Cattedrale di Siracusa, 27 Gennaio 2006
Venerati Confratelli,
Care Religiose,
Fratelli e Sorelle carissimi,
Vi ringrazio per la gioia che mi date e per l’affetto con cui continuate ad accogliermi. È bello camminare insieme, amarsi vicendevolmente e portare gli uni i pesi degli altri.
È bello e doveroso rendere testimonianza a Cristo ed annunciare il suo Vangelo, dando testimonianza della speranza che è in noi. Questa celebrazione annuale ha sempre avuto il sapore di un incontro familiare in cui ci siamo incoraggiati a lavorare con impegno nella vigna del Signore. Quest’anno, poi, non possiamo dimenticare che siamo in cammino verso il Convegno ecclesiale di Verona, che ci impegna ad essere solidali con ogni dolore, con ogni speranza e con ogni sforzo che accompagna il cammino umano. “Testimoni del Risorto, speranza del mondo”.
Per essere tali dobbiamo essere una Chiesa viva, attenta ai problemi e alle attese dell’uomo, in adorazione del suo Signore, docile allo Spirito, in ascolto costante della Parola che non passa. A questa Parola – nutrimento della fede e fermento della storia, sorgente della vita spirituale e spinta missionaria – noi vogliamo attingere quest’oggi.
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La prima lettura (2 Sam. 11) ci fa meditare sul peccato di Davide. Invaghitosi di Betsabea, moglie di Uria, pecca con lei e, non riuscendo a nasconderlo al marito, lo fa uccidere. Un quadruplice peccato: contro la famiglia, contro l’uomo, contro se stesso e contro Dio.
- Un peccato contro la famiglia. Davide commette prima un adulterio e poi un omicidio. Abusando della sua autorità, attenta all’unione coniugale e alla stabilità della famiglia. Accecato dalla passione, sostituisce l’amore col sesso e il rispetto col dominio. Facendo uccidere Uria si arroga un diritto che non ha: si fa arbitro di vita e di morte. Schiaccia il giusto e approfitta del debole. Una colpa abominevole, anzi una serie di colpe contro le persone e contro la famiglia.
Quello della famiglia dovrebbe essere, oggi, un tema centrale della riflessione culturale e dell’impegno pastorale. La famiglia, infatti, è culla dell’amore e sorgente della vita. Ora l’amore è spesso equivocato e la vita è manipolata o distrutta. Nel campo dell’amore la situazione si è molto deteriorata, a motivo dell’immaturità affettiva, dell’affettività malata e delle difficoltà relazionali.
Nel campo della vita la confusione è somma e le domande si moltiplicano: chi è padrone della vita? Lo Stato? L’uomo? La sofferenza? Chi può decidere se far nascere o no un bimbo? se portare avanti una gravidanza o distruggerla nel grembo materno? Chi può stabilire quando la vita non vale più nulla e perciò le si può mettere fine con l’eutanasia? Chi ha il diritto di accelerare la morte col pretesto di risparmiare un’inutile sofferenza? Non si tratta, piuttosto, di alleviare la sofferenza coi mezzi che non mancano? Non si tratta di aiutare il malato a dare senso alla sua sofferenza? Non si tratta di aiutarlo a morire con dignità? Perché svuotare di senso e di valore la sofferenza? Perché alimentare una cultura di morte, quando Gesù è morto perché avessimo la vita e perché vivessimo nella gioia? Solo difendendo la vita e tutelando la famiglia possiamo dare la speranza del domani.
- Un peccato contro l’uomo. L’uccisione di Uria è stata un’ingiustizia gratuita. Il classico sopruso di chi ha potere. Un delitto contro la vita. Come non pensare ai milioni di esseri umani vittime nel mondo di ingiustizie, di prevaricazioni, di violenze? Come non ricordare, proprio oggi, “giornata della memoria”, gli ebrei sterminati nei forni crematori, colpevoli solo di essere ebrei e di attentare così alla purezza della razza? Come dimenticare le migliaia di bimbi che ogni giorno muoiono di fame e di malattie per la cinica indifferenza dei paesi ricchi?
Fratelli e sorelle, le guerre imperversano, la violenza è perpetrata sistematicamente, i poveri soffrono ogni tipo di sopruso. Come vogliamo testimoniare il Risorto e dare speranza a chi è disperato? La via evangelica è chiara: amare, solidarizzare, condividere. Promuovere una cultura della vita.
- Un peccato contro se stesso.
L’adulterio e l’omicidio perpetrati da Davide con una serie di espedienti umilianti, lesivi della sua dignità regale, suscitano in noi un gran senso di pena. Come è potuto giungere a tanto l’eletto di Dio? Molte possono essere le cause: l’innata fragilità umana, anzitutto; un periodo di crisi, un momento di stanchezza, piccoli cedimenti all’egoismo e alla sensualità, la solitudine e l’incomprensione… Forse un improvviso appannarsi dell’ideale, unito all’ignavia nel compimento del proprio dovere… Quando si comincia a peccare, non si sa mai dove si andrà a finire. Il peccato, che sta sempre alle porte, si impadronisce sempre più del cuore di Davide, lo indurisce e lo trascina in un crescendo di cattiveria e di perfidia. Esso è tanto più insidioso quanto più inavvertito e preso a piccole dosi.
L’esperienza di Davide è per noi fortemente ammonitrice:
“Chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere” (1 Cor. 10, 12). Dobbiamo vigilare e pregare!
- Un peccato contro Dio. “Perdonami, Signore, contro di Te ho peccato”. E Dio gli manda il profeta Natan, che lo aiuta a prendere coscienza del suo peccato. Dio umilia l’orgoglio di Davide, ma soccorre la sua fragilità. Punisce il suo peccato, ma rimane fedele alla sua promessa e là dove abbonda il peccato fa sovrabbondare la grazia. E anche il peccato, alla fine, Dio lo farà servire al suo disegno, che è disegno di salvezza sempre, come è accaduto nella storia di Davide: Salomone, figlio di Davide e di Betsabea, fu l’antenato di Gesù e la sua prefigurazione. E il Messia è il dono di Dio per salvare tutto il mondo dal peccato. È il trionfo dell’amore e della misericordia! È il modo di agire di Colui che è grande e compie meraviglie! È il più grande messaggio di speranza per noi che siamo deboli e fragili!
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Il brano evangelico (Mc. 4,26-34) è tutto un invito alla pazienza, alla fiducia e alla speranza.
Viviamo in un tempo difficile, complesso, carico di sfide. È stata abbattuta ogni resistenza morale, è venuto meno ogni richiamo ai valori, dilagano relativismo e permissivismo. Tramontata la “società cristiana”, espressa da una omogeneità culturale e religiosa, ci ritroviamo oggi in un clima di soggettivismo che non ha più in Dio un valore assoluto e non ha più nella morale un progetto condiviso.
Siamo minoranza all’interno di una società neopagana. È avvenuto un cambio di cultura, di mentalità, che sta penetrando nelle nostre idee e nel nostro costume. Continuiamo a dirci cristiani, ma la nostra vita – dal punto di vista esistenziale e sociale – è pagana. Osservate la mentalità corrente, fate attenzione ai criteri di giudizio, notate i valori di riferimento e i modi di vita. Ascoltate come ragionano i nostri giovani nelle scuole, come si orienta la gente sui problemi dell’indissolubilità del matrimonio, dell’aborto, dell’eutanasia, della vita eterna. Sono mentalità e criteri pagani, assolutamente estranei alla nostra fede. Il confronto è aspro e il dialogo è difficile.
È il tempo, dunque, di una nuova semina, faticosa, ma generosa. Deve nascere una cultura della vita e della speranza. Deve crescere il Regno di Dio, che, però, non si può affrettare con la forza, perché esso è come il seme, la cui crescita è lenta e silenziosa. L’importante è seminare il Regno di Dio, con l’annuncio e con la testimonianza; poi esso si svilupperà – nell’individuo e nella società – per virtù intrinseca, progressivamente, e darà frutto secondo modi e tempi che l’uomo non può conoscere né accelerare a suo piacimento. Occorre, dunque, la pazienza del contadino, non l’agitazione; l’impegno, non l’ignavia; la certezza della fede, non il dubbio paralizzante; la differenza, non l’omologazione.
“Io ho seminato – dice Paolo – Apollo ha irrigato, ma è il Signore che fa crescere” (1 Cor. 3, 6). Questo dev’essere l’atteggiamento della Chiesa, dell’apostolo, dell’educatore, del catechista, perché Cristo è risorto ed è in mezzo a noi, vincitore del male e “speranza della gloria” (Col. 1, 27).
Ai miei Confratelli sacerdoti, collaboratori preziosi e necessari, vorrei dire: Ci è stato affidato un compito al quale siamo inadeguati, e tuttavia la nostra parte è importante. Non lasciamoci, però, assillare dall’attesa del risultato: questo non è in nostro potere, non sta a noi misurare l’effetto e forse non vedremo mai i risultati. Il S. Padre, Benedetto XVI, nella sua prima enciclica, “Deus caritas est”, dice dell’operatore pastorale queste parole semplici ed efficaci: “In umiltà farà quello che gli è possibile fare e in umiltà affiderà il resto al Signore. È Dio che governa il mondo, non noi. Noi gli prestiamo il nostro servizio solo per quello che possiamo e finché Egli ce ne dà la forza” (n° 35). Solo alla fine porremo mano alla falce: raccoglieremo alla fine della nostra vita il frutto del nostro lavoro, e la mietitura sarà una festa gioiosa se avremo saputo attendere con serenità, fiduciosi nell’opera del Padre. Affidarci a Lui, questo è il segreto: senza sfuggire alle responsabilità e senza confondere la testimonianza al Vangelo con il successo delle nostre iniziative. Senza contagiarci a vicenda la stanchezza, la sfiducia e la mancanza di speranza.
E senza, infine, dimenticare che i frutti vanno anche implorati con la preghiera umile e perseverante.
Vorrei, su questo tema della preghiera, invitare tutti – sacerdoti, religiose e laici – a riflettere un solo istante. Lo richiede la serietà dei discorsi che abbiamo fatto fin qui.
Suscitare una nuova cultura (della vita, della pace, della speranza), costruire il Regno di Dio (che “è regno di verità e di vita, di santità e di grazia, di amore, di giustizia e di pace”) esige l’annuncio e l’azione dei cristiani, ma chiede anche la preghiera, personale e comunitaria.
Sono certo molto importanti gli interventi del Papa, i documenti degli episcopati, gli sforzi generosi dei credenti, ma siamo sicuri che non ci sono altri strumenti per incidere maggiormente in favore del bene? Siamo sicuri che la preghiera sia tenuta nella giusta considerazione? Che abbia il posto preminente che le compete? L’impressione è che si lavori molto, che si faccia affidamento su tante cose, anche giuste, ma che alla fine si preghi poco. Ricordate, invece, l’atteggiamento della prima comunità cristiana in occasione della carcerazione di Pietro? Che cosa fece? Non scese in piazza, non fece un “sit-in” davanti al Sinedrio, non gridò per le vie, ma si mise in preghiera (cfr. At. 12, 5). E in tante situazioni difficili, lungo i secoli, la Chiesa ha fatto sempre ricorso alla preghiera. Oggi si ha l’impressione che anche nel mondo cattolico si preferisca risolvere i problemi ricorrendo ai mezzi coercitivi, alle misure forti, agli strumenti della diplomazia, vie che anche le autorità laiche e le culture dei non credenti cercano di percorrere. Ma come cristiani sappiamo che c’è bisogno di un di più. Occorre la voce corale di una Chiesa in preghiera. Occorre che ognuno aggiunga all’azione l’orazione. Bisogna sempre tenere a mente il monito di Gesù: “Senza di me non potete far nulla” (Gv. 15, 5). C’è da imitare la preghiera di intercessione di Mosé e degli Ordini contemplativi. Occorre inoltre che ognuno torni all’orazione personale e ne provi gusto e ne avverta ogni giorno il bisogno. Preghiere semplici, preghiere brevi, ma frequenti. Nell’epoca degli “spot” pubblicitari espressioni rapide e sintetiche di preghiera non dovrebbero essere fuori moda. Ce lo insegni la Madonna, la Vergine in preghiera. Ce lo insegnino i nostri Santi Patroni: S. Marciano, S. Lucia e S. Sebastiano. E ci ottengano zelo e pazienza, fiducia e perseveranza!
† Giuseppe Costanzo
