XIV Anniversario dell’Ingresso in Diocesi

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Cattedrale di Siracusa

Omelia 28 Gennaio 2004

Quello del 28 gennaio, ogni anno, è un incontro di famiglia, un momento di festa, uno scambio di sentimenti, una dichiarazione di intenti. È soprattutto una felice occasione per rilanciare temi e impegni pastoralmente importanti ed urgenti. Siamo ormai entrati nel vivo dell’”anno luciano“, che ho introdotto con la mia lettera pastorale, nella quale invitavo a guardare la storia “con gli occhi di Lucia” e tracciavo un cammino sulle orme di questa nostra Patrona. Nel giorno, poi, di Santa Lucia, ho voluto dedicare ai giovani il breve discorso fatto dal balcone di Piazza Duomo, giacché Lucia era una giovane e può essere per i giovani un luminoso punto di riferimento. Ma questo tema, così urgente e cocente, non può considerarsi esaurito in quelle poche battute. Esso ci interpella, ci assilla, ci provoca. Dove sono i giovani delle nostre parrocchie? Cosa fanno? Perché si allontanano dalla Chiesa? Di che cosa hanno bisogno? Che cosa si aspettano da noi? Che cosa noi offriamo loro? Che cosa possiamo fare affinché la parrocchia ridiventi la casa dei giovani? Affinché sia per loro “casa di comunione“, “scuola di preghiera” e palestra di vita? È una sfida che non possiamo eludere. Come potrebbe la Chiesa non affrontarla senza tradire la missione ricevuta e i giovani stessi? Ma non è solo una sfida; è anche una scoperta da fare. I giovani, come spesso si dice, sono un problema. È vero. Ma chi non lo è? Gli adulti non lo sono talvolta più dei giovani? Il Papa, con la sua chiaroveggenza e col suo coraggio, ci ricorda che i giovani sono anche una risorsa, una grazia per la Chiesa e per la società. Siamo chiamati tutti – sacerdoti, religiosi/e e laici, genitori ed educatori – a lavorare con loro e per loro e a profondervi tempo, fatica, preghiera e amore. è il modo migliore per preparare – dopo l’anno mariano e l’anno luciano – l’anno vocazionale.

Diciamo subito che – come afferma il Card. R. Etchegaray – “è difficile per noi parlare di giovani, tanto mobili, così vari, eredi senza eredità, costruttori senza modello, viaggiatori senza bagaglio  e senza biglietto. Noi li vediamo un po’ come un etnologo che descrive una tribù lontana ed ostile. È difficile per noi parlare dei giovani, perché noi, quasi non viviamo più con essi e non conosciamo se non i più disciplinati. E secondo le specie che conosciamo, possiamo essere o troppo ottimisti o troppo pessimisti“.

Schiere di sociologi e di psicologi sono impegnati a interpretare questa generazione difficile, a coglierne il disagio, a descriverne il malessere. Una recente indagine del CENSIS evidenzia un vissuto psicologico dai forti contrasti, attraversato da contraddizioni inespresse: per un verso tensioni romantiche e ideali da adolescenti, per l’altro consapevolezze e pragmatismi da adulti. I giovani sembrano dibattersi tra pessimismo e realismo, si sentono soli, privi di “stelle polari” (che però non cercano!) e di idee-guida importanti. “Senza padri né maestri“, questi giovani sembrano esprimere un bisogno assoluto di certezze, di riferimenti solidi, di maestri di vita prima ancora che di cultura.

Nella concezione complessiva della vita appaiono precocemente realisti; subiscono la vita, la gestiscono senza troppa fantasia. Impiegano il tempo libero in modo poco impegnato: stare con amici, guardare la televisione, ascoltare musica, parlare al telefono, fare gite, ecc… Nella storia personale di una buona metà non esiste un libro che abbia segnato una svolta, suscitato un’emozione, trasmesso un valore. Spesso tormentati tra l’angoscia e la speranza, prostrati dal senso dei loro limiti e assaliti da aspirazioni senza confine, diventano facilmente preda di cattivi maestri. Noi non possiamo abbandonarli alle loro illusioni o ai loro smarrimenti. Sarebbe una grave omissione, anzi un tradimento.

I primi ad essere chiamati in causa siete voi, genitori. Voi siete figure fondamentali, la cui presenza o assenza incide profondamente nella crescita umana e spirituale dei vostri figli. Dialogate con loro, ascoltateli volentieri, accompagnatene il cammino spesso faticoso, offrendo loro la vostra testimonianza di vita, esprimendo un amore misericordioso e forte, educandoli fin da piccoli a pregare e ad amare, parlando loro di Dio e di Cristo, introducendoli nella vita della comunità ecclesiale. Questo il servizio di cui hanno bisogno. Non sempre vi saranno docili, anzi, spesso recalcitreranno e vi faranno soffrire, ma più tardi vi saranno riconoscenti. Vi capiterà di non capirli. Non scoraggiatevi. Non inaspritevi. Siate invece pazienti. Accompagnateli con la preghiera e fate loro sentire che li amate, anche quando dovete correggerli.

L’altra figura decisiva nella vita dei giovani è quella del presbitero. Siamo noi, cari Confratelli, chiamati ad affiancare generosamente il compito educativo dei genitori. Padri anche noi, “padri spirituali“, guide illuminate con cui essi possano discutere, dibattere, dialogare.

“Maestri di spirito“, sempre a contatto col loro cuore generoso e inquieto, sensibile e largamente insondabile. Dio solo ne conosce il segreto. Dobbiamo intenderci, però, sul nostro compito di accompagnatori spirituali. Noi non siamo come gli istruttori tecnici su cose che riguardano la vita religiosa. Abbiamo un compito ben più arduo e bello. “Assomigliamo – scrive Mons. Corti – ad un interprete penetrante di uno spartito musicale, del quale dobbiamo capire il tema e lo sviluppo, l’ispirazione profonda e la forza poetica, le dissonanze e i passaggi più difficili, la melodia e l’impasto dei molti strumenti dell’orchestra. Quello spartito è il cuore del giovane. È questo che va capito.

Questa comprensione, o lettura, del cuore è da intendere, oggi soprattutto, come capacità di suscitare domande. Sono infatti le domande ad essere spesso occultate. Esse vanno dissepolte con coraggio e fiducia, perché, per quanto nascoste, esse ci sono”

(R. CORTI, Un giovane diventa cristiano. L’esperienza di Agostino).

Il nostro lavoro coi giovani – direi “l’arte” – consiste nel suscitare il loro stupore, far loro avvertire il mistero che ci avvolge; condurli a una forte esperienza di silenzio, sollecitarli a rientrare in sè stessi; aiutarli a percepire che la grandezza dell’uomo sta anzitutto nelle domande che si pone e che fanno di lui la coscienza dell’universo.

Non si tratta di inoltrarsi sul terreno delle discussioni di principio – pure necessarie e importanti – quanto piuttosto di offrire ai giovani esempi concreti, stimolanti, affascinanti. Si tratta di aiutarli a “fare il Vangelo”e ad arrischiarsi su di esso con le scelte che impegnino, sull’oggi, la libertà. Solo così, lentamente, si compagina in loro la conversione cristiana e al contempo li si educa ad essere cristiani nel mondo e nella storia. Solo così li si prepara alle grandi scelte della vita, quelle più giuste e non quelle più comode. Tutto questo però rimane teoria se non avviene in noi una conversione pastorale.

C’è infine, una terza realtà decisiva per la maturazione umana e spirituale dei giovani, ed è la comunità ecclesiale. In essa converge tutta la varietà e la ricchezza dei carismi, delle vocazioni, dei servizi. Se essa è viva e vitale, il giovane è veramente aiutato a prendere in mano la propria vita, a gestire con sapienza i suoi talenti, a cercare con serietà d’impegno la verità. In una comunità ecclesiale unita ed operosa il giovane può riscoprire, con profondità antropologica, la realtà dei sentimenti, degli affetti, della corporeità, della sessualità. Li, mediante la preghiera e l’ascesi, imparerà a detestare ogni appiattimento sulla pura  istintualità,  sul piacere per il piacere, su un amore puramente possessivo. Lì imparerà ad apprezzare e a coltivare la castità che – come dice il Papa – “custodisce l’amore autentico“. Lì scoprirà la centralità di Cristo nella sua vita. Scriveva S. Ambrogio: “Tutto abbiamo in Cristo e tutto è Cristo per noi. Se vuoi curare una ferita, egli è medico; se sei riarso dalla febbre, è fontana; se sei oppresso dall’iniquità, è giustizia; se hai bisogno di aiuto, è forza; se temi la morte, è vita; se desideri il cielo, è via; se fuggi le tenebre, è luce; se cerchi il cibo, è alimento“. Le omelie, le catechesi, la “lectio divina” altro non dovrebbero essere che contemplazione del volto di Cristo. La vita dei laici maturi, la testimonianza dei consacrati religiosi e religiose, dovrebbero essere rivelazione del volto di Cristo. Scriveva il Papa nella “Novo Millennio Ineunte“: “Come quei pellegrini di duemila anni fa, gli uomini del nostro tempo, magari non sempre consapevolmente, chiedono ai credenti di oggi non solo di parlare di Cristo, ma in un certo senso di farlo loro vedere. E non è forse compito della Chiesa riflettere la luce di Cristo in ogni epoca della storia, farne risplendere il volto anche davanti alle generazioni del nuovo millennio?” (n° 16).

Il compito è immane. Possiamo apparire dei sognatori. Ma non dimentichiamo ciò che diceva Mons. Helder Camara: “Quando si sogna da soli, è solo un sogno. Quando si sogna tutti insieme, è il principio della realtà”. Sognare da soli può essere velleitarismo, illusione, fantasia, ma sognare insieme, cioè collaborare uniti a un progetto più grande, fa diventare il sogno “principio di realtà”. Giustamente si parla di “principio” e non di pienezza, perché l’attuazione di un grandioso disegno richiede lungo e quotidiano impegno, esige sudore e fatica. Il vero sogno è impastato di lavoro serio, umile e costante. Dio, il grande educatore del suo popolo, è con noi e ci conduce per mano. Noi educatori siamo suoi alleati. L’opera educativa è sua. Noi impariamo da Lui, ci affidiamo a Lui ed Egli ci guida e ci conduce.

† Giuseppe Costanzo

                                        Arcivescovo