Conclusione al Convegno Pastorale Diocesano
Siracusa, 8/10 Novembre 2006
Ero in preghiera. Stavo meditando sul passo degli Atti degli Apostoli dove Luca racconta l’arrivo di San Paolo nella nostra Città di Siracusa: “Approdammo a Siracusa, dove rimanemmo tre giorni e di qui, costeggiando, giungemmo a Reggio” (28,12-13). Ho avuto la sensazione di incontrarmi con Lui nel “passato presente” della fede. Sì, proprio con l’Apostolo delle genti, col grande Paolo di Tarso, appena approdato nel porto di Siracusa. Abbiamo iniziato a camminare insieme lungo la riva del fiume Ciane, non lontano dal maestoso tempio della dea Atena. Paolo mi disse che sarebbe rimasto tre giorni a predicare nella città aretusea per poi riprendere il viaggio verso Roma, verso la sua completa donazione al Signore. Aveva un volto teso ma sereno, deciso ma amabile e accogliente. Il suo volto di sempre. Rimanemmo insieme e parlammo a lungo in quei giorni: parlammo del Signore Gesù che lo aveva afferrato, delle comunità cristiane che lui aveva fondato, dei problemi nascenti in seno alle piccole comunità credenti, della genuinità dei discepoli venuti alla fede. I giorni trascorsero rapidissimi e io gli feci tante domande. Era un’occasione da non perdere. Gli chiesi cosa gli accadde sulla via di Damasco; quale il suo rapporto con Pietro e con gli altri apostoli di Gerusalemme; quali le sue amicizie con Barnaba, con Timoteo, con Marco e con Luca… Gli domandai come stessero le sue comunità di Filippi, della Galazia, di Efeso, di Colossi, di Corinto, di Tessalonica… Quale fosse la spina nel fianco che tanto lo affliggeva, quali le sue gioie e le sue preoccupazioni; quale il segreto della sua incrollabile fedeltà. Mi rispose con voce ferma e con umile fierezza: “Scio cui credidi”, “So a chi ho creduto”.
Cominciò così il suo lungo e affascinante discorso… Mi portò con sé in un lungo volo di fede… Mi parlò del suo amore al Crocifisso, della sua fede nella grazia, della sofferenza per il Vangelo, della speranza radicata nel Risorto, della testimonianza data con gioia, della santità come perfezione dell’amore e come unica misura secondo cui vale la pena di essere cristiani. Il tutto con quella profonda e straripante umanità, di cui solo lui è capace.
Poi, ad un tratto, proprio quando era pronto per riprendere il viaggio, fissandomi con sguardo tenero, mi chiese: “E tu, fratello Giuseppe? Tu, che il Signore ha scelto come sentinella per questa Chiesa che Egli ama, tu che da tempo ne accompagni il cammino gioendo per tanti bei frutti e soffrendo per tante lentezze e ritardi, tu cosa vorresti lasciare in eredità a questa tua Chiesa? Quali sono i tuoi progetti per questa tua bella comunità? Cos’altro ancora vuoi donarle? Quale sogno vuoi consegnarle?”
Io rimasi per qualche istante silenzioso. Poi, aprendo il mio cuore, risposi: “Io sogno per la Santa Chiesa di Dio che è in Siracusa un amore sempre più forte al Vangelo, una fedeltà sempre più piena a Cristo, una incondizionata docilità allo Spirito, una vita radicata nell’amore, tesa verso il Cielo ma impegnata nella storia. Sogno una diocesi profondamente “mariana”, che custodisca con amore le Lacrime della Madonna e che voglia asciugarle vincendo il male con il bene e superando ogni mediocrità. Questa è la Chiesa che sogno! Questa è l’eredità che voglio lasciare, il solo tesoro che anch’io, come te, ho ricevuto in dono! Ma vorrei sognare con la tua stessa passione, vorrei impegnarmi con il tuo stile, ripercorrendo la tua vita, imparando dalla tua testimonianza, mostrando come tu sei riuscito ad incarnare il Vangelo nelle pieghe della storia”.
“Perché, allora, non scrivi una lettera?” mi disse. “Parla alla tua gente con cuore aperto, con cuore pieno di carità e di affetto, così come ho fatto io coi miei figli… Non vergognarti del Vangelo, ma va, annuncialo con coraggio, spezzalo come pane, vivilo con fedeltà… Fa vibrare le corde del cuore; parla a tutti: agli adulti come ai giovani, agli sposi come ai consacrati, alle famiglie come alla comunità civile, agli amministratori come ai non credenti… facendoti mio imitatore come io lo sono di Cristo”.
Poi è partito, con la nave diretta a Roma. L’ho seguito con lo sguardo finché la nave si è confusa con la luce del giorno albeggiante. È sparito, come Elia trascinato in un turbine di fuoco… ed io sono rimasto lì a contemplare in preghiera, chiedendogli per me e per i miei figli in Cristo, con la voce mozzata in gola, il suo coraggio, la sua parresia nel parlare e la sua prudenza nel tacere, la sua umanità nelle lacrime e la sua fermezza nella testimonianza, il suo infinito amore per Gesù Cristo e la sua dedizione totale alla Chiesa.
Fratelli e sorelle carissimi, Figli dilettissimi,
la lettera, che il grande apostolo mi ha suggerito, l’ho scritta e, questa sera, vi è stata presentata: “Sulle orme dell’Apostolo Paolo”, lettera pastorale alla Chiesa che è in Siracusa. Devo però aggiungere con lo stesso Apostolo: “La mia lettera siete voi! Lettera scritta nel mio cuore, conosciuta e letta da tutti… Voi siete una lettera di Cristo composta da noi, scritta non con inchiostro, ma sulle tavole di carne dei vostri cuori”.
Il sogno di un vescovo, che si avvia a fare l’ultimo tratto di cammino, è di vedere i suoi figli uniti nell’amore, saldi nella speranza, forti nella fede. Vorrei sempre più vedere la nostra Chiesa come un’esperienza di comunione, come casa e scuola di comunione. Utopia? Speranza disillusa? Non so, forse. Ricordo però un vecchio proverbio che dice: “Se vuoi tracciare un solco diritto, lega il tuo aratro ad una stella”. Questo voglio fare: legare il filo del mio sogno ad una stella e da lì partire per il nostro audace progetto. La stella è la Parola di Dio; la stella è Cristo.
Coraggio, figli amatissimi, e al lavoro! Con gli occhi fissi alla Stella. Col cuore ancorato alla Stella. Tutti insieme, voi e io. Insieme, il sogno può diventare realtà!
+ Giuseppe Costanzo
Arcivescovo
