Arcidiocesi di Siracusa
Convegno Pastorale Diocesano
Santuario Madonna delle Lacrime
4 novembre 1999
“Evangelizzare la grazia è la vocazione della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare” (E. N. 14). Trasformata dallo Spirito, inviata dal Signore, la Chiesa può applicare a sé la parola che Gesù fece sua: “Lo Spirito del Signore è sopra di me, per questo mi ha consacrato …. e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio” (Lc. 4, 18).
1) Due sorgenti della missione:
a) Il cuore del Padre, il suo amore. Per amore genera il Figlio, per amore lo manda (Gv 3,16). L’Incarnazione è questo amore che deborda nel tempo, che — come fiume — attraversa la storia e la feconda.
b) Il cuore del Figlio, trafitto dalla spada; il costato aperto, da cui escono sangue ed acqua. Cristo è il primo missionario. Egli, in uno dei momenti di maggiore intimità coi suoi discepoli, dice loro: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (Gv 20,21). È un unico movimento, un fiume che ha come sorgente il cuore del Padre, dal quale scaturisce il flusso dell’amore attraverso l’incarnazione di Gesù Cristo. Attraverso Cristo e il suo costato squarciato, questo amore del Padre continua nel Cristo mistico, la sua Chiesa. La Chiesa, nata dall’acqua e dal sangue, è immersa in questo flusso, in questo movimento della missione. Per questo ogni battezzato è missionario per natura, portatore della vita e dell’amore del Padre e di Cristo al mondo. Ogni cristiano, in forza del battesimo e della confermazione, entra in questo flusso di attività soprannaturale, in questo progetto eterno di salvezza universale.
2) Due dinamismi della missione:
a) “Venite a me… imparate da me” (Mt. 11, 28 sg.): sequela e discepolato. Solo una persona evangelizzata può evangelizzare. Solo chi è stato in ascolto della Parola, può esserne l’araldo efficace. Prima di essere maestri, si è discepoli.
b) “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc. 16, 15). È l’invio, la missione col compito di annunciare la lieta novella. Notate la corrispondenza: venite-imparate / andate-predicate. Dalla concentrazione contemplativa alla dilatazione missionaria. Dall’intimità col Signore all’impegno apostolico: “Ne costituì dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare” (Mc. 3, 14 s8.). La vita interiore è il fondamento solido dell’apostolato, è “l’anima di ogni apostolato” (Chautard).
3) Due strade per evangelizzare: l’annuncio e la testimonianza.
a) L’annuncio, in senso stretto, è il Kerygma, ossia: “Cristo è morto, è risorto, è il Signore. Convertitevi”. L’annuncio comporta sempre l’appello alla conversione. Diversamente si corre il rischio di trasformare l’annuncio in una dotta conferenza. D’altra parte l’appello alla conversione senza un forte annuncio di Cristo può diventare vuoto moralismo. L’annuncio suscita la fede. La fede, come tale, sboccia solo in presenza dell’annuncio o Kerygma.
S. Paolo, nella lettera ai Romani, ci indica la successione: prima c’è l’invio da parte di Cristo, poi c’è l’annuncio; da questo nasce la fede e dalla fede l’invocazione che è l’inizio della vita nuova. E conclude — per sottolineare l’importanza unica dell’annuncio — con le parole di Isaia: “Quanto sono belli i piedi di coloro che recano un lieto annuncio di bene” (Rm. 10, 14-15).
Ma — più esattamente — qual è il contenuto di questo “lieto annuncio”? Ce lo dice ancora l’Apostolo nello stesso capitolo della lettera ai Romani: “Vicino a te è la parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore, cioè la parola della fede che noi predichiamo (= che costituisce l’oggetto del nostro annuncio, o Kerygma). Poiché se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo” (10, 9). “Gesù è il Signore” ecco il contenuto del Kerygma. Ecco il nucleo germinativo di tutto. Esso, rispetto a tutto il resto, è come il vomero rispetto all’aratro, è la spada che fende la zolla e permette all’aratro di tracciare il solco e di rivoltare la terra. “Come la scia — direbbe Péguy — va allargandosi fino a sparire e a perdersi, ma comincia con una punta che è la punta stessa del vascello”, così la predicazione della Chiesa va allargandosi fino a costituire un immenso edificio, ma comincia con una punta e questa punta è il Kerygma: “Gesù è il Signore”. Poi vengono tutte le altre forme di diakonìa della Parola: la didaché, l’omologhia, la martyria, la didascalia, la paraclesis, l’apologhìa, che vanno tutte utilizzate a seconda delle necessità spirituali della comunità dei credenti.
b) L’altra strada per evangelizzare è la testimonianza. La testimonianza della vita ha una forza di persuasione quasi irresistibile. Una vita autenticamente cristiana, abbandonata in Dio e donata al prossimo, è il primo mezzo di evangelizzazione. “L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni” (Paolo VI). Crede più ai fatti che alla dottrina, più alla vita che alla teoria. S. Pietro raccomanda alle mogli di conquistare “senza bisogno di parole”, “quelli che si rifiutano di credere alla Parola” (1Pt. 3, 1), cioè i mariti. L’uomo d’oggi, su cui piovono ogni giorno interminabili discorsi — un vero e proprio diluvio di parole spesso vuote — ha il rifiuto di ascoltare. C’è in lui un senso di sazietà, di stanchezza, di diffidenza davanti alle parole. Si fa, invece, attento davanti alla testimonianza della vita: una vita di fedeltà al Vangelo annunciato, di libertà di fronte ai poteri di questo mondo, di coerenza, di bontà, di santità, lo rende pensoso, lo scuote, lo convince e lo converte. Al Sinodo dei vescovi mi hanno fatto impressione le testimonianze dei vescovi e dei laici, dei religiosi e delle religiose provenienti dall’Europa dell’Est. Sentire raccontare le persecuzioni e le umiliazioni a cui sono stati sottoposti per lunghi anni, i conventi chiusi, le religiose disperse, i vescovi e i preti in carcere faceva impressione. Eppure in quella situazione si sono moltiplicate le vocazioni. Erano costretti a incontrarsi clandestinamente, eppure proprio allora la loro fede ebbe una forza di attrazione e di persuasione infinita. Perché il testimone è uno che grida il Vangelo con la vita. Ecco perché i migliori evangelizzatori sono i santi. I santi sono il miglior esempio per la Chiesa e per il mondo per mostrare che cosa significa essere discepoli di Gesù e vivere secondo il Vangelo. Quanto più i membri della Chiesa sono santi, tanto più sono capaci di cambiare il mondo, di portare la luce e il lievito del Vangelo nella storia, aiutando l’umanità a scoprire Dio e il suo amore verso gli uomini.
4) Il fine dell’evangelizzazione
Non si tratta di proselitismo per accrescere il potere e il prestigio della comunità; si tratta di far conoscere il cuore del Padre, annunciare il suo disegno salvifico, far sapere che siamo destinatari di un amore liberante e rigenerante. Un povero che ha ereditato diecimila miliardi di dollari ma non lo sa, muore ugualmente di fame! Questo è il senso della missione, questo lo scopo dell’evangelizzazione: portare a conoscenza dell’uomo il dono di Dio (“se conoscessi il dono di Dio!” – Gv. 4,10), la speranza a cui siamo chiamati, l’eredità che ci attende. Lo dice Paolo in modo efficace agli Efesini: “Possa egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi” (Ef 1, 18). Scopo della missione è far conoscere a tutti che Dio “ha visitato e redento il suo popolo” (Lc. 1, 68), è “dare al suo popolo la conoscenza della salvezza nella remissione dei suoi peccati” (Lc. 1,77). “Dio ci ama e ci salva”, è il motto della nostra missione. Evangelizzare vuol dire far conoscere questo amore eterno e materno di Dio, che s’impietosisce dell’uomo e si china a salvarlo. Evangelizzare significa far fare esperienza di questa tenerezza che ci avvolge e ci libera, di questa misericordia che ci visita e ci affranca.
5) I destinatari dell’evangelizzazione.
Sono tutti gli uomini, il mondo intero: “andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15). Siamo mandati a quelle folle che, come al tempo di Gesù, vagano per il mondo “stanche e sfinite, come pecore senza pastore” (Mt. 9, 36). È sotto i nostri occhi il mondo con le sue miserie, le sue ferite, i suoi affanni. Sono sotto i nostri occhi i giovani di piazza Adda, i giovani delle discoteche, i giovani del muretto, i giovani dello stadio, della droga, della devianza e della delinquenza. Come mi si stringe il cuore quando li vedo cosi sbandati e demotivati! Che pena quando li incontro negli istituti di pena (a Brucoli o Cavadonna)! Tutti vediamo la situazione della famiglia; la degenerazione della politica, l’instabilità dell’economia, la fatica della scuola e della parrocchia … Che fare? Grideremo contro il consumismo? ce la prenderemo con i mass media? Faremo geremiadi per il crollo dei valori? Le parole di condanna non risolvono i problemi. L’unica cosa che conta è annunciare con la propria vita che è possibile dare alla nostra esistenza senso e valore, nella donazione di sé. Le parole non contano più nulla, non bastano più i grandi predicatori, i grandi oratori. Non basterebbe neanche un Lacordaire!
Oggi è l’epoca dei testimoni. Di coloro che con la propria vita fanno sentire che qualcosa è già accaduto nel mondo. È il tempo dei santi, quelli la cui vita è tutta trasparenza di Dio. Ha scritto Bergson: “Il santo non ha bisogno di esortare. Basta solo che esista. La sua vita interpella”.
6) Il Modello dell’evangelizzatore.
Il nostro modello è Gesù Cristo. Nel brano di Mt 9,35-10,8 egli, che vede il desolato abbandono delle folle e ne prova profonda compassione, ci insegna l’arte di evangelizzare.
Fa quattro scelte.
La prima: l’analisi della situazione, che si traduce in un giudizio vero, oggettivo, pressante: “la messe è molta, ma gli operai sono pochi” (v. 37). Gesù sa vedere con gli occhi e col cuore. Non manca di rilevare le attese, di vedere i problemi e le risorse, le urgenze e le priorità, i desideri e i bisogni. Proclama la nuova pedagogia della salvezza: l’urgenza di operai. La mietitura ha bisogno di braccia. Per questo Gesù, dallo sguardo verso la folla, passa allo sguardo verso l’alto.
Di qui la seconda scelta della missione: “Pregate il padrone della messe che mandi operai nella sua messe” (v. 38). Le disperate attese del mondo trovano una risposta precisa: la preghiera, sorgente anch’essa della missione. La preghiera non disimpegna dalla vita: la cambia. Non isola dalla storia: l’assume, Essa dice che la missione dipende totalmente da Dio ed è lo scopo di ogni preghiera. Proprio essa è il primo servizio al Regno; perché è la sorgente nascosta da cui nasce l’operaio evangelico. Ogni pastorale vocazionale — sembra dire Gesù — affonda le sue radici nella comunione dell’incontro con Dio. Per questo, durante la missione, mentre alcuni vanno ad annunciare, altri resteranno in chiesa a pregare, cioè ad invocare luce e forza per i missionari e per coloro che li ascolteranno.
Terza scelta: la chiamata dei Dodici. Luca, addirittura, pone la chiamata dopo una notte passata in orazione (6,2). Ed essi, gli operai del Regno, non sono anonimi, sono “i Dodici” e hanno ciascuno un nome, con Pietro in testa. Sono il nuovo Israele, il germe della Chiesa. La missione non è solo l’esito della comunione con Dio, ma ha da realizzarsi “in cordata”. Attraverso una comunità visibile, in cui ciascuno ha un nome, un compito, un servizio. Unità e diversità prefigurano la futura comunità missionaria, con le molte vocazioni su strade diverse.
Infine il mandato: “Gesù li inviò”. E così la grande avventura comincia a dilagare nel mondo secondo i tempi di un misterioso piano di Dio. Prima la salvezza messianica viene offerta a Israele; dopo dovrà aprirsi a tutte le latitudini della terra, per una liberazione totale dell’uomo. E i missionari saranno i testimoni della pura gratuità di Dio. Parola, segni e vita degli operai del Regno dovranno dire a chiare lettere che l’anima della missione è un amore che discende dall’alto.
†Giuseppe Costanzo
