Con gli occhi di Lucia

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Giuseppe Costanzo

Arcivescovo di Siracusa

Lettera Pastorale per l’Anno Luciano

2003 – 13 dicembre – 2004

Preghiera a Santa Lucia

tratta dall’omelia del 13 Dicembre 2002

Santa Lucia, donaci occhi nuovi. Spesso crediamo di vedere, e siamo ciechi, accecati dalla superbia, dall’invidia, dall’odio, dalle passioni che ci impediscono di vedere.

O cara nostra Patrona, apri i nostri occhi sulle povertà, sulla miseria, sulle ingiustizie dei nostri giorni e donaci determinazione e coraggio di andare contro corrente – se occorre – affinché nessun Lazzaro resti ad attendere invano un tozzo di pane dietro l’uscio di casa del ricco.

Riempi di luce i nostri occhi, perché possiamo “valutare con sapienza i beni della terra, nella continua ricerca dei beni del cielo”. Insegnaci, sul tuo esempio, a condividere i beni con chi è povero e

disperato. Fa’ che nessuno di noi si rassegni ad essere felice da solo.

       O Lucia, cara vergine siracusana, ottienici occhi puri, che sappiano vedere nel corpo uno stupendo dono di Dio, sua abitazione, suo tempio, degno quindi di grandissimo rispetto e venerazione. Non qualcosa da idolatrare o da disprezzare, ma da amare e valorizzare.

O Lucia, modello di fortezza e di fedeltà, donaci occhi che sappiano vedere lontano: oltre la sofferenza che ci affligge, oltre il dolore che ci torchia, oltre l’apparente fallimento che ci umilia.

Occhi levati sempre in alto, da dove ci verrà l’aiuto; occhi purificati dal pianto, che è promessa di un raccolto abbondante; occhi pieni di stupore davanti alle sorprese che l’amore di Dio ci ha preparato.

†Giuseppe Costanzo

Lettera Pastorale

per l’Anno Luciano

Fratelli e sorelle carissimi,

è ancora viva nel nostro cuore l’esperienza dell’anno mariano: la grazia che ha inondato la nostra diocesi, ci ha toccato nell’intimo, ha alimentato la nostra devozione a Maria, ha suscitato seri propositi di vita cristiana, nella fedeltà al Vangelo e nella solidarietà coi fratelli.

Nel 2004 ricorre il 1700° anniversario del martirio di Santa Lucia, vergine e martire, nostra Patrona. È una tappa significativa nel cammino storico della nostra Diocesi.

La nostra comunità ecclesiale sente il bisogno di stringersi attorno a Colei che è da tutti sentitamente venerata, teneramente amata, fervidamente invocata. Mentre imploriamo il suo potente patrocinio, vogliamo ispirarci al suo luminoso esempio e alla sua forte testimonianza, per intraprendere più determinatamente la via della santità.

Santa Lucia, colonna della Chiesa siracusana, ha molto da insegnare a tutti noi, che viviamo in questo momento storico così ricco e complesso, così critico per il profondo smarrimento esistenziale che lo caratterizza: sembra davvero che si stia perdendo ogni punto di riferimento nel cammino della vita. Santa Lucia ci viene incontro e ci mostra con la sua vita un modello alto di umanità al quale riferirsi. È per questo motivo che noi, dopo aver vissuto intensamente la grazia dell’“Anno Mariano”, vogliamo adesso, con l’aiuto di Dio, vivere un “Anno luciano”.

Sarà anche questo un anno di grazia e di benedizione, se sapremo accogliere questo dono di Dio facendolo fruttificare per la nostra vita cristiana.

I nostri occhi, che durante l’anno mariano si sono incontrati con gli occhi di Maria, splendenti ma velati di pianto, colmi di amore ma gonfi di dolore, incontreranno ora gli occhi di Lucia, nei quali si riflette la luce del Signore: occhi luminosi di fede, raggianti di santità, impavidi nel martirio, limpidi per la purezza verginale, amorevoli per la carità.

Limpidezza della fede, anelito alla santità, fortezza fino al martirio, purezza verginale, carità sono le caratteristiche della nostra Santa, sulle quali vogliamo meditare quest’anno e dalle quali vogliamo prendere esempio per vivere davvero “la misura alta della vita cristiana”, alla quale il Santo Padre Giovanni Paolo II ci esorta a tendere (cfr. NMI 31).

OCCHI LIMPIDI DI FEDE

Di Santa Lucia si può dire che è la Santa della luce, per il suo stesso nome e per la semplicità della sua storia; quasi pervasa di luce, è portatrice di luce. Così è universalmente venerata e invocata come protettrice degli occhi: degli occhi del corpo, ma soprattutto degli occhi dell’anima, cioè della fede, della quale l’evangelista Giovanni dice che è la stessa vita del Verbo di Dio: “La vita era la luce degli uomini e la luce splende nelle tenebre” (Gv 1,4). Così chi l’accoglie “non cammina nelle tenebre” (Gv 8,12), conosce la via da seguire (Gv 14,6-7); sa da dove viene e dove va; ha sempre accanto un Compagno di viaggio che gli fa ardere il cuore (Lc 24,32); ha la chiave interpretativa della realtà e della vita.

La luce che ci dà Cristo è la fede. Avere fede significa:

– “vedere” al di là delle apparenze, scoprire la sorgente dell’essere, cioè Dio, fonte di ogni dono;

– saper scorgere l’orma di Dio nella natura, la presenza del Signore Gesù nella Chiesa, la presenza di Dio nella nostra storia.

“vedere” la presenza della SS. Trinità nel cuore del credente che si apre all’Amore di Dio (cfr Gv 14,23);

“vedere” la presenza di Gesù nelle persone più povere e reiette, in coloro che sono “affamati” di pane e di amore, di dignità e di accoglienza (cfr Mt 25,31 ss);

“vedere” il disegno di Dio che si snoda lungo i sentieri della nostra storia personale, nelle vicende liete e tristi, negli incontri che viviamo e che ci interpellano.

Aver fede significa “guardare” il mondo, la storia, l’umana vicenda con l’ottica di Dio, come ci insegna Maria SS. nel “Magnificat”; come hanno fatto i santi, come ha fatto Santa Lucia.

Quest’anno, dunque, vogliamo fare di Lucia la nostra compagna e guardare in certo senso con i suoi occhi in tutte le direzioni:

“Guardare in alto”: verso il cielo, verso la meta del nostro pellegrinaggio terreno: non per evadere dalla realtà, non per sottrarci al nostro compito e alla nostra responsabilità, ma per conoscere meglio, attraverso la contemplazione di “ciò che saremo” (1Gv 3,2), qual è il nostro compito oggi, come collaborare meglio alla piena realizzazione del progetto di Dio; e, insieme per attingere, nella speranza, perseveranza e forza nelle difficoltà. Chi guarda in alto, a Dio, è più fedele all’uomo; chi si chiude a Dio, devasta la terra.

“Guardare dentro di sé”. Ritrovare la strada del nostro intimo e reimparare ad abitare là ove siamo abitati e dove Gesù ci convoca per farci partecipare alla sua comunione con il Padre: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23). Ciò significa imparare a fare silenzio, a meditare, a pregare. Diceva S. Agostino: “Non uscire fuori di te, rientra in te stesso: nel cuore dell’uomo abita la Verità”. Qui sta la grandezza e la dignità della persona umana; e questa è la strada per riscoprirla e riaffermarla in un mondo che ne ha perduto il senso.

“Guardare attorno a sé”. L’intima comunione con la Trinità, proprio perché è relazione interpersonale, spezza la nostra struttura di egoismo e di chiusura in noi stessi, ci fa guardare gli altri con occhi benevoli, attenti alle loro necessita: ci rende capaci di comprensione, di servizio, di donazione gratuita, di misericordia e di perdono: fa di noi degli strumenti di comunione.

“Guardare indietro”, cioè guardare la storia che abbiamo alle spalle, la storia da cui siamo nati. Noi siamo il frutto di un Amore che si è manifestato in Cristo con il dono della sua vita per noi. Di questo facciamo “memoria”, rivivendola e attualizzandola, nell’Eucaristia.

“Guardare avanti”: la fede ci assicura che noi camminiamo verso il futuro di Dio. Per la dimensione “profetica” ogni battezzato, “uomo nuovo” in Cristo, è chiamato ad annunciare il Regno di Dio costruendo una nuova umanità; è chiamato a “prefigurare” il futuro con la sua vita, all’interno della Chiesa che è “germe” e anticipazione del Regno. Guardando avanti, scopriamo che dalla fede germina la speranza, una speranza viva e invincibile, perché sappiamo che lo Spirito Santo è sempre all’opera, nella Chiesa e nel mondo, e perché Egli è Spirito Creatore e rinnova costantemente la faccia della terra.

Guardare così significa fissare continuamente gli occhi sul Volto di Cristo, cuore del mondo e centro della storia, farne il centro e la luce della nostra vita di ogni giorno.

Se ci lasciamo illuminare da Lui, saremo noi stessi “luce del mondo” (Mt 5,14), come Egli stesso ha detto ai suoi discepoli, come è accaduto ai Santi, a partire dagli apostoli e dai martiri; a partire dalla nostra Santa.

Da Lucia, allora, impareremo che se abbiamo nel cuore la luce di Cristo, la diffonderemo nel mondo: essa trasparirà da noi e anzi diventerà in noi bisogno di testimonianza aperta e franca, esigenza di vivere la dimensione comunitaria della fede, di essere nel mondo lievito che fa fermentare la pasta, gente dalla fede viva che fa progredire il Regno.

OCCHI RAGGIANTI DI SANTITÀ

Lucia ci richiama alla coerenza della vita cristiana, che è questo sguardo del cuore perennemente rivolto al Signore, sempre fisso sulla meta, in una costante aspirazione alla santità.

Guardiamo la santità di Lucia con il desiderio di esserne partecipi. Essa è consapevolezza dell’altissima dignità di figlia di Dio, di sposa unita indissolubilmente a Cristo, divenuta tempio dello Spirito Santo.

Gli atti del suo martirio testimoniano la fermezza e la fierezza con cui risponde a chi vuole distoglierla dal seguire Gesù: essa è tempio vivo di Dio, che secondo l’espressione di S. Paolo, non può essere contaminato.

Nata dall’amore del Padre, redenta dal Sangue di Cristo, inabitata dallo Spirito Santo, “partecipe della divina natura” (2Pt 1,4), Lucia sa di avere l’altissima dignità di figlia di Dio. Questo é il primo e fondamentale aspetto della santità cristiana, della nostra santità: la santità è anzitutto e soprattutto un dono di Dio, una partecipazione alla santità di Dio, “fonte di ogni santità” (Pregh. euc. II).

La vera identità dell’uomo, fatto da Dio “a sua immagine e somiglianza” e reso figlio nel Figlio, è quella della santità: “Siate santi perché io sono Santo” (Lev. 11,44).

Ma se è vero che la santità è un dono di Dio, è altrettanto vero che è un dono che dobbiamo accogliere, custodire e coltivare. La santità è una grazia alla quale siamo chiamati a corrispondere. Santa Lucia ci dà la testimonianza forte di una estrema coerenza della sua vita con il dono di Dio: in quanto figlia di Dio, ha vissuto la sua vita divina; in quanto amata dal Signore, ha amato consapevolmente e generosamente; in quanto “tempio dello Spirito Santo”, ha accettato la morte pur di non dissacrare questo tempio divino. Ha vissuto l’esortazione di S. Paolo: “Voi siete luce nel Signore”, vivete come “figli della luce” (Ef 5,8). L’esempio di Lucia ci deve porre un interrogativo: In quale considerazione teniamo la santità?

La santità è la vera urgenza, personale e pastorale.

Non è privilegio di poche anime elette; non è orgoglio o presunzione. E’ invece, risposta alla chiamata di Dio e obbedienza alla sua volontà (cfr. 1Ts 4,1-8). E’ vocazione universale: il cristiano è “santo per vocazione” ed è “costituito” santo per il battesimo che lo innesta in Cristo (cfr Rm 1,7). Scelto prima della creazione del mondo per essere santo e immacolato al cospetto di Dio (cfr Ef 1,4), il cristiano obbedisce con gioia e gratitudine al comando del Padre: “Santificatevi … siate santi” (Lev 11,44) e con fedeltà e coerenza fa della santità il progetto della sua vita: l’unico progetto di ogni vita che voglia essere veramente riuscita. La santità non è vissuta solo in circostanze straordinarie, ma piuttosto nelle condizioni normali e quotidiane, nella ferialità della vita. “Sarebbe un controsenso accontentarsi di una vita mediocre, vissuta all’insegna di un’etica minimalistica e di una religiosità superficiale” (N.M.I, 31). Siamo chiamati a scegliere la “misura alta” della vita cristiana lasciandoci amare da Dio, lasciando cadere i nostri i progetti per realizzare i suoi, lasciandoci impastare dalle sue mani.

È un compito impegnativo e un processo lungo e faticoso, persino doloroso, perché lo Spirito Santo che ci lavora con forza, usa anche lo scalpello. Ma lo stesso Spirito ci consola con la dolcezza della sua unzione, che ci rende ardenti di amore per Dio.

Chiediamo a Lucia che ci ottenga una più forte determinazione di camminare sulle orme di Cristo come ha fatto lei.

OCCHI IMPAVIDI NEL MARTIRIO

Lucia ha seguito Cristo fino al martirio. È stata sua testimone forte e coraggiosa. Straordinario esempio di fortezza, essa, fragile e inerme, ha tenuto testa ai suoi persecutori armati con la forza dell’amore a Cristo e del perdono, ha ricevuto dallo Spirito la sapienza per rispondere senza paura ai suoi giudici iniqui, la fortezza per rifiutare blandizie e lusinghe, per resistere alle minacce. Non si è fermata neanche dinanzi alla morte.

Il martirio è stato apparentemente una sconfitta, ma in realtà essa ha riportato la vittoria di Gesù Crocifisso, apparentemente sopraffatto dalle forze del male, dal “potere delle tenebre”, vittima dell’odio e della violenza, ma in realtà vincitore del peccato con la forza del suo amore. L’amore lo ha tenuto inchiodato in croce; con l’amore ha sconfitto il male del mondo. E ha trionfato sulla morte con la sua risurrezione. “La parola della Croce” (1 Cor 1,18) ci rivela che “ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini” (1 Cor 1.25). Perciò la “debolezza” dei martiri è la vera fortezza, la “sconfitta” dei martiri è la vera vittoria. Per questo la Liturgia definisce il martire “vittorioso nel martirio”.

Facciamo in modo che il “martirio”, aspetto essenziale di ogni vita veramente cristiana, non resti estraneo alla nostra vita. Per questo è necessario che diventiamo “martiri” nel quotidiano, attraverso la fedeltà a Cristo in ogni circostanza, piccola o grande.

Per noi seguire l’esempio di Lucia significa che la fortezza, dono dello Spirito, non è arroganza e sopraffazione, ma mitezza. Non è forte chi vuole dominare sugli altri, ma chi sa dominare sé stesso; non chi vuole spadroneggiare sugli altri, ma chi sa padroneggiare se stesso; chi sa accettare di non avere tutto e subito, ma vive con pazienza i tempi dell’attesa e del sacrificio; chi sa “rinunciare a se stesso”; chi “prende ogni giorno la propria. croce” e “segue Gesù Cristo” (cfr Lc 9,23).

Questo è il martirio quotidiano che ci è chiesto e che ci prepara — se Dio volesse farcene dono come a Lucia – al martirio fino al sangue.

Comprendere, anzitutto, e poi imparare a vivere ogni giorno cosi, è tanto urgente. La nostra società si sfascia per mancanza di fortezza. Le famiglie si sgretolano per l’incapacità di sacrificio dei coniugi: al minimo urto esplode l’intolleranza che conduce alla separazione, e i figli — come si sa – sono le vittime più doloranti di queste lacerazioni.

I giovani, immersi come sono nella cultura dell’edonismo, hanno bisogno di essere educati al sacrificio e alla rinuncia, per essere capaci di affrontare i disagi e le contraddizioni della vita, e per fare al momento delle scelte decisive, non le scelte più comode, ma quelle più giuste. Tanto spesso e con tanta facilità noi ci lamentiamo del fatto che restano irretiti nella droga. Più che recriminare, dobbiamo operare, dobbiamo inventare il modo di dare loro salde certezze e forti ideali. E’ questo che cercano:

cercano felicità, libertà, sicurezza. Facciamo in modo che trovino gioia nel cercarle in Gesù Cristo.

Santa Lucia può insegnare la fortezza, la coerenza con il Vangelo, il coraggio di percorrere la “Via stretta” (cfr Mt 7,14) proposta da Gesù. Lucia può ottenerci la grazia di una fedeltà che non escluda neanche il martirio, se il Signore ce lo chiede. Lucia ci può aiutare a comprendere e a vivere non solo il martirio cruento, ma anche quello incruento. Martiri, infatti, oggi, sono coloro che vengono perseguitati in un modo subdolo, raffinato, ma nello stesso tempo logorante; coloro a cui è inflitta una morte meno appariscente, ma non meno dolorosa. Martiri sono coloro che ci attestano la forza del Vangelo, la fecondità della grazia, la vitalità della Chiesa. Sono coloro che non sanno vivere senza Cristo e sono pronti a morire per Lui, perché, anche per loro, come per Paolo, “vivere è Cristo e morire è un guadagno”.

Oggi, nella nostra società, è martirio resistere all’ostilità di un mondo, che vuole spegnere il messaggio evangelico tentando di renderlo culturalmente insignificante e socialmente irrilevante.

È martirio tener testa, con dignità e compostezza, a quell’umanesimo radicalmente ateo e falsamente libertario, che mortifica l’uomo e ne ignora il supremo destino.

È martirio rendere ragione della propria speranza di fronte a coloro che rifiutano la ragionevolezza della fede e ammettono soltanto un fideismo irrazionale o un razionalismo senza fede.

E’ martirio remare controcorrente in un mondo intriso di agnosticismo, impenetrabile al messaggio evangelico, preoccupato solo di imbavagliare le voci profetiche e di spingere ai margini le presenze scomode.

È martirio l’eroica fedeltà quotidiana al dovere, in ambienti in cui la rettitudine è disprezzata e i condizionamenti sono pesanti.

È martirio lavorare fianco a fianco — nella politica, nella scuola, in ospedale — con coloro che non accettano che la Chiesa affondi il bisturi nella carne della storia, con coloro che non tollerano che la Chiesa alzi alta la voce contro le ingiustizie sociali, contro i “peccati strutturali”, contro gli iniqui sistemi di potere.

È martirio amare chi non ci ama, collaborare con chi non ci accetta, perdonare chi ci ha fatto del male. Come ha fatto Gesù. Come hanno fatto i santi. Come ha fatto Lucia.

OCCHI LIMPIDI DI VERGINITÀ

Il martirio di Lucia per la verginità è un richiamo bello e forte per noi tutti, un punto di riferimento da cui lasciarci stimolare. Il vertice della verginità è l’atto supremo d’amore con cui Cristo rimette la sua vita nelle mani del Padre sulla Croce. La verginità di Cristo è l’espressione più alta dell’amore è del dono di sé nel Mistero pasquale. In tale Mistero noi tutti siamo immersi mediante il battesimo.

La verginità, pertanto, non è esclusiva delle persone consacrate: ogni cristiano vive un’appartenenza nuziale a Cristo; e deve vivere una fedeltà nuziale a Cristo Sposo, che si esprime nella castità vissuta secondo il proprio stato. Per ciascuno c’è un’intima sua solitudine con Cristo, nella quale nessuno deve entrare e che deve essere custodita con fedeltà.

Solo tornando al “cuore” della vita cristiana, mostrandola e vivendola come rapporto sponsale con Cristo, si potrà ricuperare il senso della castità e della verginità, che la nostra società ha perduto e va perdendo sempre più.

Lucia ha preso sul serio la Persona di Cristo, l’Amore “sino alla fine” ricevuto da Lui e l’amore da rendergli con la stessa radicalità.

L’ascolto della Parola è diventato in lei obbedienza di fede cosi assoluta da determinare la scelta suprema della vita senza ombra di tentennamento o tergiversazione. In Lucia possiamo vedere cosa la Parola di Gesù e la Sua Presenza possono operare anche in noi.

La vocazione verginale di Lucia non è per tutti, ma il suo esempio ha una parola da dire a tutti. Ha una parola per gli sposi cristiani, chiamati a vivere la santità del matrimonio “sacramento dell’amore di Cristo per la Chiesa” (cfr Ef 5,22ss) e ad accompagnarsi l’un l’altro nel cammino verso Cristo. Ha una parola soprattutto per i giovani. Il suo martirio per la verginità può fare comprendere — a loro e a tutti — quale sia la dignità del corpo: tempio dello Spirito, che non deve essere scacciato; membro di Cristo; nutrito del Corpo Eucaristico; destinato alla risurrezione, alla bellezza, alla gloria.

Ha una parola da dire a tutti e a ciascuno nel momento della tentazione e della difficoltà, lei che ha sacrificato la vita per custodire la sua fedeltà.

L’appartenenza a Cristo implica l’essere crocifissi con Lui. “Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri” (Gal 5,24).

L’aspetto ascetico, di rinuncia, che la verginità o la castità vissuta secondo il proprio stato, comportano ed esigono, si fonda sul mistero pasquale. A questa luce è da considerare l’importanza — oggi purtroppo ignorata

— dell’ascesi cristiana: dominio dei sensi; fortezza per gestire cristianamente la propria sessualità; vigilanza e mortificazione dei pensieri, dei desideri, del corpo. “Mortificate — ci raccomanda S. Paolo — … quella parte di voi stessi che appartiene alla terra: fornicazioni, impurità, passioni, desideri cattivi…” (Col 3,5ss).

Oggi si ha bisogno di educatori lucidi e di testimoni coraggiosi. E invece non si ha più il coraggio di predicare con franchezza queste cose; privando così soprattutto i coniugi, i giovani e gli adolescenti di indicazioni chiare e forti, che, con la grazia di Dio e dei sacramenti, e con l’alimento della preghiera, costituirebbero una spinta verso determinazioni più consapevoli e conformi al Vangelo.

Dobbiamo imparare da Gesù, che non fece sconti, non accettò compromessi, ma indicò ai discepoli la via stretta. Durante quest’anno dedicato a Lucia dovremo cogliere l’occasione per fare sì che il valore della castità venga ricuperato. Sarà opportuno riflettere personalmente e far riflettere le nostre comunità ecclesiali sul valore e sulla bellezza della verginità consacrata. Essa non interessa soltanto i presbiteri o chi ha la vocazione di speciale consacrazione. Tutta la comunità ecclesiale ha bisogno di conoscerne il valore, sia perché solo comprendendone il significato e puntando in alto si realizza e si ottiene di più, sia perché soltanto da ambienti dove la verginità è conosciuta e stimata come dono prezioso di Dio, possono sorgere vocazioni al sacerdozio e alla speciale consacrazione.

Cercheremo quindi di approfondirne e farne conoscere il fondamento biblico, il valore cristologico ed ecclesiologico, la dimensione profetica, missionaria, sponsale e pasquale.

La verginità e il celibato per il Regno è scelta di un amore più grande, non è rinunzia ad amare. La persona che si consacra al Signore con “cuore indiviso”, vive sponsalmente unita a Cristo, in unità interiore ed affettiva. Di questa verginità di cuore quella fisica è segno e custodia. La persona consacrata è chiamata a manifestare visibilmente, come Maria, il mistero della Chiesa, Sposa Santa e immacolata di Cristo. Come Maria, si dedica totalmente alla Persona e alla Missione di Gesù.

È anche anticipazione della condizione futura dell’uomo: “Voi avete cominciato ad essere ciò che noi saremo” scrive S. Cipriano alle prime vergini cristiane. La vergine e il celibe sono frecce direzionali che additano ai fratelli l’eternità.

Come abbiamo già detto, la verginità ha pure una dimensione pasquale, che, pur non essendo esclusiva dei consacrati, appartiene ad esse a un titolo più diverso e più forte.

Gesù è diventato “il Signore” sulla Croce.

I vergini, perciò, non possono dimenticare che la loro scelta è una libera oblazione sacrificale, che li porterà alla gloria facendoli passare attraverso la Croce. Sulla Croce Gesù attira le anime che l’hanno scelto come sposo. E solo l’amore allo Sposo divino può dare la forza per le frequenti lotte, per le inevitabili rinunce, per quei distacchi che fanno sanguinare il cuore, per quella fedeltà costosa e

gioiosa che dà freschezza al rapporto con Gesù.

OCCHI CHE GUARDANO CON CARITÀ

Gli atteggiamenti coerentemente evangelici della vita di Lucia, che gli Atti del Martirio ci raccontano, fanno rilevare la conformità della martire con Cristo. Per questo offrono anche a noi una chiara indicazione per le nostre scelte di vita. Nella nostra Santa fede, verginità, carità verso Dio e verso il prossimo, non sono che modulazioni diverse del fondamentale atteggiamento della persona, che ha deciso di donarsi a Cristo e di appartenere a Lui. Tale decisione non poteva non cambiare tutti i parametri e non determinare le scelte sulla falsariga delle Beatitudini. È ricorrente nei primi cristiani, specialmente nei Martiri, come nei Santi di tutti i tempi, seguire alla lettera l’esempio di Cristo, che da “ricco che era si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (2Cor 8,9); imitare Cristo che si abbassa e sceglie i piccoli e i poveri; che ama sino a sacrificare la vita; che perdona i suoi crocifissori.

Anche Lucia si spoglia dei suoi beni e li dona ai poveri, fraternizzando con essi, lei di famiglia benestante: tanto lucido è lo sguardo della fede che vede Cristo vivo in chi è nel bisogno, e lo accoglie e lo ama con cuore dilatato dall’amore indiviso. Anche Lucia, con la mitezza propria di chi è posseduto dallo Spirito, “non resiste al malvagio”, si abbandona nelle mani dei suoi persecutori, come Gesù al Padre; muore perdonando, come sull’esempio di Gesù hanno fatto tutti i martiri. L’amore cristiano infatti non esclude nessuno, neppure i nemici. È un momento opportuno per noi, per riflettere sul rapporto tra fede e carità: la purezza del cuore e della vita rende più lucido lo sguardo su Dio. Tra verginità (o dominio di sé nella castità del proprio stato) e carità; tra la carità verso Dio e verso il prossimo, lasciandoci illuminare e stimolare dall’esempio di Santa Lucia.

Ed è un momento opportuno per verificare che tipo di rapporto abbiamo con i beni creati: se ci comportiamo indebitamente da padroni o se abbiamo la consapevolezza di essere soltanto e sempre amministratori e custodi di beni che il Signore di tutte le cose ci ha affidati perché possiamo essere strumento e presenza della sua provvida mano paterna. “Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: ‘andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi’, ma non date loro il necessario per il corpo, che giova? Così anche la fede: se non ha le opere, è morta in se stessa” (Gc 2,14-17). Santa Lucia è modello di fede viva, di fede operosa. Il suo nome parla di luce: la luce della fede, la luce della carità. Santa Lucia ha preso sul serio la Parola del Signore: la sua testimonianza ci stimola fortemente ad essere coerenti con il Vangelo. Animati dal suo esempio, non possiamo fare a meno di volgere lo sguardo a tutti i poveri la cui esistenza ci interpella, come tante volte abbiamo avuto occasione di dire. Ciascuno di noi è interpellato personalmente anzitutto a guardare nel fratello, nel prossimo, la persona stessa di Gesù e, nello stesso tempo, ad essere accanto al fratello presenza e canale dell’amore di Cristo.

Si tratta, allora, di conformare il proprio cuore al Cuore di Cristo e di guardare con benevolenza e misericordia chiunque di benevolenza e di perdono abbia bisogno, specie chi ne abbia più bisogno.

La povertà più grande è il peccato ed è verso chi vive nel peccato che la nostra compassione deve rivolgersi anzitutto: non “chiudendo un occhio” o permettendo che progressivamente nella nostra mentalità atteggiamenti difformi dal Vangelo e peccaminosi passino come atteggiamenti “normali” e giustificabili; bensì facendosi carico del peccato come ha fatto Gesù: non giudicando, ma osando dire la verità e chiamare le cose con il proprio nome; non prendendo le distanze, ma soffrendo, pregando, offrendo sacrifici, cercando di aiutare e richiamare con prudenza; non scandalizzandosi e stigmatizzando, ma unendosi a Gesù che ha preso su di sé i nostri peccati.

C’è poi l’altro aspetto della carità, sempre a livello interpersonale: quello delle “opere di misericordia”, a partire dalle persone a noi più vicine. Dobbiamo saperci accorgere delle necessita di chi ci passa accanto e non indurire il cuore né essere estranei.

Dobbiamo ascoltare: “il grido dei poveri” e soprattutto il “silenzio dei poveri”: di quei poveri che vivono in maniera dignitosa e nascosta la loro povertà. Dobbiamo fare tutto ciò che è in nostro potere — anche se poco — per aiutarli, per confortarli, per essere loro “prossimo” (cfr Lc 10,29ss).

Attraverso questo impegno quotidiano nel nostro piccolo, crescendo personalmente nella carità, noi avremo collaborato a costruire un mondo più fraterno e più umano.

Certo è necessario unire le forze di tutti gli uomini di buona volontà. Chi può, deve sollecitare chi ha in mano le leve del potere, per affrontare seriamente questo dramma del mondo d’oggi, intervenendo in maniera strutturale su quegli iniqui meccanismi economici che, a livello sovranazionale, generano e accrescono la

miseria nel mondo.

Ma intanto se vogliamo immettere dinamiche di amore nel nostro mondo che ne è carente, dobbiamo imparare nel nostro piccolo quotidiano a guardare i nostri fratelli con gli occhi amorevoli di Lucia. Una comunità dove è vivo il senso di fraternità e di solidarietà, dove è costante l’attenzione al fratello, non può registrare la presenza di poveri e di ammalati abbandonati a sè stessi; anzi, si ispirerà all’esempio della prima comunità cristiana, dove “nessuno tra loro era bisognoso” e dove ciascuno riceveva “secondo il bisogno” (At 4, 34ss). Una comunità che ama non si rassegna, non si estranea, non delega, ma interviene con la fantasia e la creatività dell’amore. Il dolore, la miseria, la solitudine interpellano e stimolano la genialità e la concretezza dell’amore.

Chi ama non chiude il cuore (cfr 1Gv 3.17-18), anzi, intuisce, previene, interviene. Il precetto dell’amore non riguarda solo alcuni, la Caritas o i volontari, ma riguarda tutti e ciascuno: “Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole; perché chi ama il suo simile ha adempiuto la legge… Pieno compimento della legge è I’ amore” (Rm 13,8.10).

CONCLUSIONE

Fratelli e sorelle carissimi,

vi ho scritto sottolineando alcuni tratti fondamentali della personalità e della santità di Lucia. Sono temi che possono suscitare una riflessione ricca e variegata. Affido, perciò, agli Uffici della Curia e alla Deputazione della Cappella di Santa Lucia il compito di stimolare il lavoro di attualizzazione delle parrocchie, delle associazioni e dei movimenti ecclesiali. Per evitare che tutti debbano fare tutto e per andare meglio in profondità, ci si potrebbe dividere il lavoro. Per esempio, l’Ufficio Catechistico e quello della Pastorale Scolastica potrebbero approfondire il capitolo  riguardante la fede; l’Ufficio Liturgico potrebbe offrire sussidi e proporre iniziative per favorire un itinerario di santità; gli Uffici di Pastorale Giovanile e della Famiglia potrebbero concentrare attenzione e impegno sulla verginità; la Caritas potrebbe riflettere sulla varietà di poveri e sui modi concreti di amarli ed aiutarli; tutti, infine, dovrebbero cogliere e aiutare ad accogliere gli aspetti di martirio presenti in ognuna delle virtù su menzionate. C’è molto da lavorare anche per le religiose e gli istituti di vita consacrata. Potrà essere un anno di grande seminagione e di abbondante raccolto.

Ma non posso chiudere questa lettera senza augurare a voi e a me un “anno luciano” ricco di luce, di grazia e di pace. Lucia ci ottenga uno sguardo luminoso, una fede salda, una condotta coerente, una carità ardente. Lucia ci aiuti a stimare ed amare la virtù della castità in un mondo che la minaccia e la irride; ci aiuti a comprendere che diventare santi è l’unica vera pienezza e che il non esserlo è l’unica vera sconfitta. Lucia ci contagi il suo amore generoso per i poveri e ci renda incapaci di gioire da soli.

Con questi sentimenti ed auguri vi saluto tutti cordialmente

e vi benedico nel Signore.

Siracusa, 6 Novembre 2003

†Giuseppe Costanzo
Arcivescovo