Scuola della Parola – Gennaio 2008

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19 gennaio 2008

Salone Giovanni Paolo II

Santuario Madonna delle Lacrime

Dalla 2° Lettera di S. Paolo a Timoteo 2,1-13

1° Parte:

Carissimi, siamo nel nuovo anno e il tema della seconda lettera  a Timoteo è la fedeltà nella prova.

Paolo è ormai alla sera della sua vita, vede che la comunità di Efeso è minacciata da falsi dottori e in qualche modo desidera che si mantenga saldo, costante nella fede, lo esorta perciò a irrobustirsi quotidianamente nello spirito perché non si perda d’animo, non si abbandoni alla pusillanimità, alla quale egli era naturalmente incline, per cui gli dice: “Attingi sempre forza nella grazia che è in Cristo Gesù”. Sorgente dunque di coraggio e di fortezza è la grazia donata da Gesù Cristo. Per merito di essa, egli è in intima, costante unione con Lui come alla  sorgente di ogni forza.

Poniamoci alcune domande

  1.  “Siamo sempre consapevoli che sorgente della nostra fortezza, del nostro coraggio, della nostra perseveranza, è la grazia di Dio? La grazia di Cristo? Ne siamo consapevoli? O contiamo solo sulle nostre risorse, sulla nostra intelligenza, sulla nostra preparazione culturale, sulla nostra determinazione, sul nostro savoir faire. Non dimentichiamo che se prescindiamo dalla grazia, dalla forza che ci viene dalla grazia, ci condanniamo al fallimento, perché Gesù ha detto esplicitamente senza possibilità di equivoci: “Senza di me non potete far nulla”.
  2. Coltiviamo l’intimità con Gesù, viviamo uniti a Lui cioè centrati in Lui, radicati nel suo amore? Egli ci ha detto: “Rimanete in me, rimanete nel mio amore”.

 Senza questa costante unione con Lui, rischiamo di diventare soltanto dei faccendieri, non apostoli, dei manager, dei funzionari, degli impiegati, non dei testimoni, dei missionari. Sono dei funzionari quelli che costantemente sono in agitazione e non hanno mai tempo per pregare, per meditare, per fermarsi, per ricentrarsi in Cristo. Oggi non è che mancano le idee, manca la preghiera, dobbiamo tenere un po’ di più la spina inserita nella presa, perché se la stacchiamo, alla fine si scarica.

  • “Come alimentiamo ogni giorno questa comunione con Gesù?” C’è posto nella nostra giornata per la meditazione della Parola di Dio, per la comunione e l’adorazione eucaristica, ci sforziamo di essere docili allo Spirito Santo che illumina la nostra mente, che inquieta il nostro cuore, che pungola la nostra libertà?

Al verso 3 Paolo dice a Timoteo: “Insieme con me prendi anche tu la tua parte di sofferenze come un buon soldato di Cristo Gesù”. Anche nella lettera precedente Paolo aveva ricordato a Timoteo che egli come soldato era rientrato al servizio di Gesù Cristo, da buon soldato di Cristo Gesù, insieme con Paolo suo maestro e modello, deve non solo lottare ma anche soffrire, partecipare alla passione di Cristo, accettare coraggiosamente ogni difficoltà e disagio che gli possa venire dalla predicazione del Vangelo. Da qui l’allusione alla Parola di Gesù: “Il servo non è più grande del suo padrone… se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi”.

La disposizione ad accettare ogni sofferenza è indispensabile a chiunque voglia seguire veramente Gesù. Paolo nel capitolo seguente dirà: “Tutti quelli che vogliono vivere rettamente in Cristo Gesù, saranno perseguitati” (cap.3,12)

Paolo inculca questa verità della necessità della sofferenza con tre immagini:  il soldato, l’atleta, l’agricoltore.

Tutti sanno che la vita di costoro comporta una quantità di rinunce e privazioni.

  • Il soldato deve dedicarsi al suo dovere senza distrazioni, deve impiegare tutto l’impegno delle sue energie senza impicciarsi degli affari altrui, solo così potrà far contento il capo che lo ha arruolato. Allo stesso modo Timoteo vuole consacrarsi totalmente ed ininterrottamente al servizio del Vangelo senza dedicarsi ad altre faccende che possano distrarlo da questo compito importantissimo.

La seconda immagine:

  • l’atleta prima di ricevere la corona di alloro del vincitore, quanti sacrifici, quanto allenamento, quanto impegno nel rispetto delle regole del gioco, diversamente viene squalificato.  

Infatti dice Paolo non riceve la corona se non chi ha lottato secondo le regole. Nella predicazione del Vangelo non può facilitarsi il compito facendo concessioni alla mentalità umana, ma deve attenersi con assoluta fedeltà alla volontà e agli insegnamenti di Gesù Cristo senza annacquare, senza svigorire, senza depotenziare il Vangelo. Non può essere preoccupato di piacere agli uomini. Paolo aveva detto:

“E’ forse il favore degli uomini che intendo guadagnarmi o piuttosto quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Non sarei più servitore di Cristo” (Gal 1,10).

Sono queste cose importanti se vogliamo essere fedeli, se vogliamo essere autentici, coerenti fino in fondo. La sofferenza arriva e il Vangelo va contro la mentalità mondana, il Vangelo è scomodo, inquieta.

Terza immagine:

  • l’agricoltore Egli deve lavorare, faticare duramente per raccogliere i frutti della terra che non cadono dall’alto, ma sono il frutto del duro lavoro. Allo stesso modo Timoteo come un operaio al servizio di Dio non deve temere fatiche e sacrifici, ma deve dedicarsi totalmente alla sua missione con l’impegno di tutte le sue forze. Paolo verso la fine della sua avventura di apostolo potrà dire in un discorso agli anziani di Efeso: “Ho servito il Signore con tutta umiltà tra le lacrime e le prove che mi hanno provocato le insidie dei giudei, sapete come non mi sono mai sottratto a ciò che poteva essere utile al fine di predicare a voi e di istruirvi in pubblico e nelle vostre case” (Atti 20, 19-20)

Le tre immagini sopra riportate: soldato, atleta, agricoltore, mettono in primo piano le sofferenze e privazioni che Timoteo deve saper affrontare per principio.

Oggi non si fa autentica vita cristiana e testimonianza evangelica senza un’accettazione della sofferenza. Professare coraggiosamente la propria fede, annunciare integralmente, cioè senza sconti, il Vangelo, attira la reazione e la critica di un certo laicismo diventato insofferente e aggressivo. La religione viene accusata di occupare uno spazio eccessivo nella vita pubblica. Le si vorrebbe imporre di tacere su questioni di etica o di ontologia, come se queste non fossero di sua competenza.

Si dice che la religione deve essere una scelta privata, un fatto individuale, un puro fatto di coscienza ininfluente nella vita della società. Chi si muove in questa ottica, finisce per giudicare negativo qualsiasi intervento della Chiesa. La Chiesa non può fare alcun pronunciamento. E’ un modo sottile, malizioso di emarginare la gerarchia e il messaggio evangelico. In questo nostro tempo si è intensificato per frequenza e virulenza. Sventola la bandiera del laicismo più acceso, la Chiesa è percepita come realtà politica più che come istituzione salvifica, e la sua opera evangelizzatrice come ingerenza nello stato laico, come voglia di estendere il suo potere. Sì il linguaggio è evangelico …però l’intenzione occulta è quella di estendere il potere. Non esiste per la Chiesa Cattolica come esiste per l’Ebraismo e per l’Islam una lega contro la diffamazione. Infatti provate a beffeggiare l’Islam o parlar male dell’Ebraismo, scatta il putiferio, mentre contro la Chiesa si può benissimo parlare, diffamare, insolentire. Un po’ più di equilibrio, di oggettività!

La Chiesa può diventare impunemente oggetto di una aggressività accanita. C’è una palese contraddizione: quando fa comodo si accusa la Chiesa di tacere e quando fa comodo la si accusa di parlare. Agli inizi del secolo XIX la si accusò di predicare una morale lassista, accondiscendente, ora la si accusa di essersi incattivita, di nascondere il suo volto misericordioso, di snaturare la sua indole accogliente e benevole con un’arcigna intransigenza su questioni etiche, con severità eccessiva.

E’ importante sapere che per predicare il Vangelo, bisogna mettere in conto la persecuzione, l’emarginazione, ed essere cristiani ha un prezzo. Infatti queste cose Paolo le ha già scritte a Timoteo e dice: “Insieme a me prendi anche tu la tua parte di sofferenza come un buon soldato di Cristo Gesù”(2Tm 2,3):

2° Parte:

C’è un’altra frase che vorrei meditare insieme a voi. Paolo dice a Timoteo:

“Ricordati che Gesù Cristo, della stirpe di Davide, è risuscitato dai morti” (2Tm 2,8).

Ci possono essere di grande aiuto gli esempi degli uomini, del soldato, dell’atleta, dell’agricoltore, ma il modello supremo a cui ispirarci, è Gesù Cristo, uomo-Dio, morto e risorto per noi. Il suo trionfo non fu ottenuto senza sofferenze   e senza umiliazioni, per cui anche per noi il segreto sta nell’essere uniti a Lui, nel soffrire, amare, perseverare con Lui.

S. Paolo ricava le più belle lezioni di vita, di morale pratica dai principi teologici del Vangelo. Gesù dice agli apostoli: “Voi siete la luce del mondo… (imperativo teologico)… risplenda dunque la vostra luce davanti agli uomini” Egli sta già attuando quanto insegna a Timoteo: le catene così umilianti che in questa seconda prigionia gli hanno inflitto le autorità romane come se fosse un malfattore le sopporta con gioia. Il prigioniero sofferente che ama, può essere un grande missionario se questi soffre e ama. Nessuna cortina di ferro o di acciaio potrà mai impedire l’invisibile comunicazione dei meriti dei santi e dei martiri. Questo perché come dice Paolo, “la Parola di Dio non è incatenata” e continua a diffondersi nel mondo, a fare la sua corsa. Nessuna potenza umana può trattenerla. Paolo è convinto di contribuire con la sua sofferenza alla diffusione del messaggio evangelico, anche se ora non può operare, anche se si sono create situazioni insormontabili, gli resta pur sempre un mezzo efficacissimo di azione: il suo patire.

Paolo sta soffrendo a motivo del Vangelo, a causa del quale “io soffro fino a portare le catene come un malfattore”(ivi. v 9).

Questa situazione si ripete anche oggi. La vicenda squallida della Università La Sapienza di Roma, dove la visita del Papa è stata rifiutata è l’ultima più penosa dimostrazione. Non si vuole ascoltare la Parola che il Papa avrebbe annunciato, si ha paura del dialogo, del confronto. Si vede nel Papa un nemico, un avversario da cui difendersi e questo in una Università (non dimentichiamolo) fondata tra l’altro proprio da un Pontefice: Bonifacio VIII nel 1303.

Un atto di intolleranza, un atto di violenza ideologica, paura della verità. Chi ha paura della verità non vedo perché non possa mettersi in ascolto di un altro, può non condividere ma non imbavagliare. Al limite si poteva pure rifiutare il Papa, si poteva non condividere quello che avrebbe detto, ma non si può in un paese civile e democratico impedirgli di parlare. E’ intolleranza antidemocratica come l’ha definito la CEI e chiusura culturale.

Non si può prendere alla leggera questa vicenda della Sapienza e riportarlo come un fatto di cronaca, come rispondere con la forza della ragione e con la certezza che la libertà non si difende, non vive di ignoranza e di arroganza. Confondere laicità e laicismo come ha fatto quella sparuta minoranza di contestatori, dà la prova di un mondo culturale inquietante.

Se è vero che la verità ci fa liberi non vedo perché bisognava impedirgli di parlare: intanto ascolto, può darsi che condivida qualcosa e qualcos’altro no, facciamo un cammino insieme. Ha ragione chi afferma che la questione della laicità è troppo seria per lasciarla nelle mani dei laicisti.  

Questo episodio ci deve spingere a continuare ancora di più l’impegno sereno e fermo della fede amica della ragione.  Fede e ragione “Fides et ratio” sono le due ali con cui l’uomo si eleva verso la pienezza della verità ed è la Parola a consegnarcela, la Parola di Dio, la Parola ispirata quella su cui noi lavoriamo, su cui riflettiamo, studiamo. La verità è un’altra anche: mi è diventata chiarissima anche per una formulazione perfetta, inappuntabile tratta da un articolo della rivista “Civiltà cattolica” del 5 gennaio di quest’anno.

Dice così: “E’ il soggetto individuale che deve giudicare del valore della religione, di ogni valore, indipendentemente da qualsiasi istituzione. Quella che per la Chiesa è la verità, ossia i contenuti di fede, è sottoposta, nella cultura dominante, al primato del soggetto e lui soltanto decide ciò che è vero, buono e giusto per lui. (il soggettivismo l’individualismo esasperato) 

In questa ottica possiamo immaginare cosa diventa il magistero della Chiesa: ciarle, trombe?

Allora bisogna accettare come l’apostolo Paolo, di essere perseguitati, carcerati, trattati come malfattori per difendere il bene della persona e della società da manipolazioni facilmente presentate come liberazioni. Dobbiamo ricercare la verità e la libertà, dobbiamo avviarci al dialogo, al confronto senza paure, senza allarmismi, senza intolleranze, altrimenti anche l’università, la più prestigiosa può trasformarsi in una discarica ideologica. Se noi siamo fedeli alla Parola di Dio, al magistero della Chiesa che la interpreta con infallibile verità, se restiamo fedeli a Dio e all’uomo ne ricaveremo una vita migliore e una società più tranquilla, più vivibile, più umana. Dipende anche da noi, dalla serietà del nostro pensare, del nostro predicare, del nostro studiare senza vivere di emozioni, di stati d’animo, di slogan, di frasi fatte, di mode, di idoli, di miti. Bisogna tirar fuori l’intelligenza dal frigorifero e farla lavorare e allora comprenderemo tante cose, diventeremo fedeli ed è possibile ed anche bello discutere e confrontarci con chi la pensa diversamente da noi, ma a nessuno possiamo permettere di imbavagliare la Parola della verità.

† Giuseppe Costanzo