Omelia -50°anniversario di Ordinazione Sacerdotale

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Assunzione 2005

Gentili Autorità,

Venerati Confratelli,

Fedeli carissimi,

— Festa di Maria, associata per sempre alla gloria del Figlio; festa della Chiesa, chiamata anche lei a «rivestirsi di sole» e a «generare il Cristo» nelle anime; festa di ognuno di noi, candidato alla gloria della risurrezione. Festa, gioia e commossa riconoscenza per me e per voi con me in questo giorno santo.

— Giorno di bilancio e di rilancio. Risuona con forza la parola che Mosè rivolse al popolo eletto: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore ti ha fatto percorrere» (Dt. 8,2).

— Ricordati – aggiungo – di tutte le cure e premure materne con cui la Vergine Santissima ti ha accompagnato e dell’amore di cui ti ha avvolto.

— Sono grato al S. Padre Benedetto XVI per le parole paternamente affettuose che mi ha indirizzato, incoraggiando e benedicendo il mio ministero in questi cinquant’anni di vita sacerdotale.

— Ripenso agli anni degli studi romani, con cui mi sono preparato al servizio dell’insegnamento nella diletta diocesi di Acireale, la Chiesa che mi ha educato nella fede e mi ha portato al sacerdozio.

Qui – guidato da ottimi maestri di vita, anzitutto dai miei   superiori – ho speso i primi vent’anni del mio ministero presbiterale: anni di appassionato impegno nella formazione dei futuri sacerdoti, nella cura affettuosa delle religiose, nella direzione spirituale e nell’annuncio della Parola che salva. Qui ho dato i primi tre anni del mio servizio episcopale in cordiale aiuto al Vescovo Bacile, che guidò con pazienza i miei primi passi di giovane vescovo, colmandomi di affetto e di fiducia e smussando le asprezze di quel duro apprendistato che non finisce mai.

— Ripenso agli anni del mio servizio in Azione Cattolica a Roma, in qualità di Assistente Generale: anni di generoso impegno, di faticoso lavoro, di dure e preziose esperienze, di conoscenza del cuore dell’uomo, di scoperta gioiosa e di vivo apprezzamento per le ricchezze del laicato.

— Ripenso al mio episcopato nella bella diocesi di Nola. Anni indimenticabili, scolpiti nella memoria del cuore, per l’immediatezza e freschezza dei rapporti e per il calore della gente. Un’esperienza pastorale forte, in una terra tormentata da gravi problemi sociali, ma capace di affrontarli con la sapienza evangelica e con la genialità che la caratterizza.

— E da quindici anni sono qui con voi, carissimi, in questa Chiesa vetusta e gloriosa, fecondata dal sangue di S. Marciano, suo primo vescovo, e di S. Lucia, vergine e martire siracusana. E qui il Signore mi dà la gioia di celebrare questo giubileo sacerdotale. Non è festa solo mia, ma della Chiesa, delle Chiese che ho servito, di questa Chiesa che il Signore ha affidato alle mie cure pastorali. In questi anni abbiamo realizzato uno scambio osmotico e una donazione reciproca. Ci siamo arricchiti a vicenda e ci siamo sostenuti nel cammino.

Ho ricevuto tanto da voi ed ho il cuore colmo di gratitudine. Permettetemi di richiamare solo alcuni dei doni che mi avete fatto.

— È cresciuto in me il senso della paternità. Vi sento – lasciate che ve lo dica – non solo fratelli e sorelle, non solo compagni di viaggio, ma figli: figli che ho generato mediante il Vangelo, come dice l’apostolo Paolo; figli a cui ho spezzato ogni giorno il pane della Parola, per alimentarne la fede e per spiegare il senso della vita, per fare conoscere il cuore di Dio e i suoi disegni d’amore; per ravvivare la speranza nella vita eterna e per dare solidità alla vita spirituale e all’impegno nella storia; figli da partorire nel dolore, perché nessun padre e nessuna madre possono far crescere i figli senza passare attraverso il crogiuolo della sofferenza; figli da amare con tenerezza, da custodire con trepidazione, da accompagnare con infinita pazienza; figli da comprendere, da incoraggiare e da correggere;

figli da cui lasciarsi correggere, facendo credito alla loro lealtà e dando loro fiducia e chiedendo di non demeritarla.

— Questo esercizio di paternità, che mi impegna a generare e a nutrire la vostra vita di figli di Dio, ha ulteriormente stimolato in me il bisogno di essere più attento alla Parola di Dio. È la Parola la fonte da cui ho attinto le parole per voi. Dalla Parola mi sono sforzato sempre di dipendere per dirvi parole vere e per darvi certezze forti.

— Questo rapporto tra la Parola e le parole si è già inverato in tante esperienze che abbiamo vissuto insieme. Pensate alla «Scuola della Parola», dove ci poniamo in religioso ascolto di Dio che ci parla come ad amici e ci sforziamo di accoglierla e di custodirla come Maria di Nazareth e Maria di Betania. Pensate al «Cammino di preghiera», dove ci lasciamo nutrire dalla Parola rivelata, che è «sorgente pura e perenne   della vita spirituale» (D. V. 21).

— Pensate ai ritiri e agli esercizi spirituali, dove sempre ci lasciamo illuminare e guidare da questa Parola che è «rivelazione, promessa e norma di vita» (P. Grelot). Pensate alla predicazione quotidiana, che mai prescinde dal testo biblico, convinto come sono che la Parola di Dio «interpella, orienta e plasma l’esistenza» (N.M.I. 39).

— Ma anche i colloqui personali e la direzione spirituale che cos’altro sono se non una radiografia della vita fatta da quella Parola che è «più tagliente di ogni spada a doppio taglio», che penetra «e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore?» (Eb. 4,12).

La direzione (o accompagnamento) spirituale è la forma più piena di paternità del vescovo, il cui ministero non può esaurirsi negli atti magisteriali, amministrativi o cultuali. Egli è padre, è pastore, è testimone e questo è il servizio più prezioso (e oggi, forse, il più urgente) da rendere ai fedeli, che chiedono aiuto nel discernere e sostegno nel compiere la volontà di Dio.  Dalla conoscenza delle anime, dalla reciprocità di fede e di vita alimentata dallo Spirito, il vescovo riceve impulsi, ispirazioni e intuizioni che rendono più umano e più fresco il «governo» della diocesi e fanno sentire la comunità diocesana come «casa e scuola di comunione».

Questa paternità ha ricevuto la sua più toccante convalida durante le mie forzate assenze dalla diocesi a motivo dell’infermità fisica. Sono stati due periodi di sofferenza e di grazia. Ma l’assenza fisica non ha allentato i vincoli, li ha anzi approfonditi e rinsaldati. Sentivo di essere sostenuto dall’offerta, dal sacrificio e dalla preghiera di tutti voi, che eravate diventati un popolo più unito al suo vescovo, più compatto, più motivato, ed io, da parte mia, avvertivo di non essere «fuori gioco», ma in servizio a tempo pieno soffrendo ed offrendo.

 È proprio vero: la paternità non si affievolisce per la distanza né cesserà con l’ormai non lontano avvicendamento.

La paternità non è a tempo limitato. Non verrà meno neanche con la morte!

— Fratelli e sorelle carissimi, come vorrei poter dire, con l’apostolo Paolo, che voi siete la mia gioia, la mia corona e la mia lettera commendatizia! (cfr. 2 Cor. 3,2ss). Sì, non ho altre credenziali da presentare, se non questa sposa, che ho cercato di amare e di servire con tutto me stesso e da cui ho ricevuto affetto e rispetto, devozione e collaborazione.

Oggi sento di potervi dire con l’Apostolo: «Così affezionati a voi, avremmo desiderato darvi non solo il Vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari» (1 Ts. 2,8).

— Di un altro dono assai prezioso vi sono debitore: avete fatto crescere in me l’anelito alla santità, quella fatta dal dono totale e dal servizio senza riserve. Come fanno un padre o una madre coi propri figli: lavorano, si sacrificano, si lasciano mangiare. Quante volte il vostro esempio, cari genitori, è stato per me conforto e stimolo a continuare a spendermi nei momenti più duri di difficoltà, di incomprensioni, di critiche, di solitudine!

   Quante volte, pensando al vostro rapporto coi figli, mi sono detto che importante non è essere sempre capiti, ma essere retti; non è vedere subito i risultati, ma seminare con larghezza; non è ricevere consensi, ma offrire argomenti.

Importante è continuare ad amare. Sempre. Anche quando le offese ti pesano e le ferite ti prudono; anche quando l’indifferenza e l’ingratitudine ti stancano. Voi genitori soffrite terribilmente quando constatate che per i figli «tutto è dovuto»: perché dovrebbe essere più facile per me?

Ho capito che perdonare attingendo alla misericordia del Cuore di Cristo e continuare ad amare, anzi amare di più e meglio, senza recriminazioni e ripiegamenti, questa è «strada santa», che porta alla perfezione dell’amore.

Le Lacrime di Maria sono per me una grande scuola: di amore vigile, di silenzio eloquente, di attesa paziente, di delicato invito alla conversione. Ho capito che la correzione fraterna – quella data e quella ricevuta – è strumento di maturazione e di santificazione, anche se mai indolore. Ho capito che anche a me è chiesta la pazienza del contadino e la disciplina dell’atleta; che non c’è santità a buon mercato, ma che essa esige umiltà e fiducia, fortezza e perseveranza.

— Ora è tempo di guardare avanti. Mi restano ormai pochi anni di lavoro tra voi e la messe è molta e il Signore continua a mandarci nella sua vigna. E non sono però nello stato d’animo di chi batte in ritirata. No, fratelli e sorelle, questo non è il tempo di tirare i remi in barca, ma di gettare le reti nel vasto mare; non è tempo di ammainare le vele, ma di spiegarle con fiducia al soffio dello Spirito; non è tempo di ingranare la retromarcia, ma la presa diretta.

Tempo di sognare, di sperare, di osare. Tempo di tornare a seminare in quei campi dove il seme non ha dato frutto abbastanza e di gettare la prima semente in terreni nuovi.

— C’è da tornare a seminare in molti campi dove il frutto non è ancora rispondente alle attese. Non che sia mancato il lavoro, ma ora ci è chiesto un impegno più organico e più metodico, unendo le forze e qualificando i contributi.

— C’è da riprendere il discorso della «missione diocesana», che in alcune parrocchie aveva avuto esiti incoraggianti; ci sostenga e ci sproni la figura e l’opera dell’apostolo Paolo, che nessun ostacolo e nessuna fatica poterono mai arrestare e che qui, a Siracusa, fu araldo intrepido del Vangelo di Cristo.

  • C’è da approfondire la riflessione sul volto missionario della parrocchia, che è crocevia tra il territorio e la comunità dei credenti e che non può ridursi a semplice «stazione di servizio», ma neanche può essere comunità autoreferenziale;
  • c’è da ripensare il lavoro della «Caritas» (diocesana e parrocchiale), in un tempo in cui si sono paurosamente moltiplicate le povertà e la nostra credibilità di discepoli di Cristo si misura dalla nostra capacità di amare e dalla disponibilità a soccorrere;
  • c’è da dare nuovo slancio e vigoroso impulso al lavoro vocazionale, perché la messe è molta ma gli operai sono pochi; c’è da preparare con cura il Convegno ecclesiale di Verona (Ottobre 2006) per essere davvero «Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo»;
  • c’è da riscoprire e assimilare sempre meglio il messaggio delle Lacrime di Maria, per garantire l’identità «mariana» della nostra diocesi; c’è da imparare una sequela di Cristo fedele e forte come fu quella di Lucia;
  • c’è, infine, da vivere, con fede adorante e con vibrante amore, il mistero eucaristico, consapevoli che la Chiesa attinge vitalità e forza dal Pane e dalla Parola.

— Ecco, fratelli e sorelle, il lavoro vasto, immane, che ci attende. Ma non è tutto. Ci sono ancora terreni che attendono un impegno più assiduo e una seminagione più larga. Non sono mancate iniziative sporadiche, anche molto apprezzate, ma la situazione storica e la sensibilità culturale odierna esigono una riflessione rigorosa e interventi più sistematici. Ne faccio una rapida elencazione. Saranno, poi, gli Uffici Diocesani ad entrare nel merito dei singoli temi e problemi.

— Uno degli impegni da affrontare con organica sistematicità è quello di far fruttificare il ricco patrimonio di civiltà e di cultura conservato da Siracusa. Si tratta di individuare e far germogliare tutti quei frammenti di verità e di bene che, in epoca pre-cristiana, costituiscono quasi una profezia e un anelito   al Vangelo.

— C’è un secondo versante del nostro impegno, che richiede la stessa apertura d’animo. Oggi siamo decisamente incamminati verso una società multi-culturale, multi-etnica, multi-religiosa. E’ una delle sfide più importanti del nostro tempo. Dobbiamo attrezzarci a elaborare strumenti culturali idonei per un dialogo proficuo con l’«altro», con il diverso da noi. È un cammino difficile, ma ineludibile. C’è da evitare, in questo nostro percorso, da un lato l’intolleranza, dall’altro lato il relativismo. Dobbiamo approfondire e consolidare una nostra forte identità culturale, spirituale, religiosa, se vogliamo confrontarci e dialogare efficacemente con tutti coloro che sono portatori di una cultura diversa.

— Inoltre, l’attuale momento storico presenta per la nostra gente un problema che non può lasciare indifferente la Chiesa. Dopo l’avvento dell’industrializzazione nella nostra terra, oggi viviamo una certa crisi industriale, con drammatiche ripercussioni sulla occupazione degli operai e con grave preoccupazione per il futuro delle famiglie.

È un problema su cui riflettere, per avviare progetti praticabili e per approntare gli strumenti adeguati.

— Un aspetto che chiede un particolare impegno per il futuro è il dialogo con il mondo politico. Tra fede e politica non dev’esserci né confusione né separazione, ma un rapporto dialogico profondo: la fede consegna i grandi ideali e le motivazioni fondamentali per l’impegno politico; quest’ultimo invera e concretizza i valori comunicati dalla fede. È proprio la fede, infatti, a comunicare un’anima all’attività politica, a fornire criteri per le scelte legislative, a permeare di nobili ideali la normale dialettica politica. Potrà essere uno stimolo a progettare un futuro migliore per il bene della comunità umana. Perché evangelizzazione e promozione umana sono inscindibili: l’una non regge senza l’altra.

— Infine, c’è da potenziare il rapporto con il mondo dell’arte.               È necessario intensificare questo dialogo. La Chiesa può ispirare, orientare, incoraggiare l’opera degli artisti; questi possono illuminare la cristianità nella scoperta della Bellezza e dello stupore dinanzi al Mistero di Dio.

—   Carissimi, questo programma resterebbe un bel sogno se mancasse la vostra collaborazione: «se uno sogna da solo – diceva Don Helder Camara – è solo un sogno; ma se sogniamo insieme, quello è l’inizio della realtà».

 Se amiamo il Signore e se ci amiamo tra di noi, vedremo fiorire il deserto. Se ci faremo docili allo Spirito Santo, Egli rinnoverà la faccia della terra. Se avremo fede quanto un granello di senapa, sposteremo le montagne.

— Ma ora permettetemi, fratelli e sorelle, che io mi rivolga ai nostri carissimi sacerdoti, che sono i collaboratori più preziosi e più necessari del vescovo. Senza di loro il vescovo sarebbe come un generale senza ufficiali e senza soldati.

— A voi, cari Confratelli, desidero dire un grazie di cuore: grazie per la vostra fedeltà al Signore e alla Chiesa; grazie per il lavoro spesso duro e sempre generoso; grazie per la comunione e la disciplina; grazie per l’affetto e la stima di cui mi fate dono; per la disponibilità a camminare insieme, portando gli uni i pesi degli altri e perdonandoci a vicenda. Grazie per la pazienza che mi usate e per lo spirito di fede con cui mi accogliete. Grazie perché continuate a credere che la cosa più necessaria è diventare santi e che il lavoro più prestigioso è il servizio ai fratelli. Grazie perché non vi lasciate dominare dalla sfiducia e dal pessimismo e non cessate di puntare alle vette, sempre memori che siamo fatti per volare alto.

Abbiate un cuore grande, un cuore di fanciulli. Abbiate il cuore dei santi, il cuore dell’apostolo Paolo. Allora sarà festa per il popolo di Dio, perché si realizzerà la promessa di Dio:

«Sazierò di delizie l’anima dei sacerdoti e il mio popolo abbonderà dei miei beni» (Ger. 31,14).

— A tutti rinnovo l’invito dell’Apostolo: «Non stanchiamoci di fare il bene; se infatti non desistiamo, a suo tempo mieteremo» (Gal. 6,9).

— Coraggio, allora, e al lavoro! O, come diceva un santo vescovo: «Ave Maria e coraggio!»

Siracusa, 15 agosto 2005

† Giuseppe Costanzo