16 febbraio 2008
Chiesa Cristo Re Augusta
Dalla 2° Lettera di S. Paolo a Timoteo 2, 1-26
In questo capitolo Paolo vuole incoraggiare Timoteo che si sente inadeguato, smarrito di fronte alle esigenze del suo ministero di Vescovo ad Efeso che assomiglia ad un mare in tempesta, ad un porto di mare si direbbe, una città multiculturale.
Paolo delinea il ritratto di un missionario del vangelo, gli suggerisce come deve essere un responsabile che ha il compito di educare alla fede. Gli dice alcune cose importanti:
- “Attingi sempre forza nella grazia che è in Cristo Gesù”.
La grazia è sorgente di forza e di coraggio, lo esorta quindi ad essere forte, a non perdersi d’animo, a non abbandonarsi alla pusillanimità.
Aggiunge: “Insieme con me prendi anche tu la tua parte di sofferenze.”
La disposizione ad accettare ogni sofferenza è indispensabile per chiunque voglia veramente seguire Gesù. Non basta lavorare, lottare, combattere, occorre anche soffrire per Gesù. Paolo illumina questa verità servendosi di tre immagini:
- l’immagine del soldato, dell’atleta, dell’agricoltore.
Sono professioni faticose che esigono di lottare secondo le regole. Per perseverare nonostante le difficoltà e le prove, Paolo dice a Timoteo: “Attingi sempre forza nella grazia”.
Ma più che a modelli umani Timoteo deve ispirarsi, dice Paolo, al modello Cristo che ha sofferto la morte. Cristo è entrato nella gloria passando attraverso la passione e la croce. Gli dice:” Ricordati che Gesù Cristo è risuscitato dai morti”, ha dato senso al dolore, ha umiliato il maligno, ha dato inizio ad una vita nuova e ad un mondo nuovo: non ci sta solo il Venerdì Santo ma c’è anche la Pasqua di Risurrezione, e non c’è l’uno senza l’altra: è un unico mistero: venerdì santo e domenica di risurrezione.
Oggi il mondo è diviso in due: c’è un Cristo senza croce (un Cristo addomesticato, edulcorato come lo voleva vedere Pietro) e c’è una croce senza Cristo cioè il mistero del dolore senza la speranza del Risorto. La missione di noi cristiani è quella di restituire a Gesù la sua croce e portare Gesù nel groviglio delle sofferenze e delle disperazioni umane. Il nostro tempo e la cultura che noi respiriamo censurano gravemente le parole: croce, sacrificio, rinuncia, si vuole tutto facile, immediatamente fruibile, non si accetta la lotta, la sofferenza, l’attesa.
Mi rivolgo a voi giovani (gli adulti hanno più esperienza) e vi chiedo: secondo voi è possibile amare davvero, è possibile restare fedeli, è possibile mantenersi puliti senza mettere in conto la sofferenza, la rinuncia, il sacrificio?
Vi assicuro che è inconcepibile amare davvero, essere fedeli e restare puliti, senza sofferenza, senza sacrificio, senza croce… e non facciamoci illusioni. Anche per queste battaglie, dice S. Paolo, “attingi forza nella grazia”.
- La seconda cosa che mi sembra importante sottolineare è quando Paolo dice di “evitare le vane discussioni che non giovano a nulla se non alla perdizione di chi le ascolta”. Lo esorta a guardarsi dalle ciance e dalle inutili dispute dei falsi dottori. Tali discussioni in realtà non fanno che portare sempre più all’empietà e infine all’apostasia. Sono cose di una attualità spaventosa: la gente non capisce un’acca di cristianesimo però corre dietro a tutte le novità che stupiscono il prurito di sentire. Queste cose, dice Paolo a Timoteo, non sono di alcuna utilità, gli avversari non ne vengono convertiti e quelli che li ascoltano ne restano troppo spesso sconcertati e forse anche irretiti. Tali dispute di parole non favoriscono né l’amore di Dio né quello del prossimo, non giovano affatto al cammino verso la salvezza, anzi aggiungono nuovi impedimenti e conducono alla rovina di chi le ascolta.
Si verifica quello che diceva S. Agostino: “Non hanno conosciuto le cose necessarie, perché hanno riempito l’anima delle cose superflue”.
E’ un discorso quanto mai attuale: oggi le parole parlate e scritte si moltiplicano, siamo quotidianamente investiti da valanghe, da diluvi di parole che viaggiano su percorsi radiofonici, telefonici, telematici, in una quantità di carta stampata di varia qualità. Siamo continuamente aggrediti da messaggi vani; (basti vedere i ragazzi sempre col telefonino attaccato alle orecchie), da annunci di morte e molti ci vanno dietro, perché si ha il prurito di udire qualcosa, continuamente stuzzicati da sciocche curiosità che dissipano la mente e distolgono dalla ricerca della verità, per farci correre dietro alle favole. E’ un rischio a cui siamo esposti un po’ tutti, figli come siamo di questa società mediatica. C’è la voglia di udire cose sensazionali, di ascoltare maestri che solleticano le orecchie e il risultato sarà quello di barare la verità di Dio con chiacchiere vuote e favole umane prive di fondamento.
S.Paolo afferma la verità della Parola rivelata contro le speculazioni umane dei falsi maestri e dice: “Evita (imperativo) le chiacchiere profane, perché esse tendono a far crescere sempre più nell’empietà; la parola di costoro infatti si propagherà come una cancrena”.
Chi seguirà le parole vuote, scivolerà sempre più nell’empietà, allontanandosi dalla verità e cadendo in una sempre più profonda apostasia. Inoltre le false dottrine corrodono intorno a sé il tessuto della comunità come un cancro maligno consumando e uccidendo le forze sane religiose e morali, portandoli infine alla rovina totale. Oggi basta vedere quello che c’è in giro: testimoni di Geova, mormoni, sette e spiritualismi di ogni genere. La gente non conosce il cristianesimo e rimane irretita per queste cose e siccome manca di difese immunitarie, il proprio cristianesimo non lo conosce, ecco che abbocca. E’ attualissimo questo discorso di Paolo a Timoteo ed io sento il dovere di avvertire voi giovani e anche i meno giovani. Occorre vigilare, studiare, informarsi, pregare.
- La terza indicazione che Paolo dà a Timoteo dice: “Fuggi le passioni giovanili; cerca la giustizia, la fede, la carità, la pace, insieme a quelli che invocano il Signore con cuore puro. Evita inoltre le discussioni sciocche e non educative, sapendo che generano contese”.
Tre imperativi: fuggi, cerca, evita.
“Fuggi le passioni giovanili”. Paolo raccomanda di guardarsi dai difetti in cui più facilmente cadono i giovani (ma non esclusivamente): irritabilità, passionalità, intemperanza, imprudenza, aggressività, arroganza, massimalismo, eccessiva sicurezza di sé e scarsa disponibilità al confronto.
Per dialogare in maniera più fruttuosa è necessario evitare l’accanimento, prese di posizione con preconcetti, bisogna avere più umiltà di cuore, onestà intellettuale, amore alla verità, profondo rispetto verso il proprio interlocutore. Senza queste cose non si può fare un buon dialogo.
“Cerca la giustizia, la fede, la carità, la pace”: sono le virtù più solide, più idonee a garantire rapporti costruttivi, confronti leali, dialoghi fecondi.
“Evita le discussioni sciocche e non educative sapendo che generano contese”.
E’ la terza volta che Paolo parla di discussioni sciocche, inutili, non educative perché generano contese. Questa insistenza ci lascia intendere che il pericolo di perdere tempo in discussioni con gli avversari c’è anche per Timoteo, sapendo che generano contese, lacerano la comunione, intossicano l’ambiente. Tutti ne sappiamo qualcosa e i Vescovi in particolare. Quando invece del dialogo sereno si passa alla contesa vuol dire che non c’è voglia di ascoltare le ragioni dell’altro, vuol dire che si vuole sopraffare l’altro, vuol dire che si vogliono affossare i diritti della verità, allora gli animi si inaspriscono, divampa la polemica, si finisce col litigare e con l’insultarsi a vicenda. Apriamo il televisore e assistiamo a questo squallido spettacolo che i nostri parlamentari ci offrono guidati da pregiudizi ideologici, da interessi partitici e invece di dialogare portando argomenti seri, si passa all’insulto. Chi insulta è perché non ha argomenti mentre chi ha argomenti, porta argomenti non insulti.
L’arte del dialogo non si improvvisa, bisogna che ognuno ci si educhi e questo vale non solo per il parlamento, vale per le comunità ecclesiali, per il Consiglio pastorale, per le Associazioni tra di loro e all’interno. Il dialogo è un’arte e non si improvvisa.
2° Parte :
Vorrei toccare rapidamente alcuni aspetti della sofferenza giovanile di oggi e lo faccio con immenso amore, affetto e rispetto verso ciascuno di voi che soffrite sicuramente.
Vorrei affrontare il tema della sofferenza dell’amicizia tradita.
Quando a tradirti è l’amico, l’amico in cui confidavi, una persona che tu amavi, allora la sofferenza è profonda. D’altra parte ti può veramente tradire solo chi ti è amico, chi ti conosce a fondo, quello di cui ti fidi e dinanzi al quale sei inerme.
Il tradimento è il contrario della fedeltà. Fedeltà significa patto, alleanza. Il tradimento comporta sempre in chi lo riceve una profonda ferita e un’amara delusione.
La relazione tra le due persone risulta radicalmente trasformata: si passa dallo stupore alla lontananza, dall’intimità al restare lontano, dall’amore al risentimento. Si prova un senso di solitudine, di dolore, di impotenza, di rabbia. Il dramma dell’amicizia tradita viene descritto in maniera vivace dal salmista: “Se mi avesse insultato un nemico, l’avrei sopportato, se fosse insorto contro di me un avversario, da lui mi sarei nascosto, ma sei tu mio compagno, mio amico e confidente, ci legava una dolce amicizia, verso la casa di Dio camminavamo in festa.” (salmo 54)
Gesù ha voluto vivere personalmente questo affanno, ne ha assaporato la feccia fino alla nausea nella notte del Getsemani, quando è stato tradito da Giuda, dall’amico e confidente.
Egli, Gesù, è il solo ad avere anche per noi la risposta. Egli ci insegna a vivere la lancinante sofferenza del tradimento e ci dice: Getta nel Signore il tuo affanno ed Egli ti darà sostegno… Egli ascolta la mia voce, mi salva, mi dà pace, ma io Signore in Te confido – cfr salmo 54
Queste sono vie di uscita valide, veraci e sagge. A volte vediamo giovani che vivono in maniera drammatica il tradimento, sono depressi, non studiano più, sono chiusi, non parlano: getta nel Signore il tuo affanno, alla fine se si è rotto un rapporto, pensa che il Signore forse ti ha salvato, ti ha liberato, che ne sai, lasciati fare, getta nel Signore il tuo affanno, io in Lui confido.
Certo è una via che passa inevitabilmente attraverso il calvario ma che porta alla risurrezione come è accaduto a Cristo.
Vorrei dire ora una parola per chi tradisce.
C’è da non dimenticare che il tradimento è sempre una sconfitta: chi tradisce è sconfitto perché il tradimento è una forma di inganno, una cattiveria fatta di nascosto, è una menzogna, un gesto di narcisismo e di protagonismo che non aiuta a sentirsi migliori e provoca una grande sofferenza alla persona tradita.
Detto in breve: l’io di chi tradisce, va in frantumi e molti non se ne rendono conto ma questa è la realtà. C’è da ricordare che l’amore o è eterno o non è, che l’amore è forte e fedele se è vero e se è forte, è capace di perdonare, di superare ostacoli, di costruire un equilibrio stabile per sempre. E’ inevitabile che arrivino le difficoltà, ma è inaccettabile che l’amore si spenga al più leggero dei venti, al primo soffio. Non è scontato un amore vero, bisogna custodirlo, coltivarlo, irrobustirlo. Amare è un cammino, è un’arte che va appresa e praticata a lungo. E’ facile pensare solo a se stessi, è facile tradire, ma è difficile dimenticare se stessi per amare gli altri.
C’è un secondo tipo di sofferenza giovanile:
la sofferenza legata alla difficoltà ad avere rapporti interpersonali.
La vita di relazioni genera inevitabilmente conflitti, delusioni e frustrazioni, sofferenza.
Il conflitto anzitutto ci chiede di imparare a morire un poco a noi stessi per accettare l’altro; la delusione nasce dalla tendenza a proiettare sull’altro enormi aspettative. Più grandi sono le aspettative, più grandi sono le probabilità che resti deluso, questi sono i limiti umani.
La frustrazione è l’incapacità di gestire la richiesta se non si riesce di ottenere subito tutto ciò che si desidera: impara ad attendere, se non vinci il primo concorso, vincerai il secondo, il terzo, il quarto, tenta, non ti deprimere, non ti ribellare. La vita è fatta di queste cose, sono i limiti nostri, degli altri, c’è la complessità delle situazioni. La frustrazione è il frutto dell’inesperienza e tutto questo è anche la conseguenza di un certo protezionismo da parte dei genitori, i quali cercano di evitarvi ogni forma di turbamento, di conflitto, di difficoltà e così non vi preparano ai momenti difficili, drammatici che l’esistenza vi prepara.
I genitori che, come tanti oggi sono diventati i sindacalisti dei figli, li preparano semplicemente al fallimento. Un padre, una madre non può fare il sindacalista il quale difende a priori la sua categoria. Un padre e una madre saggia non possono difendere sempre a priori i figli, ne sanno qualcosa gli insegnanti nelle scuole, che appena possono vogliono andare in pensione perché la scuola è diventata impraticabile con genitori così pronti alle minacce, alle denunce. Ragazzi che crescono così abituati ad avere sempre tutto, ad averla sempre vinta, diventano vulnerabilissimi, quindi soffriranno le pene dell’inferno appena entrano nel pieno della vita, nel groviglio dell’esistenza. Se fin da piccoli siete abituati ad averla vinta su tutto e credete di poter dominare tutte le situazioni, alla fine vi ritroverete incapaci a gestire il conflitto, la delusione e la frustrazione che nascono dai rapporti interpersonali.
Invece l’esperienza della frustrazione e del dolore è fondamentale per la crescita della persona. In mezzo alla sofferenza, la persona matura cresce, ed è fondamentale un sano percorso educativo che è fatto anche di regole e di divieti.
I genitori che lasciano a briglie sciolte i figli, non li amano, non li preparano alla vita: una regola è necessaria. Una vita sana è fatta di divieti e di regole.
A voi giovani io dico: i vostri educatori, i vostri genitori non vi preparano alla vita risparmiandovi esperienze e prove difficili, piuttosto aiutandovi a leggerne il senso, a coglierne il valore, guidandovi ad intravedere in ogni situazione, anche la più drammatica, un barlume di speranza. Questo è il vero aiuto, questo è un vero educatore, non uno che proietta nel figlio le proprie ansie, i propri timori, le proprie paure, le angosce, ma uno che aiuta il giovane a cogliere il senso positivo in ogni situazione anche drammatica e di vederne gli aspetti che lasciano ben sperare. Non dimentichiamo che in ogni realtà negativa è sempre presente, anche se latente, una potenzialità positiva. Queste cose ce le dobbiamo dire altrimenti non aiutiamo questi giovani a crescere, anche se ci dicono che siamo arretrati, matusa, poi fanno quello che vogliono. Con l’uso che fanno della loro libertà, si costruiscono il loro futuro.
Tutto questo presuppone certo una forte azione educativa che non si improvvisa, ma che va costruita fin dalla prima infanzia. Oggi purtroppo nelle famiglie non si parla più, anche perché il televisore è sempre acceso. I genitori non sanno che cosa realmente fanno i loro figli e i figli a loro volta non sanno che cosa fanno i loro genitori. La casa non è più un focolare domestico ma è un albergo dove si sta per mangiare e per dormire e questo non va bene perché così si cresce fragili e poco generosi. Una mamma oggi non può chiedere a sua figlia: “Rifatti il letto” perché la risposta è: “Devo studiare …..sono stanca…” Una giovane di 18 – 20 anni che cresce con il sistema iperprotettivo, diventa fragile e poco generosa.
Terzo tipo di sofferenza: quella legata al proprio limite e alla mancata autorealizzazione.
L’esperienza del limite è l’incapacità di realizzarsi a livello umano e professionale, e provoca in voi giovani un misto di rabbia e di impotenza. Cosa fare? Come reagire?
- crescere significa riconoscere le proprie fragilità e accettare il senso del limite e se uno non lo accetta significa che è ancora adolescente, non è cresciuto, non è diventato adulto.
- una mancata autorealizzazione è segno che non è avvenuto il passaggio ad essere adulti. Questo non dipende soltanto dalle attuali difficoltà di carattere abitativo, ma dipende soprattutto dall’incapacità di assumersi la responsabilità delle proprie scelte.
La cosa oggi inquietante, cari giovani, è questa: si è attenuato fortemente nelle nuove generazioni, il senso di responsabilità, si tende a rimandare qualsiasi decisione, si ha paura di fare le proprie scelte, non si vuole assumere la propria responsabilità, tanto c’è papà e mamma che pagano e ci mantengono.
E’ anche vero che ci sono le difficoltà di una casa, di un lavoro ma il discorso più inquietante, la vera emergenza oggi è l’incapacità di fare delle scelte, si preferisce delegare gli altri oppure prendere tempo…. E’ una situazione preoccupante da guardare con coraggio e a cui porre rimedio al più presto.
Intanto è bene attenersi alla prescrizione paolina:
“Attingi sempre forza nella grazia… prendi la tua parte di sofferenza…giacché non riceverà la corona se non chi ha lottato come si deve”.
† Giuseppe Costanzo
