“Un popolo di rigenerati per una speranza viva”
8 Novembre 2005
Siracusa
Introduzione
Senza speranza non si vive. Senza speranza vengono meno la voglia di impegnarsi e la capacità progettuale. Ci si consegna all’insignificanza, ci si abbandona ad un destino insopportabile.
L’uomo è un immenso serbatoio di avvenire. È tensione e proiezione. È anelito profondo. È potenzialità che tende al suo compimento. Le piccole speranze, però, non potranno mai saziare la sete che geme insoddisfatta nel profondo di ogni cuore.
Gli idoli dell’uomo non possono sostituire la grandezza di Dio. Il cristiano ne ha consapevolezza più degli altri. Egli sa che solo in Dio tutti i desideri dell’uomo sono accolti ed esauditi.
La speranza, perciò, è il segreto dei cristiani, il tesoro posto nelle loro mani.
Dobbiamo però constatare che è in atto una crisi della speranza: della speranza escatologica e della speranza storica. C’è un “progressivo ridimensionamento” della speranza.
Circa la speranza escatologica i vescovi italiani scrivono: “è offuscato, se non addirittura scomparso nella nostra cultura, l’orizzonte escatologico. L’idea che la storia abbia una sua direzione, che sia incamminata verso una pienezza di vita che va al di là di essa” (Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, n° 2). È ciò che ci assicura la Rivelazione: il Signore verrà, la meta finale sarà raggiunta, il Regno sarà instaurato pienamente e per sempre.
Circa la speranza storica, si è passati dalle eccessive pretese dei tempi dell’illuminismo e delle ideologie all’avvilimento e alla depressione. Dal razionalismo arrogante al nichilismo. Sono tre i passaggi percorsi dalla nostra epoca nei riguardi del futuro: prima c’è il fascino del futuro (anni ’60), poi la paura del futuro (anni ’70, gli anni di piombo, gli anni del terrore), poi la dimenticanza del futuro. La Grande Promessa è fallita. Il futuro perde il primato acquistato ai tempi della ragione forte e delle ideologie. “No future!”, lo slogan stampato sulle magliette dei nostri giovani, dice enfaticamente che i tempi sono cambiati. Nel regno del pensiero debole, della ricerca dell’immediato e dell’effimero, ormai per il futuro non c’è più posto. Il futuro è negato. Si vive nel presente. Si chiudono gli orizzonti. L’uomo si rattrappisce in se stesso e riesce appena a misurare la sua breve giornata. Ma la Bibbia non è d’accordo con questo stato d’animo e ci insegna che le speranze terrene sono pedagogia e preparazione alla speranza celeste. La fatica dell’uomo sulla terra è preparazione della città escatologica. Il passaggio dalla prima alla seconda creazione non avviene senza il contributo dell’uomo. La piccola speranza è preludio e caparra della grande speranza.
Ma lasciamoci illuminare dalla Parola rivelata.
La speranza nella Bibbia
La Bibbia è allo stesso tempo il libro della promessa e della speranza. I due concetti si richiamano a vicenda, giacché non c’è speranza senza promessa. Promessa e speranza sono il filo rosso che lega fra di loro tutti i libri del Primo e del Nuovo Testamento. La storia si apre con una promessa e si chiude con la piena realizzazione di essa. E tra il principio e la fine scorrono secoli e secoli di storia. Il primo Israele, come il secondo, devono tenere gli occhi fissi in avanti, perché, anche se la salvezza è già arrivata, soltanto nel futuro sarà portata al suo compimento. È il “già” e il “non ancora” contenuto nel testo della Prima lettera di Giovanni: “Carissimi, noi, fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato” (1Gv 3,2).
- La speranza nel Primo Testamento
I libri dell’A.T. (storici, profetici e sapienziali) narrano la storia di una grande promessa, che nel tempo si chiarifica come una promessa di salvezza in tutta la sua comprensione ed estensione. Una promessa che cammina nel tempo e che lentamente si esplicita e si approfondisce, lasciando poi al N.T. il compito di continuare e chiudere in modo definitivo il discorso.
Nati dalla discendenza di Abramo, il depositario della prima promessa, gli israeliti sono per l’apostolo Paolo coloro che posseggono le promesse (cfr. Rm 9,4). Il popolo ebraico è il popolo della promessa. Questa è la sua qualifica, che passerà ai nuovi israeliti, perché la promessa fatta ad Abramo sembra proprio una ripresa e una precisazione di quella formulata dopo la caduta originale per l’intero genere umano (cfr. Gn 3,15).
Dunque la Bibbia si apre con la promulgazione della promessa. Una promessa essenzialmente messianica e poi di un personaggio misterioso in cui la salvezza sarà portata a termine. Una promessa sui generis, perché destinata a spostarsi sempre in avanti. Quando ci sembra di averla raggiunta essa improvvisamente si sposta in avanti; alla fine tu ti convinci che essa non potrà realizzarsi se non in un futuro metastorico.
Nel contempo la promessa si spiritualizza. Non più la terra “dove scorrono latte e miele”, la numerosa posterità, la prosperità – frutto della fedeltà a Dio – ma una retribuzione che va oltre i confini della storia, che viene donata nell’aldilà. È quello che troviamo in Dn 12 e nel cap. 7 del secondo libro dei Maccabei. È quello che ci insegna il libro della Sapienza che chiama immortalità (in termini ellenistici) quella che gli altri due libri chiamavano risurrezione. Ma ormai siamo alle porte del N.T. .
Scrive G. FrosIni: “Questo lungo tragitto percorso dal popolo ebreo lascerà per sempre nelle pieghe dei libri sacri la sensazione della concretezza quasi carnale della speranza, contro ogni spiritualismo che da sempre minaccia le convinzioni religiose. La speranza ha anche il sapore della terra, porta con sé tutto il peso della storia. Anche quando rimanda oltre, il tragitto percorso non verrà mai dimenticato” (Il ritorno della speranza, p. 115ss).
La promessa non può essere però realizzata sulla terra. Questa è una delle certezze fondamentali della Bibbia ed è anche un’affermazione basilare della fede cristiana. La salvezza è oltre i limiti della storia, anche se comincia ad abitare su questa terra. Ma il discorso non va all’infinito. È un’altra convinzione fondamentale della religione ebraico-cristiana. La salvezza verrà, nonostante tutto. Verrà per l’intervento della misericordiosa onnipotenza di Dio. Verrà col mistero pasquale di Cristo (morte e risurrezione). Con esso l’eschaton è entrato nella storia e attende ora il suo compimento definitivo. Ma così siamo ormai al N.T. .
- Il passaggio alla speranza cristiana.
La speranza cristiana è definita nella lettera agli Ebrei “una speranza migliore” (Eb 7,19). L’attesa, dopo la venuta di Cristo, continua, ma si innerva fortemente nel presente di una salvezza già cominciata e di una promessa già in via di realizzazione. Nella predicazione di Gesù il riferimento è anzitutto al Regno, di cui egli ha dichiarato l’inizio. L’annuncio del Regno costituisce il primo Kerygma in assoluto, cui seguirà poi quello della risurrezione di Cristo. Il Kerygma del Regno è dato da Gesù, il Kerygma della risurrezione è dato dai discepoli che – dopo la Risurrezione e la Pentecoste – credettero in lui. Dal Kerygma di Gesù al Kerygma su Gesù. La venuta del Regno è l’adempimento della promessa dei profeti, che di esso avevano parlato come di uno stato di pienezza e di salvezza. Un Regno che sottostà ancora alla legge del “già” e del “non ancora”, giacché i benefici sono già incominciati, ma la pienezza dei suoi beni resta sospesa nel futuro. “Ora – scrive Frosini – il Regno si apre faticosamente la strada lungo i tornanti della storia umana, ma al ritorno di Cristo, alla fine dei tempi, esploderà in tutta la sua ricchezza e in tutta la sua forza. La promessa si sposta di nuovo in avanti” (op.cit. p. 117).
Siamo nel tempo in cui il male domina ancora la scena di questo mondo e la morte, pur vinta, fa ancora sentire la sua ingombrante presenza. Ma al ritorno di Cristo cesserà l’attesa e sarà il compimento. Per questo la nostra preghiera dovrebbe tornare ad essere quella delle prime comunità cristiane: “Vieni, Signore Gesù!” Noi siamo, dunque, un popolo in attesa e in cammino. Nell’attesa la parola d’ordine è: “Vigilate” (Mc 13,35).
Vigilare e attendere con fiducia: il Dio della speranza è il Dio della fedeltà, la roccia delle nostre certezze, la garanzia delle nostre attese.
- La speranza in Paolo.
Con lui la speranza cristiana prosegue il suo cammino basandosi sulla certezza inconcussa della risurrezione di Cristo. Dalla morte e dalla risurrezione di Cristo nasce il secondo e definitivo Kerygma, cioè il punto centrale e fondamentale del messaggio cristiano. Tutto parte dalla risurrezione e va verso il compimento ultimo della parusia, completamento e termine della risurrezione stessa.
Paolo si inserisce in questo filone di pensiero: riflette, approfondisce, sistematizza, ma non crea. Egli è il teologo e il teorico della speranza. Senza di lui il patrimonio che possediamo sarebbe molto più povero. Per lui la vita cristiana è contrassegnata e caratterizzata da tre atteggiamenti che troviamo chiaramente espressi nella sua prima lettera, quella ai Tessalonicesi: la fede, la speranza, la carità. La 1Ts. mette bene in luce l’importanza della speranza nella vita cristiana. Vi si dice infatti che essa è atteggiamento tipico e distintivo del cristiano. Gli altri (i ceteri della Vulgata), cioè i pagani, “non hanno speranza” (5,13). Hanno le loro speranze, hanno i loro dei, le loro attese, i loro desideri, ma non hanno la Speranza (con la S maiuscola), la speranza dono teologale che da Dio parte e a Dio ritorna.
La speranza geme nel cuore dell’uomo nell’attesa struggente di essere appagata. Ha per oggetto Dio e la sua felicità, Cristo e la sua venuta, la comunione dei Santi e la vita eterna. L’essere con Cristo è il suo appagamento (cfr. 1Tss. 5,17). Non c’è paragone possibile con le speranze umane, quelle delle cose che si vedono e che non sono eterne. Quando la speranza rivelerà tutta la sua ricchezza, allora anche le angosce e le tristezze della vita mostreranno la loro inadeguatezza e la loro pochezza (cfr Rm 8,18). Quello che Dio ha preparato per quanti lo amano è al di là di ogni nostra possibile previsione e attesa (cfr. 1Cor 2,9). Non è tanto una ricompensa, quanto una pienezza. Attesa di vita, di libertà, di salvezza, la speranza è anche sorgente di gioia.
Nella lettera ai Romani, capolavoro dell’epistolario paolino, il discorso della speranza si fa più disteso e completo. Siamo nel cap. 8, che è stato chiamato anche il capitolo della speranza.
Il tema è la vita nello Spirito, che significa anche la vita nella speranza, perché lo Spirito è il generatore della nostra speranza. Colui che vive nello Spirito porta con sé i germi della risurrezione e dell’immortalità (Rm. 8, 11).
Principio della vita, lo Spirito porta a compimento la sua opera risuscitando i corpi dei morti. Egli ci fa figli di Dio e “se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo; se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria” (Rm. 8, 17). Una gloria per niente paragonabile alle sofferenze del tempo presente (Rm. 8, 18). Una gloria che pervaderà l’universo intero. Paolo ne parla nei vv. 19-25 del c. 8: la stessa creazione un giorno sarà liberata dalla corruzione del peccato e della morte ed entrerà trionfalmente nella gloria dei figli di Dio. Il corpo, che la filosofia greca considerava come prigione dell’anima, è destinato anch’esso alla gloria e, col corpo, anche il mondo sarà oggetto di redenzione (vv. 21.23) e parteciperà alla “libertà” dello stato glorioso. La filosofia greca voleva liberare lo spirito dalla materia considerata come cattiva; il cristianesimo libera la stessa materia. È questa la nuova creazione, sono i cieli nuovi e la terra nuova, termine ultimo della nostra speranza. La speranza coinvolge tutti gli uomini e tutte le cose, la storia umana e quella del cosmo.
- Pietro, l’apostolo della speranza, afferma che noi cristiani siamo “rigenerati per una speranza viva, per una eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce” (1 Pt. 1, 3-4) e viviamo nell’attesa del ritorno finale di Cristo. Pietro richiama i cristiani a vivere nell’atteggiamento mentale di chi è pronto all’esodo e alla partenza (cfr. 1 Pt. 1, 13: l’avvertimento è a stare preparati per il viaggio, a conservare nella mente e nell’animo la disposizione interiore della speranza).
La condizione del cristiano – dice Pietro – è quella dello “straniero e pellegrino” (2, 11), cioè di colui che proviene da un’altra nazione e che non ha fissa dimora, ma vaga di luogo in luogo, come uno zingaro. Un distaccato, un estraneo e strano, uno che vive in modo diverso dagli altri, nella convinzione di non avere qui fissa dimora, ma di andare in cerca di quella futura (Eb. 13, 14). Un viandante, dunque, un viatore, un pellegrino.
Con la sua vita, prima che con la sua parola, egli si prepara a rispondere a chiunque gli domandi ragione della propria speranza (1 Pt. 3,15). Come? Con gli atteggiamenti della quiete imperturbabile e dell’adorazione del Signore, dice Pietro che scrive a cristiani perseguitati.
Nella 2ª lettera troviamo il testo di 3, 11-13 che parla della dissoluzione finale che segnerà la fine di questo mondo.
Proprio in questa prospettiva, l’autore esorta alla santità della vita e alla pietà i suoi lettori, ai quali è chiesto di attendere e affrettare la venuta del giorno di Dio, in cui avranno origine “nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia”. Notate: ci è chiesto non solo di “attendere”, ma anche di “affrettare” la venuta del giorno di Dio. C’è qui un richiamo al contributo insostituibile dell’uomo. La terra è data all’uomo da Dio come dono e come compito: prima il compito viene finito, prima è possibile smontare dalla propria cabina di lavoro.
Prima di passare alla tradizione giovannea, vorrei richiamare un testo bellissimo della Lettera agli Ebrei, cap. 6, vv. 19-20: lì la fede è paragonata a “un’ancora della nostra vita, sicura e salda, la quale penetra fin nell’interno del velo del santuario, dove Gesù è entrato per noi come precursore”. Un’immagine suggestiva che spiega il senso di calma e di sicurezza in cui si trova colui che è in possesso della speranza. Scrive Frosini: “Seguendo l’immagine, più che all’interno del Santuario, il senso porta a pensare al mare disteso e sereno dell’eternità. La speranza è l’ancora gettata in questo mare, che salva la nave dai flutti, dai marosi e che dà a colui che ne è in possesso un senso di pace e di tranquillità. La speranza è anticipazione e precorrimento, certezza di un futuro che è già segnato e che già fermenta nell’animo e dà alla vita un significato nuovo, che salva dall’inconsistenza, dalla depressione e dalla disperazione” (op. cit. p. 124).
- La speranza nella tradizione giovannea.
Alcuni studiosi hanno parlato di “escatologia realizzata”, perché – dicono – quello che c’era da aspettare in questo settore della teologia è ormai arrivato al suo compimento. Dal futuro ormai non c’è più nulla da attendere, c’è solo da valorizzare il presente. C’è del vero in questa interpretazione, anche se, così come suona nella sua radicalità, essa non è certamente accettabile. Gli scritti giovannei non ignorano affatto gli ultimi aspetti dell’escatologia tradizionale, però contengono qualcosa di nuovo rispetto agli altri autori che abbiamo ricordato. Il nuovo consiste in una forte sottolineatura di quanto è già avvenuto nell’opera di salvezza. Una sottolineatura, non un’affermazione esclusiva ed escludente. Nell’esporre presente e futuro, l’accento è posto sul presente. C’è una presa molto sul serio dell’opera redentiva del Cristo. Così il giudizio si svolge ora e coincide con la decisione della fede, nella quale si giocano i destini eterni (cfr. Gv. 3, 18) e la vita eterna è già posseduta fin d’ora; quello che i Sinottici avrebbero detto al futuro, Giovanni lo afferma al presente: “chi crede ha la vita eterna” (cfr. Gv. 5, 24), una vita data in pienezza, anche se manca il suo completamento finale. Non si deve parlare, perciò, di escatologia realizzata, ma semplicemente di escatologia che si sta realizzando, di escatologia del “già-e-non-ancora”. La speranza, quindi, è presente anche in Giovanni, come un’acqua che zampilla per la vita eterna, come un dono già dato ma che non finisce mai di crescere (cfr. Resé).
- La speranza nell’Apocalisse
Anche se manca il termine, l’ultimo libro della Bibbia può essere considerato il libro della speranza per eccellenza. L’Apocalisse è l’apoteosi della speranza. Libro difficile per tanti motivi, l’Apocalisse è destinata a ricordare anzitutto agli uomini la vittoria di Cristo sul male e sulla morte, ottenuta a prezzo della sua morte seguita dalla risurrezione. Uno dei simboli più centrali del libro è quello dell’Agnello sgozzato, ma in piedi, perché risorto, dinanzi al trono di Dio. L’Agnello è il dominatore e insieme l’interprete della storia.
Il c. 5 dell’Apocalisse narra questa verità in modo drammatico. Il libro della storia è ermeticamente chiuso dai sigilli e nessuno lo può aprire e interpretare. Ma ciò che è impossibile all’uomo è reso possibile dalla potenza di Cristo. Il profeta ne prende atto con commozione: nelle parole del vegliardo riconosce la grandezza e la consolazione dell’annuncio cristiano. Il mistero è svelato perché “ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il libro e i suoi sette sigilli” (Ap. 5, 5). Questa vittoria è ormai inserita nel cuore della storia: l’uomo, il maligno, le forze del male anche coalizzate insieme non potranno nulla contro di essa.
È questo il punto nevralgico e decisivo del libro. La Pasqua, che domina la vicenda umana, la divide in due e prepara il giorno della vittoria definitiva. Nel frattempo le forze del male incarnate in forme animali e mostruose, proseguiranno la loro azione nefasta: la persecuzione contro i figli della luce è una di queste. Ma la loro azione è dominata dall’alto, dall’onnipotenza di Dio, che ha fatto risorgere il suo Figlio e ha dato un nuovo indirizzo alla storia. Il cristiano che legge il libro delle profezie è messo a parte di questa notizia, che non potrà più essere dimenticata. È l’anima della storia, il suo punto culminante, il suo zenit.
“Nonostante tutto, nonostante anche le apparenze che possano a volte spegnere provvisoriamente ogni traccia di speranza, la situazione è nelle salde mani di Dio, che non consente, non può consentire la vittoria totale delle forze del male. Questo è sempre limitato, perché la vittoria del bene non potrà essere annientata da niente e da nessuno. L’annuncio della Pasqua risuona nei secoli e nei millenni da allora incamminati verso la glorificazione finale. La fede sopravanza la paura, la speranza non conosce tramonti, se non parziali e temporanei. L’apocalisse è il libro della consolazione” (Frosini, op. cit. p. 127).
Inutile – in questa sede – seguire tutte le vie tortuose attraverso cui l’autore vuole comunicare queste certezze. Possiamo ricordare la presenza del cavallo bianco insieme ai cavalli che coi loro colori simboleggiano la violenza, l’ingiustizia sociale, la morte (cfr. 6, 1-8); l’episodio della donna simbolo della comunità cristiana (sintetizzata e rappresentata da Maria, cap. 12, 1-8); la vicenda dei due mostri che provengono dal mare (simbolo apocalittico del male) narrata nel c. 13, cui fanno da contrappunto, nel capito successivo, coloro che appartengono irreversibilmente a Dio …
Tutto il libro è come un chiaroscuro in cui il bene e il male si affrontano sotto lo sguardo vigile di Dio, in una lotta che coinvolge anche la comunità dei credenti e dei salvati. La Chiesa è chiamata in causa direttamente: la vittoria sulle forze del male ha bisogno anche del suo contributo. L’Apocalisse non è un libro di disimpegno, ma un invito ad assumere le proprie responsabilità dentro la storia. Un libro militante. Il giudizio definitivo di Dio si svolgerà anche sulla base delle opere buone compiute (cfr. Ap. 20, 11-15).
La visione finale è il punto di arrivo della speranza cristiana. La descrizione della Gerusalemme celeste, fatta con l’arte del poeta e con l’animo del mistico, appartiene alle pagine più famose della storia dell’umanità. Ad essa si sono ispirati artisti, pensatori e santi, ad essa hanno attinto le varie utopie. Sono pagine che andrebbero lette e meditate spesso, specialmente nelle ore della difficoltà e della tentazione, alla sera della giornata e della vita.
L’Apocalisse è la carta topografica della città definitiva, della città dell’eternità.
Il colloquio finale è l’ultima assicurazione che arriva all’anima del credente, l’ultimo richiamo alla sua speranza. “Lo Spirito e la Sposa dicono: “Vieni!” E chi ascolta ripeta: “Vieni!” E dall’altra parte la voce: “Sì, verrò presto!” È la garanzia ultima di “Colui che è, che era e che viene” (Ap. 1, 8). La venuta segnerà per l’eternità la realizzazione della promessa.
Il libro della Bibbia si era aperto con la promessa che ha attraversato i secoli e i millenni e che i profeti vecchi e nuovi hanno sempre riportato all’attenzione dell’umanità. Ora, con l’assicurazione ultima del suo esaudimento, il libro ha concluso il suo compito.
G. Ravasi scrive: “Il libro è, però, una mappa della speranza: la meta ultima della storia non è il baratro del nulla, la meta ultima della nostra esistenza non è la dissoluzione della morte. Al termine del libro si erge l’affresco della Gerusalemme della vita e della comunione con Dio. Anche se l’esistenza è una lotta violenta, anche se l’incombere della Bestia è spietato, la parola ultima è alla Sposa e all’Agnello. Il volume è, quindi, un invito all’impegno, sì, ma anche all’ottimismo, alla fiducia, alla speranza” (Il libro dell’Apocalisse, p. 116 – EDB).
Ma Paolo ha l’ultima consegna da darci: “Tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per la nostra istruzione, perché in virtù della perseveranza e della consolazione che ci vengono dalle Scritture teniamo viva la nostra speranza” (Rm. 15, 4).
La speranza – secondo Paolo – è al vertice delle preoccupazioni di Dio che si rivela. Con Paolo si può dire che il fine della rivelazione è comunicare al credente la speranza.
* * *
Ora che la mente e il cuore sono stati illuminati e riscaldati dal ricchissimo messaggio della speranza, ci sembra importante evidenziare alcune dimensioni della speranza. Lo facciamo in estrema sintesi, quasi per titoli.
- La dimensione universale della speranza.
Secondo P. Grelot al centro della speranza cristiana sta la venuta del Regno di Dio, “regno di verità e di vita, di santità e di grazia, di giustizia, di amore e di pace”; regno che trova la sua stabile dimora nei cieli nuovi e nella terra nuova, nell’universo rinnovato della seconda creazione. Noi non speriamo soltanto nella salvezza dell’uomo (di se stesso), ma nella salvezza dell’umanità; men che mai nella sola salvezza dell’anima priva del suo inseparabile compagno; noi non speriamo soltanto nella salvezza dell’umanità, ma dell’universo intero: “secondo la sua promessa, noi aspettiamo cieli e terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia” (2Pt 3,13).
- la dimensione comunitaria della speranza.
La speranza riguarda non solo la singola persona, ma l’umanità intera; interessa, cioè non solo l’individuo, ma l’intero popolo di Dio. È universale e cosmica. Il Concilio Vaticano II, che nel cap. 7 della L.G. sull’indole escatologica della Chiesa, fa un fugace cenno alla dimensione universale, nella G.S., invece attira l’attenzione all’umanità intera (e all’universo che la contiene). I due documenti vanno letti insieme.
- La dimensione storica della salvezza.
È il problema del rapporto fra speranza e storia, fra speranza e attività dell’uomo, fra speranza teologale e speranze terrene. Una questione strettissimamente legata a quella del significato ultimo dell’opera dell’uomo nel mondo. Oggetto della nostra speranza è il Dio del Regno, che Gesù Cristo è venuto ad annunciare e ad iniziare. L’uomo è chiamato a collaborare con Dio per l’avanzamento e la venuta finale del Regno. La liturgia ci fa dire: “Aiutaci a costruire insieme il tuo Regno”. Con la sua azione l’uomo prepara la venuta dei cieli nuovi e della terra nuova, porta materiale alla costruzione della Gerusalemme celeste. È logico perciò che la speranza punti sul futuro storico, che è in marcia verso il futuro assoluto e definitivo.
L’uomo è chiamato non soltanto ad attendere, ma anche a operare e creare. Una speranza attiva e creativa.
- Dimensione critico-politica.
In quanto “critica” la speranza diventa una spina collocata sul fianco della storia, per spingerla sempre in avanti, perché l’ordine raggiunto non pregiudichi l’ordine da attendere, perché le nazioni non si addormentino sugli allori del passato e del presente e non dimentichino la loro vocazione per il futuro. La realtà, infatti, non è mai adeguata alla grandezza della speranza e la pienezza non appartiene a questa terra.
In quanto “politica” la speranza orienta la società verso un futuro diverso, che riconosca a tutti gli individui e a tutti popoli parità di diritti e lavora per eliminare quanto più possibile l’ingiustizia, l’odio, la guerra, le situazioni di fame e di disagio. La politica, quindi, come servizio, come ricerca costante del bene comune e dei singoli, come costruzione della città dell’uomo, come preludio e anticipazione della città di Dio. Giorgio La Pira, forse colui che ha interpretato meglio di tutti la vocazione del politico cristiano come seminatore di speranza, affermava che “l’architettura della città dell’uomo nasce dalla contemplazione e dall’imitazione della città di Dio”. In questo campo i laici sono gli alfieri e i seminatori di speranza. Qui essi rendono ragione della loro speranza, cioè la mostrano e la dimostrano e col loro impegno preparano e affrettano l’avvento del Regno, avvicinano sempre di più la città terrena al modello escatologico della città celeste.
Conclusione.
Viviamo in un tempo di crisi generalizzata: crisi energetica, crisi ambientale, crisi economico-politica, crisi di valori… Se vi aggiungiamo la crisi di speranza, finiamo di vivere. Non dimentichiamolo: è la speranza che anima la storia e dà respiro alla vita. La speranza è il respiro dell’uomo, l’aria dei suoi polmoni, l’ossigeno del suo cervello. Finché è accesa questa candela, potremo riaccendere tutte le altre. Per questo Dio ha parlato: perché “teniamo viva la nostra speranza” (Rm 15,4). Per questo noi dobbiamo testimoniarla: per la vita del mondo (pro mundi vita [Gv 6,51]).
Ma testimoniare la speranza in modo concreto e credibile vuol dire dare speranza: a chi è schiacciato dalla vita, a chi è emarginato dalla società, a chi è distrutto dal dolore. Vuol dire dare una mano a chi soccombe sotto il peso di insopportabili ingiustizie, a chi geme sotto il carico di pesanti fardelli e non ha più la forza di guardare avanti, di guardare in alto, di guardarsi attorno. Testimoniare la speranza vuol dire stare accanto a chi è solo, indifeso, disperato (metteteci dentro tutte le categorie), aiutandolo a prendere coscienza che ognuno è più del suo bisogno e che l’ultima parola della nostra vicenda quaggiù non è quella del male e della morte, ma dell’amore e della vita, perché su tutto e su tutti veglia, col suo cuore tenerissimo, Colui che è “il Signore amante della vita”.
Testimoniare la speranza vuol dire anche apprezzare e valorizzare, coltivare e far crescere, far conoscere e mettere in comune i germogli di speranza, i segni concreti di amore e di accoglienza, sia quelli quotidiani, sia le iniziative sorte come risposta alle situazioni di emergenza, ma che poi lasciano il segno nella vita delle comunità cristiane.
Vorrei, a questo proposito, invitare parrocchie, associazioni e movimenti ecclesiali a disegnare una mappa di queste realtà che, con la loro vivacità e freschezza, incoraggiano tutti ad essere creativi nella carità e perseveranti nella speranza.
E termino con l’esortazione dell’apostolo Paolo: “Siate lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera, solleciti per le necessità dei fratelli, premurosi nell’ospitalità… Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto “ (Rm 12,12.13.15).
† Giuseppe Costanzo
