Archidiocesi di Siracusa
Mons. Giuseppe Costanzo
Arcivescovo
(Rom 12, 11-12)
Integrazione al Piano Pastorale Diocesano “Il Coraggio di sperare”
Seconda Tappa del Cammino verso il Duemila
” Fratelli e sorelle, abbiamo celebrato – nei giorni 16-18 ottobre scorsi – il nostro annuale Convegno Pastorale Diocesano. È stato un momento forte di Chiesa: viva, fraterna, orante. Una chiesa che studia, dialoga e progetta. Ne è emersa una immagine di Chiesa vitale e vivace, che vorrei tentare di esplicitare con sobrietà. Una Chiesa saldamente ancorata al Signore Gesù e aperta agli uomini per annunziare loro l’evangelo di salvezza. Una Chiesa in cui è diffuso e generalizzato il desiderio della comunione. Non però una comunione che viene dall’alto e dagli altri, ma una comunione che, invocata nella preghiera come dono di Dio, va poi realizzata da ciascuno di noi con gesti di bontà, di umiltà, di collaborazione, di riconciliazione e di perdono. Una Chiesa che avverte l’urgenza di superare la frammentarietà delle esperienze pastorali, catechetiche e liturgiche e invoca la preparazione di un Direttorio che, senza spegnere o mortificare, valorizzi le risorse, coordinando, disciplinando e unificando. Una Chiesa aperta al soffio dello Spirito, che ci educa al silenzio, ci introduce nella Parola e ci insegna a pregare.
Una Chiesa non solo Marta, ma anche Maria. Una Chiesa assetata di formazione e perciò desiderosa di una seria catechesi sullo Spirito Santo, affezionata alla scuola della Parola, fortemente convinta della bontà e necessità del Centro Diocesano di Formazione Pastorale. Una Chiesa consapevole del ruolo insostituibile di un laicato maturo per evangelizzare le culture e per inculturare la fede. Il progetto pastorale a valenza culturale, senza il contributo dei laici, rimane un pio desiderio. Una Chiesa che sente la responsabilità della pietà popolare e la considera non tanto un problema quanto una risorsa; una realtà complessa, non da censurare, ma da purificare; non da esorcizzare, ma da rivitalizzare.
È necessario evangelizzare, più che scomunicare. Non si tratta di bocciare il folklore popolare, ma di promuovere la maturità della fede, capace poi di valorizzare anche la bellezza del folklore.
Una Chiesa che sa di camminare nella storia e se ne fa carico con cordiale simpatia, per lievitarla col fermento evangelico, per trasformarla con la grazia del Redentore, per trasfigurarla con la forza dello Spirito.
In una parola, per farla diventare Storia di salvezza. Di qui la ribadita necessità di un Osservatorio sociale e di una maggiore familiarità col Magistero sociale della Chiesa.
Una Chiesa attenta ai poveri, solidale coi sofferenti, impegnata a garantire diritti e dignità agli emigrati e agli immigrati, sempre memore del precetto del Signore, che con gli umili e con gli ultimi misteriosamente si identifica. Di qui l’opera preziosa della Caritas, diocesana e parrocchiale. Una Chiesa disposta ad investire sui giovani e sulla famiglia, consapevole che lì si gioca il futuro della società civile e della comunità ecclesiale e che il mondo dei giovani è fortemente condizionato da quello degli adulti e che i modelli degli adulti sono indotti dalla cultura che si respira.
Una Chiesa che guarda con tanta speranza al Santuario della Madonna delle Lacrime e ne auspica una valorizzazione sempre più piena: casa accogliente per il pellegrino che cerca il volto di Dio e lo raggiunge attraverso il cuore della Madre; luogo di raccoglimento e di preghiera per quanti anelano a scoprire il tesoro nascosto e a trovare la perla preziosa; punto di riferimento per chi, come cerva assetata, desidera sorgenti di una robusta e tenera devozione a Maria.
Una Chiesa che, guidata dallo Spirito Santo, cammina verso il Giubileo del Duemila, contemplando il grande mistero dell’Incarnazione che si è compiuto proprio per opera dello Spirito Santo. E come il Verbo si è fatto carne per opera dello Spirito Santo, così ancora per opera dello Spirito Santo la nostra sarà una Chiesa incarnata nella storia; una Chiesa che – secondo lo spirito del Giubileo – si porrà accanto a quanti sono oppressi dall’ingiustizia, dal degrado morale e sociale, dalla miseria e dalla disperazione, per accompagnarli nel cammino verso la liberazione e la gioia.
Una Chiesa, infine, che, per dare adeguate risposte a queste esigenze ed attese, ha dato vita al Centro di Formazione Pastorale. Esso risponde al bisogno di preparazione dottrinale, di comunione ecclesiale e di catechesi esperienziale. Si vuole evitare il rischio di ridurre la formazione alla catechesi e questa al puro nozionismo. Attualmente si ha l’impressione che si concepisca l’iniziazione cristiana come semplice istruzione dottrinale (pure necessaria, ma insufficiente!) senza riferimento all’esistenza di ciascuno e della comunità. L’iniziazione cristiana invece non è altra cosa dalla conversione, e quindi si rivolge all’intelligenza, interpella la libertà, scuote la coscienza, muove il cuore, preceduta e accompagnata dalla grazia di Dio, e mira a cambiare la vita. In tutto questo processo il momento dottrinale o quello catechetico o quello liturgico sono solo segmenti o tappe di una realtà più ampia.
Ecco dunque il compito delicato ed esaltante del Centro Diocesano di Formazione Pastorale, dal quale ci attendiamo tanto e al quale offriamo tutto il nostro sostegno.
La Speranza
Nel nuovo anno verso il quale ci avviamo “i credenti saranno chiamati a riscoprire la virtù teologale della speranza” (TMA 46). Giungiamo, così, nel cuore del nostro piano pastorale Diocesano, intitolato “Il coraggio di sperare”. “Il fondamentale atteggiamento della speranza, da una parte, spinge il cristiano a non perdere di vista la meta finale che dà senso e valore all’intera sua esistenza e, dall’altra, gli offre motivazioni solide e profonde per l’impegno quotidiano nella trasformazione della realtà per renderla conforme al progetto di Dio” (TMA 46).
La speranza teologale proviene da Dio, è fondata in Dio ed è orientata verso Dio; ma proprio per questo, lungi dall’essere una evasione dalla storia, si immerge in quel Dio che fa irruzione nella storia, si esprime in una piena apertura al futuro dell’uomo, si traduce in un impegno a favore dei fratelli, diventa speranza militante, “speranza creativa”, secondo l’espressione del Papa a Siracusa. L’impegno della nostra comunità deve essere volto a sviluppare quella creatività, quella capacità inventiva e costruttiva, così necessaria soprattutto in questo momento storico di grave immobilismo, di fatalismo rassegnato, di crisi occupazionale. Siamo chiamati ad invocare la venuta del Regno di Dio preparandolo quotidianamente e consentendo allo Spirito di far “germogliare all’interno del vissuto umano i semi della salvezza” (TMA 45).
Secondo la prospettiva evangelica il nostro atteggiamento dovrà essere quello dell’attesa vigilante, orante e operosa. La nostra preghiera dovrà essere costituita dall’invocazione intensa: “Vieni, Signore Gesù”. La nostra coscienza di fede dovrà renderci solidali con tutta l’umanità e con la creazione intera che “geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto” (Rm 8,22). La nostra vita personale ed ecclesiale dovrà essere finalizzata all’avvento del Regno, che inizia su questa terra e avrà il suo compimento definitivo quando verranno nuovi cieli e una terra nuova (cfr. Ap 21,1).
Nel cammino della nostra Chiesa non mancano alcuni consolanti segni di speranza: una forte sete di spiritualità, una maggiore disponibilità all’ascolto e all’approfondimento della Parola di Dio, una diffusa presenza di un laicato più maturo, una più illuminata coscienza di Chiesa, un desiderio consapevole di attiva partecipazione alla vita ecclesiale, un’attuazione più sistematica di itinerari formativi, una più acuta sensibilità verso i poveri e i sofferenti, un molteplice impegno del volontariato cristiano… È bene prendere consapevolezza di questi segni di Grazia che sono doni dello Spirito; è necessario valorizzarli e approfondirli per portarli a piena maturazione.
Ma è ancora lungo il cammino che resta da fare. La tensione verso il futuro di Dio non ci consente di adagiarci. La nostra è una speranza “inquieta”. Siamo troppo lontani dalla meta. Non basta annunciare il futuro: dobbiamo prefigurarlo e anticiparlo nella nostra vita personale e comunitaria. Animati dalla speranza, anzi, “lieti nella speranza” (Rm 12,12), saremo veramente Chiesa “profetica”.
La Confermazione
Poiché lo Spirito Santo agisce nella Chiesa anche sacramentalmente, soprattutto mediante la Confermazione, in questo nuovo anno la nostra attenzione dovrà convergere su questo sacramento così importante e spesso cosi mortificato. Il nostro impegno si svolgerà su un duplice fronte.
1) Anzitutto dovremo porre con forza il problema della recezione e dei frutti della Cresima. Ci dovremo interrogare su tutta l’impostazione pastorale e catechetica in preparazione a questo sacramento. Calando questa problematica nel contesto della nostra società, tenteremo di individuare le cause della apparente inefficacia della celebrazione della Cresima, che segna spesso il congedo dalla vita della Chiesa. Per scegliere una linea pastorale concorde, è emersa l’esigenza di istituire in diocesi un Direttorio liturgico-pastorale.
2) In secondo luogo dovremo riscoprire il sacramento della Cresima e il suo valore per tutti i cristiani: poiché esso è sacramento della pienezza e della testimonianza, particolarmente suggestiva sarà per tutti la coscienza di essere testimoni della fede. Tutta la Chiesa dovrà comprendere sè stessa e vivere nel mondo come Chiesa della testimonianza. Scriveva il grande teologo H. De Lubac: “La nostra missione non è quella di far trionfare la verità, ma di essere suoi testimoni”. Essendo la Cresima il sacramento che, con la forza dello Spirito, ci abilita a comunicare la fede agli altri, essa stimolerà la comunità ecclesiale siracusana ad attuare un ampio impegno di evangelizzazione. “Lo Spirito è anche per la nostra epoca l’agente principale della nuova evangelizzazione” (TMA 45): ogni cristiano, se non vuole vanificare il dono dello Spirito ricevuto nel giorno della Cresima, dovrà sentirsi in prima persona corresponsabile della missione evangelizzatrice della Chiesa.
La Visita Pastorale
Nel prossimo mese di gennaio, con l’aiuto di Dio e della Vergine SS.ma, intendo dare inizio alla visita pastorale. Essa coinvolge la responsabilità di tutti i membri della comunità diocesana, ma in maniera singolare coinvolge il ministero e il carisma del vescovo: “Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha posti come vescovi a pascere la Chiesa di Dio che Egli si è acquistata col suo sangue” (Atti 20,28). Il vescovo è icona di Cristo, “pastore e vescovo delle anime” (I Pt 2,25). Gesù è il vescovo di tutti, conosce le anime in maniera unica e ad esse provvede con estrema dedizione. Come Gesù anche il vescovo deve responsabilmente e premurosamente badare alla comunità.
Il vescovo nella visita assolve il compito di annunciatore del Vangelo, maestro, pastore, grande sacerdote, principale dispensatore dei misteri di Dio, moderatore e custode di tutta la vita liturgica nella Chiesa a lui affidata. Pur rappresentando un momento vertice del ministero del vescovo, anzi proprio per questo, la visita deve essere caratterizzata dalla familiarità, dalla cordialità e dalla semplicità.
Il vescovo visita la comunità come un padre visita i figli, un fratello i fratelli, un amico gli amici. Il vescovo viene per vedere come stanno tutti i membri della comunità: i sacerdoti, anzitutto, i religiosi e le religiose, i fedeli laici. Viene per constatare quanto di buono e di bello ha operato la grazia del Signore, rallegrarsene con loro, incoraggiarli ed esortarli. L’esortazione non mira solo a promuovere la vita ecclesiale dei fedeli, ma è rivolta anche a quelli che ancora non credono. Fin dal giorno di Pentecoste, Pietro “scongiurava ed esortava” le folle a pentirsi, ad accogliere il Vangelo di Gesù costituito Messia e Signore e a farsi battezzare nel suo nome (At 2,40).
In continuità con la linea apostolica la visita pastorale va intesa come “ricerca di anime, bisognose di sapersi amate con generosità e guidate con sicurezza” (Paolo VI). Tra queste “anime” va riservata particolare attenzione ai “lontani”, sull’esempio di Gesù che diceva: “E ho altre pecore, che non sono di questo ovile; anche queste io devo condurre” (Gv 10,16). Tali parole esprimono l’assillo missionario di Gesù, che il vescovo è chiamato a far suo e che io accolgo con piena e cordiale adesione.
La catechesi sullo Spirito Santo
E veniamo adesso alle due richieste che sono state fatte in maniera corale: una più approfondita e organica catechesi sullo Spirito Santo e una più diffusa offerta di esperienze di preghiera. Si tratta di un autentico dono dall’alto. Tali desideri infatti non vengono dall’uomo “carnale”, ma dall’uomo “spirituale”. Non sono in linea con la logica del mondo, ma con quella di Dio. C’è da lodare e benedire il Signore, che li ha suscitati. C’è da assecondarli con gioioso e generoso impegno. Tra l’altro si tratta di realtà connesse: lo Spirito Santo si conosce e si ottiene soprattutto con la preghiera (cfr. Lc 11,13), la preghiera ha il suo protagonista principale nello Spirito Santo (cfr. Rm 8,26).
Per la catechesi sullo Spirito Santo, si danno molteplici possibilità: Esercizi spirituali, ritiri, corsi di aggiornamento, Scuola della Parola, catechesi nelle Associazioni e nei Movimenti… Varie e valide sono le risorse: i testi biblici, anzitutto, dell’Antico e del Nuovo Testamento; il magistero dei Padri della Chiesa; le encicliche pontificie, specialmente la “Dominum et Vivificante” di Giovanni Paolo II; le sue numerose catechesi del Mercoledì; il Catechismo della Chiesa Cattolica; il Catechismo degli Adulti della Conferenza Episcopale Italiana; e tanti seri e apprezzabili testi di biblisti, teologi e autori di vita spirituale…Gli aiuti non mancano…sono lì sempre disponibili a chi non rifiuta la fatica dello studio. Studiare, però, non basta. Occorre anche pregare, invocare lo Spirito, chiedere al Padre che ce ne faccia dono: “Se voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!” (Le 11,13). Ma attenti! È’ stato scritto: “Più che Qualcuno da capire, (lo Spirito Santo) è Qualcuno che fa capire”. È l’esegeta di Dio, in quanto fa leggere la storia e, mediante Gesù, ci aiuta a “decifrare” il linguaggio della storia.
Lo Spirito Santo non ha un volto, ma ci mostra dei segni, concede doni, produce frutti, lascia tracce. Lo Spirito Santo, dentro la storia concreta, lo si coglie rilevandone le “tracce.”.
Una Chiesa attenta e docile allo Spirito è Chiesa attenta a tutti gli uomini e a tutta la storia, disponibile a riconoscersi in tutto ciò che lo Spirito, “esploratore degli abissi dell’uomo e della storia feconda, fa nascere e sviluppare dentro la città dell’uomo”, Una Chiesa che si lascia condurre dallo Spirito supera ogni divisione, ogni parzialità, ogni discriminazione. E riesce a cogliere i segni della sua presenza anche fuori della stessa Chiesa, presso i “lontani”, consapevole che lo Spirito “soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va” (Gv 3,8). Docile allo Spirito, la nostra Chiesa diventerà “più mistica e più storica” (K. Rahner), cioè più contemplativa e nello stesso tempo più dentro l’umanità e la storia; più aperta alle realtà umane tramite l’azione dello Spirito che opera senza soste e senza confini, per fermentare il divino. Lo Spirito Santo può invertire la rotta della nostra storia: dalla disgregazione all’unità. “La Chiesa è Chiesa nella misura in cui essa dà spazio allo Spirito, lo ospita, ma anche lo segue negli appuntamenti che Egli le dà nella storia, si mette totalmente nelle sue mani, a suo servizio, per servire Cristo e gli uomini, con umiltà e fervore, ma soprattutto con apertura a un rinnovamento costante” (L. Sartori).
La Preghiera
Alla preghiera voglio dedicare una riflessione più articolata. Si registra oggi una vera e propria fame di preghiera. Quanto più sono state tralasciate le pratiche di preghiera, tanto più è diventato grande il desiderio di pregare, specialmente fra i giovani. Se ne sentono attratti. Il bisogno di preghiera, l’esigenza di forti esperienze interiori, li spingono verso l’estremo Oriente. Centinaia di giovani occidentali vi sono approdati in cerca di un “guru” che li iniziasse alla tecnica della contemplazione. Nel nostro Occidente, tecniche come lo zen e lo yoga suscitano grande interesse. Tanta gente non risparmia né soldi né fatiche per acquistare il dominio del proprio corpo e del proprio spirito. Ci si vuole liberare, per accogliere l’esperienza spirituale, per realizzare un’armonia interiore, per diventare pienamente se stessi. È sete di Assoluto, di Infinito, di Trascendenza. È bisogno di interiorità, di profondità, di pienezza. È “no” alla superficialità e alla mediocrità, alla futilità e al non senso. È ricerca di verità, di senso, di vita. Molti, spinti da questa fame e da questa sete, vanno a finire nelle sette o nelle pratiche dell’occultismo. E’ un problema pastorale grave, che interpella ogni pastore d’anime e ogni coscienza vigile. Ma questa ascesi naturale, per quanto utile, non è la preghiera. Per comprendere la realtà della preghiera possiamo imparare dal suonatore della cetra. È un esempio di un monaco bizantino che troviamo nella Filocalia (IV, p. 287), citato da A. Louf nel suo bel volume “Lo Spirito prega in noi” (p. 146 Ed. Qiqaion). Il citaredo dispone di una cetra e di un plettro. Così colui che prega: la cetra è il suo cuore, il plettro è la Parola di Dio o il ricordo di Dio o il nome di Gesù; il citaredo è colui che prega, o meglio, lo Spirito Santo che prega in lui. Ecco, dunque, i tre elementi fondamentali: il cuore, la Parola, lo Spirito.
- Il cuore. Non si identifica con l’intelligenza discorsiva,
né con la sensibilità né con l’affettività. Il cuore è la parte più profonda di noi, il germe più segreto del nostro essere, la radice della nostra esistenza o, se si vuole, il suo culmine, la vetta dello Spirito. Sul nostro cuore dobbiamo vigilare attentamente, perché sia sempre desto e pronto per il Signore. Spesso Gesù si lamentava coi suoi perché il loro cuore era cieco, indurito, sbarrato (cfr. Mc 8,17), ottenebrato (Rm 1,21). Ai discepoli di Emmaus rimproverò la lentezza e stoltezza del loro cuore (Lc 24,25), Mise sempre in guardia dal pericolo dell’appesantimento del cuore nei piaceri e negli affanni della vita (cfr. Le 21,34).
Per questo il compito più importante dell’uomo è quello di cercare e ritrovare il proprio cuore, perché è li che Dio ci incontra e ci parla, e a partire da lì noi possiamo incontrare e parlare agli uomini. “Ogni metodo di preghiera mira a quest’unico scopo: ritrovare il cuore e destarlo. La preghiera deve consistere in una forma di vigilanza interiore. Gesù stesso ha accostato vigilanza e preghiera… Solo un’attenzione profonda e pacata può metterci sulle tracce del nostro cuore e, in esso, della preghiera. Bisogna dunque vigilare e incominciare con il ritrovare la via verso il nostro cuore per liberarlo e sbarazzarlo da tutto ciò che lo ingombra.
La conversione non ha altro scopo che farci rientrare in noi stessi, farci ritornare al centro vero della persona, redire ad cor (cfr. Is 46, 8 Vulg), ritornare al cuore, come si diceva volentieri nel medioevo. Nel cuore spirito e corpo si raccolgono; si tratta del punto centrale del nostro essere” (A Louf, op. cit. p. 21). b)
b. La Parola.
È il plettro divino che tocca le corde del cuore e le fa vibrare, Dobbiamo applicarci alla Parola con un desiderio immenso. Ascoltata superficialmente, la Parola è di poca utilità. Bisogna prestarle tutta l’attenzione, raccoglierla con avidità, lasciare che si dilati e metta radici nel nostro cuore. Bisogna ruminarla, macinarla, “ridurla in farina” – dice il Certosino Guigo II. “Allora si sazierà l’anima vostra come a lauto convito”. E continua: “dura è questa fatica, ma ricca di frutti… Non ti sfugga la legge dalla bocca del cuore: girala e rigirala, volgila e rivolgila, e a un certo punto capirai che sapore abbia la manna”. Così faceva colui che dice: “Quanto sono dolci al mio palato le tue parole, Signore! Più del miele e di un favo per la mia bocca” (citato da A. Louf p. 51 ss).
La parola di Dio tocca il nostro cuore: lo trafigge (At 2,37), lo penetra (Ebr 4,12), lo apre (At 16,14), lo scuote dal torpore: “Svegliati, o tu che dormi” (Ef 5,14). E questa parola è potenza di Dio (Rm 1,16), che viene “bronzato’’ nel cuore (Mt 13,19). Si tratta di un seme “incorruttibile” che opera una vera rigenerazione (1Pt 1,23) cioè suscita una vita nuova che si alimenta di parola: “Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4,4).
La Parola di Dio è cibo per l’anima, luce della mente, fuoco nel cuore, forza per la volontà vacillante, lampada sul nostro cammino, giudizio sulla nostra condotta… Ecco perché i maestri di spirito ci esortano a vegliare attorno alla Parola. Vegliare vuol dire tenere desto il cuore, mantenerlo vigile, impedire che cada nella sonnolenza. Vuol dire anche coltivare il silenzio e il raccoglimento. Fare il vuoto dentro di sé. “Ma questo vuoto nel nostro cuore è un abisso che bisogna scavare sempre più, fino a incontrare l’acqua dello Spirito che scaturisce dal fondo del nostro cuore. Un padre diceva: «Il cuore è come una fonte d’acqua. Più scavi e più l’acqua diviene limpida». “Il silenzio è uno scavare questo vuoto in noi, una perforazione che raggiunge una vena più profonda” (op. cit. p. 55).
c. Lo Spirito
È Colui che abita nel cuore e che ha ispirato la Parola. È colui che col plettro della Parola o del Nome che salva (Gesù) fa vibrare le corde del cuore (= cetra). È il divino citaredo. È Lui il ponte che unisce cuore e Parola. Dall’uno sprizza una scintilla verso l’altra. La Parola si impadronisce del cuore dell’uomo, il cuore a sua volta si appropria della Parola. Più la Parola risuona, più il cuore resta sveglio. E più il cuore è vigile e attento all’ascolto della Parola, più profondamente penetra nel mistero dello Spirito. Tra lo Spirito che è presente nel profondo del cuore e lo Spirito che agisce nella Parola si stabilisce un dialogo fecondo e vivificante. È lo Spirito che ci fa penetrare la Parola, ce ne dà una conoscenza saporosa, ce la fa “ruminare”, cioè rimuginare, rimasticare, assimilare. Il cuore – dietro la spinta del Maestro interiore – la prende, la ripete lentamente, la culla, se ne lascia impregnare totalmente… Rimane esposto senza difesa all’amore di Dio, alla forza dello Spirito, all’onnipotenza divorante della sua Parola. A questo punto nasce la preghiera, si attiva la sorgente che zampilla per la vita eterna (Gv. 4,14). Lo Spirito prega in noi. Fratelli e sorelle, volendo offrire a tutti i fedeli dell’archidiocesi la possibilità di fare forti esperienze di preghiera – nell’ascolto della Parola e nella docilità allo Spirito – dopo aver sentito il Consiglio Presbiterale e averne ricevuto incoraggiamento, dispongo che in tutti i grossi centri della diocesi si tengano scuole di preghiera, animate da sacerdoti o da religiosi o religiose o da laici. Contatterò personalmente coloro che si dichiareranno disponibili a questo servizio e sceglieremo insieme i luoghi, i contenuti, la scansione, il metodo e la durata. Sono convinto che molti vorranno beneficiare di questo dono e che la diocesi farà un forte balzo in avanti nella vita secondo lo Spirito e nella comunione fraterna. La preghiera, infatti, è la forza dell’unità. Pregando insieme si scaricano le tensioni, perché essa ci apre alla carità; si conosce meglio la buona volontà del fratello e lo si accetta; si riceve luce per comprendersi e forza per accogliersi e portare insieme i pesi. Per parte mia, nella visita pastorale non lascerò mancare mai un incontro dedicato alla preghiera fatta con la lectio divina. Non dimentichiamo che questa è la fatica più nobile e più benedetta da Dio. Maria, la vergine del silenzio e dell’ascolto, ci è modello di orazione e avvocata di grazia. L’augurio, con cui chiudo queste riflessioni, lo prendo dalle parole di un monaco del nostro tempo, che è uomo di grande interiorità, completamente pervaso dalla preghiera e continuamente occupato in essa. Gli chiesero come fosse arrivato a quel punto. Rispose che faceva fatica a spiegarselo.
“Oggi – disse – ho l’impressione che già da anni portavo la preghiera nel mio cuore senza saperlo. Era come sorgente ricoperta da una pietra. A un certo momento, Gesù ha spostato la pietra. Allora la sorgente si è messa a sgorgare e da allora continua a sgorgare” (citato da Louf, op. cit. p. 24).
Fratelli e sorelle carissimi, “mia gioia e mia corona” (Fil 4,1),
provatevi a pregare e siate assidui. Può darsi che all’improvviso Gesù, volendo premiare la vostra perseveranza, sposti la pietra che ricopre la sorgente che è in voi. Allora la sorgente si metterà a sgorgare e non cesserà più!
†Giuseppe Costanzo
Arcivescovo
