Ottavo Anniversario dell’Ingresso in Diocesi

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Apertura della Visita Pastorale

28 Gennaio 1998

Otto anni di servizio episcopale nella diocesi di S. Marciano e di S. Lucia. Otto anni di semina non certo “nel pianto”, ma neanche “tra canti di gioia”. Otto anni di lavoro duro, paziente, fiducioso. Abbiamo preparato eventi ecclesiali di grossa portata: la Visita del Papa, il Convegno Ecclesiale di Palermo, la Settimana Liturgica Nazionale. Abbiamo vissuto l’esperienza del terremoto, il quale ha inferto ferite non ancora rimarginate. E voi, cari confratelli sacerdoti, siete stati i collaboratori generosi; voi, religiosi e religiose, il sostegno prezioso; voi, laici impegnati, l’indispensabile aiuto.

Come pastore, che veglia sul gregge e ne guida il cammino, non ho mai dimenticato che la vita cristiana è movimento e crescita: dallo stato d’infanzia alla maturità, dalla partenza del pellegrinaggio sino al termine, dalle prime fondamenta dell’edificio fino al compimento della costruzione, dalla seminagione al raccolto. Sapendo quanto nobile è la meta e quanto innumerevoli sono le occasioni di stancarsi, di deviare e di riprendersi, non ho mai cessato di infondere coraggio, di esortare alla pazienza, di ridare speranza, per tenere saldo ogni fedele nella sua vocazione.

Ora è maturo il tempo per verificare, attraverso la Visita Pastorale, il cammino di questi otto anni e lo stato di salute della diocesi: che ne è del seme sparso a larghe mani nel campo, che tipo di terreni ha incontrato, quali gli ostacoli alla crescita e alla fruttificazione, quale la misura del raccolto.

La parabola evangelica di Marco (4,1-20), che abbiamo ascoltato, è un invito a rifiutare atteggiamenti sconsolati e rinunciatari e a coltivare uno stato d’animo di fiducia e di gioia, perché il Regno di Dio cresce nonostante tutto.

Questa certezza, però, non deve condurci al disimpegno, bensì ad un impegno responsabile e appassionato in vista del Giubileo del 2000. In preparazione a questo grande evento desidero offrire quest’oggi alcune indicazioni programmatiche, che verificherò e a cui darò forte impulso nella Visita Pastorale. Quale Chiesa sogna il vostro vescovo? Quale Chiesa vuole costruire insieme con voi, con la grazia di Dio e con la guida dello Spirito Santo?

1) Anzitutto una Chiesa discepola della Parola.

La fede, radice e fondamento, della vita cristiana, nasce dall’ascolto della Parola (cfr. Rm 10,17). “Bisogna respirare le espressioni bibliche, perchè ci nutrono profondamente” (Giov. Climaco). Per restare fedele alla sua vocazione e missione, la Chiesa deve acquisire familiarità con la Bibbia, deve nutrirsi della Parola ispirata, attingervi luce e sapienza. E’ una sapienza che la Bibbia rivela non a chi ha il cuore duro come strada battuta o soffocato dalle spine, ma a chi ha il cuore buono, che accoglie il seme della Parola di Dio e le consente di portare i frutti (cfr Mc 4,3ss). “Nella Parola di Dio, infatti, è insita tanta efficacia e potenza da essere sostegno e vigore per la Chiesa e, per i figli della Chiesa, saldezza della fede, cibo dell’anima, sorgente pura e perenne della vita spirituale”(DV 21)       

2) In secondo luogo una Chiesa missionaria del Vangelo.

“Evangelizzare … è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare” (E.N. 14). La missionarietà della Chiesa universale si deve percepire nelle comunità diocesane e parrocchiali perché è in esse che il popolo di Dio vive, opera ed appare visibile. E’ di grande rilievo l’elogio che il Concilio fa della parrocchia, quando non solo la chiama “cellula della diocesi”, ma afferma che essa “rappresenta in qualche modo la Chiesa stabilita su tutta la terra” (SC 42).

Dalla rinnovata consapevolezza della missionarietà della Chiesa deve scaturire una “conversione pastorale”. Lo ha detto con forza il Papa al Convegno di Palermo: “Il nostro non è il tempo della semplice conservazione dell’esistente, ma della missione”. Non ci si può limitare, perciò, alle semplici celebrazioni rituali e devozionali e all’ordinaria amministrazione; bisogna passare a una pastorale di missione permanente, una pastorale che “dovrà andare oltre i luoghi e i tempi dedicati al sacro e raggiungere i tempi e i luoghi della vita ordinaria: famiglia, scuola, comunicazione sociale, economia e lavoro, arte e spettacolo, sport e turismo, salute e malattia, emarginazione sociale” (“Con il dono della carità dentro la storia”, n° 23).

3) Una Chiesa consapevole di essere vivificata, santificata e condotta dallo Spirito.

Protagonista del rinnovamento e “regista” dell’evangelizzazione è lo Spirito di Dio, l’unico capace di suscitare una primavera di santità nella Chiesa. E’ lo Spirito, infatti, che “con la forza del Vangelo fa ringiovanire la Chiesa, continuamente la rinnova e la conduce alla perfetta unione con lo Sposo” (LG 4).

L’educazione alla docilità dello Spirito è fondamentale compito pastorale. Occorre riscoprire la dimensione spirituale della vita cristiana ed ecclesiale.

 Paolo è categorico: “Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene” (Rm 8,9), “tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio” (Rm 8,14). In effetti, se la vita cristiana è la vita in Cristo, la conformità a Lui, bisogna prendere atto che in tutta l’esistenza di Gesù, dall’inizio al suo compimento, lo Spirito è presente e operante come protagonista.

E allora, ci lasceremo condurre dallo Spirito per fare “conoscenza” ed “esperienza” di Dio. Le due dimensioni – conoscenza ed esperienza, contemplazione e azione, teoria e impegno pratico – formano l’armoniosa unità, in forza della quale l’una sostiene e dà forza all’altra. Infatti, la sola vita esperienziale, senza la sapienza intellettuale, appare confusa e incerta; mentre la sola conoscenza dottrinale, staccata da un’esperienza viva, diventa astratta e arida. Occorre, quindi, che ambedue – prese insieme – formino l’edificio solido della nostra fede e della nostra vita secondo lo Spirito.

4) Una Chiesa impegnata a risanare la frattura fra Vangelo e cultura.

Tale frattura, che Paolo VI definì “drammatica” (E.N. 20), si può superare con una evangelizzazione attenta alla cultura, anzi alle culture. Oggi non è possibile pensare a una fede sganciata dalla cultura; è assurdo ipotizzare una pastorale della fede priva di spessore culturale.

La cultura, certo, ha la sua autonomia dalla fede, perché ha i suoi principi e i suoi metodi, ma tale autonomia non va intesa come separazione. La separazione della cultura dalla fede dà luogo a due estremismi unilaterali: da una parte il secolarismo e il laicismo, dall’altra il fideismo e la concezione magico-sacrale. Nel primo caso Dio è visto come antagonista dell’uomo o, comunque, irrilevante per l’attuazione dei valori umani e per la costruzione della città terrestre. Nel secondo caso i valori umani sono misconosciuti e la presenza di Dio nella storia è presentata in forme magiche che deresponsabilizzano l’uomo; la fede si riduce a ritualismo cultuale, ha paura di diventare cultura e di incarnarsi nelle culture, resta estranea alla vita civile e politica, è fuori della storia.

Fede e cultura invece sono chiamate a vivere in unità, anche se nella reciproca autonomia e distinzione. “La fede non distrugge la ragione, ma la supera e la perfezione” (S. Tommaso).

Il progetto culturale della Chiesa italiana ci invita ad esplorare questo fecondo rapporto tra fede e cultura e alla fine ci farà approdare ad una fede matura, ad una adesione convinta e appassionata a Gesù Cristo, ad una vita spirituale fervorosa, ad una testimonianza apostolica che convince e coinvolge. “Per la nuova evangelizzazione e per il rinnovamento della società, la prima risorsa e la più necessaria sono uomini e donne nuovi, immersi nel mistero di Dio e inseriti nella società, santi e santificatori. (D.C.S. 10). “La carità congiunge la preghiera con l’impegno, in modo da rendere contemplativi nell’azione e memori del mondo davanti a Dio. Genera una spiritualità che guarda oltre la storia, ma è sostanziata di storia. Ama appassionatamente Dio, ma vede Dio in tutti e ama tutti appassionatamente come Dio li ama. Né uno spiritualismo intimista, né un attivismo sociale; ma una sintesi vitale, capace di redimere l’esistenza vuota e frammentata, di dare unità, significato e speranza” (ivi, 11). E’ questa, fratelli e sorelle, la valenza spirituale del Progetto Culturale: una fede adulta, consapevole e impegnata, che accoglie e vive il dono di Dio nel dono di sé agli altri, nel tessuto delle molteplici relazioni quotidiane.

5) Una Chiesa della carità e del servizio.

“La Chiesa vive concentrata sul mistero di Cristo e insieme aperta al mondo” (Giov. Paolo II a Palermo, 9); immersa nel suo Signore e “aperta sulla città, cioè inserita nella società con un’attenzione preferenziale ai poveri” (D.C.S., 2).

L’impegno fondamentale della Chiesa presente al mondo è la testimonianza del Vangelo dell’Amore. L’amore dev’essere “anima della storia rinnovata. La carità ci impegna a preparare nella storia il regno di Dio”, a “stare dentro la storia con amore” (D.C.S., 6).

L’amore si fa concreto e operoso nel servizio, sull’esempio di Cristo: “Io sto in mezzo a voi come colui che serve” (Lc 22,27). L’Eucaristia, sacramento di amore fraterno, è anche sorgente di spirito di servizio. Quando Gesù istituì l’Eucaristia, lavò i piedi agli apostoli. La lavanda dei piedi, splendida icona di Cristo servo per amore, è in intimo rapporto col sacramento dell’amore ed è stata consegnata ai discepoli come criterio di autenticità di ogni celebrazione eucaristica: da essa plasmata, la comunità dei cristiani diventa “la Chiesa del grembiule”, secondo l’immagine cara a Mons. Tonino Bello.

Tra le forme di servizio attestate nella Chiesa apostolica voglio qui ricordare il servizio delle mense e il soccorso ai poveri (At 6,1-4; 2Cor 8,9). Questo impegno dev’essere sempre più un fatto corale di Chiesa, una nota caratteristica di tutta la vita e della testimonianza cristiana.

Sul piano pastorale è urgente una più vasta opera di promozione del volontariato e la costituzione della Caritas parrocchiale per meglio programmare e organizzare concretamente in ogni parrocchia l’attenzione alle povertà antiche e nuove, materiali e spirituali (Cfr D.C.S., 35).

Le nostre comunità devono essere maggiormente permeate dalla spiritualità del Buon Samaritano, immagine plastica della prossimità di Gesù Cristo ad ogni uomo.

6) Una Chiesa eucaristica.

“Nell’Eucaristia c’è tutto il bene della Chiesa” (Cfr PO 5), c’è Cristo risorto che incontra la sua sposa così come incontrò i discepoli dopo la risurrezione. L’Eucaristia è la forma permanente delle apparizioni del Risorto, nel suo splendore velato dal sacramento (Cfr X. Durwell, L’Eucaristia, p. 50).

Chiesa eucaristica è una Chiesa che con sempre nuovo stupore di fede percepisce la presenza di Cristo e vi risponde con totale reciprocità, riconoscendo nell’Eucaristia la sua Pasqua, l’apice dell’Incarnazione e il compimento della storia della salvezza.

L’Eucaristia fa la Chiesa e la rende idonea a vivere davanti a Dio e ad essere il sacramento della presenza di Cristo al mondo. Della Chiesa presente al mondo abbiamo già detto abbastanza. Voglio spendere due parole sul primo tema: Chiesa davanti a Dio.

a) Chiesa che loda e ringrazia.

La lode della gloria di Dio è senso e fine della creazione e dell’Incarnazione redentrice (Cfr Ef.1). La lode zampilla con incontenibile entusiasmo dalla contemplazione delle meraviglie di Dio. Lodare significa confessare la bontà di Dio, la sua giustizia, il suo amore fedele, la sua misericordia salvifica, la sua splendida gloria. Lodare Dio è esaltarlo, magnificarlo, riconoscerne l’unicità, la trascendenza, la santità. La lode, purissima esultanza dello spirito, è inseparabile dall’azione di grazie, anche se rispetto a questa si configura come “più teocentrica, più perduta in Dio, più vicina all’adorazione, sulla via della mistica” (L Dufour).

La lode svolge anche una funzione terapeutica e pedagogica. Nei salmi di lode essa suscita gioia, si fa canto e danza, porta la festa nel cuore e coinvolge anche la comunità. La preghiera di lode esorcizza il demonio, mette in fuga il maligno. La lode rende meno pesanti i fastidi, più leggere le pene. La lode può essere una terapia per guarire certe forme di pessimismo, di tristezza, di angoscia, tipiche dell’uomo contemporaneo, le quali serpeggiano anche nella comunità cristiana. Una spiritualità della lode e del ringraziamento, può essere efficace antidoto, capace di generare gioia e ottimismo.

b) Chiesa che si offre e intercede.

Nella contemplazione la Chiesa resta affascinata dall’infinito amore di Dio che in Gesù Cristo si fa compassione per l’intera umanità: la passione di Gesù esprime la partecipazione di Dio al dolore dell’uomo. Soffrendo per amore, Gesù redime l’umanità e chiama ogni credente a diventare in lui e con lui corredentore dell’umanità: “Completo nella mia carne ciò che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo Corpo che è la Chiesa” (Col 1,24).

Nasce, così, la vocazione a corredimere amando, soffrendo e offrendo se stessi per la vita del mondo. E’ la vocazione che rifulge di luce singolare nella vita delle persone consacrate. Nell’esprimere viva gratitudine a tutti i consacrati della nostra Chiesa, mi è caro fare menzione speciale delle claustrali che nei monasteri di Sortino e di Canicattini Bagni tengono ardente e splendente la lampada della vita contemplativa e dell’intercessione continua mediante una donazione tanto più gratuita e feconda quanto più umile e nascosta.

Ma il Signore vuole che ciascun cristiano faccia della propria vita un dono, un’offerta resa gradita a Dio dall’amore con cui ci si immola, insieme con Cristo, sull’altare della fedeltà alla missione ricevuta da Dio, nella vita di ogni giorno secondo la propria vocazione. Dobbiamo riscoprire il valore della preghiera d’intercessione per gli altri e credere alla sua fecondità, che è non solo spirituale e personale, ma anche sociale.

Lo ha detto il Papa a Palermo: “Sì, diciamolo ad alta voce e con vera convinzione del cuore: non c’è rinnovamento, anche sociale, che non parta dalla contemplazione. L’incontro con Dio nella preghiera immette nelle pieghe della storia una forza misteriosa che tocca i cuori, induce alla conversione e al rinnovamento, e proprio in questo diventa anche una potente forza storica di trasformazione delle strutture sociali. (n° 11).

7) Una Chiesa profezia di speranza.

La mancanza di speranza è, oggi, il male oscuro che insidia l’uomo dall’interno. Chi non spera è immagine della morte: la sua vita è senza senso, la sua esistenza è senza slancio. Vien meno la capacità di progettare, manca la voglia di lavorare.

La Chiesa è il popolo della speranza. Speranza in una vita che non tramonta, ma anche speranza in questa vita: i mali che ci affliggono, le schiavitù che ci umiliano, le ingiustizie che ci opprimono, non sono ineluttabili; la povertà, la violenza, le molteplici aggressioni alla vita e alla dignità della persona non sono fatali. La costruzione di una società nuova e migliore non è utopia.

La speranza della vita eterna non solo non diminuisce, ma stimola l’impegno nella storia, perché la salvezza che si compie nell’eternità si prepara nel tempo. Alla luce della speranza cristiana, la storia è “esodo”, la mortenon è l’approdo definitivo, ma lo spegnersi di una lampada nella luce dell’alba.

All’annuncio della speranza si deve accompagnare da parte della comunità cristiana una pedagogia della speranza, soprattutto nella pastorale familiare e in quella giovanile. La famiglia – cellula originaria della società, prima scuola di umanità, Chiesa domestica e palestra di tutte le virtù – deve educare non solo alla fede e all’amore, ma anche alla speranza.

I giovani, che sono i più aperti alla speranza e i più esposti alla delusione, vanno sostenuti perché non soccombano agli smarrimenti di fronte al futuro. Come comunità ecclesiale abbiamo il dovere di investire più energie a favore dei giovani, i protagonisti del primo secolo del nuovo millennio.

Dobbiamo educare i giovani ad avere a cuore l’Eterno e ad amare il proprio tempo, a farsi un progetto di vita, ad essere “coraggiosi nella verità, audaci nella libertà, costanti nella responsabilità, generosi nell’amore, invincibili nella speranza”. In una parola, “forti dentro, grandi di animo”. (Giov. Paolo II ai giovani cubani).

Di Tale speranza Maria è il modello più alto. Modello e madre. Segno di sicura speranza e di consolazione, finché splenda glorioso il giorno del Signore. A lei affidiamo la nostra Chiesa e l’umanità intera, affinché “quanti sono oppressi dal tedio della vita trovino in Lei rifugio e conforto, e quanti disperano di salvarsi si aprano a una fiducia nuova” (Messa della B.V. Maria, n° 37).                

†Giuseppe Costanzo