“Dalla vita come dono al dono della vita”
LETTERA PASTORALE
di
Mons. GIUEPPE COSTANZO
Arcivescovo di Siracusa
in occasione del 50° anniversario
della sua ordinazione presbiterale
Anno vocazionale
Ai miei genitori
Ai miei vescovi
Ai miei sacerdoti
A tutti i miei figli spirituali
A tutti quelli che mi hanno aiutato in questi 50 anni
a diventare ogni giorno di più sacerdote
A tutto il popolo di Dio di questa mia amata Chiesa siracusana
INTRODUZIONE
Fratelli e sorelle, Figli carissimi,
dopo l’anno “mariano” in occasione del 50° anniversario della Lacrimazione di Maria a Siracusa, e dopo l’anno “luciano” in occasione del 17° centenario del Martirio di Lucia, desidero proporre alla Diocesi un anno “vocazionale” in occasione del 50° anniversario della mia Ordinazione Presbiterale.
Lo sento come un dovere pastorale, lo avverto come un bisogno del cuore. È urgente una riflessione sulla vocazione: sia sulla vocazione al sacerdozio, sia sulla vocazione al matrimonio, sia sulla vocazione alla verginità consacrata.
C’è bisogno di considerare la vita come vocazione e di riscoprire l’identità di ogni vocazione, cogliendone in questa luce la dignità, ammirandone la bellezza, percependone la serietà.
Se vogliamo volare alto ed evitare l’appiattimento e la “routine”, la demotivazione e la mediocrità, dobbiamo riprendere coscienza di essere “chiamati da Gesù Cristo, amati da Dio e santi per vocazione” (Rm 1,6-7). È questo il miracolo perenne: il Padre ci ama e ci avvolge nel suo amore, il Figlio ci guarda con predilezione e ci chiama alla sua sequela, lo Spirito Santo ci inabita e ci conduce alla perfezione dell’amore, cioè alla santità.
Solo dentro questo orizzonte di amore trinitario è possibile comprendere il matrimonio e la verginità, cogliere cioè la natura, i rapporti e le convergenze di questi due modi regali di realizzare l’unica vocazione cristiana, che trova nell’amore il suo centro e la sua spinta dinamica.
PARTE PRIMA
Sulla vocazione in generale
Capitolo Primo
Matrimonio e verginità: due modi di farsi santi
1. La chiamata alla santità è universale. Dio vuole che tutti gli uomini siano santi (cfr. 1Ts 4,3). Qualunque sia lo stato di vita, la meta è uguale per tutti: “In Cristo (il Padre) ci ha scelti … per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità” (Ef 1,4).
La consapevolezza che Qualcuno ci ha chiamati all’esistenza per un atto d’amore crea in noi la capacità di amare e di donarci. Tale capacità è il riflesso del Suo essere intimo ed è il segno della nostra misteriosa appartenenza a Lui.
Sviluppata fino in fondo, diventa “perfezione dell’amore”, cioè santità, che è la “pienezza della vita cristiana”.
La verginità per il Regno (propria dei ministri ordinati e di quanti – uomini e donne – sono chiamati alla vita religiosa) e il matrimonio sono due strade per raggiungere la meta, due modi per vivere pienamente l’amore, due percorsi esistenziali in cui si manifesta e si realizza la grazia del battesimo, due vocazioni per giungere alla santità.
2. I due stati di vita si articolano tra loro nella Chiesa integrandosi reciprocamente.
Criterio di verifica dell’autenticità dell’amore in ognuna delle due vie è la capacità di donarsi totalmente e di spendersi con gioia nel servizio.
Nel matrimonio, l’amore umano, assunto e trasfigurato dall’amore di Cristo, si esprime anche attraverso la realtà corporea. La sessualità, che è componente antropologica essenziale, è al servizio anch’essa della vocazione dell’uomo e della donna.
Nel matrimonio l’amore e l’unità delle due creature manifesta il mistero dell’Assoluto da cui attinge dignità, fedeltà e fecondità. La coniugalità diviene per la Chiesa e per il mondo segno visibile dell’alleanza di Dio con l’umanità e di Cristo con la sua Sposa.
Il matrimonio, dunque, è il “grande sacramento” (Ef 5,32), nel quale la comunione di Cristo con la Chiesa perdura misticamente e realmente attraverso la storia.
La verginità per il Regno è dono esclusivo e totale della persona a Cristo nella Chiesa. Il compito assegnato ai vergini nella storia è di manifestare nel “qui ed ora” il Regno, anticipando la realtà escatologica. Paolo – nella I Corinzi – ha parole stupende ed esigenti. Egli caratterizza in tre modi la verginità per il Regno:
- è unione con Cristo “senza preoccupazioni” (7,32), se non quella di “piacere al Signore” (ivi);
- è unione “senza divisioni” (v. 34): non si può appartenere totalmente se non ad una sola persona!
- è unione “senza distrazioni” (v. 35), che toglierebbero intensità e vigore al rapporto.
Un programma di vita meraviglioso ed arduo!
3. Per tenere l’ideale a questi livelli, si richiede un impegno ascetico esigente. Se si vuole evitare la caduta di tono, la perdita di slancio, l’aridità del cuore, è necessario mirare in alto, come fa Paolo additando quelle vette. Se si vuol essere davvero frecce direzionali che indicano il cielo, occorre alimentare il fervore e rigenerare ogni giorno la capacità di amare.
I consigli evangelici, che le religiose, i religiosi e i consacrati negli istituti secolari professano, e che sono straordinaria ricchezza e singolare ornamento della Chiesa, mostrano a tutti i cristiani – e in particolare ai presbiteri – valori fondamentali per la vita spirituale, sia personale che comunitaria. Essi sono la contestazione più silenziosa e più efficace del consumismo, dell’erotismo e del libertarismo di questo nostro tempo.
Alla fine del tempo l’Amore trionferà e ogni sua forma simbolica, parziale e temporanea, cederà il posto alla manifestazione piena del mistero. L’unità sponsale dei corpi – propria del matrimonio – sarà superata dalla manifestazione totale e definitiva della nuzialità verginale, condizione di tutti i risorti in Cristo nella vita eterna, quando “non si prenderà più moglie o marito, ma si sarà come angeli di Dio” (cfr. Mc 12,25).
Entrambi gli stati di vita – matrimonio e verginità per il Regno – hanno dato alla Chiesa e al mondo schiere di santi: testimoni della fede, giganti della carità, appassionati costruttori di pace. Il mondo, consapevole o ignaro, volente o nolente, ha sperimentato e sperimenta la potenza della grazia, la fecondità del Vangelo e la vitalità della Chiesa.
Capitolo Secondo
Dal dono della vita alla vita come dono
Il dono della vita
4. Non si arriva a queste vette di santità senza alcune certezze e senza un preciso impegno.
La prima fondamentale certezza è che la vita è un dono di Dio. È Lui “la fonte della vita”. Egli “ha dato origine all’universo per effondere il suo amore su tutte le creature ed allietarle con gli splendori della sua luce” (cfr. Preghiera Euc. IV).
Su questo dono fondamentale si innestano tanti altri doni, di cui spesso non abbiamo consapevolezza e per cui non serbiamo riconoscenza a livello naturale: il dono della salute, dell’intelligenza, della libertà … e di tanti altri talenti. Ma soprattutto i doni di grazia: il dono del Figlio, Mediatore della salvezza e unico Salvatore; il dono dello Spirito Santo, Maestro interiore e principio di vita divina. E ancora: la chiamata alla fede, alla grazia, alla santità, alla comunione eterna con Lui, alla visione beatificante in una vita intramontabile …; il dono della sua Parola, della sua Chiesa, della Madre sua, che è modello della vita cristiana; il dono dei Santi, che sono i nostri fratelli migliori e gli amici più fedeli. Sono doni inestimabili che prescindono da ogni nostro diritto e da ogni nostro merito. Assolutamente gratuiti. Ed ecco, allora, la seconda realtà di cui prendere coscienza.
La gratuità del dono
5. Tutto ciò che abbiamo e tutto ciò che siamo è uno dono gratuito di Dio. “Tutto è grazia” – così termina il romanzo di Bernanos, il “Diario di un curato di campagna”. Questa consapevolezza riempie anzitutto il nostro cuore di gratitudine, anzi ci fa assumere nella vita un atteggiamento fondamentale di gratitudine. È l’atteggiamento dello Spirito che ci viene indicato da S. Paolo: “E siate riconoscenti!” (Col 3,15). La gratuità del dono chiama la gratitudine del cuore.
Rin-graziare, nel senso etimologico, significa far tornare a Dio quel flusso di grazia, di amore, che da lui proviene. Come il fluire del sangue che proviene dal cuore e al cuore ritorna, in quel duplice movimento di sistole e diastole. Dio è il cuore dell’universo, è la sorgente della grazia; l’uomo, destinatario della grazia, deve sentire il bisogno di ringraziare il Signore.
Vi è un secondo atteggiamento che scaturisce dalla consapevolezza della gratuità del dono: ed è l’umiltà. Se il nostro essere è dono gratuito, non è determinato dai nostri meriti. “Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come non l’avessi ricevuto?” (1Cor 4,7). Scoprire la gratuità del dono significa prendere coscienza della nostra totale dipendenza da Dio, quindi assumere un atteggiamento di umiltà, superare la tentazione dell’auto sufficienza inoculata nell’uomo dall’antico “serpente”. In fondo, gratitudine e umiltà sono strettamente congiunte. I nove lebbrosi del Vangelo furono ingrati a Gesù perché non vollero riconoscere la loro dipendenza dal suo potere salvifico.
Tutto, anche la salvezza finale dell’uomo, è dono gratuito di Dio, le opere buone dell’uomo non sono la causa della salvezza, ma il frutto della grazia di Dio.
La vita si fa dono
6. Presa coscienza che la vita è un dono, e un dono gratuito, è più facile comprendere che la vita ricevuta in dono dev’essere donata cioè “buttata tutta” in Dio, da cui sgorga, e consegnata a Cristo, che la salva.
La consapevolezza di essere stati colmati di doni immeritati, oltre ad aprire il nostro cuore alla riconoscenza e alla fiducia, ci dispone al dialogo e al servizio. Ci fa passare, cioè, dall’egocentrismo all’altruismo; dal vivere per sé al vivere per gli altri; dalla chiusura egoistica all’apertura oblativa; dal calcolo alla gratuità. Ci fa comprendere – come diceva don Mazzolari – che sono due le possibili grandi avventure del cuore umano: l’egoismo e l’amore; e che, mentre l’egoismo pretende, l’amore dona.
La consapevolezza di essere ricchi di tesori che ci sono stati elargiti ci fa passare da una fede privatistica ad una fede condivisa. Ci fa sentire parte di un popolo, figli della Chiesa. Non monadi, ma comunione.
È questa la via della pienezza e della riuscita e a questo il Signore ci chiama quando ci comanda di amare, perché la realizzazione di sé passa attraverso una vita progettata e vissuta in dimensione oblativa. Il vivere ripiegati su sè stessi, eternamente preoccupati di se stessi, incapaci di attenzione e di dono agli altri, è fonte e segno di infelicità.
Per i figli della Chiesa, che è comunione di cuori e di carismi, l’oblatività è dono e compito, grazia e impegno.
Modello altissimo di tale atteggiamento è Maria. Ella accompagna la nostra comunità ecclesiale attraverso la storia, e le sue lacrime nel cuore della nostra città sono il segno della sua attenzione e preoccupazione materna: “Maria si prende cura dei fratelli del Figlio suo posti in mezzo ai pericoli e agli affanni”. Ella è madre. È sorella. È amica e compagna di viaggio. E rimane sempre, per tutti, “segno di sicura speranza e di consolazione”.
Stimolante è anche l’esempio di Lucia: ella non si appartiene più. Non vive più per sè stessa. Dona i suoi beni, il suo corpo, la sua vita. Annuncia la pace per la Chiesa e diventa per la sua città, e per quanti a lei ricorrono, avvocata di grazia.
Dono di sé: scelta radicale e cruciale
7. Questo terzo momento è quello decisivo e non è esente da lotte e travagli interiori.
C’è anzitutto l’iniziativa del Padre.
Il Padre ti cerca, ti chiama, ti chiede: “Dove sei?” vale a dire: dov’è il tuo cuore? Quali sono i tuoi desideri e le tue attese? Sei disposto ad incontrarti col tuo Dio? Sei capace di accogliere il tuo Signore? Di dire sì alla sua proposta?
Il Padre ti sorprende, ti inquieta, ti stana con questa domanda: “Dove sei?” Il Creatore ti invita a lasciarti trovare, a smettere di nasconderti, di sfuggirlo. Vuole che ti lasci vedere, che esca allo scoperto, che non tema il suo sguardo. Farti vedere da Dio è il primo comandamento, vedere te stesso e gli altri con gli occhi di Dio è il secondo.
Come reagisci? Quali sono i tuoi tentativi di risposta a Dio, che ti propone modi di donazione che non corrispondono a quelli da te sognati? Cosa fai? Operi un discernimento? Fuggi? Resisti? Ti arrendi? Prendi tempo? O ti abbandoni?
Ricorda: il punto di partenza di ogni vocazione è assumere te stesso, voler essere te stesso con le qualità e i limiti che hai, accogliere il compito che ti è assegnato nel mondo, rinunciando a volere essere diverso da quello che sei.
Fuggire dai tuoi limiti, non accettare te stesso, è alienante. Riconciliati, invece, con la tua unicità. Scopriti voluto da Dio così come sei, qui e ora.
Credi al suo disegno d’amore e donati con consapevolezza e libertà. Apriti alla comunità, cioè, alla realtà, agli impegni e alle responsabilità sociali. Questo è il modo irripetibilmente unico di rispondere a Dio che ti ama e ti chiama.
C’è, in secondo luogo, l’incontro con Cristo.
Rispondere a Dio vuol dire entrare in un rapporto di profonda amicizia con Gesù: incontrarLo, rimanere con Lui, “abitare” dove Lui abita, fare esperienza di Lui. E per non cadere nel sentimentalismo o nello spiritualismo disincarnato, c’è da ricordare che Gesù è il Figlio obbediente al Padre, venuto nel mondo per fare la sua volontà (cfr. Gv 4, 34 e Eb 10,7).
8. Il problema vocazionale è un problema relazionale.
Si tratta di un paziente cammino di formazione all’incontro con Cristo, alla relazione personale con Lui, alla conoscenza sempre più innamorata di Lui, mediante la meditazione, la preghiera e la vita di grazia.
Si tratta di coltivare un’amicizia, di tener fede a un’alleanza, di far crescere un’intimità, mediante la preghiera di adorazione e di contemplazione. Si tratta di educarsi ad un discepolato esigente ed impegnativo, fatto di ascolto quotidiano della sua Parola e di quella necessaria ascesi per progredire nell’amore e perseverare nella fedeltà.
A quel punto sentirai maturare in te il bisogno di un dono senza riserve e, con le parole del canto, dirai anche tu, con incontenibile entusiasmo: “Tu sei la mia vita e tutto sei per me. Non voglio lasciarti mai; non voglio tradirti mai. Ti seguirò, dove vorrai” – “Ti seguirò”: ho deciso; sono determinato a camminare sui tuoi passi; metto nelle tue mani la mia vita. “Ti seguirò dove vorrai“. Non pongo condizioni, non faccio riserve. Mi fido e mi affido. So che la mia vita è in mani sicure. “So a chi ho creduto” (2Tm 1,12). “Fedele è colui che ha promesso” (Eb 10,23). Il dono di sé non può avvenire a denti stretti. Il sì non può essere strappato “per forza”, ma “volentieri”, in un gesto di lucida consapevolezza, di piena libertà e di generosa adesione al progetto di Dio. È il momento in cui decidi di vivere non più “per te stesso, ma per Colui che è morto e risorto per te”.
9. La Madonna è l’esemplare paradigmatico di questa scelta radicale, di questa consegna totale: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc. 1,38); Maria è sintesi mirabile della vocazione alla verginità ed alla maternità, al matrimonio ed alla vita consacrata, all’azione ed alla contemplazione. In lei troviamo il modello dell’amore verginale (o esclusivo), dell’amore sponsale (o unitivo), dell’amore materno (o oblativo).
E anche Lucia, come abbiamo visto lo scorso anno, ci offre un luminoso esempio di vocazione alla carità, alla verginità e alla testimonianza eroica del martirio. Non ha esitato a perdere la sua vita per Gesù e per il Vangelo, e perciò l’ha guadagnata. (cfr. Mc 8,35)
10. C’è, infine, l’azione silenziosa dello Spirito Santo. Ogni vocazione “riuscita”, ogni vita pienamente “risolta”, è opera dello Spirito, a cui il chiamato ha offerto la sua docile collaborazione.
È lo Spirito, infatti, il Maestro interiore: luce all’intelletto, fiamma ardente nel cuore. È Lui la guida discreta e sicura: muove la nostra libertà e sostiene la nostra debolezza; inquieta il cuore e ne sana le ferite. È lo Spirito l’artista invisibile della tua vita interiore: distrugge gli idoli, purifica i desideri, cancella le false immagini, suscita gli slanci generosi.
Spirito di verità, libera il tuo cuore dall’inganno.
Spirito di santità, ti fa detestare la mediocrità e anelare alle vette. Spirito di unità ti fa aborrire le divisioni.
Spirito di libertà, ti aiuta a trasformare la dipendenza in cooperazione e la sottomissione in comunione.
Spirito di carità, ti fa sentire che “pieno compimento della legge è l’amore” (Rm. 13, 10) e che, senza amore, la verginità non ha valore e il matrimonio diventa un giogo insopportabile.
La vita e la testimonianza dei nostri santi, che si sono lasciati condurre dallo Spirito (cfr. Rm 8,14) ci renda attenti alle sue ispirazioni e docili alle sue mozioni interiori, per continuare ad amare la nostra terra con il loro stesso amore.
Maria, la creatura più attenta e più docile all’azione dello Spirito, ci contagi col suo “fiat” generoso, con la sua risposta pronta, con la sua adesione radicale e cordiale al progetto di Dio.
PARTE SECONDA
Le vocazioni di speciale consacrazione
Capitolo Terzo
Difficoltà da superare e proposte operative
11. Finora la nostra riflessione si è concentrata sulla vocazione in generale. Ora vorrei dedicare la parte centrale di questa mia lettera alle vocazioni di speciale consacrazione, e più specificamente alla vocazione al Sacerdozio.
Le cose che diremo non avranno valore esclusivo, varranno per i religiosi, le religiose e per coloro si sono consacrati a Dio in un Istituto secolare o nell’Ordo Virginum, ma soprattutto per i Sacerdoti.
Devo subito fare una lunga premessa. Non è facile – nel contesto socio-culturale del nostro tempo – parlare di vocazioni che abbiano il carattere della radicalità e della definitività. La mentalità largamente diffusa non favorisce, anzi mortifica, l’accoglienza e lo sviluppo di questo dono inestimabile.
12. Nelle famiglie e nel cuore delle persone è predominante una concezione della vita che fa giudicare alienazione o follia la consacrazione. La si ritiene una fuga dal mondo, una evasione dalla storia, una rinuncia a vivere in pienezza. Alla base di questi giudizi aberranti sta tutta una serie di concezioni fuorvianti. Vi accenno rapidamente.
- La concezione della verità
Regnano soggettivismo razionale e relativismo morale.
Per molti non esiste una verità unica: ognuno si costruisce la “sua” verità. Non si accetta una verità valida per sempre: la verità sarebbe mutevole e seguirebbe l’evolversi della storia e il succedersi delle mode. Secondo il criterio di tanti non esiste un concetto di bene valido per tutti: ognuno elabora il “suo” bene.
- La concezione della libertà
Di conseguenza viene propugnata una libertà sganciata dalla verità e dalla giustizia, con le nefaste conseguenze constatabili nella nostra società, dove spesso trionfa la libertà del più forte e dove, in fin dei conti, domina la legge del mercato.
C’è, inoltre, nella mentalità corrente, in nome della libertà, un malinteso concetto di “autenticità”, confusa con lo spontaneismo e con l’istintualità. Ne consegue che il decalogo, lungi dall’essere considerato un cammino di libertà, viene invece percepito – e rifiutato – come una legge repressiva che limita e condiziona la realizzazione della persona umana. C’è, come, un capovolgimento della massima evangelica: “la verità vi farà liberi” è diventata: “la libertà vi farà veri”.
- La concezione dell’amore
La dinamica accelerata delle trasformazioni radicali nella società genera un senso di precarietà e di provvisorietà nell’animo umano. La perdita di punti di riferimento solidi e stabili genera un senso di sgomento e di smarrimento. La demolizione di una verità assoluta genera l’eclissi di un amore assoluto. Può esistere solo un amore “relativo ” e “soggettivo”, caduco e precario, limitato e provvisorio. C’è la paura di impegni definitivi, con conseguenze devastanti sia in ordine al sacerdozio che alla vita matrimoniale.
- La concezione della persona umana
L’individualismo fa capolino da tutte le parti. È uno dei problemi sociali più drammatici nel mondo d’oggi. Di sua natura l’uomo è un essere razionale e relazionale; è “apertura” e dialogo con l’altro; è capacità di accoglienza e anelito di comunione. L’io non può esistere senza il “tu“. L’individualismo, invece, distrugge la verità stessa della persona, producendo chiusura verso l’altro, paura dell’altro, violenza nei confronti dell’altro.
13. In maniera sintetica, dobbiamo chiederci: l’uomo vale per quello che ha, per quello che produce, o per quello che è?
Se si privilegia l’”avere” – come vuole il moderno capitalismo – i più deboli sono destinati inesorabilmente a soccombere. Se si privilegia il “fare“, il “produrre”, come vuole la mentalità efficientistica, allora i meno abili, i disabili, gli anziani, gli ammalati, non contano niente e vengono crudelmente emarginati.
Soltanto una visione personalistica, secondo cui l’uomo vale per quello che “è”, può costituire un quadro di riferimento per chi voglia spendere la vita a servizio degli altri. Come Cristo che è venuto “per servire e dare la propria vita” per gli uomini (cfr. Mt. 20,28).
Linee programmatiche
14. Una seria riflessione su cosa fare della propria vita dovrà trovare il fondamento su alcune linee programmatiche, che potrebbero essere compendiate nelle tre seguenti indicazioni:
* conosci te stesso: i tuoi doni e i tuoi limiti.
* sii te stesso: cioè fedele a te stesso, per essere fedele a Dio.
* diventa te stesso: come Dio ti pensa, ti desidera, ti sogna.
15. Quest’ultima prospettiva, che riguarda lo sviluppo della personalità, ci introduce in un altro delicato problema: il problema educativo. Entriamo in un campo assai complesso. Mi limito a considerare due ambiti della dimensione educativa:
* 1°: l’educazione al silenzio
Viviamo in una società del frastuono. I nostri giovani amano i rumori assordanti, la musica a tutto volume, l’uso esagerato dei telefonini…
Senza un minimo di raccoglimento e di silenzio, come è possibile l’ascolto? E senza ascolto – di sé, dell’”altro”, della Parola di Dio – come si può “sentire”, accogliere e seguire la vocazione?
* 2°: l’educazione al sacrificio
Sembra che gli educatori siano dimissionari in questo campo. Ma chi vuole tutto e subito, chi non sa attendere, chi non sa rinunciare a niente, come potrà fare una scelta impegnativa? Se è vero che ogni scelta comporta delle rinunce, a maggior ragione una scelta ardua come il sacerdozio implica forti rinunce, possibili solo alle anime forti.
16. Sono, come si vede, due ambiti importanti nella maturazione della personalità. Ma non sono i soli. Solo a titolo esemplificativo chiedo: quale spazio per lo Spirito, in un clima di soffocante materialismo? Quale spazio per la Bellezza, in un clima di diffusa volgarità? Quale spazio per il sogno, in una vita resa appiattita e banale? Quale spazio per la contemplazione?
-Figli di questo tempo, immersi in questa temperie culturale, pesantemente condizionati da una mentalità così diffusa, come possono i giovani percepire la voce di Dio e aderire prontamente alla sua proposta? Tante incertezze nel discernere, tante esitazioni nel decidere, tante paure di impegnarsi, tanti tentativi di rimandare la scelta ad un domani che non arriva mai, non sono i frutti amari di un contesto culturale problematico come quello descritto?
In una situazione così difficile, ma così ricca di potenzialità e di sfide, che cos’è richiesto agli educatori?
Linee operative
17. Indico velocemente cinque linee operative.
1°: fare un’opera di chiarificazione. Occorre formare alla verità. Occorre chiamare le cose con il proprio nome. Senza infingimenti e senza ipocrite coperture: dire soggettivismo al soggettivismo e individualismo all’individualismo.
2°: demistificare le trappole della cultura secolaristica, che spaccia per libertà la licenza, per autenticità l’istinto, per disinibizione la volgarità, ecc. ecc.
3°: diffondere la cultura cristiana. Dobbiamo impegnarci ad inculturare il Vangelo e ad evangelizzare la cultura, per sanare il divorzio tra fede e cultura.
4°: evangelizzare la vocazione al sacerdozio. È quello che faremo subito.
5°: testimoniare. Solo vivendo intensamente il nostro sacerdozio, noi sacerdoti possiamo testimoniare la gioia, la bellezza, lo stupore, la passione e la grazia della vita sacerdotale.
PARTE TERZA
L’identità del Sacerdote
Capitolo Quarto
Il Sacerdote: fratello, amico, padre
Figure bibliche: Elia, il buon samaritano, l’apostolo Giovanni
L’identità del sacerdote
18. Evangelizzare la vocazione al sacerdozio vuol dire annunciare al mondo l’identità, carica di fascino e di mistero, di quest’uomo che alcuni ignorano e altri scherniscono, alcuni osteggiano altri apprezzano, alcuni amano e tutti, in definitiva, vogliono. Il sacerdote, in una parrocchia, è il fratello che si conosce, l’amico che cammina con noi, il padre che guida i nostri passi incontro al Signore, educando la nostra fede, sostenendo la nostra speranza, spronando il nostro amore. È “ministro di Cristo e dispensatore dei misteri di Dio”.
19. L’identità del prete può essere considerata da una triplice angolatura: teologica, morale e sociale.
– Dal punto di vista teologico, il sacerdote è il santo, l’uomo di Dio. Gli appartiene totalmente. Dio lo ha scelto e chiamato, l’ha consacrato e inviato. Scopo della sua vita è cercare Dio, inebriarsi di Dio, parlare a Dio, parlare di Dio, servire Dio. È l’uomo religioso, l’intermediario fra Dio e gli uomini, il ponte. Egli rappresenta Dio agli uomini e gli uomini a Dio.
Dal punto di vista morale, il sacerdote dev’essere un uomo tutto singolare. Certo, l’efficacia essenziale del suo ministero non dipende dalle sue qualità o dalle sue virtù, ma le sue funzioni e i suoi doveri sono tali che tutta la sua psicologia, tutta la sua anima, tutte le sue azioni vi devono corrispondere. Il sacerdote dev’essere coerente con ciò che annuncia, fedelea Colui che rappresenta, servitore umile e appassionato dei fratelli a cui è inviato. In una parola, deve tendere alla perfezione, impegnarsi seriamente in un cammino di santità.
– Dal punto di vista sociale il sacerdote è per gli altri: “preso fra gli uomini, viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio” (Eb 5,1). Deve dare loro la grazia, la dottrina, la guida che salva. “Sacerdozio ed egoismo sono termini antitetici. Sacerdozio e carità coincidono” (Card. Montini). I termini per designare il sacerdote sgorgano a non finire: apostolo, missionario, padre, pastore, maestro, fratello, servo e vittima.
La missione del sacerdote
20. La missione del sacerdote è la più attraente e la più difficile delle imprese: formare il popolo di Dio, dargli un modo di pensare, di pregare, di agire, di sentire… Perciò gli è chiesta un’estrema capacità di distinguersi e di confondersi, di influire e di pazientare, di parlare e di ascoltare. È luce. È sale. È lievito. Entra nelle anime con infinita delicatezza, per liberarle, per affrancarle, per compaginarle all’unità di Cristo. Se non fa questo, che è? E perciò egli dev’essere immensamente abile. Dev’essere, come diceva il Papa Paolo VI “un artista, un operaio specializzato, un medico indispensabile, un iniziato alle sottili e profonde fenomenologie dello spirito: uomo di studio, uomo di parola, uomo di gusto, uomo di tatto, di sensibilità, di finezza, di forza”. Quanto lavoro su se stesso deve fare per abilitarsi a lavorare sugli altri!
Ma non vorrei limitarmi alle enunciazioni teoriche. Vorrei proporre tre figure bibliche capaci di dirci con efficacia chi è il sacerdote. Mi pare più importante di qualunque riflessione teorica che ai giovani in ricerca o in cammino vocazionale si pongano sotto gli occhi figure concrete da incarnare nella vita. Penso – fra tanti possibili – al profeta Elia, al buon samaritano e all’apostolo Giovanni.
Tre figure bibliche
Elia profeta (1 Re 17, 1-19,18).
21. Una figura di spicco. Un gigante dei profeti: “profeta simile al fuoco. La sua parola bruciava come fiaccola” (Sir 48,1). Un uomo lucido, schietto, coraggioso, che non si lascia irretire dagli idoli. Li contesta. Li ridicolizza. Ne evidenzia, con sferzante ironia (1 Re 18, 27), la reale inconsistenza.
È il profeta dell’Assoluto di Dio. Gli obbedisce con prontezza (cfr. 17,5. 10). Lo annuncia con coraggio. Al popolo incline al compromesso, dice con determinazione: “Fino a quando zoppicherete con i due piedi? Se il Signore è Dio, seguitelo. Se invece lo è Baal, seguite lui” (1 Re 18, 21).
La sua fedeltà assoluta al Dio d’Israele lo spinge a sfidare il potere (cfr. 1 Re 18,16-19). Sa che è meglio rifugiarsi nel Signore che confidare nei potenti (Sal 17). Coerente fino in fondo, prende le distanze dai servi del potere, preoccupati solo di mettere in salvo la loro pelle (cfr. 1 Re 18, 7-15) e si espone ai rischi rifuggendo dai calcoli e dai cedimenti.
Mosso da zelo ardente ed indomabile, lotta senza tregua, si espone alle minacce ed alle persecuzioni della perfida Gezabele (1 Re 19, 2), non teme di restare solo contro tutti: “sono rimasto solo”, dice per ben tre volte, e due volte aggiunge: “essi tentano di togliermi la vita” (1Re 18, 22; 19,10. 14). Non è un’esistenza facile, quella di Elia. Non è una missione gratificante. È un servizio che conosce la durezza della solitudine, il logorio della tribolazione, l’eroismo della perseveranza.
E tuttavia non siamo di fronte ad un superuomo, imbattibile, sempre vincitore, inarrivabile… No, Elia fa anche l’esperienza dell’umana fragilità. Conosce la paura (1 Re 19,3), la stanchezza, lo scoraggiamento, la voglia di essere liberato da un compito così gravoso: “Desideroso di morire, disse: ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri. Si coricò e si addormentò sotto un ginepro” (1 Re 19,4-5).
Fa tenerezza cogliere questo campione della fede in questa condizione di vulnerabilità, questo gigante della fedeltà in una tale situazione di debolezza. Un lottatore ferito! E Dio rincara la dose, invitandolo a convertirsi: “Sentisti nel Sinai rimproveri” (Sir 48,7).
Elia visse tutta la sua vicenda con grande umiltà, con fiducioso abbandono e con un costante dialogo col Dio vivente. Due volte sentiamo ripetere dalla sua bocca: “Io sto alla presenza di Dio” (1 Re 17,1 e 18,15). Ecco il segreto della sua vita! Il segreto della fortezza nella prova, della perseveranza nella solitudine, della fedeltà nonostante tutto, sta nella dimensione contemplativa della vita: “La roccia del mio cuore è Dio” (Sal 72. (73), 26).
Un sacerdote che ispira la sua esistenza donata all’esempio di Elia, presto o tardi si sentirà dire dalla sua gente, come Elia dalla vedova di Zarepta: “Ora so che tu sei uomo di Dio e che la vera parola del Signore è sulla tua bocca” (1 Re 17,24).
Il buon Samaritano (Lc 10, 28 – 37)
22. Al dottore della legge che voleva disquisire sul concetto di prossimo Gesù presenta il Samaritano come modello di amore concreto.
Chi è questo Samaritano?
È un uomo in viaggio, forse un mercante. Egli, però, non è intento solo ai suoi affari, ma è attento anche alle necessità degli altri. È aperto a soccorrere, è pronto a condividere le difficoltà, i pericoli, le sorprese della strada. Si imbatte in un uomo, che i briganti avevano spogliato e malmenato, lasciandolo mezzo morto. Ne prova compassione. Si ferma, si accosta, se ne prende cura. Impiega tempo e denaro. Se ne fa carico a prescindere dalla religione e dalla nazionalità del malcapitato, semplicemente perché è un uomo e perché ha bisogno di aiuto.
23. Tutto il suo intervento, carico di toccante umanità e di operosa carità, può essere compendiato in quattro verbi:
vide – ne ebbe compassione – si accostò – si prese cura di lui.
In questi quattro verbi mi sembra stia la sintesi di tutto il ministero sacerdotale.
“Vide”
Il sacerdote non può non vedere. È sentinella nel popolo di Dio: deve vegliare, scrutare l’orizzonte, stare sempre all’erta. Di notte e di giorno. È pastore: per difendere il gregge dev’essere vigile; per guidarlo deve conoscere la strada; per nutrirlo deve scegliere i pascoli.
È coscienza critica: deve saper distinguere il vero dal falso, il bene dal male, ciò che vale da ciò che è vile.
Si comprende subito che per “vedere” non basta avere una buona vista. Occorre anche una buona testa: essere formati e informati, dotati di senso critico, capaci di scrutare i segni dei tempi, di interpretare le linee di tendenza del pensiero, gli orientamenti della storia, gli atteggiamenti dell’uomo, le caratteristiche della cultura. Altrimenti si può vedere senza accorgersi. Per vedere bisogna “passare accanto” all’uomo che soffre, all’umanità che geme e invoca aiuto. Se “passi oltre dall’altra parte” – come il sacerdote del tempio – non puoi vedere o è segno che non vuoi vedere.
“Ne ebbe compassione”
Compassione è il contrario dell’indifferenza e dell’egocentrismo, è la capacità di soffrire con chi soffre: con chi vive l’abbandono, la solitudine, l’ingiustizia, il sopruso.
Compassione è sentirsi toccare il cuore dai mille drammi dell’umanità, dalle tante tragedie familiari, dagli smarrimenti dei giovani, dalle crisi delle famiglie. Compassione è un senso di pena immensa, spesso impotente, di fronte all’eclissi dei valori, alla mancanza di ideali, al vuoto di senso, al venir meno delle certezze e delle speranze, che rendono l’umanità errante come gregge senza pastore.
Compassione è sofferta immedesimazione nello stato d’animo di tanti che sono demotivati o delusi, sfiduciati o smarriti, frustrati o rassegnati … e una voglia irrefrenabile di dare una mano, di prestare un’ala, di condividere gioia e dolore.
Compassione è incapacità di essere felici da soli e desiderio incoercibile di stare accanto a quanti sono torchiati dal dolore, traditi dagli amici, feriti dalla vita.
Il cuore del sacerdote non si rassegna di fronte a tante sofferenze: è turbato e inquieto, perché se da un lato è sensibile al gemito dei fratelli, dall’altro è consapevole di essere impotente di fronte ad un sistema che stritola e ad una società che emargina.
Come Gesù (cfr. Mt 9,36), anch’egli sente compassione; anch’egli sente che bisogna fare qualcosa; che non può continuare tranquillo ed insensibile il suo viaggio lasciando ai margini della strada quelli che il sistema ha derubato di diritti, di dignità e di speranza. Sente che deve coinvolgere e corresponsabilizzare altri, partendo dalla preghiera, che è lo strumento più efficace e a portata di mano di tutti.
“Si accostò”
Il samaritano interruppe il suo viaggio. Per un attimo non pensò ai suoi affari. Si occupò di quel poveraccio. Diede priorità a quella vita che era in pericolo: le dedicò tutto il tempo necessario, senza calcolare disturbi né lesinare aiuti.
Questo vuol dire “accostarsi”. Non si tratta solo di un’operazione intellettuale: di convegni, di conferenze o di tavole rotonde. No, si tratta, invece, di gesti concretissimi, che ci chiedono di dimenticare noi stessi, di sospendere i nostri programmi, di addossarci qualche fastidio. Talora si tratta di rischiare.
24. Mi piace, cari Confratelli sacerdoti, pensare al nostro ministero presbiterale alla luce del buon Samaritano. Il sacerdote è l’uomo per gli altri, il servitore umile e generoso del popolo di Dio, voluto da Dio non per far da padrone sulla fede dei fratelli, ma per collaborare alla loro gioia (cfr. 2 Cor 1,24; 4,5). Egli è l’angelo che Dio ha messo accanto al dolore del malato, al bisogno del disabile, alla solitudine dell’anziano, alla depressione di chi è privo di affetto e di sostegno, alla disperazione del marito o della moglie traditi e abbandonati, alla tristezza dei figli che invano cercano un padre o una madre, alla sete di verità e di amore dei giovani.
“Accostarsi”, per noi sacerdoti, significa seguire con trepidazione la ricerca tormentata e lo smarrimento morale dei giovani, il cammino tortuoso e faticoso del tossicodipendente, la vita provata dei detenuti e dei loro familiari.
“Accostarci” significa accogliere quelli che incontriamo (talora fastidiosi!), quelli che bussano alla nostra porta (talora pretenziosi), quelli che passano per la nostra strada (non sempre garbati!).
Il sacerdote è una vita donata, un pane spezzato.
Per lui non c’è orario: è sempre in servizio.
Non ci sono programmi: sono sempre modificabili.
Non c’è giorno libero: può anche saltare. Un’esistenza “mangiata”!
“Si prese cura di lui”
25. Il samaritano gli dà subito il primo soccorso: “Gli fasciò le ferite versandovi olio e vino”. Ma non si limita a questo primo indispensabile aiuto. Capisce che c’è dell’altro da fare: “Caricatolo sopra il suo giumento lo portò a una locanda”. Una volta affidatolo all’albergatore, poteva riprendere tranquillo il suo viaggio e pensare ai suoi affari. Invece, no! “Il giorno seguente estrasse due denari e li diede all’albergatore dicendo: “Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più te lo rifonderò al mio ritorno” (vv. 34-36). È un gesto di grande umanità, di squisita solidarietà, di lodevole generosità. Impiega tempo e spende anche denaro, sapendo che quello non aveva più nulla.
Questo è “prendersi cura”: mettere l’altro in condizione di guarire, senza ferirlo e senza umiliarlo. Con assoluta gratuità. Con un cuore aperto alle necessità dei fratelli. Il suo atteggiamento e il suo operato sono per noi, carissimi sacerdoti, un severo esame di coscienza. E non solo per noi, ma anche per tutta la comunità diocesana.
26. C’è, qui, tutta la missione del sacerdote. Egli è per definizione “colui che si prende cura dei fratelli”. Di tutti: degli amici e dei nemici, dei connazionali e degli stranieri, dei ricchi e dei poveri. Di chiunque ha bisogno. Il nostro cuore di sacerdoti dev’essere modellato sul cuore di Cristo, che “mai si chiuse alle necessità e alle sofferenze dei fratelli” e che sempre si prodigò “per i piccoli e i poveri, per gli ammalati e gli esclusi” (Pregh. Euc. V c). a noi Egli continua a ripetere: “curate i malati, guarite gli infermi, risuscitate i morti (…)”. A noi Egli grida: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”. “Non per vile interesse” (1 Pt 5,2), ma felici di aiutare, felici di far felici gli altri! Per noi risuona, stimolante e confortante, la beatitudine del Salmo: “Beato l’uomo che ha cura del debole … Veglierà su di lui il Signore, lo farà vivere beato sulla terra” (Sal 40 (41), vv. 2-3). A noi, spesso così freddi e incapaci di amare, il Giudice divino rivolge quelle parole severe ed ammonitrici: “Ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a Me” (Mt 25, 45).
Nel povero che evitiamo, nell’ammalato che trascuriamo, nell’immigrato che respingiamo, nell’anziano che dimentichiamo, noi voltiamo le spalle a Cristo.
27. È vero che da soli non possiamo far tutto, ma noi siamo guide della comunità cristiana. Tocca a noi sensibilizzare, responsabilizzare, coinvolgere i fedeli. Molti non aspettano che un incoraggiamento o un invito. La nostra gente dona con generosità e si spende volentieri se la proposta è accompagnata da motivazioni ed esempi convincenti. È disposta ad impegnare tempo, denaro e competenze se percepisce che la carità è l’anima del cristianesimo (cfr. Rm 13, 10), che “la fede senza le opere è morta” (Gv 2, 26), e che “religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conservarsi puri da questo mondo” (Gv 1, 27).
Dovremmo ogni giorno pregare con la liturgia: “Donaci occhi per vedere le necessità e le sofferenze dei fratelli; infondi in noi la luce della tua parola per confortare gli affaticati e gli oppressi; fa’ che ci impegniamo lealmente al servizio dei poveri e dei sofferenti. La tua Chiesa sia testimonianza viva di verità e di libertà, di giustizia e di pace, perché tutti gli uomini si aprano alla speranza di un mondo nuovo” (Pregh. Euc. Vc).
L’apostolo Giovanni
28. Vogliamo incontrare e contemplare questa figura di apostolo luminoso e amabile in cinque diverse situazioni di vita.
- Sul monte della Trasfigurazione
Lì Giovanni fu confermato e rinvigorito nella fede. Lì, infatti, Gesù “ha rivelato la sua gloria di Figlio Unigenito”, lì “ha preparato i discepoli a sostenere lo scandalo della Croce”, lì “anticipò la meravigliosa sorte della Chiesa, suo mistico corpo” (Pref. della Trasfigurazione).
Da qui tre riflessioni sul ministero sacerdotale.
Il sacerdote: profeta di Cristo
29. Giovanni vide, credette e diede testimonianza.
Compito fondamentale della nostra missione è parlare al mondo di Gesù, parlare in suo nome.
Noi siamo i continuatori umili ed appassionati di questo annuncio sconvolgente e salvifico: Gesù è il Figlio di Dio, Gesù è il Salvatore del mondo, “in nessun altro vi è salvezza” (At 4,12).
Per renderci quanto più possibile idonei a questo compito immane e sublime dobbiamo essere discepoli che ascoltano, imitatoriche imparano da Lui, servitori fedeli, innamorati che vivono di Lui.
- Il sacerdote: annunciatore del mondo futuro
30. Come l’apostolo Giovanni, il sacerdote è chiamato ad annunciare l’eternità nel tempo, ad additare agli uomini l’approdo finale dell’umana vicenda. È un servizio difficile nell’attuale temperie culturale: l’uomo ha una scarsa percezione del tempo, vive appiattito sul presente, disancorato dal passato e incapace di proiettarsi sul futuro. Incapace di “andare oltre” il presente, è ancor più incapace di “andare oltre” il tempo, di intravedere l’orizzonte dell’eternità. E tuttavia l’uomo ne è assetato. Avverte il dramma di una vita che vien meno, soffre l’umiliazione della morte. Il prete è il profeta della Vita che non tramonta e della Luce che non si spegne.
Il sacerdote: una vita tra il Tabor e il Calvario, tra la Croce e la gloria
31. Sul monte della Trasfigurazione sta il Dio della gloria, che accetterà di farsi crocifiggere per la gloria del Padre. Al sacerdote è chiesto di saper “sostare con Maria presso le innumerevoli croci sulle quali suo Figlio è ancora crocifisso” (Giovanni Paolo II, pellegrinaggio a Lourdes 14.08.2004), di mostrare al mondo la fecondità della croce e la pedagogia della gloria. La speranza della gloria ci ricorda che “le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura” (Rm. 8,18), la durezza della croce ci ricorda che “se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,23). Solo a queste condizioni la croce non ci schiaccia e il pensiero della gloria ci sostiene; il dolore ci affina e la gloria ci educa.
- Sul cuore di Cristo
32. Nell’ultima cena Giovanni ha posato il capo sul cuore di Cristo: un gesto di profonda intimità, di tenera amicizia.
Una comunicazione intensissima tra il Cuore del Maestro e quello del discepolo. Un segno di filiale abbandono: “Come bimbo svezzato in braccio a sua madre” (Sal 130[131],2).
Un fatto del cuore, non della mente. Affetto, non intelletto. Amore, non teoria.
Qui le parole non bastano e non servono. Contano le vibrazioni interiori, i moti dell’anima. Qui l’amore si nutre di silenzio, di vicinanza, di sguardi.
Il Cuore di Cristo, “pieno di bontà e di amore”, diventa per Giovanni sorgente di tenerezza e cattedra per ogni lezione di vita. Poggiando il capo sul quel Cuore, Giovanni sente scorrere nel suo fiumi d’acqua viva, si sente nutrito con miele di roccia e con fiore di frumento (Sal 80[81],17). Si sintonizza con i sentimenti del Figlio obbediente al Padre; accorda le corde del suo cuore su quelle del Cuore di Cristo, per adorare il Padre, per benedirlo e ringraziarlo e per portare a compimento l’opera della salvezza.
Da quel Cuore mite e umile Giovanni impara l’umiltà, che lo rende rispettoso del ruolo di Pietro, devotissimo della Madonna e amabile con tutti.
Da quel Cuore che bruciava d’amore per il Padre e che gli faceva passare intere notti in preghiera, Giovanni avrà imparato il primato della preghiera e il gusto della contemplazione, e per questo egli é in grado di intuire e di indicare agli altri la presenza del Signore (cfr. Gv 21,7).
Far nostra l’esperienza di Giovanni
33. Cari Confratelli sacerdoti, quando e come possiamo noi fare l’esperienza dell’apostolo Giovanni? Ci sono tre momenti che mi sembrano privilegiati.
- Anzitutto la celebrazione dell’Eucarestia: lì avviene qualcosa che supera di gran lunga il gesto di Giovanni nell’ultima cena. Lì si realizza una inabitazione reciproca, una compenetrazione corporea con Cristo; diventiamo – come dice S. Cirillo d’Alessandria – “concorporei e consanguinei”. Ma per non sciupare questo dono, dobbiamo evitare la superficialità e la fretta, la dissipazione e la “routine”. Dobbiamo preparare l’incontro col desiderio e con l’amore; dobbiamo realizzarlo con l’attenzione e la delicatezza di chi ama; dobbiamo accompagnarlo con la sosta prolungata di chi non vuole separarsi dall’Amato.
- Il secondo momento di intimità col Signore è l’adorazione eucaristica. Il Cuore di Cristo – prigioniero d’amore nel Tabernacolo – attrae il cuore del suo ministro per una sosta rigenerante, per un incontro beatificante, per una ricarica necessaria. E lì, davanti a Gesù Sacramentato, avviene il miracolo: le tempeste si placano, il cuore si pacifica, l’anima si riconcilia. La vita riparte con nuovo slancio e con ritrovata fiducia. Cari Confratelli, non possiamo essere guide spirituali e maestri di vita interiore senza queste forti esperienze, altrimenti finiamo col “gestire” le anime, anziché guidarle verso le vette nella sottomissione ai disegni di Dio e nella docilità allo Spirito.
- Il terzo momento è la lectio divina.
Quando meditiamo i Vangeli, quando contempliamo i sentimenti e gli atteggiamenti di Cristo, quando ammiriamo la straripante ricchezza della sua umanità, non poggiamo il capo sul suo Cuore? Non entriamo nelle profondità della sua persona umano-divina? E non è riposante tale attività contemplativa? Non è responsabilizzante per noi conoscere i pensieri e i sentimenti del suo Cuore? Non è pascolo ubertoso per la nostra anima? Non è sorgente pura e perenne della vita spirituale? Non è antidoto efficace per la debolezza della nostra fede? Non è materiale di prima mano per la nostra predicazione? Viviamo, fratelli, “in religioso ascolto della Parola”, siamone discepoli diligenti, lasciamoci “forare” gli orecchi. Saremo anche validi annunciatori.
- Sotto la Croce
34. Tutti gli apostoli sono fuggiti. Lui, no! Tutti hanno abbandonato il Maestro, lui è rimasto fedele fino in fondo. Nell’ora più buia e più feconda della storia, Giovanni è ai piedi della Croce, accanto al Maestro morente e alla sua Madre impietrita dal dolore. Assiste, dolente e commosso, all’eloquente scambio di sguardi tra Cristo e la Madre; raccoglie il testamento del Figlio, che gli affida la Madre e lo affida alla Madre; misura l’infinito amore di Gesù per l’umanità; comprende la gravità del peccato; riconosce nel Crocifisso il Figlio di Dio e l’adora; vede nella Croce l’ora di Dio e le spalanca il cuore.
35. Mi vengono subito alcune domande.
Come reagiamo, noi preti, davanti al dolore del mondo? Qual è il nostro atteggiamento davanti alle croci che gravano sulle spalle del prossimo? Quale messaggio diamo a chi soffre? Riusciamo ad illuminare la malattia e la morte con le certezze evangeliche, così che “anche la notte del dolore si apra alla luce pasquale di Cristo crocifisso e risorto”? (Pref. Comune VIII). Siamo capaci di “condividere le nostre risorse con chi è privo del necessario” e sperimenta ogni giorno l’umiliazione della miseria? Siamo pronti a solidarizzare con chi è vittima di ingiustizie e di soprusi? Come ci comportiamo quando il dolore tocca la nostra persona o i nostri cari? Lo viviamo con compostezza, con dignità, con fede, o cadiamo subito nella depressione e nello scoraggiamento? Riusciamo a credere che Dio è Padre e ci ama anche quando ci prova? Siamo convinti della fecondità del dolore dopo la Croce di Cristo? Crediamo nella forza salvifica della sofferenza dopo che Gesù l’ha assunta e santificata?
Fratelli, la croce sta nel cuore della nostra esistenza, ma da quando vi fu appeso il Figlio di Dio, essa non è più un obbrobrio, ma redenzione e santificazione.
- Davanti al sepolcro vuoto
36. Quando Maria di Magdala annunciò a Pietro e a Giovanni che la tomba dov’era stato posto Gesù era vuota, entrambi si recarono in fretta al sepolcro: Giovanni entrò, “vide e credette” (Gv 20, 8). Credette nelle parole di Gesù che aveva preannunciato la sua risurrezione. Gli altri discepoli “non avevano ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti” (Gv 20, 9), ma egli, guidato dall’amore, comprese e credette.
Questa scena di Giovanni davanti al sepolcro vuoto suscita in me due riflessioni.
- sul mistero della morte.
Noi sacerdoti ci imbattiamo frequentemente in morenti, morti e funerali. La morte è una realtà ineludibile, che ci inquieta e ci turba, ma che ci ricorda che “siamo polvere”, destinati a “ritornare in polvere”.
L’uomo, però, non ama pensare alla morte. Ne censura e ne rimuove il pensiero. Come se potesse così impedirne o ritardarne la venuta. La morte, invece, va preparata. Tocca a noi sacerdoti aiutare gli uomini a rendersi familiare il pensiero della morte. Tocca a noi far comprendere che con essa non siamo risucchiati nel nulla, ma cadiamo tra le braccia del Padre. Tocca a noi spiegare che, col suo mistero pasquale, Gesù ha vinto la morte e ci ha resi partecipi della sua vita immortale.
Noi siamo inviati ad annunciare che Egli è la risurrezione e la vita e che i credenti in Lui vivranno per sempre. L’uomo è come il chicco di grano, che muore per non restare solo e marcisce per germogliare e diventare spiga.
- sul rapporto tra carisma e istituzione
Giovanni “corse più veloce di Pietro”, “giunse per primo al sepolcro”, “ma non entrò”. Il carisma riconosce e rispetta l’istituzione; cede il passo a Pietro, fondamento visibile della comunione ecclesiale; si sottomette all’autorità di colui che, per volere di Cristo, è “il primo” del collegio apostolico. Giovanni sa di essere “quello che Gesù amava”, ma non monta in superbia, non accampa pretese. Resta al suo posto, con discrezione. Sa che ognuno ha il suo dono e che i doni ricevuti sono per l’edificazione comune. Sa che il carisma “più grande” – quello che “non avrà mai fine” – è la carità (cfr. 1 Cor 13, 8-13).
37. Quella che ci viene dall’apostolo Giovanni, cari Confratelli, è una grande lezione di vita.
Gesù non ha fondato la Chiesa su di lui, teologo, mistico e contemplativo, né su Paolo, infaticabile apostolo delle genti, ma su Pietro. Anche nella diocesi non è detto che il vescovo debba essere il miglior teologo, il più esperto biblista, il più abile pastoralista, il più bravo comunicatore … Il suo compito è un altro: essere sacramento di Cristo, pastore e capo; discernere e autenticare i carismi; valorizzarli e coordinarli per la vitalità della Chiesa e per la sua fecondità apostolica. Perciò gli è chiesto di
“non spegnere lo Spirito” e di “esaminare ogni cosa, tenendo ciò che è buono” (cfr. 1 Ts 5,19s).
Ma chi ha avuto doni particolari deve, attraverso il ministero gerarchico del vescovo, gestirli per il bene comune, senza iattanza e in spirito di servizio, senza dimenticare che il prezzo da pagare consiste molto spesso nell’incomprensione e nella solitudine. Giovanni, che era giunto per primo alla tomba, aspettò che arrivasse anche Pietro. Il profeta, il carismatico, che ha la grazia di anticipare i tempi e intuire soluzioni, dovrà armarsi di pazienza e di umiltà, anche nei confronti dell’autorità, senza fremere, senza scalpitare, senza giudicare, consapevole che tocca al vescovo autenticare i carismi e sempre disponibile all’umiltà del cuore e all’onestà intellettuale.
38. Ma anche il vescovo ricorderà sempre che il carisma è un dono dello Spirito alla sua Chiesa: un dono che serve ad arricchirla, a ringiovanirla, ad attrezzarla ai bisogni dei tempi.
Consapevole che lo Spirito veglia sulla Chiesa e che ad ogni sua necessità risponde animando dall’interno e suscitando nuove energie, il vescovo farà attento il suo sguardo di fede a scorgere le nuove risorse, ad accoglierle, a valorizzarle, a sintonizzarle.
La Chiesa ha bisogno e dell’istituzione e del carisma, ma entrambi dovranno ricordare che “il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno” (1Cor 3,13).
- Accanto a Maria
39. Maria non è una presenza marginale nella vita di Giovanni. Segna, invece, tutta la sua esistenza: con la sua fede forte, col suo amore materno, col suo servizio costante e silenzioso.
Modello di preghiera e di contemplazione, di accoglienza della Parola e di assiduità nel meditarla, Maria è stata per Giovanni scuola di vita e maestra di interiorità.
Durante il processo a Gesù e sul Calvario Giovanni le è stato accanto, sostenendola con affetto filiale ed edificandosi al suo esempio di fortezza nella prova e di incrollabile fedeltà.
Quando Gesù gli affida la Madre, egli l’accoglie tra i beni più grandi, tra i tesori più preziosi e la porta con sé. Da allora, chi può immaginare l’intimità tra queste due creature? Chi può calcolare l’ammirazione, la devozione, la dedizione dell’apostolo per la Madre di Cristo e dell’umanità? Chi riesce a descrivere i sentimenti e le emozioni di Giovanni, quando, alla presenza di Maria, predicava il mistero pasquale di Cristo o lo celebrava nell’Eucarestia? O quando, insieme con gli altri apostoli, si lasciava aiutare ad attendere in preghiera il dono dello Spirito Santo?
40. Cari Confratelli, Maria è presenza necessaria nella nostra vita di presbiteri. Dal suo “ecce” impariamo la pronta disponibilità ai disegni di Dio; dal suo “fiat” la radicale adesione al suo volere; dal suo “stabat” la fortezza nel dolore; dal suo “Magnificat” la capacità di benedire e ringraziare il Signore per tutte le meraviglie che compie nella nostra vita e nella storia.
Nel suo amore verginale dobbiamo specchiarci, della sua tenerezza materna abbiamo sempre bisogno. Nelle tempeste del cuore ella è porto sicuro, nei dubbi angoscianti è “Madre del buon consiglio”. Nelle lotte è aiuto, nelle cadute è rifugio. Nel cammino della vita è “Odigitria“, in ogni momento della nostra esistenza è “vita, dolcezza e speranza nostra“. Mai ella ci abbandona, perché è madre e continuamente ci esorta a fare ciò che Gesù ci dice. Teniamola con noi, come Giovanni, amiamola e veneriamola, facciamola conoscere; ella non cesserà di vegliarci con i suoi occhi pieni di misericordia e di custodirci col suo amore di madre, perché lei è la regina degli apostoli.
Capitolo Quinto
Alcuni temi di vitale importanza
41. L’aver sostato a contemplare con attenzione e amore queste tre figure (Elia, il Samaritano e l’apostolo Giovanni), ci ha permesso di cogliere tratti fondamentali del nostro ministero sacerdotale. Vorrei ora avviarmi a concludere questa lettera meditando con tutti voi su alcuni temi di vitale importanza in ordine alle vocazioni di speciale consacrazione.
1) Vocazione e famiglia
42. L’influsso della famiglia è di importanza decisiva. La famiglia è la culla di ogni vocazione. Il discorso su questo argomento sarebbe lungo e appassionante, ma mi limito ad alcune brevi indicazioni, affidandone lo sviluppo all’Ufficio Famiglia.
In famiglia gli adolescenti fanno esperienza dell’amore paterno e materno, filiale e fraterno. L’amore e la stima dei genitori li aiutano a sviluppare il senso della fiducia in sè stessi e la capacità di passare dall’amore ricevuto all’amore donato.
In famiglia i ragazzi imparano le virtù – umane e cristiane – fondamentali per una vita totalmente donata: la bontà e la lealtà, l’umiltà e la fedeltà, l’onestà e la generosità, la giustizia e la carità. E la famiglia è la palestra dove ogni giorno ci si allena a praticarle.
- Chiesa domestica, la famiglia è anche il luogo dove si impara a credere e a pregare, a perdonare e ad accogliere, ad amare con amore oblativo, indissolubile e fedele, attento al bene della Chiesa e della società.
- La famiglia è fucina dove l’intervento educativo dei genitori forgia il carattere dei figli; dove gli esempi di dedizione degli adulti plasmano il cuore rendendolo pronto al dono di sé; dove le asperità della vita temprano l’animo col sacrificio e con la rinuncia.
Scuola di umanità, la famiglia – senza autoritarismi e senza permissivismi – forma uomini e donne maturi, capaci di accoglienza dell’altro, di dialogo e di confronto e li stimola a porsi grandi domande e a tendere ad alti ideali.
Dando testimonianza di una vita riuscita, esemplare e lieta, i genitori offrono ai figli un ambiente che giustamente può dirsi “il primo e migliore Seminario” (F.C. 53). I figli, infatti, non hanno bisogno solo di cibo, di vestito e d’istruzione, ma anche e soprattutto di verità, di senso, di valori e di ideali che rendono umano l’uomo e bella la vita, realmente degna di essere vissuta.
Educare i figli significa chiamare alla luce le potenzialità nascoste ed aiutarli ad essere sè stessi secondo il disegno che Dio ha su di loro, cioè secondo la loro vocazione.
Modello incomparabile di educatori sono Maria e Giuseppe nei confronti di Gesù. Pieni di stupore per la grande vocazione di Gesù, riconosciuta e celebrata dal vecchio Simeone (cfr. Lc 2, 29-32), essi lo offrono a Dio e lo mettono a disposizione del suo misterioso disegno, anche se questo comporterà una grande sofferenza: “Anche a te una spada trafiggerà l’anima” (Lc 2,35).
Più tardi, quando ritrovato nel tempio, egli rivolse loro parole oscure che essi non compresero, intuirono però che Gesù non apparteneva loro, che doveva vivere per il Padre e a totale servizio del suo piano salvifico, e gli rimasero accanto con amore premuroso e rispettoso.
Come Maria e Giuseppe, i genitori sono chiamati ad essere vicini ai figli, perché scoprano la vita come vocazione e seguano fedelmente la loro personale vocazione.
Il lavoro educativo è senza dubbio il più urgente, il più delicato, il più prezioso. Nobile e difficile insieme. In un tempo, come il nostro, ricco di risorse materiali, ma povero di certezze e di ideali, la personalità del ragazzo rischia di rimanere disorientata, instabile, incapace di scelte definitive. Ciò rende l’accompagnamento educativo dei genitori più necessario e più fecondo che mai.
2) Vocazione ed Eucarestia
43. Il nesso è strettissimo. L’Eucarestia, infatti, e il Sacerdozio sono nati dallo stesso palpito d’amore di Cristo, nello stesso Cenacolo carico di intimità, nella stessa notte in cui Cristo veniva tradito e donava sè stesso, nello stesso momento in cui Gesù, invitandoci a mangiare il suo Corpo e a bere il suo Sangue, aggiungeva: “Fate questo in memoria di me”.
“Fate questo” non significa soltanto “compite un rito”, ma significa soprattutto: “Fate come sto facendo io: fate della vostra vita un dono; siate anche voi pane spezzato, pane dato da mangiare”.
Questo intimo rapporto tra l’Eucarestia e il Sacerdozio emerge anzitutto dalla loro reciproca dipendenza: da un lato è il sacerdote che, a nome della Chiesa, fa l’Eucarestia; dall’altro è l’Eucarestia che fa il sacerdote, nel senso che lo forma, lo forgia, lo plasma.
44. L’Eucarestia è la luce e la forza del sacerdote, è fonte di ispirazione per la sua vita sacerdotale, è modello e sostegno per la sua missione.
L’Eucarestia, inoltre, genera una cultura alternativa a quella del mondo, quella stessa di cui si nutre la missione sacerdotale. Indico rapidamente quattro aspetti:
a) La cultura della condivisione
Il gesto di spezzare il pane indica in primo luogo che nessuno deve mangiare egoisticamente il pane disinteressandosi di chi ha fame. Spezzare il pane significa condividerlo. In un mondo dove c’è la corsa all’accaparramento dei beni, in un mondo in cui ogni ricco epulone banchetta lautamente e ogni povero Lazzaro rimane escluso, fuori dalla porta, l’Eucarestia ci indica pressantemente un’inversione di rotta. Solo la mentalità eucaristica può salvare il mondo. e il sacerdote, uomo dell’Eucarestia, è ministro della condivisione.
b) La cultura della gratitudine
Già il termine “eucaristia” significa rendimento di grazie. L’uomo fa fatica a dire “grazie”, perché il ringraziamento sottolinea la dipendenza da altri. L’Eucarestia, invece, ci coinvolge nell’inno di ringraziamento e di lode al Signore, che ci ha salvato a caro prezzo. Dalla celebrazione eucaristica questo senso di gratitudine passa nella vita del prete: diventa atteggiamento di fondo di tutta la sua esistenza.
c) La cultura della gratuità.
In un mondo dove non si fa niente per niente, dove predomina il calcolo, dove persino l’amicizia viene strumentalizzata per il proprio tornaconto, l’Eucarestia si presenta come un amore gratuito, come l’amore di Colui che “per primo ci ha amati”. Nell’Eucarestia scopriamo che noi siamo amati non per i nostri meriti, ma solo per la libertà e la gratuità dell’amore di Dio. Questa percezione spinge il sacerdote ad amare i suoi fratelli senza fare discriminazioni, ad accogliere tutti e a spendersi per tutti. con gratuità e generosità.
d) La cultura del dono
L’Eucarestia è il dono che Gesù fa di sè stesso a noi. Egli ci fa prendere coscienza che tutto quello che abbiamo e tutto quello che siamo è dono di Dio. Nello stesso tempo ci spinge a fare della nostra vita un dono. È questo il senso del sì alla vocazione sacerdotale: dalla vita come dono al dono della vita.
In preparazione al prossimo Congresso Eucaristico Nazionale il Papa ci ha proposto un “Anno Eucaristico”. Da quanto abbiamo detto si evince con chiarezza che esso si innesta perfettamente nell’“Anno Vocazionale”, che la nostra diocesi intende celebrare. L’Eucarestia, infatti, che è “dei forti la dolcezza e dei deboli il vigor”, contemplata, adorata e amata, è la sorgente delle scelte radicali e la fucina dove si forgiano i cuori dei grandi e dei santi.
3) Vocazione e missione
45. È un binomio inscindibile. potremmo dire: Non c’è vocazione senza missione, non c’è missione senza vocazione. La vocazione non è una realtà chiusa in se stessa, ma è, per sua natura orientata alla missione. La vocazione è sempre per qualcosa: è per servire il disegno che Dio rivela e affida a colui che viene chiamato. In una parola: la vocazione è essenzialmente missionaria; non può non essere missionaria. E dunque la missionarietà è dimensione costitutiva della vocazione.
Ciò significa che la conoscenza amorosa del disegno di Dio – nella sua bellezza e urgenza – è il prerequisito necessario per accogliere la vocazione.
Ciò significa che la conoscenza amorosa del disegno di Dio – nella sua bellezza e urgenza – è il prerequisito necessario per accogliere la vocazione. In realtà, è Dio stesso che ci presenta il suo disegno su di noi e quindi la missione che intende affidarci nella Chiesa e nel mondo, e conseguentemente ci chiama.
Non dobbiamo mai perdere di vista la missione per poter decifrare, comprendere e vivere la nostra vocazione. È questo un fatto molto importante e gravido di conseguenze. L’esperienza ci dice che nel discernimento vocazionale spesso corriamo il rischio di uno sguardo eccessivamente centrato su noi stessi: sulle nostre capacità e sui nostri limiti, sulle nostre attese e sulle nostre paure. Occorre, invece, allargare gli orizzonti: i nostri occhi devono fissarsi sulla grande causa del Regno di Dio nella storia, sulle sfide e sui compiti immani che la Chiesa oggi deve affrontare, sulle urgenze di rinnovamento umano e spirituale della società. Certo, è uno sguardo che può spaventare, ma che può anche suscitare entusiasmo ed audacia, e comunque diventa una sfida alla libertà, che è chiamata ad accogliere o a rifiutare la proposta di Dio.
Non c’è missione senza vocazione. La missione, infatti, scaturisce dalla vocazione, è il sì alla vocazione. Inoltre, la vocazione dà significato, forza e slancio alla missione: la plasma, la alimenta, la stimola e la sostiene.
Per custodire e far crescere il binomio “vocazione – missione”, è necessario tenere sempre fresca e vigile in noi una triplice coscienza:
* anzitutto, riconoscere che è il Signore a mandarci, chiamandoci a “condividere” la sua stessa missione: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (Gv 20, 21).
* In secondo luogo, dobbiamo credere che lui è sempre presente e operante con la sua grazia: “Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano” (Mc. 16,20).
* Infine, non dobbiamo mai dimenticare la nostra “strumentalità”: “Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare” (Lc 7,10).
C’è da pregare perché tutti – preti e diaconi, persone consacrate, missionari, coniugi e genitori, fedeli laici – vivano la missione ricevuta con una tale fedeltà e generosità da divenire testimoni, educatori e amici dei ragazzi, degli adolescenti e dei giovani nel loro discernimento vocazionale. Solo mostrando con la vita quotidiana il fascino e l’urgenza della loro “avventura missionaria”, potranno aiutarli ad accogliere e seguire la vocazione del Signore.
- Vocazione e parrocchia.
46. Luogo privilegiato per attuare la pastorale della Chiesa, rimane, in modo insuperato, la parrocchia. Essa è la culla di tutte le vocazioni, il vivaio dove si manifestano, l’ambiente vitale dove crescono e maturano.
Nella parrocchia ciascuno deve poter trovare tutti gli aiuti necessari per riconoscere la propria vocazione, per accoglierla, per seguirla e portarla a maturazione.
La parrocchia, perciò, deve offrire gli itinerari formativi più idonei perché l’adolescente e il giovane possano operare un serio discernimento e ricevere un valido accompagnamento spirituale.
I fedeli, poi, non devono mai dimenticare che le vocazioni non sono un fatto privato, ma un bene comunitario, un dono che lo Spirito fa a tutta la Chiesa, e perciò devono sostenerle con la stima, l’affetto, la preghiera e l’aiuto anche economico.
47. Da quanto detto, emerge subito l’insostituibilità della figura del parroco. Il suo ruolo è fondamentale. Il suo servizio è determinante. Il parroco è come il direttore d’orchestra. Attento allo spartito musicale, fa suonare al momento giusto tutti gli strumenti, fa vibrare in coro tutte le voci, fa dono al pubblico di una magnifica sinfonia.
Tocca al parroco, in comunione col Vescovo, valorizzare tutte le risorse, facendole lavorare in sinergia. Tocca a lui accogliere i carismi, senza operare ingiuste discriminazioni ed esclusioni. Tocca a lui coordinare ed armonizzare le voci. Quali apporti non potrebbero venire alla pastorale vocazionale dalla saggia guida del parroco che sappia mettere in dialogo associazioni, movimenti e gruppi tra di loro e questi con la comunità parrocchiale! Quale ricchezza di vita cristiana se ogni parrocchia offrisse ritiri ed esercizi spirituali, ascolto e meditazione della Parola, momenti di verifica personale e comunitaria. Quale fioritura di vocazioni sacre se la comunità sentisse più forte il bisogno e il dovere di “pregare il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe!” Questo è il senso dell’Associazione “Con Gesù nella notte”, che vorrei ricevesse nuovi impulsi e nuovo incremento. A questo scopo potrebbe essere orientato il “cammino di preghiera”, che tanti bei frutti sta dando.
48. Tutta la parrocchia può diventare una sorta di “monastero invisibile”, se in ogni ora del giorno e della notte c’è gente in meditazione e in adorazione.
Ma, in ordine alle vocazioni di speciale consacrazione, c’è un compito che è solo del parroco e può essere quello decisivo: è l’esemplarità del suo ministero, è la forza trainante della sua vita, è la paternità spirituale, con la quale accompagna i singoli, aiutandoli a discernere e a fare maturare il germe della vocazione. In lui il giovane in ricerca o in cammino vocazionale deve poter trovare una presenza e una guida amorevole e autorevole, vigile ed incisiva. Egli dev’essere un solido punto di riferimento, in lui il giovane deve scoprire che cos’è l’amicizia con Gesù e la vita interiore; dal suo esempio deve innamorarsi della preghiera e della Parola. In lui deve poter ammirare lo zelo per il Vangelo e la passione per le anime: guardando a lui deve capire che cos’è un cuore di padre e di pastore; da lui deve imparare ad amare l’umiltà e l’obbedienza, lo spirito di servizio e la fedeltà. Allora potrà facilmente accadere che molti giovani, nel progettare il proprio futuro, dicano: “Vorrei essere come lui!“.
Conclusione
49. Carissimi,
queste riflessioni che ho offerto alla vostra intelligenza e al vostro cuore, non volevano essere un trattato – e neppure un saggio – sulla vocazione, ma la comunicazione schietta e grata di quanto il Signore mi ha dato di comprendere e di vivere in questi anni di consacrazione a Lui e di dedizione ai miei fratelli. Un’appartenenza esigente ed una missione esaltante.
In questi cinquant’anni ho sperimentato con stupore la fedeltà di Dio, che non si è mai arreso davanti alla mia povertà e alle mie infedeltà. Davvero “eterna è la sua misericordia”. E di anno in anno è cresciuta in me la fiducia nel suo amore di Padre e la gratitudine per tutto ciò che, cammin facendo, mi ha donato e mi ha tolto. “Tutto è grazia” (S. Teresa di G. B.), “tutto coopera al bene di coloro che amano Dio” (Rm 8,28)
Se ripenso agli anni della mia formazione, vedo emergere nella memoria le tante persone a cui sono debitore: figure luminose di sacerdoti e di laici, che mi hanno incoraggiato e corretto, orientato e guidato. Ricordo con cuore grato il parroco della mia adolescenza, che tanto mi aiutò col suo esempio di prete zelante e di padre spirituale esigente. Ricordo con ammirazione il mio professore di lettere al ginnasio, che mi diede il gusto dello studio serio coniugato con una forte dimensione religiosa (ed era un laico!). Ricordo i superiori, i professori e il direttore spirituale del Seminario, che mi hanno contagiato il loro spirito di fede e di preghiera e mi hanno educato all’obbedienza e al servizio. Ricordo la mia famiglia semplice e contadina, ma sana ed unita, con la mitezza di mio padre e la fermezza di mia madre…
I ricordi si moltiplicano e per tutti vorrei avere un cuore colmo di affetto e di riconoscenza. Senza questi volti, senza questi punti luce, la mia storia poteva essere diametralmente opposta! Il Signore li benedica tutti, questi seminatori generosi, questi educatori coraggiosi!
50. Ma c’è una Stella che ha illuminato la mia strada anche nei tratti più duri e più oscuri: è Maria. Ho imparato ad amarla fin da piccolo, da chierichetto, quando vedevo il mio vecchio parroco sciogliersi in lacrime tutte le volte che parlava di lei. Sento che fin da allora Ella mi ha preso per mano e mi accompagna con infinita tenerezza. Sento che non ha mai cessato di vegliare su di me e spesso mi ha dato i segni di questa sua presenza premurosa e materna, non ultimo il fatto di essere vescovo in questa Diocesi a lei particolarmente cara. A lei, in questo mio anno giubilare vorrei chiedere un triplice dono:
- che susciti nel mio cuore una più forte contrizione dei miei peccati;
- che tenga sempre desto in me il desiderio della santità;
- che ottenga, per la nostra diocesi e per la Chiesa, tante Vocazioni di speciale consacrazione, perché si allarghi la schiera di coloro che con me vogliono “cantare le meraviglie di Dio”.
Ogni tanto qualcuno, salutandomi, mi dice: “Dio La benedica”. Mi fa tanto bene. Fatelo ancora, fatelo più spesso, fatelo di cuore. E anch’io, come fratello che cammina con voi e come pastore che vi guida, Vi benedico con tutto il cuore nel nome di Gesù, Buon Pastore!
15 agosto 2004
Solennità dell’Assunzione delle B.V. Maria
† Giuseppe Costanzo
Arcivescovo
