Innaugurazione Anno Mariano

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Santuario Madonna delle Lacrime

29 agosto 2002

Omelia tenuta in occasione

dell’inaugurazione

dell’Anno Mariano Diocesano

Venerati Confratelli,

Fratelli e sorelle carissimi,

oggi si compiono 49 anni dal prodigioso evento del pianto di Maria. Comincia a correre il 50°, che vogliamo   vivere con particolare intensità, e per questo ho indetto uno speciale Anno Mariano, che il S. Padre ha arricchito di speciali indulgenze. Non solo, ma – com’è a tutti noto – ne ha parlato egli stesso, nell’Angelus di   domenica scorsa (25 Agosto), con parole che ci incoraggiano e ci impegnano e, con un gesto di affettuosa attenzione, ha voluto donare alla Madonna delle Lacrime una rosa di argento dorato da lui benedetta, che manifesta al mondo il suo amore filiale e il suo bisogno di affidare, ancora una volta, a Maria questo nostro mondo cosi tormentato ed inquieto.

Il brano evangelico che abbiamo ascoltato ci offre le coordinate essenziali per una celebrazione dell’anno mariano che non sia pura evocazione sentimentale del prodigio, ma che invece susciti la riflessione, guidi la revisione di vita e porti ad una vera conversione.

Gesù sta vivendo intensamente la sua ora: l’ora del dono, l’ora del testamento, l’ora dell’amore che salva, l’ora della Chiesa che nasce. I suoi occhi – tra la folla che

urla, i crocifissori che giocano a dadi, le donne che piangono – si fissano su sua madre e sul discepolo amato.

Vede ed esprime la sua volontà, il suo testamento. Disse alla madre: “Donna, ecco il tuo figlio“. Poi disse al discepolo: “Ecco tua madre”.

Due volontà, due parole: una alla madre, a cui rivela e offre una nuova maternità. Già anziana, impietrita dal dolore sotto la croce, Maria è chiamata a pro-

nunziare il suo sì per un’altra, diversa, difficile e universale maternità.

E’ il re che comanda, il Salvatore che conta su di lei.

L’altra parola è rivolta al discepolo, a Giovanni, che è stato presente ai fatti che riferisce ed è perciò testimone e parte interessata al dramma del Calvario.

Giovanni è ‘il discepolo che Gesù amava”, oggetto di predilezione durante l’ultima cena, come qui sotto la croce. È l’unico fedele e presente accanto a Cristo nell’ora della morte. È colui che Gesù sceglie – con uno stupendo segno d’amore – come persona di fiducia, cui

affidare la madre. Egli è il modello di tutti i discepoli del Signore, di tutti coloro che Gesù ama, per i quali sta morendo e ai quali offre come madre la propria madre. Egli ci rappresenta tutti.

     A lui, dunque, Gesù morente dice: “Ecco tua madre”. È’ l’invito a guardare

È’ l’invito a guardare a lei e ad accoglierla. Ciò che Gesù offre al discepolo è la propria madre, perché da ora sia anche sua madre e madre di tutti i discepoli che egli rappresenta.

Gesù gli pone nelle mani, ora che le sue sono crocifisse, ciò che ha di più caro, di più prezioso; ciò che nessuno gli ha potuto togliere dopo che gli hanno tolto l’onore, le vesti, e, tra poco, anche la vita.

Gli affida Maria, sua madre.

“E il discepolo la prese con sé”.

Prendere Maria con sé è prenderla in casa, vivere con lei in un contatto quotidiano d’amore, sentendoci onorati e felici di tale privilegio, riservandole, tra le

pareti domestiche, un posto d’onore, alzando spesso gli occhi alla sua cara immagine e invocandola con fiducia.

Prenderla con sé significa realizzare la relazione misteriosa di madre-figli: figli che la amano, la onorano, la ascoltano e non vogliono mai farla soffrire.

Significa accogliere Maria come guida sicura, come compagna fedele nel cammino della vita e imparare da lei, che è maestra di sapienza e modello di fedeltà.

Prenderla con sé significa condividere con lei gioie. dolori, speranze consapevoli del suo totale coinvolgimento nella nostra vicenda e della sua tenerezza nell’accompagnarci.

Significa mettere Maria tra le persone più care, tra i tesori della nostra vita. Sono due i doni grandissimi ricevuti da Gesù morente sulla croce: la sua Madre e lo

Spirito Santo.

Prenderla con sè equivale a portarla dentro, nel cuore, come l’animatrice della nostra vita e l’ispiratrice delle nostre scelte; pensarla costantemente, amarla tenera-

-mente, tenersi fiduciosamente aggrappati a Colei che è “vita, dolcezza e speranza nostra”.

Maria, da parte sua, ci accoglie come figli. Gesù l’ha consacrata a questa nuova maternità.

Essere madre significa appartenere ai figli, sentirseli propri, sentirsene responsabile, essere costantemente sollecita del loro destino terreno ed eterno.

Essere madre vuol dire essere accanto ai figli, soprattutto nell’ora del dolore, quando è facile dubitare dell’amore del Padre, inasprirsi e smarrirsi.

Essere madre è fedeltà nell’amore, anche quando tutti tradiscono. La madre è sempre fedele: non delude, si lascia trovare, si lascia guardare, si lascia parlare.

Sa attendere. Trepida per i figli. Non si rassegna ai loro traviamenti. Soffre e piange in silenzio, mescolando le sue lacrime con quelle dei figli.

Accogliamola come Giovanni

  • realizzando come lui, un affiatamento straordinario, una singolare intimità con Maria;
  •  tenendola come modello di preghiera e maestra di vita interiore;
  • meditando con lei, come faceva Giovanni, i misteri del Signore (l’Incarnazione, la vita pubblica, il mistero pasquale), con quell’amoroso lavorio di penetrazione e di contemplazione che rende viva e fruttuosa la preghiera del Rosario.
  • Prendiamola come compagna dolcissima e consigliera affidabile, sapendo che ella conosce meglio di noi quali sono i progetti di Dio a nostro riguardo.
  • Impariamo a consultarla e ad ascoltarla in ogni cosa. Facciamola diventare la nostra maestra, la confidente, la sorella saggia e torte. l’avvocata potente, la madre premurosa e sempre vigile al nostro fianco. Da lei impariamo ad adorare, a contemplare, a naufragare nel mistero.
  • Lei ci insegni l’obbedienza pronta al volere di Dio e la sottomissione fiduciosa al disegno del Padre.

• Lei ci istruisca sulla povertà dignitosa, sulla fortezza nel dolore, sulla fedeltà nelle prove.

• Lei ci ottenga la purezza del cuore, l’ascolto della

Parola, il gusto della meditazione prolungata e nutriente.

       Per questa via comprenderemo il suo pianto, cambieremo la nostra vita, asciugheremo le sue lacrime, diventeremo santi!

†Giuseppe Costanzo