
Introduzione
Undici anni di servizio episcopale in questa vetusta e gloriosa Chiesa di Siracusa. Non è facile esprimere i sentimenti e le emozioni che fanno ressa nel mio cuore; non è facile compendiare l’intenso vissuto e la ricca esperienza di questi anni che il Signore mi ha concesso di vivere con voi. Se me lo consentite, sarei tentato di dire con l’Apostolo Paolo: “Come fa un padre verso i propri figli, abbiamo esortato ciascuno di voi, incoraggiandovi e scongiurandovi a comportarvi in maniera degna di quel Dio che vi chiama al suo regno e alla sua gloria” (1 Ts 2,11-12). Di molte cose devo chiedere perdono – a Dio e a voi – ma non mi sento troppo lontano dal vero se dico con Paolo di essere stato “amorevole in mezzo a voi come una madre nutre e ha cura delle proprie creature” (1 T5 2,7).
Voi mi avete offerto il contraccambio del vostro amore e della vostra collaborazione ed è così che insieme abbiamo reso più luminoso il volto di questa Chiesa e affrettato l’avvento del Regno di Dio. Sia benedetto il Signore, datore di ogni bene!
Prima Parte
IL TERZO MILLENNIO E L’URGENZA DELLA MISSIONE
Ora siamo all’inizio del nuovo millennio. Si è chiuso l’Anno del Grande Giubileo e si apre davanti a noi un nuovo tratto di strada. La Porta Santa si è chiusa, “ma più che mai resta spalancata la Porta viva che è Cristo” (Giov. Paolo II). Si è chiusa la Porta delle Basiliche, ma si è aperta ulteriormente quella della fede vissuta.
Il giubileo non è stato una parentesi, ma un passaggio verso il futuro. “Non è a un grigio quotidiano che noi torniamo, dopo l’entusiasmo giubilare. Al contrario, se autentico è stato il nostro pellegrinaggio, esso ha come sgranchito le nostre gambe per il cammino che ci attende. Dobbiamo imitare lo slancio dell’apostolo Paolo: ‘Proteso verso il futuro, corro verso la meta” (Fil 3,13). Consapevoli che il Risorto è tra noi e cammina con noi, domandiamoci: “Che cosa dobbiamo fare?” (At 2,37). Dobbiamo guardare con attenzione alla vita contemporanea, a questa umanità in ricerca, alle inquietanti domande dei giovani, alle mille ansietà e povertà delle donne e degli uomini del nostro tempo. Si impone il compito urgente di offrire nuovamente alla gente il messaggio liberante del Vangelo. Il Cristo che abbiamo amato e contemplato durante l’Anno giubilare ci invita ancora una volta a metterci in cammino: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni” (Mt 28,19). “Il nostro passo, all’inizio di questo nuovo secolo, deve farsi più spedito nel ripercorrere la strade del mondo”(NMI 58), perché “il tempo ormai si è fatto breve” (1Cor 7,29). L’annuncio del Vangelo è da una parte “servizio ai fratelli e doverosa risposta a Dio della fede e incremento della vita cristiana” (Red. Missio 11) dall’altra è rigenerazione. “La missione, infatti, rinnova la Chiesa, rinvigorisce la fede e l’identità cristiana, dà nuovo entusiasmo a nuove motivazioni. La fede si rafforza donandola!” (Ivi 2). “Chi ha incontrato veramente Cristo non può tenerselo per sé, deve annunciarlo” (NMI n° 40)
Lungo una strada deserta
Il nostro impegno di evangelizzazione ha scelto la via della missione diocesana, che ha bisogno di essere rimotivata e rilanciata. Vogliamo farlo meditando il brano di Atti 8,26-40, che ci riferisce la missione del diacono Filippo, sospinto dallo Spirito di Dio sulla strada dell’Etiope, a cui annuncerà il Cristo e conferirà il battesimo.
Una missione – quella di Filippo – enigmatica: è deserto il paesaggio, è deserta la strada, è un deserto umano il personaggio a cui lo Spirito lo invia: un eunuco, cioè un essere sterile, inattivo. In questo deserto nell’ora calda del mezzogiorno, irrompe lo Spirito, che guida misteriosamente i due uomini e fa incrociare i loro passi.
“Un angelo del Signore parlò intanto a Filippo: ‘Alzati, e va’ verso il mezzogiorno, sulla strada che discende da Gerusalemme a Gaza; essa è deserta. Egli si alzò e si mise in cammino, quand’ecco un Etiope, un eunuco, funzionario di Candace, regina di Etiopia, sovrintendente a tutti i suoi tesori, venuto per il culto a Gerusalemme, se ne ritornava, seduto sul suo carro da viaggio, leggendo il profeta Isaia. Disse allora lo Spirito a Filippo: Va’ avanti, e raggiungi quel carro” (vv. 26-29).
Il messaggio di Cristo giunge con Filippo fino ai lontani paesi del Sud. La Parola di Dio compie la sua irrefrenabile corsa attraverso il mondo. Essa è in grado di lanciarsi su tutte le strade, perfino sul desertico cammino che da Gerusalemme scende verso Gaza, perché colui che guida gli eventi è Dio stesso, il suo Angelo, il suo Spirito. Filippo si avvicina all’Etiope sotto la spinta di un impulso soprannaturale: “Disse allora lo Spirito a Filippo: va’ avanti e raggiungi quel carro. Filippo corse innanzi; e, udito che leggeva il profeta Isaia, gli disse: «capisci quello che stai leggendo?» Quegli rispose «E come lo potrei, se nessuno mi istruisce?” E invitò Filippo a salire e a sedere accanto a lui” (vv. 29-31).
Sospinto dallo Spirito, Filippo non solo va, ma corre; non solo vede, ma ascolta quello che legge a voce alta; non solo si avvicina, ma sale sul carro; non solo inizia il dialogo, ma – come faceva Gesù in una sapiente catechesi – fa compiere all’uomo il cammino di conversione che si attua in più tappe. Le vedremo più tardi.
Intanto ci chiediamo: Chi era l’Etiope? Era un uomo in ricerca. Era convinto che Dio non poteva respingerlo a motivo delle sue condizioni fisiche, della sua nazionalità, del colore della sua pelle. Senza dare un contenuto esatto alla sua speranza, si reca in pellegrinaggio a Gerusalemme, adora, acquista forse il rotolo di Isaia che ora sta leggendo; insomma fa tutto quanto è in suo potere per avvicinarsi a Dio. Luca nulla ci dice del suo stato d’animo durante il viaggio di ritorno; il fatto, però, che persiste nella lettura di un testo incomprensibile indica che è ancora in ricerca: non pone a Dio l’ultimatum! E Dio si fa sentire nel momento e nel luogo umanamente meno ragionevoli: il caldo del mezzogiorno, una strada polverosa e deserta… E’ sulla propria “via” che l’uomo può incontrare Dio, nella ferialità di un’esistenza rivelatasi forse sterile nel passato.
Cristo cammina con noi, si fa incontrare nei luoghi, nei modi e nei tempi più impensati, e si fa riconoscere. Anche la strada può essere luogo d’incontro, mediazione tra Cristo e l’uomo. La strada deserta è il segno di quel deserto umano, rappresentato dall’eunuco, incapace di suscitare una nuova vita. Con l’intervento dello Spirito il deserto si anima, si trasforma, diventa fecondo: per questo ci vuole anche l’intermediario, il missionario che continua il gesto storico di Gesù.
Il cammino di conversione
Il processo di trasformazione giunge a termine attraverso una serie di tre domande, riferite a tre diverse realtà:
– la Scrittura
– il personaggio misterioso
– l’acqua.
C’è, anzitutto, la difficoltà di comprendere la Scrittura. L’eunuco intuisce che quel testo può riguardarlo, ma non ha chi lo guida a comprenderlo. Filippo giunge al momento giusto, azzarda una domanda, per la verità un po’ indiscreta, ma che l’eunuco mostra di apprezzare, tanto che immediatamente lo invita a salire sul carro.
“Come lo potrei – dice – se nessuno mi istruisce?” (v. 31). C’è qui affermata la necessità del catechista, del testimone, dell’apostolo. La saggezza di un uomo sta nell’ammettere di aver bisogno degli altri e nell’accettare umilmente il loro aiuto. Per comprendere la Scrittura abbiamo bisogno di chi ci prenda per mano e ci conduca. Può fare da guida chi, introdotto da altri, ha già percorso il cammino. Siamo gli uni agli altri maestri e discepoli.
C’è, poi, il personaggio misterioso: “Ti prego – dice l’eunuco a Filippo – di quale persona il profeta dice questo? Di sè stesso o di qualcun altro? (v. 34). L’Etiope ha il problema di identificare il personaggio che dona la vita per gli altri. “Filippo, prendendo a parlare e partendo da quel passo della Scrittura (cioè da Is. 53,7-8), gli annunziò la buona novella di Gesù” (v. 35) mostrò, cioè, all’Etiope che quell’annuncio ricevette in Cristo il suo compimento.
L’uomo, che ha dato silenziosamente la vita per gli altri e che avrà una innumerevole discendenza, è Cristo.
C’è, infine, in presenza dell’acqua, la terza richiesta: “Che cosa mi impedisce di essere battezzato?” (v. 36). È il punto d’arrivo del cammino catechistico dell’eunuco: la professione di fede in Cristo e la celebrazione del battesimo.
Troviamo delineato – come vedete – il programma di catechesi per giungere alla fede.
a) Necessita di una guida per comprendere le Scritture; una guida che non si fermi al puro dato grammaticale né si blocchi sul “microscopio” della filologia.
b) Lettura cristologica della Bibbia. Essa è attraversata, da cima a fondo, dal mistero di Cristo, oscuramente additato nell’ Antico Testamento, pienamente rivelato nel Nuovo, al punto che
San Girolamo sentenzia con vigore: “L‘ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo stesso” (cfr. NMI, 17).
c) Professione di fede nella potenza salvifica di Cristo, che raggiunge l’uomo nel sacramento, dal quale esce consacrato a Cristo per sempre, dotato di una vita nuova, membro del nuovo popolo di Dio.
Lo Spirito di gioia, di luce e di vita
Il termine del cammino di conversione è la gioia, dono dello Spirito Santo: “quando furono usciti dall’acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo e l’eunuco non lo vide più e prosegui pieno di gioia il suo cammino” (v. 39). Che si sia trattato di un reale rapimento (come Elia) o di un modo per dire che lo Spirito del Signore lo sospinse irresistibilmente verso nuovi compiti, è secondario. Quel che importa è vedere come lo Spirito di Dio guida i suoi messaggeri, anche personalmente, uno per uno e li colma di una gioia che solo lui può dare. Vediamo emergere con chiarezza la trasformazione che si è operata nell’Etiope:
- dalla ricerca all’incontro gioioso.
- dalla sterilità alla fecondità.
- dall’esclusione all’appartenenza.
Spiccano pure gli elementi fondamentali di questa prodigiosa trasformazione
– La Parola che illumina: quella con cui Dio parla agli uomini come ad amici, per invitarli e ammetterli alla comunione con sé (cfr DV 2)
– L’acqua che diventa lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nel sacramento del battesimo (cfr Tt 3,5)
– Lo Spirito Santo, che è soffio di vita, presenza personale che guida gli eventi ed opera con volontà efficace in ordine a un fine di salvezza. È Lui che, nell’ora della massima calura, manda Filippo su una strada deserta, perché Lui sa come il ministero della parola possa far fiorire il deserto.
È Lui che suggerisce a Filippo i movimenti. E’ Lui che improvvisamente lo rapisce e lo fa trovare altrove.
La presenza dello Spirito, pur rimanendo invisibile, s’impone come realtà irrefutabile di inaudita potenza. Solo pian piano gli uomini si accorgono di quello che s’è compiuto attraverso di loro. L’unico vero autore di questa storia è lo Spirito. Non sai dove ti conduce, ti basti sapere che è Lui che ti porta.
Concludiamo questa prima parte con alcune considerazioni pastorali sul metodo e lo stile di Filippo.
La ricerca del contatto diretto, nel luogo e nel tempo più scomodi, in obbedienza all’impulso dello Spirito. Anche a noi è chiesto di uscire dal tempio e di andare incontro agli uomini e alle donne del nostro tempo, cercandoli là dove sono, in obbedienza al mandato ricevuto: “Andate… predicate il Vangelo” (Mc 16,15).
L’ascolto. È fondamentale per capire l’altro, per conoscere le sue domande, le sue paure, le sue attese. Spesso il nostro discorso è inefficace perché diamo risposte a domande che l’altro non ha posto. È stato giustamente affermato:
“Saper parlare è dono di molti. Saper tacere è virtù di pochi. Saper ascoltare è carità di pochissimi”.
Il dialogo. Filippo pone domande, ottiene risposte, offre
spiegazioni. Un dialogo leale, schietto e rispettoso è segno
di fede matura e di carità delicata. Il contenuto del discorso. Squisitamente cristologico: “Partendo da quel passo della Scrittura, gli annuncia la buona novella di Gesù” (At 8,35). E’ Gesù il Liberatore. Di Lui, ogni uomo ha assoluto bisogno per essere liberato da ogni alienazione e smarrimento, dalla schiavitù al potere del peccato e della morte. “La tentazione oggi è di ridurre il cristianesimo a una sapienza meramente umana, quasi scienza del buon vivere. In un mondo fortemente secolarizzato è avvenuta una “graduale secolarizzazione della salvezza”, per cui ci si batte, si, per l’uomo, ma per un uomo dimezzato, ridotto alla sola dimensione orizzontale. Noi, invece, sappiamo che “Gesù è venuto a portare la salvezza integrale, che investe tutto l’uomo e tutti gli uomini, aprendoli ai mirabili orizzonti della filiazione divina” (Red. Missio 11).
Seconda Parte
LA PRESENZA DI CRISTO NEI POVERI
Ma il Giubileo, nella sua matrice biblica (cfr Lv 25), è una celebrazione di solidarietà coi poveri e di liberazione degli schiavi. Anche in questi “ultimi”, che il mondo emargina, Gesù vuol essere cercato e amato. Gesù lo si trova in modo speciale nelle Sacre Scritture, nell’Eucaristia e negli “ultimi”.
Della presenza di Cristo nelle Scritture ho già detto nella prima parte; della presenza di Cristo nell’Eucaristia vi ho scritto una lettera pastorale a conclusione del Congresso Eucaristico Diocesano (5 Nov. 2000); mi resta di proporre qualche riflessione sui poveri.
I poveri ci interpellano
Ce ne sono di due tipi.
– Quelli che la mancanza di lavoro o di casa ha ridotto in miseria; quelli che la malattia grave o prolungata ha gettato sul lastrico; quelli che la durezza della vita ha piegato, che il cinismo dei ricchi ha emarginato, che l’egoismo dei benestanti ha trascurato, che il sopruso dei potenti ha stritolato. Viene da chiedersi col Papa: “E’ possibile che, nel nostro tempo, ci sia ancora chi muore di fame?
Chi resta condannato all’analfabetismo?
Chi manca delle cure mediche più elementari?
Chi non ha una casa in cui ripararsi? (NMI 50). Tutti costoro non partecipano alle nostre liturgie. Non si sentono a loro agio: la Chiesa non la sentono madre, ma tutt’al più “crocerossina”; nella comunità cristiana non si sentono come “a casa loro”. – Poi ci sono quelli che formano lo scenario delle “nuove povertà” che “investono spesso anche gli ambienti e le categorie non prive di risorse economiche, ma esposti alla disperazione del non senso, all’insidia della droga, all’abbandono nell’età avanzata o nella malattia, all’emarginazione o alla discriminazione sociale”(NMI 50)
Questo vasto campionario di sofferenza, di vecchie e nuove povertà, ci interpella. Non possiamo ascoltare la Parola di Dio senza impegnarci in favore dei poveri e dei deboli. “Non distogliere mai lo sguardo dal povero”, raccomanda Tobia al suo figliolo (Tb 4,7). Se manca questo impegno, il culto reso a Dio non gli è gradito: “Amore voglio e non sacrificio”, dice Gesù citando il profeta Osea (Mt 9,13). Dio, dice Amos, non accetta le nostre feste, i nostri digiuni e le nostre suppliche, quando fuori dal tempio si calpesta come polvere la testa dei poveri (Cfr. 2,6-7). Dio volge altrove lo sguardo. Egli non gradisce un culto isolato dalla vita, rifiuta una liturgia separata dalla giustizia, non ascolta la preghiera staccata dall’impegno quotidiano, disdegna una fede spoglia di opere. Al contrario — ci dice S. Pietro — “la carità copre una moltitudine di peccati” (1 Pietro 4,8). Non possiamo ricevere la comunione eucaristica senz’essere in comunione coi poveri.
“Di fronte a una comunità lacerata da divisioni e ingiustizie com’è quella di Corinto, Paolo giunge al punto di esigere la sospensione della partecipazione eucaristica, invitando i cristiani a esaminare prima la propria coscienza, per non essere rei del Corpo e del Sangue del Signore” (cfr 1 Cor 11,27-29) (Giov. Paolo II, 11.01.2001).
Spesso noi siamo tentati di pensare che la comunione riguardi esclusivamente la relazione tra il singolo e Cristo; invece essa comporta una dilatazione a tutti gli uomini, specialmente ai poveri: “Dio non ha forse scelto i poveri? (Gc 2,5). Dalla comunione con Cristo, allora, bisogna necessariamente passare alla comunione con i fratelli. Il Papa, durante la Giornata Mondiale della Gioventù, disse ai giovani: “Mettete l’Eucaristia al centro della vita personale e comunitaria: amatela, adoratela, celebratela, soprattutto la Domenica, giorno del Signore”. E subito dopo aggiunge: “Vivete I’Eucaristia, testimoniando l’amore di Dio per gli uomini”.
Come possono tante persone disperate, tante vite distrutte, credere nella bontà e nella paternità di Dio se si imbattono in cristiani che frequentano la mensa eucaristica ma non hanno cuore? Che adorano Gesù nel tabernacolo, ma lo trascurano nei poveri? Scriveva S. Giovanni Crisostomo con stile particolarmente incisivo: “Vuoi onorare il Corpo di Cristo? Non permettere che sia oggetto di disprezzo nelle sue membra, cioè nei poveri, privi di panni per coprirsi. Non onorarlo qui in chiesa con stoffe di seta, mentre fuori lo trascuri quando soffre per il freddo e la nudità… Il Corpo di Cristo che sta sull’altare nonha bisogno di mantelli, ma di anime pure; mentre quello che sta fuori ha bisogno di molta cura…
Prima sazia l’affamato, e solo in seguito orna l’altare con quello che rimane… Attacchi catene d’argento alle lampade, ma non vai a visitarlo quando lui è incatenato in carcere… Mentre adorni l’ambiente del culto, non chiudere il tuo cuore al fratello che soffre. Questi è un tempio vivo, più prezioso di quello” (In Mattheum hom 50,3).
Gesù nel contesto della Cena Pasquale, ci ha fatto una duplice consegna: la prima riguardante la celebrazione eucaristica: “fate questo in memoria di me”; la seconda riguardante il servizio alla
mensa dell’umanità: “Anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi” (Gv 13,14ss).
Ad entrambe queste consegne ha annesso una beatitudine:
- “beati gli invitati alla Cena del Signore (cfr Ap 19,9).
- “Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica” (Gv 13,17).
Eucaristia e diakonia
Eucaristia e diakonia. Entrambe manifestano l’amore di Dio per gli uomini. Ma l’uomo mostra più sicuramente il suo amore per Dio e per Cristo nel servizio di amore al fratello: “Di tali sacrifici il Signore si compiace” (Eb 13,6). La partecipazione all’Eucaristia deve accendere nel cuore il bisogno della dedizione al fratello, l’urgenza interiore di farsi pane per i fratelli nell’umiltà quotidiana del servizio, nella disponibilità, nell’accoglienza.
Una società giusta, libera e solidale nasce dall’incapacità di essere felici da soli, dal bisogno di rendere partecipi i fratelli di ciò che ci fa godere. La primitiva comunità cristiana fece scaturire dalla concordia dei cuori la condivisione dei beni, mettendo in atto il precetto del Deuteronomio: “Non vi sarà alcun bisognoso in mezzo a voi… Se vi sarà qualche tuo fratello bisognoso non indurirai il tuo cuore e non chiuderai la mano” (Dt 5,4.7).
Ci è chiesto di evitare chiusure, freddezza e durezza di cuore. Ma dobbiamo pure guardarci da paternalismi, protagonismi ed esibizionismi: “La carità non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse” (1Cor 13,4-5).
La Caritas e l’altare dei poveri
Per dare concretezza a questi nostri sentimenti e non relegarli subito nell’ambito delle “buone intenzioni”, ripropongo con accorata insistenza la costituzione della Caritas parrocchiale dove ancora non c’è; suggerisco l’istituzione, in ogni parrocchia, dell’altare dei poveri, ove ognuno possa depositare il suo dono (in denaro o in natura); auspico la realizzazione di un centro di accoglienza per i poveri privi di lavoro e di tetto; esorto a riprendere dalla Bibbia la pratica della decima. Come gli israeliti davano la decima dei frutti e degli animali per gli orfani, per le vedove e per i forestieri, non potremmo anche noi prelevare dalle somme che si spendono per le feste dei santi patroni una decima parte da destinare ai poveri? Non sarebbe il santo meglio onorato? Non sarebbero le nostre feste più conformi alle esigenze del Vangelo e più gradite al cuore del Padre? La gioia di condividere con chi è nel bisogno e di alleviare il suo quotidiano assillo non inonderebbe i nostri cuori? Non tornerebbero ad illuminarsi i volti e gli occhi dei nostri fratelli che la miseria e gli stenti rendono tristi e aspri?
Senza la concretizzazione di qualcuna di queste opere, l’anno giubilare sarebbe stato solamente acqua passata sotto i ponti!
Conclusione
Concludo ricapitolando gli impegni che intendiamo assumere e sottolineando alcune ineludibili priorità.
- L’impegno dell’evangelizzazione esige l’ascolto della Parola. Per essere “servi della Parola”, bisogna nutrirsi della Parola, che “orienta e plasma l’esistenza” (NMI 39). La “Scuola della Parola”, che fin dall’inizio del mio ministero ho tenuto, vuol essere un’indicazione chiara di quest’esigenza vitale e prioritaria.
- L’impegno di annunciare il Vangelo esige pure l’assidua preghiera. Essa è il segreto di un cristianesimo vitale e l’anima di ogni apostolato. Essa non distoglie dall’impegno nella storia, ma abilita a costruirla secondo il progetto di Dio. Senza un’intensa vita di preghiera, oggi – dice il Papa – si corre il pericolo di essere “cristiani a rischio” (NMI 34). Per questo, già da qualche anno, ho voluto che ci fosse il “cammino di preghiera” e lo raccomando vivamente a quanti – sacerdoti, religiose e laici – possono far dono alla comunità di questo delicato e prezioso servizio, che è ricerca del Volto di Cristo.
- “Se siamo ripartiti davvero dalla contemplazione di Cristo, dovremo saperlo scorgere soprattutto nel volto di coloro coni quali egli stesso ha voluto identificarsi” (cfr Mt 25,35ss). “Su questa pagina – afferma categoricamente il Santo Padre – non meno che sul versante dell’ortodossia, la Chiesa misura la sua fedeltà di Sposa di Cristo” (ivi, 49). Di qui l’invito pressante a costituire la Caritas dove manca, a istituire l’altare dei poveri, a realizzare un centro di accoglienza. “La carità delle opere assicura una forza inequivocabile alla carità delle parole” (NMI 50). Il fuoco di questo amore si accende nell’ascolto della Parola e divampa nell’Eucaristia, celebrata, adorata e amata. Lì il Maestro ci fa sentire forte l’urgenza di comportarci come Lui si è comportato (cfr 1 Gv 2,6); Lì ci insegna ad amare e a pregare; lì ci mette nel cuore l’incoercibile anelito alla santità.
Parola, preghiera, Eucaristia, santità sono pilastri fondamentali e fondanti della vita cristiana.
Servizio della Parola e servizio della carità sono realtà qualificanti l’esistenza redenta. Quando saltano questi primati “c’è da meravigliarsi se i progetti pastorali vanno incontro al fallimento e lasciano nell’animo un avvilente senso di frustrazione? Facciamo allora l’esperienza dei discepoli: “Abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla” (Lc 5,5) (NMI 38).
Fratelli e Sorelle,
consegniamoci fiduciosi al Signore e diciamogli come Pietro: “Sulla tua Parola getterò le reti” (Lc 5,5). Rendiamoci docili allo Spirito e lasciamoci da Lui condurre (Rm 8,14).
Affidiamoci a Maria, “Stella della nuova evangelizzazione”, “guida sicura del nostro cammino” … e prendiamo il largo “in nomine Domini”.
Cattedrale di Siracusa,
29 Gennaio 2001
†Giuseppe Costanzo
Arcivescovo di Siracusa
