 1Gv 4, 8.16).

Siamo chiamati ad aprirci alla “prospettiva del Padre che è nei cieli” (TMA 49). “Tutta la vita cristiana è come un grande pellegrinaggio verso la casa del Padre” (TMA 49). In questo “cammino verso il Padre” acquista senso il “cammino di autentica conversione” (TMA 50).

“E’ questo il contesto adatto per la riscoperta e la intensa celebrazione del sacramento della Penitenza” (TMA 50).

Il Papa ci presenta l’esigenza di un “confronto con il secolarismo” perché si tratta di una “crisi di civiltà: quale è venuta manifestandosi soprattutto nell’Occidente tecnologicamente più sviluppato, ma interiormente impoverito dalla dimenticanza o dall’emarginazione di Dio. Alla crisi di civiltà occorre rispondere con la civiltà dell’amore (TMA 52). Questa prospettiva indicataci dal Papa deve trovare un terreno fertile nella nostra Diocesi che ha approfondito, nella Settimana Liturgica, il senso e il valore della cultura cristiana in connessione con il culto.

In questo grande tema della carità rientrano due delle vie preferenziali scelte dal Convegno di Palermo: l’amore preferenziale per i poveri e l’impegno socio-politico.

A) “L’opzione preferenziale della Chiesa per i poveri e gli emarginati” (TMA 5 1) è sottolineata dal Papa nella stessa Lettera Apostolica. Il Convegno di Palermo ci ha ricordato che i poveri sono nel cuore della Chiesa, anzi sono il cuore della Chiesa. L’amore per i poveri non è delegabile e attira la benedizione di Dio: “Beato l’uomo che ha cura del debole… veglierà su di lui il Signore, lo farà vivere beato sulla terra” (Sal 41,2-3).

Comunità, Eucarestia, servizio dei poveri sono aspetti tra loro legati, sono dimensioni costitutive della Chiesa e della vita cristiana. E’ necessario far crescere una cultura della solidarietà, che modifichi la mentalità, animi incisive politiche sociali, alimenti l’educazione delle giovani generazioni. Unitamente al senso della solidarietà è importante l’educazione alla sobrietà, all’essenzialità

nello stile di vita (cfr. CiPP 6 citato nel documento dopo Palermo al n° 34).

Per costruire la civiltà dell’amore dobbiamo individuare tutti gli strumenti idonei, a livello parrocchiale, zonale e diocesano. La Caritas deve essere ritenuta indispensabile in ogni parrocchia;  opportunamente collegata con la Caritas Diocesana, essa sarà l’anima della comunità parrocchiale e stimolerà tutti i fedeli a vivere la dimensione della carità.

Nelle Parrocchie più grandi è opportuno realizzare anche una struttura di servizio ai poveri che, aggiungendosi agli edifici destinati al culto e alla catechesi, sia segno della dimensione caritativa della pastorale. Ne verrebbe fuori un’immagine esemplare di Chiesa: calda, accogliente, materna.

Compiono una attività lodevole, che va incoraggiata, tutte le Associazioni di volontariato che si occupano stabilmente dei più deboli ed emarginati. Il volontariato è “il segno della vitalità etica e

sociale del Vangelo della Carità” (ETC 48 ).

Sarà pure utile la costituzione di un Osservatorio sociale, che sia attento alle nuove povertà emergenti nel nostro ambiente.

B) Anche l’altra via preferenziale scelta dal Convegno di Palermo e cioè l’impegno socio-politico, è in sintonia con l’esortazione della TMA, dove il Papa parla “dell’impegno per la giustizia e la pace” (n° 51).

Questo ambito è profondamente connesso con l’amore ai poveri perché sono proprio i poveri e i deboli a pagare per primi la crisi dello Stato, la carenza della legalità, l’inefficienza dei servizi. Per tutti, ma soprattutto per i poveri, è necessario uno Stato giusto ed efficiente. Per una nuova solidarietà in Italia, particolarmente nel Mezzogiorno, è necessario e non più prorogabile un recupero di legalità e di moralità.

La nostra comunità ecclesiale deve farsi carico della situazione dolorosa nella quale versano, nella nostra terra, molte famiglie, particolarmente moltissimi giovani che vivono il dramma della disoccupazione. Non spetta alla Chiesa intervenire proponendo soluzioni tecniche sul piano politico ed economico, ma è dovere della Chiesa comunicare e tenere desta negli uomini di buona volontà la tensione verso il bene comune, soprattutto verso il bene dei più diseredati. Tutti dovremo sentirci stimolati a ricercare insieme, con coraggio e con coerenza, le vie adeguate per superare la crisi economica e sociale. Tutti dovremo farci carico delle situazioni di maggiore disagio. Nel nostro territorio riscontriamo – come ho già detto – svariate forme di emarginazione: dalla condizione degli immigrati alla solitudine e all’abbandono di tante persone anziane e ammalate; dalla devastazione operata dal fenomeno della tossicodipendenza al degrado sociale e culturale di tante zone e di tante famiglie. Nessuno può rimanere inerte dinanzi a questi nuovi poveri che interpellano la nostra coscienza.

Come negli altri ambiti pastorali, anche nel campo dell’impegno socio-politico, è necessario individuare e percorrere un cammino formativo appropriato. Particolarmente importante è l’insegnamento della Dottrina Sociale della Chiesa nei vari momenti e ambiti formativi.

L’antropologia cristiana, poi, deve costituire il riferimento primario della prassi politica dei credenti.

La politica deve essere riscoperta in tutta la sua grandezza e dignità al di là di ogni interesse privato e di ogni affarismo. Deve essere concepita e vissuta come “la più alta forma di carità”.

Sono troppi i problemi che affliggono la nostra società perché possa ancora sopravvivere un politicantismo irresponsabile, che serve solo ad impinguare le tasche dei furbi, ad alimentare la sfiducia dei benpensanti, ad innescare la rabbia dei poveri.

2.4. Verso il 2000

Il Papa nella TMA (n° 55) dice che l’obiettivo della celebrazione stessa del grande Giubileo sarà “la glorificazione della Trinità” dalla quale tutto viene e alla quale tutto si dirige nel mondo e nella storia.

Celebrare il Giubileo vorrà dire innalzare alla Trinità Santissima un vastissimo, corale inno di lode, una immensa dossologia che è pallido riflesso dell’adorazione, della lode e del ringraziamento dei beati nel cielo. “In questo senso la celebrazione giubilare attualizza ed insieme anticipa la meta e il compimento della vita del cristiano e della Chiesa in Dio uno e trino” (ivi).

“Essendo però Cristo l’unica via di accesso al Padre, per sottolinearne la presenza viva e salvifica nella Chiesa e nel mondo, si terrà a Roma, in occasione del Grande Giubileo il Congresso Eucaristico Internazionale. E’ la sintesi di tutto il cammino di una Chiesa concentrata sul mistero di Cristo e aperta al mondo” (Giov. Paolo II a Palermo). L’Eucaristia è il cuore della Chiesa e deve costituire il fulcro del nostro impegno pastorale.

L’Eucaristia – come scrive Piero Coda – è la Chiesa in boccio, la Chiesa è l’Eucaristia “sbocciata”. E poiché nel sacramento eucaristico il Salvatore “continua ad offrirsi all’umanità come Sorgente di vita divina” , potremmo pensare – per l’anno 2000 – alla celebrazione di un Congresso Eucaristico Diocesano, onde ravvivare la nostra fede in Gesù Cristo, unico salvatore del mondo, ieri oggi e sempre. Sarebbe anche un atto di devozione a Maria nel cui grembo verginale Egli si è incarnato venti secoli fa.

Affido all’Ufficio Liturgico Diocesano e al Vicario Episcopale per la Pastorale lo studio e la concretizzazione di questa proposta.

2.5. “Maria segno di sicura speranza”

Il Santo Padre, nella sua Visita Pastorale a Siracusa, invitando la nostra Chiesa a diventare “sempre più una diocesi mariana” (Discorso ai sacerdoti, 7), ha indicato le lacrime di Maria come “lacrime di speranza” (Omelia, 11).

La TMA ha presentato la figura di Maria come punto di riferimento per ognuno degli anni preparatori al Giubileo, e precisamente:

* Per il 1° anno: Maria Madre di Dio, “modello di fede vissuta” (n° 43);

* Per il 2° anno: Maria, Donna docile alla voce dello Spirito, Donna del silenzio e dell’ascolto, Donna di speranza (n° 48);

* Per il 3° anno: Maria, “Figlia prescelta dal Padre”, “esempio perfetto di amore sia verso Dio che verso il prossimo”.

Il Papa chiede a noi di prestare attenzione a Maria e al suo “affettuoso e pressante invito rivolto a tutti i figli di Dio, perché facciano ritorno alla casa del Padre ascoltando la sua voce materna: ‘fate quello che Cristo vi dirà” (n° 54).

Il Rettore del Santuario della Madonna delle Lacrime, coadiuvato dal Vicario Episcopale per la Pastorale, preparerà un programma che sviluppi le indicazioni pontificie.

Il Santuario dovrà essere, in questi anni di preparazione al Giubileo una vera casa di famiglia, calda ed accogliente per tutti i credenti; una vera “clinica dello spirito”, dove si risanano le ferite del cuore umano; un porto di salvezza per i tanti che la vita ha duramente provato o spezzato; un centro di spiritualità capace di forgiare il cuore di veri apostoli e di grandi santi; un faro di luce che orienti il cammino di tanti cristiani sfiduciati e smarriti.

Il Santuario: la casa dove la Madre accoglie teneramente i suoi figli e parla al loro cuore per rinfrancarlo e per ricentrarlo in Dio.

Terza Parte

LINEE OPERATIVE

Sorelle e Fratelli,

Figli carissimi,

come vedete, c’è materia di impegno per tutti. Mettiamoci dunque tutti al lavoro. Io conosco la disponibilità di tanti tra di voi, e questo mi infonde la fiducia di trovare una pronta e generosa collaborazione. Senza la vostra corrispondenza operosa e affettuosa, il Piano Pastorale resterebbe lettera morta. Vi prego pertanto di accogliere il mio appello con quell’atteggiamento di fede che sa scorgere, nelle proposte del Pastore, non la povertà dell’umano, sempre perfettibile, ma la voce di Dio, che attraverso tutti i nostri limiti ci conduce e ci tiene per mano. Permettetemi, dunque, di presentarvi in chiusura alcuni punti nodali per i quali passa la pastorale di tutta la comunità ecclesiale.

Sono indicazioni fondamentali sempre. Senza di esse tutto il Piano Pastorale correrebbe il rischio di essere vanificato, bloccato a livello teorico. Noi non vogliamo correre invano. Vogliamo costruire il Regno di Dio. Ritengo, perciò, irrinunciabili le raccomandazioni che seguono.

3.1. L’anno della Bibbia

Nell’anno 1997 – secondo l’invito del Papa (TMA 40) – vogliamo ridare alla Parola di Dio la sua centralità. L’ascolto perseverante della Parola ispirata è un aiuto indispensabile per vivere la vocazione cristiana nella concretezza del nostro tempo. La Parola di Dio è luce ai nostri passi e lampada sul nostro cammino. Essa ci fa conoscere Dio e il mistero della sua vita; ci rivela la nostra origine, la nostra meta e il senso della nostra esistenza; ci manifesta il cuore di Dio e i suoi sapientissimi disegni d’amore; ci insegna il significato e la direzione della storia; ci apre il cuore a ringraziare Dio dei suoi doni nel dialogo della preghiera filiale; ci fa riconoscere e discernere nel pentimento i peccati che appesantiscono la vita e allentano il cammino; ci aiuta a riconoscere le vie di Dio per noi e a rinnovare il nostro si alla sua chiamata. In una parola, essa è per noi “saldezza della fede, cibo dell’ anima, sorgente pura e perenne di vita spirituale” (DV 21). Essa sta al principio della nostra vita di fede e continuamente la nutre e la rinnova. Essa è la sorgente che illumina le domande del cuore e rigenera le forze nel cammino.

Da essa estraiamo continuamente “ cose nuove e cose antiche” (Mt 13,52), in essa penetriamo “le cose nascoste fin dalla fondazione del mondo” (Mt 13,35), perché: “in principio è la Parola” (Card. Martini, Parlo al tuo cuore, n°16).

“L’esistenza cristiana è adesione ad una parola di verità, e insieme accoglienza di un dono di vita” ( Con il dono della carità..n°17)

La familiarità con la Bibbia forma e plasma la mentalità di fede. Essa educa al pensiero di Cristo: “a vedere la storia come lui, a giudicare la vita come lui, a scegliere e ad amare come lui, a sperare come insegna lui, a vivere in lui la comunione con il Padre e lo Spirito Santo” (Il Rinnovamento della catechesi, 38).

Di qui l’importanza e la preziosità della “Lectio divina”, “che riceve con attenzione e riverenza le parole e i gesti del Figlio (lectio: lettura), in essi ricerca il messaggio perenne che viene dal silenzio del Padre (meditatio: meditazione) e si offre all’azione dello Spirito per entrare nel cuore della Trinità (contemplatio: contemplazione) e imparare a vivere e a scegliere secondo Gesù Cristo, Parola del Padre,Unto dello Spirito (actio: azione)” (Card. Martini: “Parlo al tuo cuore”, n° 25).

Di qui la necessità e la “benedizione” di una buona, sobria omelia tutti i giorni. Questa, per tanta gente semplice, umile, impossibilitata a nutrirsi con la “lectio”, è la quotidiana razione di cibo, in grado di alimentare la fede e vivificare il rapporto coi sacramenti. Mi permetto di raccomandarla caldamente ai sacerdoti.

L’importante è che sia breve, ben preparata e ben fatta. La gente, infatti, si annoia, si infastidisce e si allontana quando l’omelia manca di contenuti o di sobrietà o di garbo. Il primo, poi, a beneficiare di tale dono è lo stesso ministro della Parola che, nello studio, nella meditazione e nella preghiera ha nutrito il suo spirito e ora pasce il gregge a lui affidato.

3.2. La vita nello Spirito

Nella TMA il Papa ha scritto: “Il più grande omaggio…a Cristo, alla soglie del terzo millennio” saranno “i frutti di fede, di speranza, di carità” (n° 37).

Vivere una seria spiritualità laicale vuol dire incarnare nella storia le virtù teologali. Anzitutto la fede. Essa, oggi, in troppi cristiani è debole, anemica, malata. Più che di fede, si dovrebbe parlare di vaga religiosità. Non è una fede pensata, motivata, adulta. E’ mista a superstizione e incline al sincretismo. E’ una fede malata, agonizzante. Non ancora morta, ma inerte, incapace di incidere nella vita. Per mancanza di riflessione e di approfondimento, è priva di difese immunitarie, e quindi esposta – nel pluralismo culturale del nostro tempo – ad ogni sorta di aggressione e di sconfitta. Come l’organismo ammalato di AIDS!

Per questo “l’educazione alla fede è una necessita generale e permanente” (Con il dono…, n° 13). E’ un’esigenza improrogabile anche perché “e venuta meno un’adesione alla fede cristiana basata principalmente sulla tradizione e sul consenso sociale” (ETC 31)

Mandati ad annunciare il Vangelo, “saremo efficaci e credibili solo se ritroveremo un rinnovato stupore di fede”, “se sapremo unire una convinzione consapevole e motivata a una coraggiosa testimonianza di vita. La comunicazione appassionata e il coinvolgimento personale rimangono, anche nella società multimediale, il linguaggio basilare dell’ evangelizzazione” (ivi, n°5).

Solo dei cristiani impregnati di Vangelo e impegnati per il Vangelo sapranno essere convincenti e coinvolgenti, soggetti credibili della nuova evangelizzazione.

La fede, poi, non solo non ci distoglie dai nostri doveri terreni, ma ci “obbliga ancor più a compierli” (GS 43). “La nostra vita è protesa nella speranza verso il compimento ultimo oltre la storia; la carità, che ci anima, e anela alla perfetta comunione con le Persone divine nell’eternità. Però la stessa carità ci impegna a preparare nella storia il Regno di Dio, promuovendo i valori umani nella loro autenticità e consistenza propria” (Con il dono…, n°6).

La speranza dinamizza la persona. La rende creativa e propositiva, operosa e inventiva. La speranza rifiuta i metodi scontati, le improvvisazioni pastorali, la pastorale di conservazione. La speranza ci spinge a metterci in ascolto del futuro. Ci impegna a decifrare le linee di tendenza della società, a fronteggiare le correnti di scristianizzazione, a intuire quale tipo di servizio la Chiesa può rendere oggi. La speranza impedisce lo scoraggiamento e il ripiegamento, combatte la pigrizia e la pusillanimità. Ci rende geniali e intuitivi.

La carità. È la nostra vocazione fondamentale. Possiamo realizzarci solo nel dono di noi stessi e nell’accoglienza dei fratelli. “Solo se ama, l’uomo vive veramente, è se stesso “ (Con il dono…, n°4). “Chi non ama, rimane nella morte”(1 Gv 3,14). “Chi non ama non ha conosciuto Dio” (1Gv 4,8). Chi non ama è un bronzo risonante e un cembalo squillante. Senza l’amore tutto è niente, nulla giova (Cfr. 1Cor 13,1-3). La carità evangelica, invece, ha la capacita di lievitare la storia, di forgiare un’esistenza nuova, di plasmare il cuore secondo il disegno di Dio. Opportunamente e creativamente declinata nell’esistenza storica – sia personale che sociale – la carità evangelica è il fermento di un autentico rinnovamento culturale.

La carità spinge la Chiesa a farsi carico di onerosi servizi sociali e a porsi come riferimento etico per la società. Ma la missione della Chiesa – è bene sottolinearlo – non si può ridurre a questo. Essa è chiamata a condividere con tutti la pienezza della sua esperienza di fede. La Chiesa “esiste per evangelizzare”, per far incontrare gli uomini con l’amore di Dio in Cristo (Con il dono…, n° 23). Solo così la Chiesa coniuga la verità della carità con la carità della verità. Alla luce di quanto si è detto si comprende meglio il senso del Centro Diocesano di Formazione Pastorale: un servizio per una vita cristiana matura.

3.3. La liturgia

Abbiamo avuto il privilegio e la grazia di ospitare nella nostra diocesi la 47° Settimana Liturgica Nazionale. Quali tracce ha lasciato? quali frutti ha prodotto? Quali stimoli ha dato alle nostre assemblee liturgiche, perché facciano respirare Dio, presentire il Mistero, avvertire la Grazia che guarisce ed eleva?

Le nostre liturgie lasciano trasparire qualcosa del mistero di Dio o sono scialbe e sciatte? Se un non credente entrasse in chiesa durante una celebrazione, avvertirebbe che lì c’è un popolo credente, adorante, amante? Sarebbe aiutato a percepire la misteriosa presenza di Dio attraverso le parole e i silenzi, i gesti e i canti? Potrebbe gustare il raccoglimento dell’ascolto, l’incanto della preghiera, la gioia dell’amore fraterno? Chi ha voglia di imparare a pregare può venire nelle nostre chiese o si sentirà costretto ad andare altrove, in tradizioni lontane o in riti esoterici? Il nostro modo di cantare sostiene la preghiera, eleva lo spirito e il cuore a Dio e ce ne fa presagire la grandezza e la bontà? Il nostro atteggiamento in chiesa è tale da annunciare con forza il primato di Dio?

Una parola ancora vorrei dire sulla Messa festiva. E’ davvero “la sosta che rinfranca” il popolo di Dio nel suo “cammino verso la patria”? E’ davvero quel momento in cui il credente beve alle sorgenti della vita e si nutre alla mensa della Parola e del Pane del cielo?

Le diverse celebrazioni eucaristiche conducono i fedeli al cuore del mistero pasquale di Cristo che proclama il primato del Padre? Tutto questo, però, non si ottiene moltiplicando le didascalie e allungando i tempi delle celebrazioni. “Il primato di Dio non lo si proclama solo a parole, ma con i silenzi, i gesti, il ritmo lento e grave, il tono raccolto, il cuore che vibra, il canto che comunica le vibrazioni del cuore, la musica che non distrae ma raccoglie ed eleva…” (Card. Martini, Ripartiamo da Dio, n° 47).

La Messa festiva, oltre che far respirare “il sacro” e immergere nel Mistero, deve far fare l’esperienza della famiglia di Dio e della fraterna amicizia. Spesso, invece, si prova un senso di estraneità vicendevole, di freddezza e dunque di disagio. Non ci si conosce e non ci si saluta. Non ci si sente accolti né ci si accoglie. Pieno anonimato: come può accadere viaggiando in treno o in aereo. Chi ti sta accanto è fruitore di un servizio come te; giunti a destinazione ci si separa, spesso senza neanche salutarsi. Ma non è questa la comunità cristiana che ognuno sogna. Non è cosi che ci vuole Colui che ci ha strappati alla massa e ci ha fatti popolo dell’Alleanza, commensali della stessa mensa della Parola e del Pane di vita, e ci ha detto: “Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi”.

Perché, allora, non dedicare dieci minuti, prima della Messa, ad accogliere, alla porta della chiesa, la gente che viene? A conoscere, a informarsi, a fare le presentazioni? In questo modo le persone si incontrerebbero, si parlerebbero, lentamente stringerebbero amicizia; ognuno sarebbe incoraggiato a uscire dall’anonimato; sentirebbe di non essere più solo, ma di far parte di una grande famiglia; troverebbe il coraggio di lottare, di testimoniare, di portare la propria croce… Quante solitudini sarebbero vinte! Quante timidezze superate! Quante diffidenze fugate! Si sentirebbe la gioia di essere Chiesa, comunità di fratelli, popolo di credenti che camminano insieme sulle strade del mondo. Allora, si, la liturgia diventa davvero “fonte e culmine” della vita cristiana, generatrice di una nuova cultura, plasmatrice di una nuova umanità e di una nuova società.

3.4. La comunione

E’ una caratteristica fondamentale ed irrinunciabile per evangelizzare in maniera credibile ed efficace. È la cosa più gradita al cuore di Dio: “Il sacrificio più grande da offrire a Dio è la nostra pace e la fraterna concordia, è il popolo radunato dall’unità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (S. Cipriano). E’ la condizione ineliminabile per l’accoglienza e il dono di sé al prossimo. E’ la prima e la migliore evangelizzazione!

La comunione ha le sue esigenze: il rispetto degli altri, l’umiltà nei rapporti, la ponderazione nel parlare, la benevolenza nel giudicare, l’attenzione verso tutti, la disponibilità ad accogliere, a valorizzare, a perdonare…

Pertanto non cerca la comunione e non fa comunione, chi non sa rinunciare alle battute ironiche, alle insinuazioni maliziose, ai giudizi stroncanti, al pettegolezzo costante. Non cerca la comunione, anzi la ostacola, chi non sa giudicare gli altri superiori a sé, chi fa della propria esperienza personale o di gruppo un assoluto: “La pienezza dei doni dello Spirito si trova solo nell’insieme della Chiesa” (“Con il dono della carità dentro la storia”, n° 20 ). Questa convinzione “deve indurci a valorizzare le diverse componenti nella loro specificità, facendole convergere verso l’unità. Dobbiamo alimentare una cultura della reciprocità e della partecipazione” (ivi). Va contro la comunione chi agisce come se il Vescovo non ci fosse, chi fa cammini pastorali paralleli a quelli indicati dal Vescovo, chi nega l’obbedienza di fede a lui e a chi lo rappresenta nella comunità territoriale, a partire dalla parrocchia. Si va in cielo non da soli, ma in corteo: pregando, e lottando, soffrendo con gli altri. Non con arrampicate solitarie, ma solidarizzando coi fratelli che proprio per avanzare insieme, si danno delle norme, dei progetti, delle regole precise, a cui bisogna sottostare da parte di tutti altrimenti si lacera il tessuto della comunione. “Vivere il senso della Chiesa nel dialogo, nella pace, nell’accoglienza reciproca, nell’umile disponibilità ai diversi ministeri e servizi, dà forza alla testimonianza e allontana le insidie dello spirito di divisione e di sopraffazione degli altri”. (Card. Martini, Parlo al tuo cuore, n°48 ).

Chi non vede, a questo punto, la necessità dei Consigli Pastorali Parrocchiali? Chi non coglie la preziosità del Consiglio Pastorale Diocesano? Chi può negare il valore inestimabile della Consulta Diocesana delle Aggregazioni Laicali?

3.5. Tendere alla santità

“Per la nuova evangelizzazione e per il rinnovamento della società, la prima risorsa e la più necessaria sono uomini e donne nuovi, immersi nel mistero di Dio e inseriti nella società, santi e santificatori. Non basta aggiornare i programmi pastorali, i linguaggi e gli strumenti della comunicazione.

Non bastano neppure le attività caritative. Occorre una fioritura di santità. Essere santi significa vivere in comunione con Dio, che è il solo Santo, e, poiché Dio è carità, lasciarsi plasmare il cuore e la vita dalla forza della sua carità” (Con il dono della carità dentro la storia, n° 10).

La santità è destinazione universale tutti vi sono chiamati (LG 42). La santità è meta obbligatoria: “Questa è la volontà di Dio: la nostra santificazione” (cfr 1 Tess 4 ,3). Questo sarebbe il vero fallimento, questa sarebbe “l’unica grande tristezza al mondo” (Léon Bloy), l’insuccesso che più dovremmo paventare, non esser santi. Ci preoccupiamo di raccogliere la stima del mondo e trascuriamo l’approvazione di Dio. Ci affanniamo a riscuotere consensi umani e siamo tiepidi nel cercare di piacere al Signore. Passiamo i giorni della nostra vita a costruirci un’immagine che ci gratifichi e dimentichiamo che la nostra vera grandezza e l’unica significativa riuscita è “essere conformi all’immagine del Figlio suo” (Rm 8,29). Ci accaniamo a portare avanti – talora svendendo la dignità! – i nostri progetti e perdiamo di vista che la nostra riuscita è la fedeltà al progetto di Dio.

Se viene meno la tensione alla santità, l’orizzonte si restringe; il respiro si fa corto, lo sguardo miope, il cuore gretto, gli interessi meschini. Il divario tra Vangelo e storia si allarga. Si approfondisce e rimane invalicabile il fossato tra fede e vita. Senza un forte anelito alla santità, il servizio diventa interessato, la fedeltà alla Chiesa si fa faticosa, la Croce diventa insopportabile e ci schiaccia. Si vive di calcoli, di sogni, di ambizioni, di compensazioni, di rivalse. Si sacrifica tutto, anche la coerenza!  Alla “carriera”; si è perennemente insoddisfatti, demotivati e disimpegnati. Il desiderio della santità ci tiene fervorosi, ci fa mirare all’essenziale, ci dona il gusto del lavoro serio ed assiduo, ci fa cercare e custodire l’intimità col Signore e la fedeltà all’uomo del nostro tempo, ci rende apostoli infaticabili. In una parola ci dona le ali! E la santità promuove nella società terrena un tenore di vita più umano e rinnova il volto della terra. “Il cristiano di domani – osservava acutamente Rahner – o sarà un mistico, cioè uno che ha l’esperienza di Dio, o semplicemente non sarà”

Esorto, perciò, il Vicario Episcopale per la Pastorale a preparare itinerari di formazione spirituale per quanti hanno fame di Dio e sete di preghiera. Esorto i parroci a fornire a tante anime generose sussidi per l’orazione e semi di contemplazione. In questo campo dobbiamo essere audaci. Dobbiamo investire con coraggio. Lo Spirito Santo farà la sua opera e darà fecondità al nostro lavoro.

        3.6. Il servizio

E’ l’atteggiamento di fondo, la chiave di volta per una feconda realizzazione del Piano Pastorale. Siamo servitori: di Dio e degli uomini. Il servo è l’antitesi dell’uomo di potere. E’ agli antipodi di colui che tiene al prestigio, all’immagine, al “look” dell’uomo di successo e di carriera. Il servizio non è lo spazio dell’ambizione e del dominio personale, ma del dono gratuito, dell’impegno responsabile, della dedizione disinteressata.

Il servizio evangelico fuga i sogni di vanità che rendono inquieto il cuore e bandisce i progetti ambigui di realizzazione di sé, dove facilmente si mescolano il bene e l’egoismo, il narcisismo e il vittimismo.

Un servizio veramente evangelico esige un cuore pacificato, un animo libero, una persona totalmente distaccata. Questo avviene dove si trovano amore ed umiltà. L’amore non fa calcoli e moltiplica le forze. L’umiltà attira la compiacenza e la benedizione di Dio.

Dovunque il servizio è nobile, perché dovunque lo scopo è quello di fare incontrare l’uomo con l’amore di Dio e dovunque la nobiltà del lavoro dipende dalla dignità dell’uomo che serviamo e dall’impegno con cui attendiamo al servizio.

E’ questione, però, di fede. Senza motivazioni di fede spuntano i parametri mondani, che fanno ritenere più affermato e più riuscito chi occupa posti più “appariscenti”. Dio, invece, non guarda l’apparenza, ma il cuore. Senza lo sguardo della fede scattano pretese, rivendicazioni di primogeniture, che suscitano invidie e alimentano funeste gelosie.

Dio, però, non ha mai rispettato alcuna primogenitura. Nessuno ha mai potuto rinfacciare a Dio: “quel posto toccava a me e tu l’hai dato a un altro”, “quella dignità spettava a me e tu l’hai conferita a un altro”. Dio distribuisce i suoi doni con assoluta libertà e con infinita gratuità e lo fa servendosi della mediazione umana con tutti i suoi limiti.

Senza una vera maturità di fede e una robusta vita interiore si vive di confronti e questi inaspriscono, avviliscono e demotivano. Avvelenano l’atmosfera, allentano la comunione, intaccano la disciplina. Una fede viva mi fa comprendere che tutto – anche il posto di più grande prestigio! è paglia e trappola se è fuori dal disegno di Dio, se è difforme dalla volontà di Dio.

Una fede viva mi fa dubitare dei miei progetti, mi fa trepidare per le mie scelte, mi fa desiderare solo i divini voleri. Una fede viva mi ricorda costantemente che ciò che fa grado nella Chiesa è unicamente la carità e che perciò la persona più riuscita è quella che ama di più. Vale di più davanti a Dio chi più è santo. E’ più affermato chi è a Cristo più conformato… E’ più felice chi è più fedele.

Se questi sono i criteri di giudizio, è stolto spasimare per essere in un posto piuttosto che in un altro. E’ fuorviante manovrare per raggiungere “posti di prestigio”. E’ mostruoso brigare e forzare per conquistare “posti di potere”. Nella Chiesa il potere è per il servizio. E chi vuol essere il primo diventi l’ultimo di tutti. E chi vuol essere il più grande si faccia servo di tutti come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto di tutti.

Sono convinto che la maggior parte del clero, delle religiose e dei laici vive secondo questo ideale evangelico di “servizio”. Ma la tentazione dell’arrivismo si può insinuare nel nostro cuore come successe ai primi discepoli di Gesù che gli chiesero di “sedere uno alla sua destra e uno alla “sua sinistra” (Cfr. Mt 20,21). Se accogliamo, invece, la parola e l’esempio di Gesù Cristo, cadono tutte le ambizioni, scompaiono le remore, cessano le resistenze, svaniscono i dubbi e le paure. Dal fondo del cuore sale, generosa e gioiosa, l’offerta incondizionata di sé: “Eccomi, manda me!” (Is 6,8);

“Eccomi, sono il tuo servo, la tua serva: si compia in me la tua parola” (Lc1,38). La Chiesa oggi, più che mai, ha bisogno di tali apostoli, di tali testimoni, di tali servitori. Chiediamoli con fede. Invochiamoli con fiducia. Lo Spirito li susciterà.

E non è questo il senso dell’Ora Santa, nel primo Giovedì del mese? Non è questo il nobile compito che si sono assunti gli oranti “Con Gesù nella notte? Non è questo l’impegno, davvero toccante, dei piccoli oranti? “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto” (Lc-11,9).

3.7. Le vocazioni di speciale consacrazione

La penuria di vocazioni sacerdotali e religiose – come pure agli Istituti secolari – fa soffrire la comunità cristiana e affligge il cuore dei pastori, particolarmente del Vescovo.

Sperimentiamo drammaticamente la sproporzione tra le esigenze del popolo di Dio e la disponibilità di energie pastorali. Il Signore, tuttavia, non abbandona la sua Chiesa, che alla fine si ritroverà purificata e santificata. Dobbiamo perciò, anzitutto, evitare il nervosismo e la sfiducia, la sterile polemica e il disimpegno. Dobbiamo ricordare che tutto è grazia, tutto è occasione di crescita. Vogliamo chiedere al Signore la sapienza del cuore, per saper volgere l’emergenza in Provvidenza.

In questa situazione il Signore ci sprona anzitutto a riconoscere le nostre colpe, omissioni e pigrizie, ma poi anche a scorgere il positivo, ad accogliere i germi di speranza, a cercare e formare laici seriamente dedicati al Vangelo. Ci chiede soprattutto e innanzitutto di pregare il Padrone della messe e di collaborare con Lui perché mandi molti validi operai nella sua vigna.

Il Signore ci chiede di dedicarci con nuovo ardore alla pastorale giovanile e a quella vocazionale, proponendo con fiducia la sequela di Cristo per il Regno, suscitando e accompagnando cammini formativi e itinerari vocazionali fin dalla preadolescenza. Difatti, senza una fede viva, senza una vita interiore solida, senza un’assidua familiarità con la Bibbia, con la preghiera e con l’Eucaristia è difficile che nascano vocazioni di speciale consacrazione.

Questo, però, esige che i sacerdoti, anzitutto, dedichino tempo all’accompagnamento spirituale (o direzione spirituale), senza della quale le scelte radicali non spuntano né vivono. Infine, è indispensabile che il sacerdote irradi con la sua esistenza la gioia pasquale di Cristo. I giovani, oggi, sono molto sensibili a questo aspetto del ministero presbiterale e farebbero fatica a imbarcarsi in situazioni che appaiono tristi o frustranti. “Dobbiamo fare comprendere con la nostra vita e con le nostre parole, che fare il prete, dedicare tutto se stessi a Cristo, è anche umanamente una forma di vita piena e appagante” (Card. Martini, Ripartiamo da Dio, n° 54).

3.8. Un’immagine esemplare di Chiesa.

Il Convegno ecclesiale di Palermo, con lo stile della celebrazione e con i contenuti della riflessione ci ha consegnato un’immagine di Chiesa “concentrata sul mistero di Cristo e insieme aperta al mondo” (Giov. Paolo II a Palermo).

Concentrazione cristologica ed espansione missionaria. Radicamento in Cristo e impegno apostolico. Ecco i due pilastri della Chiesa: del suo essere e del suo operare. La Chiesa sa bene che “non c’è rinnovamento, anche sociale, che non parta dalla contemplazione.” (Giov. Paolo II a Palermo).

Vorrei sottolineare questa certezza, che tutti – preti, laici e religiosi – rischiamo sempre di dare per scontata. La preghiera prolungata, l’adorazione silenziosa, la contemplazione amorosa sono cardini della vita cristiana. Non si rimane a lungo fedeli alla nostra vocazione e alla nostra missione senza una vita interiore robusta. Il lavoro stressante, gli impegni continui ed incalzanti per un verso arricchiscono, ma per un altro verso svuotano; da un lato eccitano il fervore, dall’altro inaridiscono il cuore. C’è bisogno di fermarsi, di raccogliersi, di sostare davanti a Gesù. Non si può correre continuamente, rischiando la dissipazione, l’improvvisazione, la superficialità e la nevrosi. Non è la corsa che dà efficacia al nostro lavoro, ma la profondità, l’interiorità, l’intimità col Maestro. Anche a noi, dopo l’impegno apostolico, Gesù rivolge l’invito ad appartarci con lui e a riposare un poco. Anche noi dovremmo sentire il bisogno di imitare l’esempio del Maestro, che passava le notti in preghiera dopo le lunghe ore a contatto con la folla.

Le soste di preghiera servono a verificare la rotta, onde evitare di andare fuori strada. Le ore passate davanti al tabernacolo giovano a pacificare il cuore, a rimarginarne le ferite, a ravvivarne la fiamma. C’è da dare più tempo all’adorazione eucaristica, ai ritiri e agli Esercizi spirituali. C’è da promuovere meglio il culto a Gesù Eucaristia, aprendo le chiese anche in orari non troppo comodi per i sacerdoti, ma bene accetti ai laici. C’è da valorizzare di più la chiesa dell’adorazione in Ortigia, dove le Figlie della Chiesa offrono un servizio esemplare. Non sarebbe impossibile – per la presenza di tanti gruppi ecclesiali – garantire ogni sera un’ora di adorazione eucaristica in Santuario. Quanta gente ritroverebbe Gesù, il Figlio di Maria!

Quanti giovani scoprirebbero la loro vocazione e riceverebbero anche la forza di dire si!

C’è un’altra realtà che è emersa dal Convegno di Palermo e che non può essere trascurata se non vogliamo mutilare e impoverire l’immagine di Chiesa: il laicato. E’ stato chiesto ai vescovi di non aver paura dei laici. Il Papa ha scritto che tra “i segni di speranza presenti in questo ultimo scorcio di secolo” c’è “la promozione del laicato” (TMA, 46). Il terzo millennio – è stato detto – dovrà essere l’era dei laici. Già il Concilio aveva scritto che “il diritto e il dovere di esercitare l’apostolato è comune a tutti i fedeli sia chierici, sia laici e che anche i laici hanno compiti propri nell’edificazione della Chiesa”.E dice ai vescovi, ai parroci e ai sacerdoti: “Perciò lavorino fraternamente con i laici nella Chiesa e per la Chiesa, ed abbiano una cura speciale dei laici nel loro lavoro apostolico” (AA n°25). Al n° 10 dello stesso decreto aveva detto: “I laici hanno la loro parte attiva nella vita e nell’azione della Chiesa. All’ interno della comunità ecclesiale la loro azione è talmente necessaria che senza di essa lo stesso apostolato dei pastori non può per lo più raggiungere la sua piena efficacia”.

C’è ancora molta strada da fare prima di raggiungere tale sintonia di rapporti. Occorre una “conversione pastorale”.

Già S. Pietro sentiva il bisogno di raccomandare ai presbiteri di “non spadroneggiare sui fedeli, ma di farsi modelli del gregge” (1Pt 5,3). S. Paolo dichiarava con forza: “Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia” (2Cor 1,24 ). Esorto perciò i presbiteri a dare fiducia ai laici, consigliandoli e rischiando con loro. Quante risorse restano non utilizzate, quanti carismi non valorizzati per un difficile – spesso conflittuale – rapporto tra presbiteri e laici! Quanta esperienza laicale, quanta competenza professionale, quanta volontà di collaborazione, vengono mortificati per gli atteggiamenti di paura, di gelosia o di rivalità! Lasciamoli lavorare: potranno deluderci, potranno. farci soffrire, ma a poco a poco cresceranno, e noi con loro! E sarà una nuova primavera!

3.9. La Parrocchia

Un piano pastorale, anche il più perfetto e il più suggestivo – rimane lettera morta se le realtà ecclesiali e specialmente le parrocchie non lo accolgono e non lo attuano. Come uno spartito musicale senza il coro e l’orchestra rimane pagina muta, cosi anche il Piano Pastorale senza l’impegno del parroco e dei fedeli, senza la collaborazione cordiale delle Associazioni, dei Movimenti e dei Gruppi ecclesiali. E’ indispensabile l’assunzione consapevole e il lavoro di realizzazione di tutti i membri della comunità diocesana.

La parrocchia, poi, è il “volano” che spinge la complessa realtà della pastorale diocesana. Tutte le iniziative che il Piano Pastorale

propone, e che i singoli non riuscirebbero ad abbracciare, trovano nella parrocchia la possibilità di essere accolte e portate a compimento. La parrocchia infatti possiede una molteplicità di energie, di talenti, di carismi, di ministeri. In questo senso “la parrocchia è la Chiesa posta in mezzo alle case degli uomini” (Ch L 27).

Emergono da qui: l’ecclesiologia di comunione, la diversità e complementarietà dei carismi, la realtà di una Chiesa tutta ministeriale, l’invito ad esaminare e risolvere i problemi pastorali “con il concorso di tutti” (AA 10).

Emerge anche la necessità e la preziosità dei Consigli parrocchiali la cui valorizzazione – scrive il Papa nella Christifideles laici – dovrebbe essere “più convinta, ampia e decisa” (n° 27).

Solo così la parrocchia è nel mondo “luogo” della comunione dei credenti e insieme “segno” e “strumento” della vocazione di tutti alla comunione.

Solo così essa è “la casa aperta a tutti e al servizio di tutti” o – come amava dire il Papa Giovanni XXIII – “la fontana del villaggio”, alla quale tutti ricorrono per la loro sete (Ch L n° 27).

3.10. Verso l’’anno duemila con Maria

Fratelli e sorelle,

siamo la diocesi che Maria ha visitato, affidando a noi il tesoro delle sue lacrime e l’arcano messaggio del suo pianto. Siamo, dunque, i figli con cui Ella ha stabilito un rapporto singolare, un particolare cuore a cuore. Ci ha dimostrato il suo amore, ci ha confidato il suo dolore. Con noi ha voluto condividere i sentimenti del suo cuore di madre – l’ansia, la trepidazione, il dispiacere – di fronte a un mondo sempre più privo di Padre e sempre più orfano di Madre. Non ha inteso con questo invitarci e impegnarci a una rigenerazione spirituale e a una rivoluzione morale attraverso la riscoperta del Vangelo e un rinnovato incontro col Figlio?

E tuttavia le sue lacrime sono anche “lacrime di speranza” (Giov. Paolo II). Non è lei, infatti, la donna scelta e benedetta fra tutte le donne a cui Dio si è affidato per entrare nel mondo (cfr. Gal 4,4), per realizzare il “meraviglioso scambio”, la salvifica e beatificante comunione tra Dio e gli uomini (cfr. Lc 1,42ss)? Non è lei la “donna” a cui Gesù morente ha affidato gli uomini nella persona del discepolo che amava (Gv 19,25-27)? Non è lei la meravigliosa creatura in cui “vinta è la morte, la schiavitù è redenta, ridonata la pace, aperto il Paradiso” (dalla liturgia)? Non è lei “l’avvocata di grazia e il modello di santità”?

E’ lei – secondo l’intuizione di Giovanni Paolo II – la donna chiamata ancora da Dio ad esercitare un ruolo profetico in questa nuova tappa della storia del mondo. Lei, la creatura immacolata che è stata predestinata alla lotta vittoriosa contro il maligno, veglia sull’umanità in quest’ultimo scorcio del secondo millennio. Il suo compito, discreto ed efficace, è quello di promuovere nel cuore degli uomini, una nuova nascita del Figlio di Dio, per una civiltà dell’amore e della pace. Lei, la cui missione, fin dall’Incarnazione, è a servizio dell’unità, interceda con forza perché, alla fine del Millennio che ha conosciuto gli scismi dell’Oriente e dell’Occidente, si pervenga finalmente all’unità e cessino gli scandali delle fratture e delle divisioni.

Mi piace pensare a Maria con l’immagine della Pietà. L’umanità, che ha conosciuto l’ubriacatura del progresso tecnologico e la potenza dell’industrializzazione, e che nella morte di Dio ha sperimentato la morte dell’uomo, si ritrova oggi angosciata, smarrita, vittima del suo orgoglio e dei suoi errori. Assomiglia ad un bimbo presuntuoso gravemente ammalato. Maria è la mamma chinata su questo figlio. Lo stringe, lo guarda, lo accarezza. Gli sussurra parole di coraggio, gli infonde speranza, lo guarisce col suo amore.

Il nostro mondo muore perché gli manca un calore indispensabile. E’ in agonia per un “deficit” di amore e di speranza. La missione di Maria è di amare, consolare, versare balsamo di consolazione nei cuori feriti, ridare speranza, riconciliare col Padre. Ricorriamo a Lei con fiducia, rifugiamoci nel suo cuore: se i giovani sapessero rannicchiarsi accanto a lei per proteggere la loro purezza; se il colpevole sapesse gettarsi tra le sue braccia per cercare un rifugio; se il malato le presentasse le sue ferite da guarire, il bambino la sua innocenza da proteggere, l’indigente la sua miseria da soccorrere, l’afflitto i suoi dolori da consolare, il vecchio e l’orfano i loro cuori da riscaldare e le loro lacrime da asciugare, la vita sarebbe meno triste perché più profondamente cristiana.

Maria ci condurrebbe a Gesù, ci insegnerebbe che la nostra vocazione di cristiani è di assomigliare a Lui e che non c’è che un modo per assomigliarGli: rinunciare a noi stessi, prendere la propria croce e seguirlo. Maria ci direbbe, inoltre, ciò che sa per esperienza, e cioè che con Gesù rinunciare a sé e portare la croce, non significa avere una palla al piede, ma le ali al cuore. Significa gustare una pace che il mondo non sa darci e una gioia che il mondo non può toglierci. Davvero Maria, la Madre tenera degli uomini, è ancora e sempre “di speranza fontana vivace”.

Conclusione

Amici!

Quello che oggi vi offro è un quadro necessariamente sommario di possibili piste operative. La vostra intelligenza e la vostra generosità aggiungerà il resto. Ma più delle cose da fare, è importante l’animo con cui le faremo. La comunione, lo spirito di servizio, l’anelito alla santità nascono dentro di noi: sono un problema del cuore.

E io vorrei fare un accorato appello a tutti voi, sacerdoti, religiosi e religiose, laici sensibili, perché questo triennio di grazia non passi invano per nessuno di noi.

Forse queste parole cadono, per qualcuno, su un animo stanco per tanti fallimenti, amareggiato per tante delusioni. Potrebbe venire la tentazione di pensare che, ancora una volta, tutto si risolverà in parole.

No, fratelli e sorelle. Non chiudiamoci. Non isoliamoci.

Apriamo il cuore alla speranza. Accogliamo la forza rigenerante di Dio nel nostro cuore. Sento, in questo appello, tutta la mia responsabilità di padre e di pastore.

Vorrei accostarvi ad uno ad uno e far sentire a ciascuno di voi la mia trepidazione e tutto il mio affetto. Vorrei sussurrarvi parole di fiducia. Ci animi, fratelli e sorelle, una forte consapevolezza: “Fino alla gelosia ci ama lo Spirito che Dio ha fatto abitare in noi” (Gc 4,5). E’ lo Spirito la nostra forza, il motivo della nostra speranza, il segreto della nostra perseveranza. Egli sa smuovere le nostre pigrizie, sa spezzare le nostre resistenze, sa lenire le nostre delusioni e le nostre fatiche.

Egli è il padre dei poveri e la luce dei cuori.

Allo Spirito, dunque, vogliamo affidare i nostri propositi, aspettandoci da Lui abbondanza di frutti, per la crescita del Regno di Dio: “Manda il tuo Spirito, Signore, e rinnova la faccia della terra”.

E Maria, Madre del bell’Amore, madre della Chiesa, madre della comunione, ci benedica, ci prenda per mano e ci guidi verso la meta.

+ Giuseppe Costanzo

   Arcivescovo