Corpus Domini 2006

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Siracusa, 18 Giugno 2006

Con la processione eucaristica abbiamo professato pubblicamente la nostra fede in Cristo, presente tra noi come pane di vita, come compagno di viaggio, come nostro Salvatore e come farmaco di immortalità. Gli abbiamo manifestato il nostro amore e la nostra gratitudine. Gli abbiamo consegnato la città, coi suoi problemi, coi suoi dolori, coi suoi drammi, ma anche con le sue bellezze, con le sue risorse, con la sua storia gloriosa. Abbiamo deposto nel suo Cuore situazioni forse dolorose o penose o tragiche, davanti a cui siamo spesso impotenti, ma mai rassegnati. Lo abbiamo adorato e mille volte benedetto per la sua bontà e divinità; l’abbiamo lodato e ringraziato per quell’immenso amore che ci ha dimostrato facendosi a noi così prossimo. Davvero l’Eucarestia è la più grande delle meraviglie compiute da Dio, è la testimonianza del suo immenso amore per noi.

Amici, questa è una di quelle certezze che ci aiutano a vivere. Sono poche, pochissime, le certezze veramente necessarie per vivere e vivere bene. Ve ne consegno tre:

1. Dio è amore; 2. Noi siamo amati; 3. Noi siamo liberi. E ciò nonostante tutto. Sì, nonostante tutto Dio è amore; nonostante tutto noi siamo amati; nonostante tutto noi siamo liberi. Liberi per amare. Liberi per essere amati. Non è vero che l’inferno sono gli altri. L’inferno, invece, è la solitudine di chi ha preteso, assurdamente, di essere autosufficiente. Accogliendo Gesù, vita a noi e per noi donata, lasciandoci da Lui amare e cercando di riamarlo lealmente, la nostra vita si pone sulla strada della pienezza di senso e di gioia.

Accogliere Gesù Eucaristia con lealtà e senza ipocrisia vuol dire fare comunione con gli altri. “Far comunione” è più difficile che “farsi la comunione”, perché è accogliere, Gesù non solo sul piano verticale, ma anche su quello orizzontale e tuttavia è un’esigenza irrinunciabile. Attenzione, però!

La comunione non nasce dalla necessità di stringere le fila, dall’urgenza di serrare i ranghi per meglio far fronte al mondo che ci incalza. La comunione nasce da un’esigenza teologica, non da un calcolo aziendale. Vuol essere imitazione della comunione trinitaria, non smania di potenza e di dominio.

La comunione è compito improcrastinabile, è un bisogno non differibile, è disponibilità a portare i pesi gli uni degli altri.

Vivere in comunione è realizzare un mondo come il Padre l’ha progettato e voluto; è fare un’esperienza di Chiesa che sia davvero primizia ed epifania del mondo nuovo.

È questo il servizio che siamo chiamati a rendere in un tempo di divisioni, di contrasti e di dolorose lacerazioni. È questa la testimonianza da dare in una società che è chiusa al Trascendente, e perciò indifferente alle nostre ansie, ostile alle nostre scelte, scettica ai nostri progetti. È questo l’impegno di chi vuol essere testimone del Risorto, di chi vuole ridare speranza a chi l’ha perduto, di chi vuole restituire dignità e fiducia a coloro le cui voci sono inascoltate e i cui diritti sono calpestati. E questo diventa possibile solo quando siamo uniti nell’amore.

Una comunione così forte e coerente è frutto di un rapporto vero e profondo con Gesù Eucaristia, vero cibo e vera bevanda, nutrimento dell’uomo nuovo. Il cibo è veramente tale se, mangiato, si converte in carne della mia carne e sangue del mio sangue. Il cibo mi nutre nella misura in cui il mio organismo lo assimila. Così, con la partecipazione al Pane eucaristico, l’uomo vecchio deve lasciarsi assimilare dall’Uomo nuovo. Gesù ha detto: «chi si ciba di me, vivrà di me, vivrà per me». Così i pensieri, i punti di vista, i centri di interesse, la mentalità di chi partecipa all’Eucarestia devono diventare quelli di Cristo; altrimenti non possiamo dirci “cristiani”. Dobbiamo lasciarci assimilare da Cristo in modo da poter dire con Paolo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me». Cioè, non sono più io che penso, parlo, agisco, ma è Cristo che pensa, parla, agisce in me e con me. Con la comunione eucaristica noi veniamo in contatto con la carne vivificatrice di Cristo: questa carne tutto purifica, risana, santifica, cristifica. L’Eucarestia è un potente ansiolitico e un forte ricostituente: fa del bene non solo all’anima ma anche al corpo.

Urge, fratelli e sorelle, calare l’Eucarestia nella vita di ogni giorno, farla diventare luce che spiega e dà significato alle vicende umane, forza che ci aiuta a portare le croci di cui sono piene le nostre giornate: il freddo, il caldo, la stanchezza; i contrattempi, gli insuccessi, le incomprensioni; le malattie, le noie, le solitudini; gli scoraggiamenti, le depressioni, le angosce.

Urge prolungare durante la giornata l’unione “mistica” derivante dall’unione sacramentale: urge, cioè, rimanere in Cristo, come Lui stesso ci ha chiesto: “Rimanete in me”, “rimanete nel mio amore”. Significa prendere l’abitudine di pensare, parlare, lavorare con Lui e per Lui, e centrati in Lui, sempre memori che senza di Lui non possiamo far nulla di buono.

Infine, Gesù nell’Eucaristia è non solo presenza amica, ma anche vita donata. È solidarietà spinta fino all’immolazione di sé, fino a morire per noi, al posto nostro. Comunicare col Corpo eucaristico di Cristo significa, allora, assimilare la sua forza di amore e la sua capacità di dono e di perdono; significa maturare sentimenti e atteggiamenti che trasformano la vita da possesso in dono, che fanno delle nostre esistenze un pane spezzato, gioiosamente donato a chi ha fame: di pane e di senso, di certezze e di amore.

Come cambierebbe il volto della città e della società se cessassero gli egoismi, se crescesse il senso del dovere, della fedeltà e della corresponsabilità, se tutti ritrovassimo il gusto della coerenza, del lavoro serio e assiduo, dell’impegno generoso a sostegno dei poveri e degli ultimi! Non è questa un’indicazione che ci viene dal mistero eucaristico?

† Giuseppe Costanzo