
Carissimi,
eccoci ancora una volta a rendere grazie al Signore per il cammino di questi anni. Il Signore ci ha benedetto ci ha colmato di doni e i ha mostrato il suo amore paziente e fedele. Ci siamo tenuti in cordata, con lo sguardo in alto, col cuore alla meta.
Dio è stata “lampada per i nostri passi e luce sul nostro cammino” (Sal 119 ,103). Lo sto verificando nella Visita Pastorale. Convocati da questa Parola e inviati ad annunciare il lieto messaggio, siamo pronti a riprendere la nostra marcia: verso il grande Giubileo e verso il IV Convegno delle Chiese di Sicilia. Ci sappiamo amati dal Padre. Ci sentiamo avvolti della sua tenerezza. Possiamo dire con Giobbe “Mi hai circondato di vita e di misericordia” (Gb 10,12). “Ferventi nello Spirito” e “perseveranti nella preghiera” (Rm 12,11ss), ci stiamo preparando alla Missione Diocesana, affinché quanti ancora camminano nelle tenebre vedano la sua grande luce e trovino la via del ritorno al Padre.
Consentitemi di richiamare velocemente alcuni di questi temi (il Giublleo, il 4° Convegno delle Chiese di Sicilia, la Visita Pastorale)e di indugiare un po’ sul tema del Padre e sulla Missione Diocesana.
IL GIUBILEO
Il termine “giubileo” viene dall’ebraico “jobel”, tromba. Essa squarciava col suo suono il silenzio e annunciava l’anno del Signore, la “grande pacificazione”. Il giubileo era un evento religioso e sociale, personale e comunitario. Era pacificazione del cuore e riconciliazione coi fratelli. Fatto di interiorità e gesto di giustizia. Espressione storica, morale e sociale della misericordia di Dio.
Nel giubileo del Vecchio Testamento — come lo descrive il Levitico ( 25,8-12) – gli elementi fondamentali sono: il riposo per Dio e l’esperienza di Dio, il condono dei debiti, lo scambio dei doni per rompere i bisogni, la liberazione per tutti; in una parola, la Promozione umana.
Gesù ha detto che in Lui si inaugura il “Giubileo definitivo”. Lui è il compimento, è l’oggi di Dio per sempre (cfr Lc 4,20), il liberatore dell’uomo e del mondo. Fare il Giubileo è convertirsi: riconoscere in Lui il Salvatore del mondo, credere in Lui e mettersi alla sua sequela; celebrare il giubileo significa fermarsi, riflettere, ascoltare la Parola di Dio, farsi giudicare da essa che è la “spada dello Spirito” (Ef 6,17).
Per la superficialità e l’egoismo dell’uomo, anche questo grande evento può essere sciupato, vanificato, trasformato in occasione di affari, di “business”.
Il giubileo, invece, deve farci capire che “quello che fa ricchi è la benedizione del Signore” (Pr 10,22) e deve metterci tutti in stato di pellegrinaggio: con l’Incarnazione Dio si è fatto pellegrino verso l’uomo, con la conversione l’uomo si fa pellegrino verso Dio.
Il Giubileo, nella sua pratica esteriore, è facile, ma è esigente nel suo compimento interiore. Esso, infatti, è un risveglio di coscienza, una presa di posizione spirituale, una revisione leale e coraggiosa della propria vita in rapporto a Dio e in rapporto ai fratelli. Le indulgenze del Giubileo non possono essere acquistate senza una sincera conversione e senza una piena unione con Dio. Come ha scritto il Card. Chardes Journet, “la grande preoccupazione della Chiesa non è tanto quella di concedere un’indulgenza quanto quella di cogliere l’occasione per indurre i fedeli al fervore della carità”.
Lo Spirito afferri i nostri cuori li guidi con la forza e la dolcezza del suo amore.
IV CONVEGNO DELLE CHIESE DI SICILIA
Convegno sulla dimensione secolare della Chiesa e sulla missione dei laici. Esso aprirà in Sicilia il Giubileo del 2000.
In preparazione ad esso è stato offerto un documento base, uno strumento che vuole stimolare e aiutare la riflessione, mettendo a fuoco alcuni interrogativi essenziali, evidenziando alcuni nodi della vita ecclesiale, stimolando una presenza laicale che sappia essere lievito di liberazione, sottolineando la complessità del nostro tempo e la velocita dei cambiamenti, indicando problemi e linee di tendenza del processo culturale.. .
Si tratta ora di lavorare nelle singole diocesi: riflessioni, dibattiti, confronti, proposte. ..
Sono già in via di svolgimento alcuni Seminari di studio a livello regionale. Essi mirano ad approfondire e focalizzare meglio i contenuti del Convegno attraverso apporti qualificati di specialisti su temi ecclesiologici o su problematiche storico — sociali.
Si tratta di essere, dentro questa storia, testimoni della salvezza che l’attraversa e la supera. Si tratta di stare dentro alla storia con il dono della carità.
LA VISITA PASTORALE
Dal 28 gennaio ’98 è iniziato in modo sistematico e capillare il cammino della visita pastorale nelle 75 parrocchie dell’ Arcidiocesi .
Alla data attuale sono state visitate 18 parrocchie e, a Dio piacendo, nel dicembre di quest’anno chiuderemo il primo vicariato.
La Visita sta realizzando un contatto vivo della gente col Vescovo in uno stile semplice e familiare e sta offrendo al Vescovo la possibilità di un incontro fecondo con tutte le realtà della comunità, per confermarle nella fede e sostenerle nell’impegnativo compito della testimonianza missionaria.
Niente di fiscale, burocratico, freddo e inutile, ma giorni di grazia, di gioioso incontro fraterno, di condivisione di ansie, problemi e speranze.
Grazie al lavoro dei parroci e delle illuminate catechesi del Vicario Generale, ho trovato nelle parrocchie gente preparata, motivata ed accogliente.
Molto positivo si è rivelato l’incontro coi Consigli di Quartiere e con gli ambienti di lavoro. Ho sottolineato l’importanza del lavoro, della famiglia, degli ideali, della fede, del servizio al bene comune. Il tutto con immediatezza e cordialità. La gente ha risposto con semplicità e schiettezza, sottolineando, problematizzando, arricchendo la discussione col contributo della propria esperienza.
-Sono stato nelle scuole, incontrando bambini, fanciulli, adolescenti e giovani. Li ho ascoltati con attenzione, ho cercato di dare risposta ai molti e spesso inquietanti interrogativi sul senso della vita, sulla fede, la famiglia, il lavoro, lo studio, la presenza della Chiesa nel mondo giovanile. Quando è stato possibile, mi sono intrattenuto coi docenti, apprezzandone e incoraggiandone il lavoro, indicandone la preziosità e la delicatezza.
Mi sono ulteriormente confermato nella persuasione che bisogna dare più attenzione ai giovani: cercarli, amarli, accompagnarne il cammino, ascoltarne gli interrogativi… Hanno tanto da dirci, da darci e, naturalmente, anche da accogliere. Bisognerebbe aprire di più le nostre parrocchie a loro; studiare metodi e strategie per interessarli e coinvolgerli. Sono il futuro prossimo della nostra società.
-Ho visitato per tre intere giornate il nostro ospedale cittadino, qualche clinica privata, qualche Casa per anziani. Ho incontrato medici, infermieri; personale ausiliario e ogni singolo degente. Una immersione nel mondo del dolore! Quanti fratelli ammalati la Provvidenza mi ha fatto incontrare in quest’anno nelle vostre parrocchie! Quanta edificazione nel trovarli, il più delle volte, sereni, pronti a compiere la volontà di Dio; ammalati che sanno soffrire e offrire, senza chiudersi in se stessi, ma, grazie alle vostre attenzioni e al servizio dei volontari e dei ministri straordinari dell’Eucarestia, sanno fare del loro letto, un altare.
-Un altro campo di vitale importanza è la famiglia.
Benedico il Signore per i diversi incontri che ho avuto con gruppi di coniugi e con operatori di pastorale familiare. Con loro ho riflettuto sui problemi che travagliano — e qualche volta devastano — le famiglie: disoccupazione, delinquenza, devianza, spaccio di droga, indifferenza religiosa, infedeltà, dolorose separazioni… ma anche i casi di famiglie unite, sane, sante, culla dell’amore e della vita, palestre di virtù umane e cristiane; chiese domestiche.
–I poveri. Sapevo quant’è pesante la situazione di povertà nel nostro territorio, ma ora ho toccato con mano problemi che voi, carissimi confratelli, affrontate ogni giorno insieme coi generosi volontari della caritas parrocchiale. Quanto silenzioso lavoro! Quanta generosa presenza! Quante croci condivise! Quanto balsamo versato nei cuori feriti dei nostri fratelli! Sarebbe bello e costruttivo uno scambio di esperienze tra voi parroci della stessa zona pastorale per un opportuno coordinamento delle “caritas” parrocchiali, per alleviare le pene dei veri poveri ed impedire gli atteggiamenti furbeschi di chi fa dell’accattonaggio un’industria.
Un cenno particolare meritano i ministranti, che ho trovato in quasi tutte le parrocchie.
Talora si tratta di fanciulli e preadolescenti, talora di adolescenti e giovani. Curatene la preparazione liturgica, stimolatene e accompagnatene la formazione spirituale. Inculcate loro la pratica della meditazione e della Messa quotidiana, educateli alla preghiera, esortateli all’intimità divina, iniziateli alla direzione spirituale, raccomandate il sacramento della Penitenza, fate che si innamorino di Cristo, parlate loro del Padre e dello Spirito Santo, predicate loro le glorie di Maria, aiutateli a dire il loro sì generoso se Gesù li chiama a scelte radicali.
IL PADRE
Quello del Padre è un simbolo contestato dalla cultura moderna e contemporanea scrive Lucio Soravito in Via, Verità e Vita. “In Italia, negli anni ‘60 e ‘70 il padre venne contestato e rifiutato non tanto come realtà fisico-genetica, quanto come ‘superiore’ nell’ordine gerarchico della società, come possessore dei beni e testimone dei valori. La rivoluzione giovanile sessantottesca ha messo in crisi la ‘società dei padri’, auspicando l’avvio di una ‘società senza padre’, dentro la quale si sono poi messe tutte le rivendicazioni. di eguaglianza possibili: quelle dei giovani nei confronti degli adulti; dei figli nei confronti dei genitori; degli alunni nei confronti dei maestri; dei sudditi nei confronti dei superiori; delle ‘donne nei confronti dei maschi… Il rinnegamento dell’autorità e della gerarchia… ha portato al duplice rifiuto del padre e di Dio, in quanto l’uno è rispecchiamento dell’altro. Non è un caso che il ’68 sia stato anche l’epoca della cosiddetta ‘morte di Dio” (Le religioni pregano Dio Padre, pp. 55-56)”. E continua: “Ma sul concetto di ‘padre’, più che la rivoluzione giovanile del 68, hanno influito negativamente le teorie di due padri della cultura moderna: Freud e Nietzsche, i maestri del sospetto. Freud ha preteso di mostrare che dentro di ognuno di noi si nasconde la nostalgia del padre; inconsciamente detestiamo chi ci ha generato, lo consideriamo rivale, quasi da eliminare, salvo poi aspirare di assumere su di noi i ruoli, la grandezza, la superiorità. –
Nietzsche ha preteso di andare più a fondo ancora: dentro di noi l’aspirazione alla libertà si scontra con un muro invalicabile che è la pretesa di coloro che vogliono imporci la legge morale, guidare la nostra coscienza; e il ‘padre’ allora richiama soprattutto codesto imperialismo interiore di cui bisogna sbarazzarsi. –
Dunque la parola ‘padre’ è diventata evocatrice di fantasmi da esorcizzare, di sconfitte da riparare” (Lucio Soravito, ivi, p. 56).
In questa “ribellione contro il Padre”, in questo tentativo di “uccisione del padre” noi oggi possiamo discernere “la contestazione del fantasma del padre, del paternalismo, del padre-padrone allora dominante nella società e nelle istituzioni, il rifiuto dell’autorità abusiva dei padri terreni, a volte proiettata purtroppo anche sull’immagine di Dio” (E. Bianchi, Luoghi dell’Infinito, p. 21). Ma, come giustamente osserva P. Ricoeur, oggi si sente il bisogno di passare “dal fantasma del padre al simbolo della paternità”, giacchè il ciclo di una cultura senza padri appare incapace di trattenere gli uomini dalla deriva.
La situazione culturale odierna, però, da un lato anela alla riscoperta del padre, dall’altro non la favorisce. Infatti la crisi della figura paterna si riflette sul rapporto del credente con Dio Padre. “Se Dio è padre come mio papà, allora io ho chiuso”, pensano molti ragazzi.
Padri assenti o violenti, autoritari o deboli non sono un’indicazione valida per i figli. “Come possono questi ragazzi che vivono in famiglie cosi chiuse e conflittuali, recepire in senso giusto la paternità di Dio, quando manca una positiva esperienza umana? (Cesare Bissoli).
Per scoprire il vero volto di Dio nel nostro contesto culturale, è necessario partire non dalla nostra esperienza, spesso deludente, ma dalla storia della salvezza e dalla rivelazione che ce ne ha fatto Gesù. Da Lui, infatti, impariamo che Dio è Padre. Solo Lui poteva mostrarci il Padre (cfr Gv.14,8), perché “nessuno ha mai visto Dio: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre ce lo ha rivelato” (Gv 1,18). Ce lo ha rivelato attraverso quello che ha fatto e ha detto. Dio è “Padre” nel senso che cammina con i “piccoli” per ridare loro dignità, coi peccatori per ridare loro un nuovo futuro, con i deboli per sostenerli nel cammino della vita.
La presentazione più bella della paternità di Dio è quella che Gesù ci fa attraverso la splendida parabola del padre che va incontro al figlio scapestrato che torna a casa. “Il figlio prodigo, nel suo folle capriccio, può volgere le spalle e fuggire di casa, per andare a sprecare i beni ricevuti, ma il Padre misericordioso aspetta con ansia il suo ritorno; gli corre incontro, lo abbraccia commosso e fa grande festa” (CdA, n° 169).
Un padre che rispetta la libertà del figlio: non costringe, non trattiene, non minaccia, non seduce. Un padre che sa attendere con fiducia, che sa dialogare con pazienza, che corre incontro con gioia, che fa festa per il figlio rinsavito. Un padre fedele nell’amore, liberatore nel rapporto, sapiente nella pedagogia.
Se Dio è Padre, non è per fare dei sudditi, ma dei figli; non per fare degli inferiori, ma degli amici. Dio è Padre per dare uguaglianza, per assicurare consistenza, per garantire pienezza. Il suo cuore si commuove, il suo intimo freme di compassione (cfr Osea 11). Egli ci stima, ci ama, ci ritiene preziosi (cfr Is 43), non ci dimentica mai perché ci porta disegnati sul palmo della mano (cfr Is 49). Egli si comporta come un padre col suo figlioletto: ci istruisce, ci nutre, ci educa (cfr Os 11,1-4) e se, qualche volta, per la nostra correzione è costretto a castigarci, lo fa suo malgrado, quasi forzandosi all’insensibilità, perché Egli è nostro padre che vorrebbe sempre colmarci di tenerezza e di misericordia (cfr Is 63,15ss).
Gesù è la toccante epifania del cuore del Padre, che è Padre clementissimo, Padre onnipotente e misericordioso, Padre veramente santo, fonte di ogni santità (cfr Liturgia della Messa).
Da qui lo stupore. Lo stupore di essere figli. “Guardate quale amore ci ha donato il Padre: ci chiama figli di Dio e lo siamo davvero” (1Gv 3,1). C’è una nota di stupore, quasi di incredula sorpresa nelle parole dell’apostolo. Si tratta di un amore così grande da sorprenderci: nessuno avrebbe potuto immaginarlo, se non ci fosse stato rivelato. E non si tratta di una metafora, ma di una condizione reale: “lo siamo davvero”. La prima reazione non può che essere lo stupore. Lo stupore di fronte a un Dio che è prima Padre e poi Creatore. Non aveva bisogno di noi per esprimere la sua paternità e tuttavia ci ha fatti suoi figli. Lo stupore di scorgere che all’origine di ciascuno di noi non c’è il caso o la necessità, ma l’amore di un Padre, e che alla fine della nostra vita non c’è il vuoto, ma un incontro beatificante: “lo vedremo così come Egli è” (1Gv 3,2).
“Da questo stupore non può che scaturire la lode, il ringraziamento, la contemplazione e gli occhi incantati fissi sul mistero del Padre. Non si abbia paura di questo. Gli occhi fissi sul mistero non distraggono dalla vita e dai suoi molteplici impegni. Non allontanano dal concreto, ma lo illuminano.
Un’esistenza vissuta senza stupore sarebbe scolorita. È lo stupore che rende l’impegno motivato, sereno, generoso e caldo. E ci fa capire che gli uomini non hanno soltanto bisogno di aiuto, ma di accoglienza. E ci fa capire che il servizio più grande che possiamo offrire loro è di aiutarli a incontrare il volto del Padre” (La Rivista del Clero Italiano, 11(1998) Editoriale).
Tale servizio passa attraverso la dimensione contemplativa della vita: “camminerò alla presenza del Signore sulla terra dei viventi” (Sal 116,9). Una presenza — quella di Dio — che crea e vivifica, precede e libera, sostiene e accompagna, recupera e salva.
Ne ha fatto esperienza il profeta Elia, il quale professa di stare alla sua presenza (1Re 17,1); ne fanno esperienza coloro che si lasciano afferrare e condurre dallo Spirito.
Gli itinerari che ci aiutano a vivere alla presenza di Dio dentro al nostro mondo, cercando di modificarlo e di rinnovarlo in senso cristiano (vedi Progetto culturale!), sono tre: “la preghiera, la testimonianza operosa dell’amore cristiano e il lavoro dell’intelligenza, per comprendere e orientare alla luce della fede la realtà complessa e mutevole entro la quale viviamo” (Card. Ruini).
Crescita spirituale, maturazione intellettuale e impegno operativo costituiscono un trinomio fondamentale ed inscindibile. La preghiera avulsa dai problemi e dalla vita intellettuale può diventare narcisistica ed alienante; la carità staccata da una viva e forte radice teologale può scadere in vago filantropismo; il lavoro intellettuale disancorato dalla preghiera e dall’impegno operoso può degenerare in orgoglioso autocompiacimento e sterile teoria. La grande tradizione del pensiero cristiano ha sempre strettamente unito la vita spirituale e quella intellettuale, la preghiera e la ricerca della verità, la carità e la riflessione critica. Non dimentichiamolo: i grandi maestri dei secoli cristiani passati erano dei pensatori, certamente, ma erano innanzitutto dei santi.
LA MISSIONE
“Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. (Gv 20,21). Mandati ad annunciare Gesù Cristo, Crocifisso e Risorto.
1) A chi?:
A tutto il mondo: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15). Il Vangelo è Cristo: la sua persona, il suo messaggio, la sua opera il suo mistero.
Dobbiamo annunciarlo a tutti: ai giudei, ai pagani, a coloro che sono chiamati. Dobbiamo parlare di Cristo ai cristiani tiepidi, immaturi, incoerenti. Agli indifferenti, agli increduli, agli scettici, agli atei. Parlare di Cristo a quanti non lo conoscono; ma lo cercano; non lo seguono, ma vi anelano; lo trascurano, ma ne hanno profonda nostalgia.
2) Perché annunciare Cristo?
- Perché Egli ce l’ha comandato: “Andate e ammaestrate tutte le nazioni” (Mt 28,19). “Riceverete forza dallo Spirito Santo… e mi sarete testimoni .. fino agli estremi confini della terra” (At 1,8).
- Perché l’uomo ha assoluto bisogno di Cristo. “In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro Nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati” (At 4,12). Cristo è il Riconciliatore dell’uomo con Dio, è il Pacificatore universale (“Ipse est Pax nostra”, Ef 2,14), “il Vindice di ogni giusta causa” (Paolo VI), il “Significante plenario”, il “Cuore del mondo”, “la speranza della gloria” (Col 1,27).
Cristo è il fratello di ogni uomo, il Maestro e Signore, lo Sposo della Chiesa, il Medico dell’umanità, il compagno di viaggio, l’Amico dei nostri giorni, il Salvatore e il giudice finale. Cristo è “il più bello tra i figli degli uomini”, Colui che è diventato per noi “sapienza, giustizia, santificazione e redenzione” 1Cor 130) è l’Alfa e l’Omega della storia, Principio e Fine di tutto, Re dei re e Signore dei signori (Ap 19,16). Cristo, dunque, è necessario all’uomo. Egli l’ha detto: “Chi non è con me è contro di me” e “chi non raccoglie con me disperde” (Lc 11, 23), “Senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5 ).
Egli è Colui che sa tutto, può tutto e ci ama. E perciò sempre perdona. “Aprirsi all’amore di Cristo è la vera liberazione”. In Lui, soltanto in Lui, siamo liberati da ogni alienazione e smarrimento, dalla schiavitù al potere del peccato e della morte” (Redemptoris Missio, 11).
Ecco perché Paolo è infaticabile nell’annunciare il Vangelo: perché l’uomo ne ha bisogno e per rendere ogni uomo perfetto in Cristo: “Per questo mi affatico e lotto con la forza che viene da Lui e che agisce in me con potenza” (Col 1,29).
3) Annunciare Cristo: con quale stile di vita?
Con la testimonianza personale, “rifiutando le dissimulazioni vergognose, senza comportarci con astuzia né falsificando la Parola di Dio, ma annunciando apertamente la verità… Noi infatti non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore; quanto a noi, siamo i vostri servitori per amore di Gesù” (2Cor 4,2.5.).
E al cap. 6 afferma: “Da parte nostra non diamo motivo di scandalo a nessuno, perché non venga biasimato il nostro ministero, ma in ogni cosa ci presentiamo come ministri di Dio..” (vv 3-4). Stupenda la testimonianza che Paolo dà di se stesso e della sua: evangelizzazione nella 1a Lettera ai Tessalonicesi (2,1-12).
4) Annunciare Cristo; in quali situazioni e con quali rischi?
“ Ce lo dice Gesù parlando ai suoi: “Ecco, io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi” (è la previsione delle opposizioni che incontreranno. Attualizzando: materialismo, secolarismo, edonismo, ateismo, pluralismo ideologico, indifferenza religiosa, relativismo morale, soggettivizzazione della fede, individualismo, protagonismo, antagonismo…).
5) Annunciare Cristo: con quali mezzi?
“Non con sublimità di parola, di sapienza” (1Cor 2,1), ma “con la stoltezza della predicazione” — dice S. Paolo (1Cor 1,21; cfr. anche 1Cor 2,3-5).
Gesù esige dai suoi apostoli distacco dai beni di questo mondo e confidenza in Dio che provvederà il necessario agli apostoli del Regno (cfr Lc 9,1-9). Con la stoltezza della predicazione, dunque. Ma anche con la “potenza di Dio”, che l’accompagna. Paolo confessa di aver faticato più degli altri apostoli, ma aggiunge: “non io però, ma la grazia di Dio che è con me” (1Cor 15,10). Annunciamo il Signore con la stoltezza della predicazione, ma insieme — dice Paolo — “con la forza che viene da Lui e che agisce in me con potenza” (Col 1,29).
Con quali mezzi? Con la preghiera. L’apostolo che non prega gira a folle. Fa solo rumore. Si agita, ma non porta frutto, perché “senza di me – dice Gesù – non potete far nulla (Gv 15,5). i
Di fronte all’immane compito della missione potremmo essere tentati di attivismo, di sopperire alle nostre pochezze e limitatezze con la mole di attività e di lavoro, pensando inconsciamente che la salvezza dipenda dalla nostra intensa attività.
Potrebbe darsi, invece, che l’attivismo sia talora un’evasione dalla vera missione, che è in primo luogo un dono di luce e di forza interiore, che dobbiamo impetrare con la preghiera.
La contemplazione ci aiuta a tenere l’occhio fisso sull’essenziale, alla meta, al centro.
La preghiera ci rende coscienti che la leva della nostra azione non sta in noi ma in Dio. In Lui è il punto di Archimede per sollevare veramente il mondo. Né attivismo titanico, dunque, né orazione quietistica, ma contemplazione attiva, attività orante.
E da, ultimo, annunciamo Cristo ai fratelli con l’affetto: amandoli. (cfr Fil 1,8-11) L’affetto si trasforma subito in preghiera.
6) Il fine dell’annuncio
– Rivelare il volto e il cuore del Padre e far conoscere agli uomini il suo progetto d’amore, il “mistero nascosto nei secoli”. :
– Manifestare il destino degli uomini e il senso della storia
– Costruire “l’uomo interiore” (Ef 3,16), “l’uomo perfetto”, “nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4,13).
– Far conoscere “l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché gli uomini siano ricolmi di tutta la pienezza di Dio” (Ef 3,19). –
– Dice Paolo ai Colossesi: affinché gli uomini “giungano a penetrare nella perfetta conoscenza del mistero di Dio, cioè Cristo, nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza” (Col 2,2-3).
– E se gli uomini comprenderanno che Gesù è il Vivente, presente nella loro vita, operante nella storia, e gli crederanno, cioè gli consegneranno la loro esistenza e si metteranno alla sua sequela, diventandogli sempre più conformi, la storia della salvezza diventerà per tutti evento di pienezza: “trasformati a sua immagine, noi vedremo il suo volto e sarà gioia piena” (Dalla Liturgia delle Ore).
+ Giuseppe Costanzo
Arcivescovo
