La Donna e l’accoglienza

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Riflessioni dell’Arcivescovo   Mons. G. Costanzo

alla FIDAPA -13 Marzo 2004

L’accoglienza è un atteggiamento centrale nell’esistenza umana, sia a livello personale come accettazione di sé stessi, sia a livello relazionale, come accettazione di Dio, degli uomini, dell’ambiente e della storia.

La Bibbia, il grande libro della vita, parla ripetutamente delle profonde relazioni di ogni persona umana con Dio, con gli altri, con sé stessi e con la storia. La Bibbia dunque è una fonte preziosa per comprendere che cosa è l’accoglienza, secondo il progetto di Dio e come va vissuta.

Dopo il peccato originale, l’uomo vive male tutti i suoi rapporti:

  • quello con Dio è vissuto nella paura,
  • quello col mondo, nella fatica,
  • quello con la donna nel tentativo di avere il predominio e nello scaricare su di lei la colpa (Adamo).

Nel rapporto con se stesso, c è il tentativo di occultare la propria contingenza.

Sono tre gli atteggiamenti che si possono assumere nella vita di relazioni:

  1. l’uno contro l’altro;
  2. l’uno con l’altro,
  3. l’uno per l’altro.

L’uno contro l’altro, quando si vede nell’altro una minaccia, qualcuno da cui difendersi: è l’atteggiamento conflittuale in cui l’altro è un rivale da annientare, un concorrente da eliminare. La storia odierna è piena di questi episodi: l’uno contro l’altro.

L’uno con l’altro, cioè la compagnia, la comunione con l’altro che non fa più paura, non ti senti né minacciato né giudicato ma, lo vedi non come un problema, ma come risorsa, non come un rivale, ma un amico, non come un ostacolo, ma un maestro.

Spesso l’altro è soltanto un amico che io non ho avuto la pazienza di imparare a conoscere.

L’incontro autentico dell’ io con un tu non minaccia l’uomo né lo limita ma, lo espande e l’uomo è condotto a conoscere il meglio di se stesso incontrando veramente l’altro, evitando quindi atteggiamenti ipocriti (colui che mette la maschera), sfuggenti e superficiali, credendo nell’altro e fidandosi dell’altro. Quando questo atteggiamento è maturo allora sboccia nel terzo atteggiamento.

L’uno per l’altro, cioè essere responsabile, farsi prossimo all’altro, prendersene cura: è l’orizzonte della gratuità, del dono, il progettare la vita in direzione oblativa.

Don Primo Mazzolari disse una cosa che mi fa compagnia da 40 anni: “Sono due le possibili grandi avventure del cuore umano: l’egoismo e l’amore. Entrambi hanno qualcosa in comune: non dicono mai: BASTA. Tra i due c’è una differenza abissale: l’egoismo pretende, l’amore dona”.

Leggevo su un frontespizio di una chiesa non cattolica di Cracovia: “Sciupa la sua vita chi non è utile a nessuno”.

Accogliere significa:

  1. risolvere positivamente il problema della diversità, che non è minaccia ma ricchezza;
  2. risolvere il problema delle tensioni che sono segno di opinioni e interessi diversi, scelte operative diverse. Dove c’è vita, c’è tensione, dove c’è acqua stagnante c’è la malaria;
  3. superare l’indifferenza, la chiusura, la paura, l’ostilità;
  4. fare spazio all’altro sia nel proprio cuore, sia nella propria casa. Questo chiede la vittoria su alcune passioni: invidia, gelosia, antipatia, disprezzo, rancore, odio.

Nel libro dei Proverbi c’è scritta una cosa tremenda: “L’invidia è la carie delle ossa”, come un fuoco che consuma e produce effetti devastanti a livello psicologico.

Il Capit. 4 della Genesi dice a proposito del rapporto tra Caino e Abele, quando Caino vide che Abele era preferito dal Signore: “Aveva il volto abbattuto”

Accogliere è non temere l’altro come un intruso da cui proteggersi con le armi della diffidenza, con i pregiudizi, con il razzismo, violenza, forza. Diceva Sartre che il nostro inferno sono gli altri.

La risposta al dramma delle conflittualità delle relazioni umane più che in equilibri nuovi da istituire, o in confini da ridefinire, è da ricercare anzitutto nella coscienza dell’uomo in uno stile di bontà, di gratuità, di reciprocità. Solo allora gli altri non sono il nostro inferno, sono la nostra ricchezza.

Il nostro inferno è dentro di noi, è la nostra incapacità di amare: è solo mancanza di amore per sempre: le fiamme che ci devastano sono generate dall’incapacità di amare e incontrare Dio che per definizione è AMORE: DEUS CARITAS EST dice Giovanni nella sua prima lettera.

Accogliere l’altro è accorgersi di ciò di cui l’altro soffre ed ha bisogno, portarsi col cuore là dove l’altro sta male e soffre, rispondendo al suo bisogno e colmarlo.

Andare dall’altro, dalla sua sofferenza e soccorrerlo significa, andare oltre la tolleranza, che è il primo passo, sconfiggere l’indifferenza come è indifferenza per l’economia di mercato il produrre masse sterminate di disoccupati lasciandoli ai margini e stritolando i perdenti e gli sconfitti nella lotta per la sopravvivenza: “Io sto bene, gli altri si arrangino”.

Accogliere l’altro significa abbattere le barriere di razza, di cultura, di nazionalità, di religione, le barriere che ci costruiamo dentro di noi o fuori di noi.

La donna nell’accoglienza.

La donna è strutturalmente fatta per l’accoglienza, basta guardare la maternità cioè la capacità di accogliere e di donarsi.

Vorrei semplificare percorrendo 5 direzioni:

  1. l’accoglienza che la donna fa di se stessa e della propria vocazione.

Uno dei problemi fondamentali della vita umana è il sapere chi siamo, e di credere in chi siamo. E’ per tutti un cammino di ricerca, di accoglienza, di prova, di conquista. La società in cui viviamo, esaspera le difficoltà di ridefinizione di sé, per la mobilità antropologica a cui siamo sottoposti.

L’identità della donna è forse tra tutte, quella più difficile e affascinante. Non è solo questione di cultura, di natura, ma di vocazione cui Dio chiama ogni essere creato. Fino a quando non ci entra in testa che ogni vita è una chiamata, è una vocazione andiamo errando sperduti e sfiduciati.

La vita è un dono e un compito, è una responsabilità e una sfida. La vocazione poi e la spiritualità sono collegati con l’ identità: consistono nell’accogliere il progetto di Dio e lasciarsi configurare a Cristo attraverso l’azione dello Spirito Santo. E’ importante in questo cammino liberarsi da ogni ripiegamento su di sé e valorizzare i carismi e le capacità di cui la donna è portatrice.

  • L’accoglienza che la donna fa alla persona amata: il coniuge.

Accogliere l’altro non è possederlo, dominarlo, sfruttarlo (è più marcato nell’uomo il possedere, dominare ecc) In ogni relazione c’è sempre in agguato la tentazione del possesso dell’altro sia finalizzandolo ad un proprio disegno, sia giudicandolo e riducendolo al proprio schema di valutazione.

L’altro si trasforma così in uno strumento di piacere, un sopramobile, un oggetto.

Accogliere l’altro invece, amarlo davvero, è un’altra cosa è: cercare di dimenticare se stessi per fare spazio alle esigenze dell’altro, è fare attenzione alla qualità della relazione.

La donna è molto più attenta dell’uomo ed è per questo che spesso le donne soffrono e sono insoddisfatte del rapporto col coniuge. L’uomo è più sbrigativo, più superficiale ed egoista.

L’accoglienza è ricerca dell’altro come dono libero da amare, è la reciprocità nella comunione che rende l’uomo tutto dell’altro e viceversa. E’ ciò che dice il libro Cantico dei Cantici:” Il mio amato è mio e io sono sua. Io sono del mio amato e il mio amato è mio”

In questa luce si comprende che l’amore dovrebbe essere la modalità dominante delle relazioni interpersonali. Io entro in contatto con l’altro per accoglierlo e per farmi accogliere. La donna in questo ha doni particolari dobbiamo ammetterlo: dono di tenerezza, di oblatività che danno al rapporto calore e pienezza.

  • La donna è l’accoglienza della vita.

     Qui siamo davanti al movimento pendolare della storia da un eccesso all’altro. Siamo passati in questi anni da una visione della donna esclusivamente riferita alla maternità, al vedere nella maternità una sorta di diminuzione della donna, quasi di sfruttamento, di negazione della personalità femminile.

In questi nostri tempi la maternità è stata spesso penalizzata e persino colpevolizzata. Basta guardare negli uffici, nelle aziende…povere donne appena c’è una maternità si devono licenziare.

 Oggi è in atto un riequilibrio delle posizioni, un recupero della dignità della donna nell’esperienza fondamentale della maternità.

La missione di dare la vita, di portarla in grembo, è un valore che deve avere un riconoscimento ampio di fronte a tutti gli altri compiti pubblici e a tutte le altre professioni. Essere madre è un ruolo sociale per se stesso ancor prima di assumerne altri per vocazioni e possibilità particolari.

L’insostituibile capacità di educare, di guidarli nella prima fase dell’educazione, non è pura funzionalità, ma missione, vocazione e diritto che va riconosciuto facilitato e sostenuto. Attenti però non da sola la madre. non c’è cosa più devastante per un figlio, sapere che comanda papà e non la mamma o viceversa.  La madre deve sempre ricondurre i figli dal papà ed è anche un modo per ricordare al papà che è papà.

Diceva il Presidente Ciampi in occasione della festa della donna: “Una società con poche madri e con pochi figli è destinata a scomparire: è necessario un sostegno forte e convinto al recupero della natalità essenziale per conservare i livelli di benessere dei quali oggi godiamo. Le culle vuote sono il vero primo problema della società italiana.”

Queste parole interpellano le coscienze.

4)     l’educazione dei figli è accoglienza.

Educare i figli significa accoglierli in pieno. Col concepimento la donna accoglie il figlio nel grembo, con l’educazione lo accoglie e lo porta nel cuore e nella vita, se ne fa carico e con amore ne accompagna la crescita con trepidazione, con dedizione, con senso di responsabilità. Nella misura in cui accoglie davvero, il proprio coniuge, accoglie i figli.

Educare significa stare ai piedi della crescita dei figli, sostenerli, ascoltarli consigliarli, correggerli quando occorre.

Educare significa stare loro a fianco con pazienza e amore quando dalla totale dipendenza, cominciano a passare alla indipendenza, assumendosi pian piano le loro responsabilità.

L’adolescenza è il periodo in cui iniziano a farsi le loro opinioni, in cui vogliono prendere da sé le loro decisioni, sia per le cose più ordinarie (l’ora di andare a letto, il taglio dei capelli, l’orecchino, l’abbigliamento) sia per le cose più importanti, come le scelte politiche, sociali e religiose.

E’ il periodo in cui cominciano a prendere le distanze anche dai genitori, vedendoli come persone che hanno un determinato carattere e possono anche sbagliare, con la conseguenza che non sarà sempre possibile evitare le divergenze e i conflitti.

Un genitore deve accettare di non capire certe volte cosa vogliono dire e fare i figli (come capitò anche alla Madonna e a Giuseppe).

Accogliere i figli significa non considerare il disaccordo come una realtà negativa ma come una ricerca di autonomia da parte dei figli ed un rapporto nuovo con loro, pensando che ciò farà crescere entrambi.

Accoglierli vuol dire saper essere tolleranti, senza mai rinunciare a proporre il proprio punto di vista anche con   i contrasti.

Accoglierli significa, colmarli di amore in questo periodo tormentato della loro crescita, e questo amore sarà capace di ammorbidire tutti i passaggi difficili ed estrarre dall’ebollizione dell’adolescenza, l’uomo nuovo. Fa parte dell’accoglienza, lo stile educativo che non vuole essere né autoritario, né permissivo ma autorevole che è un’altra cosa .

5) La donna e l’accoglienza dell’altro.

L’altro è esattamente l’opposto delle stragi prettamente premeditate, cinicamente preparate, barbaramente eseguite…come in Spagna…in Medio Oriente…in Iraq…

Accogliere l’altro è difendere la vita, rispettarla e promuoverla, non disprezzarla come spesso la cronaca ci documenta: figli che uccidono i genitori e genitori che uccidono i figli, follie che ci lasciano senza fiato, immani massacri che gettano nello sgomento intere nazioni, individui e gruppi che sostituiscono alla forza della ragione, la ragione della forza.

In una situazione come questa, l’antidoto più efficace e più urgente dopo la Grazia e la Misericordia di Dio, è quello offerto dalla donna che con la sua sensibilità, e finezza può umanizzare questo nostro tempo imbarbarito.

Fatta per accogliere e donare, la donna, attenta e sensibile, ha una singolare capacità di guardare alla persona nella sua concretezza, ne coglie le istanze e i bisogni con particolare intuito.

L’uomo è più facilmente distratto, egoista, calcolatore, la donna invece si accorge e interviene con discrezione e delicatezza.

La vocazione alla maternità, la rende più sensibile a cogliere i bisogni, ed è più geniale. 

Tutte quelle persone che il mondo emargina: bambini, anziani, malati, handicappati, trovano nella donna quel supplemento di amore e di tenerezza che custodisce e aiuta a vivere e rendere il mondo più umano.

Il modello di tale accoglienza è la Vergine Santa, nella visita a S. Elisabetta, alle nozze di Cana, sul Monte Calvario: la Madonna ha accolto nelle sue braccia il Figlio morto.

Maria si accorge e interviene con discrezione, senza umiliare, senza ferire, colmando tutti di attenzione e di amore, strappando tutti alla solitudine e alla disperazione: Ella è sorella tenera e madre di tutte le madri.

† Giuseppe Costanzo