Archidiocesi di Siracusa
Convegno Pastorale Diocesano
Santuario Madonna delle Lacrime
5 novembre 1999
“EUCARISTIA E MISSIONE”
Relatore: Mons. Giuseppe Costanzo
L’Eucaristia è il sacramento che guarisce il pellegrino e lo rende apostolo.
Ci lasciamo guidare dalla vicenda dei discepoli di Emmaus (Lc 24)
1) Il capovolgimento.
Erano scoraggiati e delusi per l’incapacità di comprendere la logica divina, prigionieri com’erano della logica umana. L’idea del fallimento del Cristo li rendeva tristi e frustrati: “Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele” (Lc 24,21).
Nell’incontro col Risorto avviene il capovolgimento della situazione. Passano dalla tristezza alla gioia, dal cuore pesante al cuore esultante; dalla disperazione alla speranza; dall’individualismo alla comunione; dal disimpegno all’apostolato.
2) I Fattori del capovolgimento.
- l’incontro col risorto
- l’ascolto delle Scritture
- la celebrazione dell’Eucaristia
- la preghiera
a) L’incontro col Risorto.
Il Signore per primo si avvicina a loro ( ai due viandanti) si fa compagno di viaggio.
- Li interroga
- Si interessa della loro vita
- Si lascia coinvolgere nei loro problemi
- Li provoca a uscire dalla tristezza, a scrollarsi di dosso l’apatia
- Cammina con loro
b) L’ascolto delle Scritture.
Sono esse che gettano fasci di luce sulla vicenda di Cristo. Sono esse che illuminano la nostra vicenda. Ed essi — i discepoli di Emmaus — si sentono ardere il cuore mentre Gesù spiega le Scritture. Non finiremo mai di sottolineare la priorità della Parola di Dio. È lei che “rinfranca l’anima”, che “fa gioire il cuore”, che “è più dolce del miele e di un favo stillante” (Sal 19). È lei che è dura come maglio, bruciante come fuoco, acuta come spada, nutriente come il pane. Senza la luce delle Scritture, il mondo è buio e la notte scende nel cuore degli uomini. La comprensione delle Scritture introduce nel mistero del Signore, ma non lo dona, perché la partecipazione ad esso non è fatto di conoscenza razionale, sia pure connotata spiritualmente. La spiegazione delle Scritture induce i discepoli a godere di stare col Signore e ad “insistere” (V. 29) perché rimanga con loro. Ma l’esperienza dell’incontro col Risorto avverrà nella “frazione del pane”, nell’Eucaristia.
c) La celebrazione dell’Eucaristia.
“Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero” (24,30ss). Gli occhi che erano “incapaci di riconoscerlo” si aprono. Lì scoprono che quel viandante era Gesù, che era risorto, che era vivo, che aveva camminato con loro. L’orizzonte si illumina, ritorna la speranza, il cuore è colmo di gioia. Gesù è risorto, Gesù è il vivente.
È qui — al momento del sacramento – che si aprono gli occhi dei discepoli ed essi lo riconoscono. L’illuminazione delle Scritture conduce fino alla soglia della realtà del Risorto, senza tuttavia rendere partecipi della sua risurrezione. È, invece, il sacramento — realtà di grazia — che mette in comunione col Risorto. Opportunamente la Chiesa abbina la “liturgia della Parola” con la “liturgia eucaristica”. Al mistero del Signore risorto si accede non con la Parola senza la grazia del sacramento, e non col sacramento senza l’illuminazione della Parola. Parola e sacramento collaborano sinergicamente per introdurci nel mistero del Signore crocifisso e risorto.
c) La preghiera: “Resta con noi perché si fa sera” (v. 29).
È l’accorata invocazione di chi si sente solo e sperduto. È il grido insistente di chi, nella spiegazione delle Scritture, ha compreso il disegno del Padre, che prevede la croce per giungere alla gloria (v. 26). È la richiesta di aiuto del pellegrino, che implora la compagnia e l’aiuto del divino Viandante. Senza quella preghiera Gesù non si sarebbe fermato e i due non l’avrebbero riconosciuto. La forza e la necessità della preghiera restano fortemente sottolineati.
3) Gli effetti del cambiamento.
a) “Partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme” (v. 33). Dopo l’esperienza personale profonda e feconda col Signore, i due discepoli, con occhi e cuori nuovi, “partirono senza
indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli undici e gli altri che erano con loro” (v. 33).
Gerusalemme è il luogo teologico dove ha compimento l’opera della salvezza; è il punto d’arrivo della missione terrena di Gesù: lì Gesù muore e si manifesta Risorto; lì avviene l’Ascensione e l’effusione dello Spirito Santo, Gerusalemme è luogo della prima comunità pasquale; è il punto di partenza della missione universale della Chiesa uscita dalla Pentecoste.
I due discepoli dopo l’esperienza della fede pasquale ritornano a Gerusalemme dove “trovarono riuniti gli undici e gli altri…”. È il confronto della propria fede con quella del collegio apostolico (cfr anche At 8,14 e Gal 1,18). Da questo confronto con la Chiesa nasce la missione. Fede e missione si collocano sempre all’interno della Chiesa. Essa è la madre che genera ed invia, “Gli undici e gli altri che erano con loro… dicevano: davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone”. (vv 33,34). È l’unione dei credenti attorno al Risorto e la loro comune professione di fede. È il segno dell’autenticità della Chiesa. È la proclamazione dell’unica, incalcolabile ricchezza della comunità dei credenti e dell’intera famiglia umana.
I due discepoli “poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come I’avevano riconosciuto nello spezzare il pane” (v. 35). È il loro annunzio pasquale, non più inficiato da dubbi, da tristezza, da delusioni, ma illuminato dalla certezza della fede e dalla pienezza della gioia.
L’evento fondamentale di cui essi hanno fatto esperienza ora li rende annunciatori convinti, testimoni credibili; Gesù è il vincitore della morte, il Signore della vita. “Gesù è il fine della storia umana, il punto focale dei desideri della storia e della civiltà”, il centro del genere umano, la gioia di ogni cuore, la pienezza di ogni nostra aspirazione. Egli è colui che il Padre ha resuscitato da morte, ha esaltato e collocato alla sua destra, costituendolo giudice dei vivi e dei morti. Nel suo Spirito vivificati e coadunati, noi andiamo pellegrini incontro alla finale perfezione della storia umana, che corrisponde in pieno col disegno del suo amore: “ricapitolare tutte le cose in Cristo, quelle del cielo come quelle della terra” (Ef 1,10) (GS 45).
In questa pagina straordinariamente ricca, Luca tratteggia la storia di un itinerario spirituale e traccia le tappe del cammino di fede sulla strada del pellegrinaggio terreno. La scena, quindi, è reale, ma è anche simbolica. Questo cammino inizia dalla crisi di fede per le false speranze e si conclude con l’annunzio gioioso del Signore risorto. Dal dubbio alla certezza, dalla diserzione alla pubblica testimonianza. Passando attraverso i due grandi pilastri della fede: la “fractio Verbi” (Parola spiegata) e la “fractio Panis” (Parola immolata). Parola di verità e cibo di vita restano l’insostituibile nutrimento del battezzato che voglia vivere seriamente l’avventura della fede, dell’amore e della speranza cristiana. Sono la provvista che non può mancare nella bisaccia del missionario. Parola e pane sono i tesori dell’evangelizzatore e senza di essi egli rischia di essere solo un istrione o di battere l’aria..
b) La “communio”
L’Eucarestia è la radice, fonte, il culmine della vita della Chiesa, “Infatti – scrive il concilio – nella santissima Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua e pane vivo, che, mediante la sua carne vivificata dallo Spirito Santo, dà vita agli uomini i quali sono in tale modo invitati ad offrire insieme a lui se stessi, il proprio lavoro, e tutte le cose create” (P.O.)
5). È il “sacrificio spirituale” attraverso l’offerta e la trasformazione della vita, come Gesù ha dato la vita. Poi il testo conciliare continua: “per questo l’Eucaristia si presenta come fonte e culmine di tutta l’evangelizzazione” (ivi).
L’Eucarestia ci dona una triplice comunione:
la comunione col Santo (“communio Sancti)
la comunione coi Santi (“communio Sanctorum fidelium)
la comunione coi beni santi (“communio sanctorum bonorum”).
1) La comunione con il Santo, cioè con Gesù Cristo il “Santo di Dio”, con il suo Spirito santificatore, col Padre che ci ha donato il Figlio e lo Spirito. “Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il Corpo di Cristo?” (1Cor 10,16).
L’Eucarestia, quindi, è comunione con il Cristo morto e risorto per mezzo del calice e del pane. Quello della comunione eucaristica è il momento della reciproca immanenza: di Dio in noi e di noi in Dio. “Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola” (Gv 17,21). Unità, intimità, carità. Da qui nasce la contemplazione e l’adorazione, il ringraziamento e la lode. Qui si alimenta la spiritualità comunionale, trinitaria e missionaria. Qui si coltiva la comunione fraterna, che accoglie il perdono e lo dona. Qui si sviluppa la dimensione orante ed eucaristica dell’esistenza.
2) La comunione coi santi, cioè con i fratelli e le sorelle santificati nel Battesimo e chiamati alla santità. La comunione con il Cristo è anche comunione ecclesiale: “Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo. Tutti infatti partecipiamo dell’unico pane” (1Cor 10,17). Quest’unico pane è quello eucaristico, cioè il Cristo glorioso. Partecipando all’’unico Cristo, noi formiamo un corpo solo, veniamo trasformati nel suo corpo e siamo il segno visibile del suo corpo glorioso. Il pane e i credenti riuniti sono segni dell’unico Corpo di Cristo, in reale comunione con Cristo e tra loro. Vedete come S. Agostino si rivolgeva ai giovani che facevano la prima comunione: “Se voi siete il Corpo e le membra di Cristo, ciò che sta sull’altare è il simbolo di voi stessi e ciò che ricevete è il vostro stesso mistero.
A ciò che siete rispondete: Amen e rispondendo lo sottoscrivete… Sii membro del Corpo di Cristo perché sia veritiero il tuo Amen…”
“Un solo pane: chi è quest’unico pane? “Pur essendo molti formiamo un solo corpo”. Ricordate che il pane non è composto da un solo chicco di grano, ma da molti… (macinati… impastati… cotti)… siate ciò che vedete e ricevete ciò che siete… Cosi è anche per il vino. Molti acini sono attaccati al grappolo, ma il succo degli acini si fonde in un tutt’uno. Cristo Signore ci ha simboleggiati in questo modo e ha voluto che noi facessimo parte di lui, consacrò sulla sua mensa il sacramento della nostra pace ed unità. Chi riceve il sacramento dell’unita e non conserva il vincolo della pace, non riceve un mistero che lo salva, ma piuttosto un sacramento che lo condanna” (discorso 272).
Ecco perché Paolo, scrivendo ai Corinzi condanna severamente le divisioni, le contrapposizioni, leimmoralità, gli egoismi, (cfr 1Cor cc 1-11). E conclude: “Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il Corpo del Signore; mangia e beve la propria condanna” (1Cor 11, 28-30). “Riconoscere il Corpo del Signore” non vuol dire solo riconoscere il Corpo Eucaristico rappresentato dal “pane”, ma anche quel corpo che formano quelli che mangiano l’unico pane. Chi non riconosce nell’assemblea dei credenti “il Corpo del Signore” e lo disprezza perché non condivide i suoi beni, non fa pace, non si riconcilia con il fratello, questi mangia e beve la propria condanna.
C’è una continuità tra corpo storico di Gesù, corpo eucaristico e corpo ecclesiale. Tutte e tre sono Corpo di Cristo in forme diverse: storica, sacramentale, ecclesiale. I segni sono diversi ma unico è il Corpo di Cristo. Fare Ekklesìa è fondamentale per poter celebrare la fonte della Ekklesìa, che è l’Eucarestia. Non si può far comunione senza fare la comunione: “perciò, fratelli miei, per la cena, aspettatevi, accoglietevi” (1Cor 11,33).
Certo l’Eucarestia può essere celebrata anche da “peccatori”, però da peccatori convertiti. Quello che non si può tollerare è che le divisioni siano consacrate, pacificamente accettate, senza far nulla: sia quelle sociali, economiche, politiche; sia quelle psicologiche e familiari. Spesso le divisioni in famiglia sono molto più difficili da superare. Però quello che si richiede agli sposi, ai figli, ai componenti di una famiglia è di non rassegnarsi a questa situazione conflittuale. L’Eucarestia deve metterci in crisi.
L’Eucarestia ci dà la forza di amare, di perdonare, di riconciliarci. “In un mondo lacerato da discordie la tua chiesa risplenda segno profetico di unità e di pace” (Prece euc. V/d). E perciò la liturgia della Messa ci fa chiedere: “donaci la forza dello Spirito Santo perché, vinta ogni divisione e discordia, siamo riuniti in un solo corpo” (Riconc. I)
L’Eucarestia – Corpo di Cristo donato, Sangue di Cristo versato – esige da noi la stessa logica e lo stesso stile. Come Cristo è pane spezzato “per la vita del mondo”, cosi dev’essere la Chiesa e ciascuno di noi nella Chiesa. Senza impegno nella storia, l’annuncio del Vangelo non sarebbe credibile e apparirebbe alienante . La Chiesa, proprio perché celebra il sacramento dell’amore, deve farsi presente a ogni dolore umano, a ogni fame di giustizia e di liberazione. La liturgia della messa nella Prece eucaristica 5B cosi ci fa pregare : “Rendici aperti e disponibili verso i fratelli che incontriamo sul nostro cammino, perché possiamo condividerne i dolori e le angosce, le gioie e le speranze, e progredire insieme sulla via della salvezza”, E nella 5C : “donaci occhi per vedere le necessità dei fratelli; infondi in noi la luce della tua Parola per confortare gli affaticati e gli oppressi; fa’ che ci impegniamo lealmente al servizio dei poveri e dei sofferenti. La tua Chiesa sia testimonianza viva di verità e di libertà, di giustizia e di pace, perché tutti gli uomini si aprano alla speranza di un mondo nuovo”. Vorrei commentare telegraficamente quest’ultima parte.
“La tua Chiesa sia testimonianza viva di verità”. Quale verità? Ve n’è una sola, che non è una categoria filosofica, ma una Persona viva: Cristo Gesù, che ha detto: “Io sono la Via, la Verità, la Vita” (Gv. 14,6) Come viviamo la verità? Quante volte seguiamo anche noi la moda? Se non siamo testimoni vivi di verità, non solo sbaglieremo nelle nostre scelte operative, ma renderemo menzognera l’Eucaristia, che è la manifestazione di Cristo-verità.
Testimonianza viva di libertà. Tale è l’Eucaristia. Suprema manifestazione della libertà di Dio, che si è dato come cibo, si è lasciato mangiare, masticare. .. Per quanto incomprensibile o assurdo ci possa sembrare, è la liberta dell’amore. Ed è questo il Dio che nell’Eucaristia si dona a noi per renderci liberi e maestri di libertà, non di ipocrisia o di accomodamenti.
“La tua chiesa sia testimonianza viva di giustizia”. Quale giustizia? La giustizia giustificante, che rende giusti. La giustizia che nobilita, che perdona, che riscatta. La giustizia del Figlio dell’Uomo che ha annullato se stesso per farsi carne umana ed è stato ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce! E noi pretendiamo di celebrare l’Eucarestia mentre il nostro spirito rivendica diritti e pretende riconoscimenti!
Qual è la nostra giustizia? È solo una giustizia economica e sociale? O è anche “cristiana”?
“Cristiana” è la giustizia che riconcilia – a sé e a Dio – che permette a tutti di ricuperare la dignità dei figli di Dio. A tutti, senza escludere nessuno, senza preferenze di persone, senza servilismi e senza arrogante violenza.
E infine, “testimonianza viva di pace”, quella pace che è opera della giustizia, e che è frutto delle beatitudini, che fiorisce nel cuore di chi per la sua fedeltà a Cristo e ai fratelli accetta la persecuzione e l’emarginazione, fuori dalla chiesa, ma anche all’interno di essa.
Se viviamo cosi l’Eucarestia come testimoni di verità e di libertà, di giustizia e di pace allora, senza tante parole, la nostra Eucarestia diventa un segno luminoso che permette a tutti gli uomini di aprirsi alla speranza di un mondo nuovo. È questa la nostra missione!
c) La comunione dei beni santi (“communio sanctorum bonorum”).
E’ anzitutto la condivisione della Parola. Questo tesoro di incalcolabile preziosità, questa sorgente di energia e di luce, non può essere privatizzato. Va comunicato. Va condiviso. Di qui scaturisce il bisogno dell’evangelizzazione, dell’accostamento dei nostri fratelli alla parola di Dio, alle scaturigini della Grazia, alle fontane del pensiero di Dio. “Nell’Eucarestia la chiesa è convocata dalla Parola e diventa comunità in ascolto del suo Dio. È una Parola che risuona viva e attuale, e viene colta sulle labbra del Risorto, presente nell’Eucarestia, come lo era sulla strada di Emmaus” ( Euc. Com, e Com.ta, n.7). È la parola che illumina, che libera e che salva. Di qui la priorità dell’annuncio. È poi la condivisione del Pane, o Corpo di Cristo, che esprime e realizza l’unità dei credenti: “Cibandosi del corpo di Cristo nella santa assemblea, ( i fedeli) mostrano concretamente l’unità del popolo di Dio, che da questo augustissimo sacramento è felicemente espressa e mirabilmente prodotta” (L.g. 11).
Dall’Eucarestia inoltre impariamo l’umiltà e la carità, la pazienza e l’obbedienza. L’Eucarestia ci insegna la gratuità e l’oblatività e ci invita ad essere anche noi “pane spezzato” e “sangue versato”.
L’Eucarestia esige ed educa alla solidarietà e al servizio specie nei confronti dei più bisognosi. Altrimenti non hanno senso la recita comune del Padre Nostro, l’abbraccio di pace, il mangiare insieme. Chi si comunica accetta di farsi commensale di ogni uomo. E la Parola non manca di proposte: “Spezza il pane con l’affamato”, “introduci in casa chi è senza tetto”, “vesti gli ignudi”, “da’ il pane all’affamato”, “difendi l’orfano e la vedova”, “non esasperare chi è nel bisogno”… Parole esplosive, che ci fanno arrossire! Ma finché non le prendiamo coerentemente sul serio, le nostre comunità non crescono, restano incatenate in una formalismo ritualista che toglie loro vitalità e credibilità.
Vorrei rileggere con voi una pagina di S. Giovanni Crisostomo che la Chiesa ci propone nella Liturgia delle Ore (sabato della 21a settimana del Tempo per Annum).
“Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non permettere che sia oggetto di disprezzo nelle sue membra, cioé nei poveri, privi di panni per coprirsi. Non onorarlo qui in chiesa con stoffe di seta, mentre fuori lo trascuri quando soffre per il freddo e la nudità. Colui che ha detto: <<Questo è il mio Corpo>>, confermando il fatto con la parola, ha detto anche: <<Mi avete visto affamato e non mi avete dato da mangiare e ogni volta che non avete fatto queste cose a uno dei più piccoli tra questi, non l’avete fatto neppure a me>>. Il Corpo di Cristo che sta sull’altare non ha bisogno di mantelli, ma di anime pure; mentre quello che sta fuori ha bisogno di molta cura. Impariamo dunque a pensare e a onorare Cristo come egli vuole. Infatti l’onore più gradito che possiamo rendere a colui che vogliamo venerare è quello che lui stesso vuole, non quello escogitato da noi. Anche Pietro credeva di onorarlo impedendo a lui di lavargli i piedi; questo non era onore, ma vera scortesia. Così anche tu rendigli quell’onore che egli ha comandato. Fa’ che i poveri beneficino delle tue ricchezze. Dio non ha bisogno di vasi d’oro, di calici d’argento, ma di anime d’oro. Con questo non voglio certo proibirvi di fare doni alla chiesa. No. Ma vi scongiuro di elargire, con questi e prima di questi, l’elemosina. Dio, infatti, accetta i doni alla casa terrena, ma gradisce molto di più il soccorso dato ai poveri. Nel primo caso ne ricava vantaggio solo chi offre, nel secondo anche chi riceve. Là il dono potrebbe essere occasione di ostentazione; qui invece è elemosina e amore. Che vantaggio può avere Cristo se la mensa del sacrificio è piena di vasi d’oro, mentre poi muore di fame nella persona del povero? Prima sazia l’affamato e solo in seguito orna l’altare con quello che rimane. Gli offrirai un calice d’oro e non gli darai un bicchiere d’acqua? Che bisogno c’è di adornare con veli d’oro il suo altare se poi non gli offri il vestito necessario? Che guadagno ne ricava egli? Dimmi, se vedessi uno privo del cibo necessario e, senza curartene, adornassi d’oro la sua mensa, credi che ti ringrazierebbe o piuttosto non si infurierebbe contro di te? E se vedessi coperto di stracci e intirizzito dal freddo e, trascurando di vestirlo, innalzassi colonne dorate dicendo che lo fai in suo onore, non riterrebbe forse di essere beffeggiato e insultato in modo atroce? Pensa la stessa cosa di Cristo, quando va errante e pellegrino, bisognoso di un tetto. Tu rifiuti di accoglierlo nel pellegrino e adorni invece il pavimento, le pareti, le colonne e i muri dell’edificio sacro. Attacchi catene d’oro alle lampade, ma non vai a visitarlo quando lui è incatenato in carcere. Dico questo non per vietarvi di procurare tali addobbi e arredi sacri, ma per esortarvi a offrire insieme a questi anche il necessario aiuto ai poveri. O meglio, perché questo sia fatto prima di quello. Nessuno è mai stato condannato per non aver cooperato ad abbellire il tempio, ma chi trascura il povero è destinato al fuoco inestinguibile e al supplizio. Perciò mentre adorni l’ambiente del culto, non chiudere il tuo cuore al fratello che soffre. Questi è il tempio vivo più prezioso di quello”.
