Convegno Pastorale Diocesano
“Benedetti, benediciamo”
6/8 Novembre 2007
Introduzione
“Benedirò il Signore in ogni tempo,
sulla mia bocca sempre la sua lode…
Celebrate con me il Signore,
esaltiamo insieme il suo nome” (Sal 33[34], 2.4)
I) La Benedizione
- L’ultimo gesto visibile di Cristo sulla terra è la sua benedizione: “Li condusse fuori verso Betania e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo” (Lc 24,50sg)
- I soggetti della benedizione:
- Dio, anzitutto e soprattutto. Ci benedice coi suoi doni. I suoi doni sono il segno della sua bontà, della sua generosità, della sua gratuità. L’uomo davanti al dono di Dio reagisce con lo stupore, con la lode e il ringraziamento.
- L’uomo, benedicendo Dio, non aggiunge alcunché alla ricchezza di Dio, ma semplicemente riconosce la sua potenza, confessa la sua bontà, ringrazia per la sua generosità. Uno dei Prefazi della Messa ci fa dire: “Tu non hai bisogno della nostra lode, ma per un dono del tuo amore ci chiami a renderTi grazie; i nostri inni di benedizione non accrescono la tua grandezza, ma ci ottengono la grazia che ci salva” (Pref. comune IV).
- Il creato è invitato dall’uomo ad associarsi nella lode e nella benedizione. L’uomo si sente inadeguato a lodare da solo il Signore per tutte le meraviglie da Lui compiute e convoca l’universo per cantarne la gloria e benedire il suo Nome: “Benedite, opere tutte del Signore, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli… Benedite, creature tutte che germinate sulla Terra, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli” ( Dan. 3, 57.76).
– La benedizione del Padre raggiunge il vertice nel dono del Figlio: “In Lui il Padre ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale” (Ef. 1,3). In Lui il Padre ci ha donato tutto, e noi non manchiamo di alcun dono di grazia (l Cor. 1,7) in Lui rendiamo grazie al Padre dei suoi doni. I due movimenti della benedizione – la grazia che discende ed il ringraziamento che risale– sono ricapitolati in Gesù Cristo. Non c’è nulla al di là di questa benedizione, e la folla degli eletti, raccolti dinanzi al trono e dinanzi all’ Agnello per cantare il loro trionfo finale, proclama a Dio: “Benedizione, gloria, sapienza, azione di grazia…nei secoli dei secoli” (Ap. 7,12). Tutta la nuova economia di salvezza altro non è che la benedizione perfetta da Dio ricevuta e da noi a Lui rimandata; “Benedetti, benediciamo”.
Nell’Eucaristia la benedizione trova il suo compimento totale. Essa è il dono perfetto del Padre ai suoi figli. È il dono perfetto del Figlio che offre la sua vita al Padre per noi. È tutto il nostro ringraziamento (“eucaristia”, appunto) unito al suo. È un dono di vita, di comunione, di fecondità.
– Se il dono dell’Eucaristia contiene tutta la benedizione di Dio in Cristo, se il suo ultimo atto è la benedizione che Egli lascia alla sua Chiesa (Lc. 24,51) e la benedizione che suscita in essa (Lc. 24,53), tuttavia il Nuovo Testamento non dice mai che Gesù Cristo sia la benedizione del Padre. Di fatto la benedizione è sempre il dono, la vita ricevuta e assimilata. Ora il dono per eccellenza è lo Spirito Santo. Questo non vuol dire che Gesù Cristo ci sia donato meno dello Spirito Santo, ma lo Spirito Santo ci è donato per essere in noi il dono ricevuto da Dio. È lo Spirito “il dono del Dio Altissimo”. “Se voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!” (Lc. 11,13) Dello Spirito Santo si dice nel Nuovo Testamento che ci è dato, che noi lo riceviamo e lo possediamo, tanto che si parla spontaneamente del “dono dello Spirito” (At. 2,38). La benedizione di Dio, nel senso pieno della Parola, è il suo Spirito Santo. Egli porta tutti i caratteri della benedizione. I grandi temi della benedizione: l’ acqua che rigenera, la rinascita ed il rinnovamento, la vita e la fecondità, la pienezza e la pace, la gioia e la comunione dei cuori – sono parimenti i frutti dello Spirito.
II) Lo Spirito Santo e Gesù Cristo
Vogliamo considerare rapidamente tre aspetti fondamentali: lo Spirito Santo e l’Incarnazione, lo Spirito Santo e la croce, lo Spirito Santo e l’Eucaristia.
a) Lo Spirito Santo e l’Incarnazione
Il concepimento di Gesù è avvenuto per opera dello Spirito Santo, non per concorso d’uomo. Quando la Vergine chiede all’angelo: “Come è possibile?” l’angelo Le risponde: “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo, Colui che nascerà sarà dunque Santo e chiamato Figlio di Dio (Lc. 1,34 sg.).
Per comprendere l’identità di Gesù non basta prendere in considerazione la sua discendenza davidica (= linea orizzontale), ma occorre sapere che Egli proviene dall’alto, dallo Spirito Santo (= linea verticale). La linea orizzontale dice il realismo dell’umanità di Gesù (è vero uomo), la linea verticale dice la sua origine divina (è vero Dio). Gesù, dunque, è il figlio di Dio e non solo di Davide, è dono dall’alto. È nato dallo Spirito. È il Dio con noi.
b) Lo Spirito Santo e la croce
Nella lettera agli Ebrei (9,14) l’autore afferma che Cristo, “mediante uno spirito eterno, ha offerto sè stesso . . . a Dio”. Questa espressione (“Spirito eterno”) si riferisce molto verosimilmente allo Spirito Santo. È probabile che il ricorso all’aggettivo “eterno”, al posto dell’aggettivo “santo”, sia dovuto all’intenzione di sottolineare il nesso con la “redenzione eterna” (v. 12), con l’“eredità eterna” (v. 15) e col sacerdozio eterno (7,17). In realtà, lo Spirito Santo è qui inteso come una potenza ascensionale, che riecheggia l’immagine anticotestamentaria del “fuoco di Iahweh”, “venuto dal cielo” per bruciare i sacrifici e per farli salire verso Dio. Certo, i soli sforzi umani sono incapaci di trasformare la vittima in offerta santa e, dunque, gradita a Dio. È necessario che Dio stesso, attraverso il suo Spirito, attui questa trasformazione.
Alla luce di Eb.5, 7-8 comprendiamo che, nell’azione sacrificale di Cristo, lo Spirito ha suscitato in lui due atteggiamenti fondamentali: da un lato l’obbedienza al Padre, dall’altro la solidarietà con gli uomini. La funzione di questi due aspetti costituivi della mediazione sacerdotale di Cristo, ha dato vita non ad uno dei tanti “riti carnali” del culto antico, bensì ad una azione spirituale, in quanto suscitata e guidata dallo Spirito di Dio. È stato precisamente questo intervento divino a garantire l’efficacia del sacrificio di Dio, che ha ottenuto una “redenzione eterna” (9,12), ha potuto effettivamente purificare la coscienza umana (9,14). La croce è ormai il segno vivente della salvezza. Questo “legno” salvatore è il “legno della vita”, l’”albero della croce” è diventato “l’albero della vita”. Lì, Gesù, “diede lo Spirito”. L’espressione vuol dire due cose: “spirò” (= morì), ma anche “consegnò, donò lo Spirito (= lo Spirito Santo). È vero che, in modo chiaro ed esplicito, “lo Spirito Santo” verrà donato dal Risorto la stessa sera di Pasqua (Gv. 20,22), ma in Giovanni, Passione e Resurrezione, sono talmente legati da apparire – idealmente – come un momento unico ed indivisibile: la croce è già glorificazione, la morte è già la gloria. Morendo e resuscitando, Gesù offre il dono supremo ai Discepoli. Dono di vita, perché il suo “spirare” non è morire, ma “andare al Padre”; il suo “spirare” non è cessare di vivere, ma infondere in noi il principio della vita nuova. Ci sono – come vedete – due livelli che s’incrociano: il livello storico (morì) e il livello teologico (Gesù dona lo Spirito). Il “re” fonda la sua Chiesa donatrice di vita (“madre”) col dono vitale dello Spirito. Di qui il segno pregnante della benedizione che la Chiesa dona, col segno della croce.
c) Lo Spirito Santo e l’Eucaristia
È lo Spirito Santo a trasformare il pane nel corpo e il vino nel sangue di Cristo. Nella terza preghiera eucaristica ci rivolgiamo al Padre dicendo: “Ora ti preghiamo umilmente: manda il tuo Spirito a santificare i doni che ti offriamo perché diventino il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo, tuo figlio e Nostro Signore, che ci ha comandato di celebrare questi misteri”. Lo stesso si può vedere nella seconda e nella quarta preghiera eucaristica. È lo Spirito a trasformare gli elementi comunissimi del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Cristo. Il suo efficace intervento cambia il semplice pane nel “pane di vita” e il semplice vino nel sangue che lava le nostre colpe e purifica le nostre coscienze. Grazie alla sua opera si rende presente sui nostri altari il sacrificio che ci salva, si rinnova l’opera della nostra redenzione, tornano a sgorgare per noi i fiumi d’acqua viva che ci inondano di vita divina. Lo Spirito ci dona l’Eucaristia, ed Egli ci infiamma il cuore di amore per questo mirabile Sacramento. Ce ne fa sentire il bisogno e ce ne fa provare il gusto.
III. Lo Spirito Santo e la vocazione universale alla santità.
“Questa è la volontà di Dio: la vostra santificazione” (1Ts. 4,3). È una vocazione universale: riguarda tutti, qualunque sia la condizione o stato di vita. L’agente principale della nostra santificazione è lo Spirito Santo. Paolo, nella 2a Tessalonicesi parla dell’opera santificatrice dello Spirito (2,14). Il giorno di Pentecoste Egli fu inviato per santificare continuamente la Chiesa. “Lo Spirito – scrive il Concilio – dimora nella Chiesa e nei cuori dei fedeli come in un tempio” (LG 4): “Non sapete – dice Paolo – che siete tempio di Dio e lo Spirito di Dio abita in voi”? (1Cor. 3,16). Dal di dentro – come “Maestro interiore” – Egli ci muove ad amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente, con tutte le forze (Mc. 12,30) e ad amarci a vicenda come Cristo ci ha amato (Gv. 13,4). È importante, allora, renderci docili alle sue ispirazioni, alle sue illuminazioni, alle sue mozioni interiori. È importante lasciarsi guidare, inquietare e plasmare da Lui (Cfr. Rm. 8,14).
Egli ci guida alla conoscenza della verità, prega dentro di noi con gemiti inesprimibili, ci colma di doni – i sette doni dello Spirito – e di carismi; ci suggerisce ciò che dobbiamo dire nei momenti difficili. Egli fa maturare in noi i frutti di santità (Cfr. Gal. 5,22), conducendoci alla perfezione della carità, alla pienezza della vita cristiana. Egli è il Divino “Artista” che continuamente interviene per rendere la vita del credente conforme all’immagine di Cristo (cfr. 2 Cor. 3,18). Giustamente l’apostolo Paolo ci esorta a non rattristare lo spirito (Ef. 4,30), a non spegnere lo Spirito (1Ts. 5,19), anzi, ci invita ad essere ricolmi dello Spirito (Ef. 5,18). C’è qui l’itinerario spirituale di chi tende alla perfezione, c’è l’impegno di chi vuol prendere sul serio la vita cristiana, c’è l’ascesi di chi vuol farsi santo.
Quanto più cresce la docilità allo Spirito, tanto più egli realizza capolavori di santità. Egli ci aiuta a superare le opposte derive dello spiritualismo emotivo e dell’attivismo superficiale. Egli ci spinge ad abbandonare le zone oscure della pigrizia, della mediocrità, del grigiore senza slanci. Egli ci trasforma e ci plasma facendoci camminare nella fedeltà e nella libertà, nella coerenza e nell’originalità.
IV) Lo Spirito Santo e la varietà dei doni e delle vocazioni nella nostra Diocesi
Quando Paolo afferma che Dio “ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale” (Ef. 1,3) intende parlare proprio dei benefici che lo Spirito ci ha fatto, dei doni che Egli ci ha elargito. Il Concilio, nella costituzione dogmatica sulla Chiesa, parlando dell’azione dello Spirito, scrive: “La provvede di diversi doni gerarchici e carismatici, coi quali la dirige, la abbellisce dei suoi frutti” (n. 4).
Questo ci spinge concentrare la nostra attenzione non sui doni, ma sul Donatore. I doni non sono che l’irradiazione dello Spirito. È Lui il Dono per eccellenza, è Lui il Dono che racchiude in sé tutti i doni. Le manifestazioni dello Spirito sono lo Spirito Santo all’opera. I doni, quindi, stanno al Donatore come i raggi solari stanno al sole: non si identificano, ma gli sono inerenti. Ricevendo lo Spirito, riceviamo la pienezza dei suoi doni.
Questa azione o mozione di Dio è infinitamente flessibile, discreta, sovranamente libera. Lo Spirito soffia dove vuole, soffia come e quando vuole. È imprevedibile, inarrestabile, divinamente munifico. Distribuisce i suoi doni per dare vita e vitalità alla Chiesa.
Guardando alla molteplicità dei doni che rendono viva e vitale la nostra comunità ecclesiale, non possiamo non pensare alla sua azione forte e discreta. È Lui, infatti, che scioglie e libera energie interiori latenti, facendo sbocciare i frutti che rendono bello il volto della nostra Chiesa. È Lui che mette nel cuore il bisogno di compatire, di consolare e di servire; di spendersi per la giustizia e la pace, di ridare dignità e speranza a chi l’ha perduta, di lavorare instancabilmente per il bene comune; di annunciare il Vangelo e di soffrire per il Vangelo: “Riceverete forza dallo Spirito Santo . . . e mi sarete testimoni” (At. 1,8). È Lui che ci fa sentire il bisogno di vivere per Cristo, di testimoniare Cristo, di tendere alla santità. “In ogni tempo – come dice il prefazio secondo dello Spirito Santo – Egli dona energie nuove alla sua Chiesa, e lungo il suo cammino mirabilmente la guida e la protegge”.
È lo Spirito Santo, e non altri, che dona a questo nostro tempo cristiani “concentrati sul mistero di Cristo e aperti al mondo”, “contemplativi nell’azione e memori del mondo davanti a Dio” (Con il dono della Carità dentro la storia, 2), “meno faccendieri e più veri adoratori del Signore” (Card. Ballestrero), perché, come ha detto Giovanni Paolo II al Convegno Ecclesiale di Palermo, “non c’è rinnovamento, anche sociale, che non parta dalla contemplazione”.
Lo Spirito Santo è il principio vitale e costitutivo della Chiesa, la sua perenne ed inesauribile energia, il segreto che le permette di rinnovarsi e di sfidare i secoli, facendosi contemporanea di tutte le generazioni. Senza lo Spirito Santo la missione si riduce a propaganda, la predicazione a indottrinamento, il dialogo a dialettica; con lo Spirito Santo la parola penetra nei cuori, i maestri sono resi testimoni, la Chiesa diventa Madre di nuovi figli, i credenti vengono trasformati in servitori della verità, artefici di unità, animati dall’amore.
V) Lo Spirito Santo e la Parola di Dio
La Parola di Dio non è opera di volontà dell’uomo, bensì dello Spirito Santo.
I profeti e gli scrittori sacri (o agiografi) sono stati da lui suscitati e da lui diretti.
Egli suggerì loro quanto dovevano dire e scrivere.
S. Pietro, nella 2° lettera, afferma: “Non da volontà umana fu recata mai una profezia, ma mossi da Spirito Santo parlarono quegli uomini da parte di Dio” (l, 21.).
Questo vuol dire che la Sacra Scrittura non è invenzione e opera dello spirito umano, ma è lo Spirito di Dio che ha assunto e abilitato alcuni a rendere questo servizio, illuminandone l’intelligenza, muovendone la volontà e assistendoli affinché essi liberamente scrivessero tutto quello e solo quello che Dio voleva fosse scritto e lo facessero con infallibile verità.
S. Paolo, nella seconda a Timoteo scrive: “Tutta la Scrittura è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona” (3, 16).
Paolo ci regala queste parole pregnanti di contenuto dottrinale col proposito di mostrare a Timoteo che la meditazione delle Scritture è la preparazione più efficace dell’”uomo di Dio”.
Egli afferma che la S. Scrittura ha valore didattico (“utile per insegnare”), dialettico (“per convincere”), etico – dottrinale (“per correggere”), pedagogico (“per formare alla giustizia”). Ecco, allora, la preziosità di questa Parola ispirata!
S. Pietro la paragona ad una lampada che brilla in un luogo oscuro (2 Pt. 1,19) Questo luogo è il mondo in cui viviamo: la Parola divina della Bibbia ci fa luce, ci permette di orientarci nel mondo, di non smarrirci, di non inciampare e di non cadere.
Si comprende l’amore e l’entusiasmo di ogni pio israelita di fronte a questa Parola, che è “stabile come il cielo” (Sal. 119,89), che è radice di ogni intelligenza e saggezza (vv. 99,104), che è “più dolce del miele” (v. 103), “più preziosa dell’oro fino” (v. 127), è sorgente di gioia: “Nelle tue parole, Signore, è la mia gioia”. È la Parola di Dio che apre a tutti cammini di verità, di libertà e di dignità.
Lo Spirito Santo ci dia la fame di questa Parola, il gusto di meditarla, la volontà di non tradirla mai, l’umile fierezza di annunciarla e di testimoniarla con la vita.
VI) Lo Spirito Santo e i poveri
Lo Spirito Santo è il “padre dei poveri” e il “consolatore perfetto”. E’ colui che “sana le nostre ferite col balsamo del suo amore”. Egli raggiunge l’umanità ferita attraverso Gesù
“pieno di Spirito Santo”. Fin dal momento della sua incarnazione Gesù è unto dallo Spirito Santo: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione” (Lc. 4,16). La sua umanità è in certo modo penetrata dallo Spirito e da Lui guidata attraverso le tappe della sua vita fino al dono supremo. Tutto ciò che Gesù farà per gli uomini sarà fatto sotto la guida dello Spirito, con la saggezza e la potenza di Dio. Quest’unione spirituale, lungi dall’allontanare Gesù dalle disgrazie umane, lo spinge al contrario a chinarsi su di esse. In lui – come dice la Preghiera eucaristica Va – il Padre ci ha manifestato il suo amore per i piccoli e i poveri, per gli ammalati e gli esclusi. Mai Egli si chiuse alle necessità e alle sofferenze dei fratelli. Con la vita e la parola annunziò al mondo che Dio è Padre e ha cura di tutti i suoi figli. Egli mantiene sempre viva la consapevolezza che il Padre lo “ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore” (Lc. 4, 17-21).
Gesù per continuare la sua opera promette ai suoi questo stesso Spirito (cfr Gv. 7, 37-39). Più noi l’accogliamo e ci lasciamo da Lui trasformare e guidare, e più saremo vicini agli uomini e ai loro bisogni.
Di noi Gesù e il suo Spirito vogliono servirsi per alleviare la fatica e confortare il pianto di tanta gente. Di noi vogliono servirsi per difendere la dignità e i diritti dei poveri e degli esclusi. A noi Gesù e lo Spirito chiedono di continuare nel tempo l’opera della redenzione e della liberazione nel cuore di questa umanità che soffre, lotta e spera.
Dobbiamo chiedere che lo Spirito ci doni occhi per vedere e cuore per compatire e soccorrere; parole sagge per confortare gli affaticati e gli oppressi; impegno leale e generoso al servizio dei poveri e dei sofferenti, solo così la nostra comunità cristiana potrà essere testimonianza viva di verità, di libertà e di giustizia. Solo così gli uomini, specie i più provati, potranno aprirsi alla speranza di un mondo nuovo.
VII) Lo Spirito Santo e l’impegno nel sociale
Il Cristianesimo ha anche una dimensione sociale.
Non c’è solo il rapporto personale di ciascuno con Dio, né solo il rapporto orizzontale dell’uno con l’altro; c’è anche l’impegno socio-politico del cristiano.
I due errori più frequenti dei cristiani d’oggi sono o un cristianesimo disincarnato o un cristianesimo senza Cristo e senza croce.
Anche noi, “battezzati nell’acqua e nello Spirito Santo”, dobbiamo vivere nel mondo come visse Gesù: in comunione col mondo e in contrasto con esso, superandolo. Il cristiano, perciò, si colloca nello stesso tempo col mondo, contro il mondo e oltre il mondo, e lo Spirito Santo lo anima da dentro perché egli possa vivere a tutti i livelli il suo dovere cristiano.
Dobbiamo persuaderci che lo Spirito non parla solo nel silenzio della preghiera, ma anche attraverso la storia, tutta la storia degli uomini.
Parla a noi attraverso il prodigioso arricchimento delle conoscenze umane, attraverso gli interrogativi – spesso inquietanti – suscitati dal progresso della scienza e della tecnica, attraverso la ricerca angosciosa dell’uomo di fronte a problemi immani (si pensi alla “questione antropologica”, all’ “emergenza educativa” …). Lo Spirito – lo si sappia o no – è all’opera in ogni sforzo tendente ad ottenere più luce, più fraternità, più solidarietà, più pace.
Egli è presente e operante nella storia come Spirito Creatore.
Non è soltanto l’anima della Chiesa, è l’anima del mondo.
Lo Spirito ci chiama a “scrutare i segni dei tempi e ad interpretarli alla luce del Vangelo”. Si tratta – come diceva K. Barth – di tenere in una mano la Bibbia e nell’altra il giornale, e leggere il giornale alla luce della Parola di Dio.
Dio, attraverso i fatti illuminati dal Vangelo, ci indica un impegno, ci addita un’urgenza, ci chiama ad un dovere.
Lo Spirito Santo ci chiede di capire i nostri doveri di cristiani in ogni loro dimensione, non solo personale e familiare, ma anche professionale, sociale, politica, sul piano locale e sul piano mondiale. Oggi – come scriveva I. M . Domenach – “Le grandi scelte di carità collettiva si esprimono in termini di decisioni politiche”. Può essere difficile e laborioso fare tali scelte, perché le situazioni sono complesse, e a livello dei grandi problemi della vita s’incontrano anche conflitti di doveri. Ma qualunque sia la scelta concreta, ci occorre un cristianesimo aperto a Dio e all’ascolto di Dio negli altri. Per questo è importante integrare preghiera e politica, preghiera e comportamento sociale, preghiera e giustizia, preghiera e pace.
Dobbiamo riporre la nostra speranza nell’aldilà, ma al tempo stesso lavorare per affrettare e anticipare il Regno di Dio fin da ora.
La speranza escatologica non soppianta la speranza storica; anzi, se ben compresa, la stimola e la purifica.
L’attesa dei “cieli nuovi” e della “terra nuova” non esclude, anzi – al contrario – esige un mondo diverso già qui. Non si accede al “Regno di Dio” senza passare per la trasformazione della terra degli uomini.
- Non saremo capaci di tutto questo se non impareremo a dipendere dallo Spirito, cioè dalla sua luce e dalla sua guida. Non per nulla la liturgia ci fa dire; “Vieni, Spirito Santo, e rinnova la faccia della terra”.
Lo Spirito Santo in noi è simile ad un faro che nella nostra notte proietta la sua luce sulla costa e ci rivela i pericoli segreti, gli scogli nascosti; ci aiuta a discernere meglio tutto ciò che è disumano nella società; ci costringe a capire che il conformismo sociale nasconde abissi di viltà, di rispetto umano, di paura; ci rivela i falsi dei di turno e denuncia le nostre idolatrie.
- La figura di questo mondo passa: siamo in cammino verso l’incontro finale col Signore che asciugherà ogni lacrima, eliminerà la morte, e sarà tutto in tutti.
Dobbiamo conservare nel cuore questa speranza viva e al tempo stesso lavorare quaggiù con tutte le nostre forze per rendere migliore questa nostra terra.
La visione del futuro deve valorizzare il presente, non svalutarlo: ogni sforzo di promozione umana ha il suo prezzo ed è già come un’anticipazione “di quei cieli nuovi e di quella terra nuova” che si preparano. Bisogna essere tesi verso questo aldilà che supera ogni nostro sogno e, al tempo stesso, sinceramente impegnati nell’oggi di Dio, dentro al mondo.
Lo Spirito ci vuole pienamente presenti alle infelicità degli uomini e alla costruzione del mondo. La vera pietà non sarà mai un alibi.
VIII) Lo Spirito Santo e la virtù teologale della speranza.
Lo Spirito Santo è il “custode della speranza” (Giov. Paolo II), è la grande riserva escatologica della Chiesa, l’anticipazione e la caparra del dono definitivo (cfr. 2 Cor. 5,4-5; Rm. 8,22-24). Una Chiesa che voglia proiettarsi fiduciosa nel futuro, non ha che da riprendere nuova coscienza della sua esistenza nello Spirito, “respirandolo” a pieni polmoni.
Lo Spirito Santo, promesso e donato a noi da Gesù perché rimanga con noi per sempre (Cfr. Gv. 14,16) è il futuro della Chiesa, è la sua tensione verso l’eschaton. È colui che la scuote, la ridesta, la rianima e la sospinge verso il suo traguardo escatologico. Egli è la forza di rinnovamento della Chiesa: la vivifica e la fa ringiovanire. La vocazione della Chiesa non è la staticità, l’immobilismo, l’arroccamento nelle proprie strutture, ma un dinamismo d’irradiazione, una forza centrifuga, un mescolarsi nella diversità, un comunicare con tutti. E lo Spirito ne è l’artefice. Per questo ci è presentato come vento: imprevedibile, inafferrabile, inarrestabile. Lo Spirito è il custode della speranza perché è forza creatrice e novità incessante, perché conduce il credente e la Chiesa tutta verso la perfezione e il compimento ultimo. Egli “scompiglia senza posa gli orizzonti dove l’intelligenza (dell’uomo) ama trovare la propria sicurezza, e sposta i limiti dove si riserverebbe volentieri la sua azione sollecita a sorpassare ogni sistema e ogni ideologia” (Oct. Adv. 37).
Vorrei esprimere il mio pensiero con le parole con cui Paolo VI rispondeva alla domanda che egli stesso si era posto: “Noi, quale bisogno avvertiamo primo e ultimo per questa nostra chiesa prediletta e diletta, quale?” Rispondeva: “Lo dobbiamo dire, quasi trepidanti e preganti, perché è il suo mistero e la sua vita, voi lo sapete: lo Spirito, lo Spirito Santo, animatore e santificatore della Chiesa, suo respiro divino, il vento delle sue vele, suo principio unificatore, sua sorgente interiore di luce e di forza, suo sostegno e suo consolatore, sua sorgente di carismi e di canti, sua pace e suo gaudio, suo pegno e preludio di vita beata ed eterna. La Chiesa ha bisogno della sua perenne Pentecoste, ha bisogno di fuoco nel cuore, di parole sulle labbra, di profezia nello sguardo” (Udienza generale 29 nov. 1972).
IX) Lo Spirito Santo e Maria
Maria è colei che lo Spirito Santo ha inondato della sua grazia.
E’ la piena di “grazia”. I testi biblici fondamentali sono: Mt. 1, 18.20; Lc. 1, 35 e At 1,14. Il Concilio Vaticano II° – riflettendo su di essi – dice che Maria è stata “dallo Spirito Santo quasi plasmata e resa una nuova creatura”. Ribadisce la sua santità eccelsa fin dal primo istante della sua immacolata concezione.
E tale santità – afferma – è opera dello Spirito Santo che plasma Maria come nuova creatura. Quando, all’annunzio dell’Angelo, accolse nel cuore e nel corpo il Verbo di Dio, Maria divenne vera Madre di Dio e “sacrario” dello Spirito Santo (cfr. L.G. 53). Questo titolo – come i sinonimi tempio, santuario, tabernacolo – indica l’inabitazione dello Spirito Santo in lei in modo del tutto singolare e superiore a quella degli altri cristiani.
Quando, a Pentecoste, implora con le sue preghiere lo Spirito sulla Chiesa, Maria si presenta come l’orante totalmente sintonizzata con lo Spirito che, dentro di lei, prega con gemiti inesprimibili.
Dalla semplice lettura dei brani biblici sopra indicati emerge la presenza significativa di Maria in stretto rapporto con lo Spirito di Dio sia all’ Incarnazione – cioè alla nascita del Redentore – sia alla Pentecoste, cioè alla nascita della Chiesa.
“Entrambe le nascite sono opera dello Spirito Santo; in entrambi Maria ha un ruolo di grande rilievo. Sotto l’azione dello Spirito, Maria ha pronunciato il suo Fiat iniziale; sostenuta dalla forza dello Spirito, ha rinnovato il suo Fiat sotto la croce; ricolma dell’amore dello Spirito ha guidato nel cenacolo la preghiera degli apostoli nell’attesa della Pentecoste; infiammata dallo Spirito è andata incontro al Signore, giungendo alla pienezza della visione e della comunione .
Chiamata per grazia a collaborare con l’azione dello Spirito, Maria vive tutta protesa verso suo Figlio. A Canaan ciò si fa evidente quando dice ai servi: “Fate quello che vi dirà” (Gv. 2,5).
“E’ questa la sua funzione. Maria non può che condurci a Lui, come il fiume conduce al mare. Ella è tutta relativa a Gesù, è trasparenza assoluta di Lui. Ce lo dà con tutto il suo slancio interiore.
Ella vive solo per dare Cristo al mondo. Appartiene a Cristo ed esiste per Lui in una misura insondabile. E’ tutta un riferimento a Lui. È “la faccia che a Cristo più si somiglia” (D. Alighieri).
È la “cristificata” in sovrabbondanza. In lei, lo Spirito Santo realizza il suo capolavoro. E’ lei il suo successo e il suo splendore.
Accogliamola nella nostra vita. Nel Vangelo secondo Matteo il primo messaggio del cielo alla terra è un invito a ricevere Maria: Non temere – dice l’angelo a Giuseppe – di prendere con te Maria, “perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo” (l, 20).
Al di là delle circostanze concrete del momento, questa parola si rivolge a tutte le generazioni cristiane: l’accoglienza della maternità spirituale di Maria è segno sicuro della nostra apertura allo Spirito Santo.
Più viviamo uniti con Maria, più lo siamo pure con lo Spirito Santo, giacchè “respirare Maria – dice il Card. Suenens – vuol dire inspirare lo Spirito Santo”.
X) Lo Spirito Santo e la nostra attesa (cfr. Tt. 2,13)
Il cristiano non trova in questo mondo lo scopo supremo della sua vita: egli vive aspettando; la sua vita è sorretta dalla speranza nel ritorno del Signore. La liturgia della Messa ce lo fa ripetere ogni giorno: viviamo “nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro Salvatore Gesù Cristo”. Questa speranza, unita alla fede e all’amore, è un elemento essenziale della vita cristiana. La speranza è inoltre l’àncora sicura e salda” che “penetra oltre il velo” (Eb. 6,19), l’àncora che il cristiano getta nelle profondità stesse del cielo.
In questo grande giorno che noi attendiamo, il nostro grande Dio e Salvatore Gesù Cristo verrà dal cielo, nello splendore della sua apparizione, nella potenza della sua maestà, e ci accoglierà nel suo Regno.
La Chiesa, pellegrina nel tempo, è la Sposa di Cristo che attende impaziente l’ora dell’incontro definitivo e dell’abbraccio trasformante col suo Sposo. Ed è ancora lo Spirito Santo ad animare la preghiera della Sposa, che, insieme con lui, dice: “Vieni, Signore Gesù!” (Ap. 22, 17.20). È lo Spirito che suscita questa preghiera e la sostiene. È Lui che la rende appassionata e perseverante, fiduciosa ed insistente:
“Lo Spirito e la Sposa dicono: Vieni!” (Ap. 22,17). Lo Spirito tiene viva nei credenti la consapevolezza che la città della speranza è la nuova Gerusalemme; che essa è l’estuario di luce del fiume della storia; che la nostra meta del nostro cammino tormentato e tortuoso è l’incontro con Cristo; che l’attesa fervida si spegne in quell’abbraccio beatificante. È lo Spirito che tiene desto in noi il desiderio di quell’ora quando “non vi sarà più notte”; quando non avremo più bisogno di luce di lampada né di luce di sole “perché il Signore Dio ci illuminerà” (Ap. 22,5); quando “non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate” (Ap. 21,4); quando, “trasformati a sua immagine, noi vedremo il suo volto, e sarà gioia piena”, per sempre.
A noi cristiani, che così facilmente ci adattiamo al mondo e dimentichiamo che la nostra vera patria è “in cielo”, cioè in Dio (Fil 3,20), lo Spirito Santo ricorda che “non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura” (Eb. 13,14); a noi che frequentemente ci scoraggiamo, Egli fa giungere l’ammonimento della lettera agli Ebrei: “Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è fedele colui che ha promesso” (10,23).
Conclusione
Allo Spirito Santo, sorgente di luce e di pace, Datore dei doni e dei carismi, Maestro interiore e protagonista della storia, Guida sicura alla verità e alla santità, Vi affido con insistente preghiera e con serena fiducia. Da Lui, fonte di carità e di fedeltà, ci lasceremo guidare lungo le strade tracciate nel progetto di Dio.
Alla Madonna, che è Madre tenerissima, non ci stancheremo di dire ogni giorno, più volte al giorno: “Madre mia, fiducia mia!”.
Continueremo a ripeterle fiduciosi: “Maria, donaci Gesù; donaci a Gesù”.
† Giuseppe Costanzo
Arcivescovo
