Radicati nella Speranza, Protesi insieme Verso la santità

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GIUSEPPE COSTANZO
Arcivescovo di Siracusa

Lettera pastorale

28 gennaio 2002

INTRODUZIONE

Carissimi fratelli e sorelle,

sono già dodici anni che camminiamo insieme.

Abbiamo fatto un bel tratto di strada e il nostro passo è ancora spedito e il nostro animo è fiducioso. È stata una bella avventura. Si è approfondita la conoscenza, si è rinsaldata l’amicizia, e cresciuto il gusto di lavorare insieme. Sia benedetto il Signore!

Abbiamo imparato ad ascoltare il Signore nella sua Parola, ad amarlo nella sua Chiesa, a servirlo nei fratelli. “Ora contemplate ciò che ha operato con voi e ringraziatelo con tutta la voce; benedite il Signore della giustizia ed esaltate il re dei secoli” (Tb. 13,7).

Stiamo facendo un buon lavoro per valorizzare e rivitalizzare la parrocchia e per esercitarci nel1’arte di pregare, dove l’apprendistato non è mai finito!

Adesso siamo pronti a prendere il largo con fiducia, docili al comando del Signore e del suo Vicario in terra.

In questa occasione io ho sempre proposto il piano pastorale o l’integrazione annuale. Vogliamo dedicare quest’anno ad una migliore ricezione della lettera apostolica “Novo Millennio Ineunte” e ad una più meditata accoglienza degli Orientamenti pastorali della CEI per il primo decennio del 2000. Si tratta di due documenti di decisiva importanza pastorale: la loro assimilazione e l’assunzione a livello di prassi pastorale richiedono una congrua pausa.

Mentre faremo di tutto per studiare in quest’anno e recepire queste preziose indicazioni del Papa e dei Vescovi, mi è caro significare fin d’ora i temi del nostro itinerario pastorale.

Nel 2003 ricorre il 50° anniversario della prodigiosa Lacrimazione della Madonna nella nostra diocesi. Chi non vede la somma convenienza, anzi il bisogno del cuore e il dovere pastorale, di vivere un anno intensamente mariano, per rilanciare la devozione a Maria e per approfondire ii senso di quel pianto? La riflessione di carattere teologico è già in atto; occorre dare nuovo impulso al lavoro pastorale, affinche i fedeli nelle parrocchie e i pellegrini che approdano al Santuario, raggiunti dall’amore e scossi dalle Lacrime della Madre, vivano un cristianesimo adulto e pratichino una devozione mariana illuminata e matura.

Nel 2004, poi, ricorre il 17° centenario del martirio di S. Lucia, vergine e martire siracusana, fedele al Cristo fino all’effusione de! sangue e fedele ai poveri fino a destinare ad essi il suo patrimonio familiare. Non potrebbe essere l’occasione propizia per rivisitare il nostro culto ai santi, per ripensare le nostre feste popolari e per corrispondere più generosamente alla vocazione alla santità? Non sarebbe il caso di riconsiderare il nostro impegno per i poveri, di esaminare ii nostro atteggiamento nei loro confronti e di ridare slancio alla nostra carità?

Nel 2005 potremo concentrare gli sforzi sulla pastorale vocazionale. Dovremmo mobilitare le parrocchie, le famiglie, gli Istituti religiosi, le aggregazioni laicali per una riflessione lucida e coraggiosa, per un impegno intelligente e generoso, per una preghiera umile e audace al “padrone della messe”. Un sufficiente numero di ministri del Vangelo è indispensabile per la vitalità delle parrocchie, per il servizio alle varie aggregazioni laicali e per un serio accompagnamento spirituale dei fedeli. Approfondiremo di volta in volta questi tre filoni della vita cristiana. Fin d’ ora, intanto, accogliamoli e custodiamoli nel cuore e cominciamo a presentarli con la preghiera a Colui che sa tutto e ci ama.

Per l’anno pastorale in corso, e come clima in cui far fiorire le tematiche del Piano Pastorale, sento il bisogno di consegnare al vostro lavoro ascetico ed ecclesiale tre grandi impegni: la comunione, la santità, e la speranza.

LA   COMUNIONE

Non sto qui a ripetere i principi teologici, che tutti ormai conoscono. Richiamo all’attenzione, invece, quei fattori che frenano la comunione e ne impediscono la coerente testimonianza:

a) l’individualismo, che ci porta a mettere al centro di tutto noi stessi, a far valere solo ciò che a noi sta a cuore, ad assolutizzare la nostra esperienza. Sentirsi, invece, parte di un tutto e non parte a cui tutto deve convergere, è essenziale alla vita di comunione. Educarsi a unificare le energie, a valorizzare tutte le risorse, ad apprezzare le esperienze degli altri, a riconciliarsi di continuo … è già testimonianza di comunione e servizio al mondo.

La mancanza di corresponsabilità. Spesso ci si chiude nel proprio guscio, si coltiva ilproprio orticello, si rifiuta il lavoro in comune. 0 protagonisti o disfattisti! 0 promotori o latitanti! Con mentalità e atteggiamenti di questo genere non è possibile far comunione e gli stessi organismi di comunione sono destinati a fallire.

  • L’inesatta comprensione di “unanimità”. L’unanimità non sorge perché si mettono insieme persone con le stesse idee: gli uomini non avranno mai idee uguali. L’unanimità non è frutto di approfondite discussioni (anche se queste sono importanti!), ne sorge dalla rinuncia a manifestare la propria opinione… Diventare unanimi significa invece lasciarsi portare da Dio, lasciarsi condurre dallo Spirito Santo sul volere di Dio, sul suo operato, sul suo Vangelo, sulla storia che Egli ha iniziato nel mondo.
  • L’inadeguata concezione della figura e del servizio del vescovo, che non è né principe né conte, ma padre e fratello, maestro e guida nella fede. Il vescovo è, nella diocesi, il ministro dell’unità e della comunione. A lui perciò spetta il compito di ascoltare, coordinare, promuovere e disciplinare. È compito del vescovo discernere e valorizzare i carismi, suscitare collaborazione, educare alla preghiera e all’obbedienza. È lui anzi il primo ad obbedire al progetto di Dio e la sua richiesta di obbedienza altro non dovrebbe essere che interpretazione del disegno di Dio sulle persone a lui affidate. Paternità, dunque, non paternalismo. Autorità, non autoritarismo. E da parte dei fedeli affetto filiale e fraterno, non servilismo; collaborazione cordiale, non rivendicazione scomposta; adesione fiduciosa alle sue direttive, non boicottaggio fatto di battute, insinuazioni, pettegolezzi e critiche. Dobbiamo educarci ad essere più leali.
  • sapendo quanto è difficile il servizio episcopale.

Dovremmo offrire al vescovo più affetto e per il vescovo più preghiera, affinché non si scoraggi e guidi con gioia il popolo di Dio.

  • L’insufficiente valorizzazione dei laici.

Non è ancora superata la vecchia mentalità secondo cui esistono “duo genera christianorum”: clero e laici. Al primo spetterebbe comandare, ai laici obbedire. È evidente che tale posizione è insostenibile.

Il Concilio e i numerosi documenti post-conciliari, primo fra tutti l’Esortazione apostolica “Christifideles laici”, hanno presentato con chiarezza ii ruolo dei laici nella Chiesa. È tempo, dunque, di comportarsi coerentemente. A noi sacerdoti spetta di valorizzare i loro carismi e le loro competenze, di farli passare dalla collaborazione alla corresponsabilità, di prepararli teologicamente, di attrezzarli pastoralmente, di formarli spiritualmente. Ai laici è chiesto di evitare ogni forma di deresponsabilizzazione, di disimpegno e di delega; ma è chiesto anche di astenersi da ogni clericalismo che li porta ad assumere ruoli che sono tipici del prete. Mi direte: “ma queste cose le ripeti da sempre!”

Appunto, ed è questo che è penoso. Colpisce, e fa riflettere, questa sordità, questa resistenza allo Spirito, questa durezza di cuore. Soffriamo e ci lamentiamo per la mancanza di comunione, ma poco ci preoccupiamo di vigilare sui sentimenti e sugli atteggiamenti che la bloccano. Tuttavia ho fiducia che, presto o tardi, voi renderete “piena la mia gioia con l’unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti”. Sono certo che, prima o poi, ciascuno di voi, con tutta umiltà, saprà considerare gli altri “superiori a sè stesso” (Fil 2,2-4), e, gareggiando nello stimarvi a vicenda, vi amerete gli uni gli altri con affetto fraterno (cfr. Rm 12,10). Allora non rattristerete più lo Spirito Santo di Dio (cfr Ef. 4,30) e sarete “benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo” (Ef 4,32).

Se vogliamo “fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione”, se vogliamo “promuovere una spiritualità della comunione” (NMI 43), dobbiamo tutti – clero, religiosi, religiose e laici – metterci al lavoro con grande docilità allo Spirito che ci guida.

LA  SANTITÀ

È la prospettiva in cui deve porsi tutto il cammino pastorale, dice il Papa (cfr. NMI 30). È la vera urgenza pastorale: “Sarebbe un controsenso accontentarsi di una vita mediocre, vissuta all’insegna di un’etica minimalistica e di una religiosità superficiale” (NMI 31). Siamo chiamati a scegliere la “misura alta” della vita cristiana.

Santità: sembra un termine “fuori moda”, una moneta fuori corso, una parola  “eccessiva”. Eppure, è proprio questa la nostra vocazione di cristiani (cfr. Ef 1,4). La santità è il seme deposto nel cuore di ciascuno col battesimo. Nutrito dalla Parola di Dio e dalla grazia dei Sacramenti, questo seme chiede di diventare albero rigoglioso e fecondo di frutti. Lavorare per la propria santità è obbedire a Dio che ci ha detto: “Santificatevi… e siate santi, perché io sono santo” (Lv 11,44).

Impegnarsi a diventare santi vuol dire “camminare secondo lo Spirito” e produrre i frutti dello Spirito (cfr. Gal 5,16.22). Tendere alla santità vuol dire rendersi intimi della Trinità Santissima: adoratori del Padre, discepoli del Figlio, tempio vivo dello Spirito. La santità deve costituire il progetto di ognuno di noi, il segno visibile di una fede coerentemente vissuta, la modalità privilegiata per annunciare ii Vangelo, lo strumento più idoneo a generare una cultura nuova, permeata dai valori cristiani.

Santità e accettazione del radicalismo evangelico, adesione al discorso della Montagna. È “progetto” proposto a tutti i cristiani (LG 40) ed è da vivere “ogni giorno”; deve diventare un fatto quotidiano. Non è riservato a persone eccezionali né è da vivere solo in circostanze straordinarie; deve, invece, essere vissuto nelle condizioni normali e quotidiane della vita, nella monotona ferialità   dell’esistenza. Santità è lasciarsi sconvolgere i propri progetti di vita per aderire fiduciosi al piano amoroso e misterioso di Dio: obbedienza al suo volere e fedeltà al suo disegno.

Santità è amore all’uomo, immagine di Dio, e servizio alla Chiesa, Sposa di Cristo. È zelo nel1’annuncio del Vangelo e generoso impegno nella costruzione del Regno. È testimonianza gioiosa di Gesù e discepolato umile e fiero di Lui.

LA SPERANZA

Viviamo in un tempo carico di tensioni, di violenza, di annunci di guerra e di morte, di tristezza e di paura. È lecito ancora pensare che la speranza abbia un futuro? Non si ha l’impressione che l’umanità tutta si sia cacciata in un vicolo cieco o che viva in una buia prigione? Non ci imbattiamo tutti ogni giorno in persone sfiduciate e demotivate, che hanno rinunciato a progettare, ad impegnarsi e a lottare? Eppure, sperare è proprio dell’uomo e ancor più del credente. “Tutti i credenti sono chiamati a giocare la propria vita sulla speranza” (B. Forte). Con l’Incarnazione del Verbo non siamo più soli: il Figlio di Dio è con noi e cammina con noi; porta il peso delle nostre miserie e del nostro peccato; condivide le nostre gioie e i nostri dolori, la nostra fame e sete di giustizia, il nostro anelito di liberta e di pace.

“Con l’Incarnazione l’infinità di Dio è penetrata nell’angustia umana, la beatitudine ha assunto la tristezza mortale della terra, la vita ha accolto in sé la morte” (K. Rahner).

Apparentemente dopo Cristo nulla è cambiato. Eppure la vita degli uomini si è colorata di speranza. È Gesù la nostra Speranza, dichiara con forza S. Paolo (Col 1,27). E S. Pietro aggiunge: “Non c’è altro nome nel quale possiamo sperare salvezza” (cfr. At 4,12). È Lui “la luce vera che illumina ogni uomo” (Gv 1,9), il Sole di giustizia e di pace che sorge nella notte del mondo; il Sole che rischiara la nostra mente e riscalda il nostro cuore, aprendolo alla “speranza che non delude” (Rm 5,5). È Gesù la “Speranza viva” (1Pt 1,1) che dà coraggio soprattutto nei momenti di difficolta, nelle prove, quando tutte le speranze umane non hanno più consistenza, quando i fatti sembrano aver pronunciato la loro definitiva sentenza. Allora, proprio allora, comincia l’esperienza della vera Speranza, che scaturisce da questa certezza:

“Dio è qui con me ed il suo amore è invincibile” (K. Rahner). Tocca a ciascuno di noi annunciare e testimoniare la speranza, regalare al mondo “il coraggio di sperare”. Essere “lieti nella speranza” (Rm 12,12) ed essere “pronti a rispondere a chiunque domandi ragione della speranza che è in noi” (1Pt 3,15), sono per il cristiano un unico progetto di vita, il segno e la profezia di cui ha bisogno questo nostro tempo per credere nella parola di Colui che ha detto: “Abbiate fiducia : io ho vinto il mondo” (Gv 16,32). Non è lecito a nessuno spegnere la Speranza.

Chi spegne la Speranza avvelena l’amore, mortifica la fede, distrugge ogni possibilità di ripresa: “Quando si spegne la Speranza, anche in un solo cuore, il mondo intero batte i denti” (Bernanos). Il credente non può essere una persona senza speranza.

Sarebbe il segno che non ha conosciuto Dio e non si fida di Dio. A Dio nulla è impossibile (cfr Lc 1,37). Perciò, il credente tiene sempre viva e salda nel suo cuore la speranza e, a chi gliene chiede le ragioni, egli risponde: So di poter sperare, perché credo che “è fedele Colui che ha promesso” (Eb 10,23); perché so che la sua parola è “viva ed efficace” (Eb 4,12), e non torna a Lui senza aver operato ciò per cui l’ha mandata (cfr. Is 55,11).

So di poter sperare, perché Dio “parla e tutto è fatto, comanda e tutto esiste” (Sal. 33,9); “tutto ciò che vuole lo compie nei cieli e sulla terra”. Egli “annulla i disegni delle nazioni, rende vani i progetti dei popoli”, ma il suo piano “sussiste per sempre” (Sal 33,10-11).

So di poter sperare, perché Dio sa tutto, può tutto e mi ama; perché mi ha disegnato sulle palme delle sue mani (cfr. Is 49,16) e mi custodisce con la forza del suo amore.

So di poter sperare, perché Gesù Cristo ha distrutto il peccato, ha vinto la morte e ha umiliato Satana.

So di poter sperare, perché lo Spirito Santo è sempre all’opera nella Chiesa e nel mondo; e perché Egli è Spirito Creatore e rinnova costantemente la faccia della terra.

E questa speranza è più forte di ogni delusione e di ogni sgomento.

CONCLUSIONE

Carissimi,

chiudo con un pensiero di G. La Pira: “Quando l’inverno è alla punta massima dei suoi rigori, la primavera si è già saldamente costruita: finisce la neve e spuntano i fiori. Mistero sempre rinnovato della divina creazione, così nel cosmo come, e più, nella storia”.

“La speranza vera — la speranza teologale! – fiorisce rigogliosa proprio nei momenti più critici della ‘frattura”: quando tutto è spezzato, quando tutto sembra finito, quando i limiti della rottura più aspra sono raggiunti, allora nasce improvvisamente, per miracolo, l’arcobaleno della speranza!” (G. La Pira, Lettere alle claustrali, VIL).

Crediamo. Preghiamo. Operiamo. Accadrà!

Siracusa, 28 gennaio 2002

+ Giuseppe Costanzo
Arcivescovo