Ritiro spirituale al Clero di Catania
2 Dicembre 2008
Al giovane ricco, che chiede a Gesù che cosa deve fare per ottenere la perfezione, Gesù risponde con una frase inquietante, allarmante, fastidiosa: “Và, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi. Cinque martellanti imperativi: và, vendi, dà, vieni, seguimi. Il giovane, dice l’evangelista, “udito questo, …se ne andò triste; poiché aveva molte ricchezze” (Mt. 19, 21-22).
Tutti ci sentiamo interpellati e messi sotto accusa da questa richiesta del Maestro e tutti abbiamo cercato sempre argomenti per attutire la forza di questa richiesta e giustificarci.
Non possiamo neanche dimenticare o sottovalutare che quella della povertà è la prima delle beatitudini: “Beati i poveri in spirito”, scrive Matteo (5,3), che la Bibbia di Gerusalemme traduce “beati coloro che hanno un’anima da poveri”. “Beati voi, poveri”, scrive Luca (6,20). Sebbene la formula di Matteo sottolinei lo spirito di povertà, presso il ricco come presso il povero, ciò che il Cristo considera generalmente è una povertà effettiva, in particolare per i suoi discepoli. Egli vuole che i discepoli siano interiormente liberi da ogni attaccamento ai beni e che non pensino ad accumularne.
In effetti ci sono tre gradi di attaccamento ai beni materiali, alle ricchezze, legati l’uno all’altro.
“Il primo è il desiderio di non mancare di niente, di avere tutto ciò che si ritiene necessario al soddisfacimento dei propri bisogni: per questo si cerca di avere molte cose. Ma il Salmista ammonisce: “Alla ricchezza, anche se abbonda, non attaccate il cuore” (Sal 61 (62), v.11. E ancora: “Se vedi un uomo arricchirsi, non temere…quando muore con sé non porta nulla” (Sal. 48, 17 sg).
Il secondo è non voler dipendere da nessuno: quando uno ha tutto quello che gli è necessario, non deve chiedere niente a nessuno. È un desiderio molto spontaneo non dover mendicare, non dover chiedere, essere indipendenti da chiunque.
Il terzo grado è voler essere superiori agli altri. Più uno ha, più gli sembra di valere, più può guardare gli altri dall’alto in basso. Sono questi i gradi dell’attaccamento alle ricchezze materiali, che sono poi gradi di una cattiva attitudine spirituale e che si possono verificare anche in rapporto alle qualità umane e perfino ai beni spirituali” (A. Vanhoye). Cioè avere un’anima di povero-
In quest’ultimo senso povertà significa rinuncia alla potenza, al fasto, ai privilegi, al trionfalismo.
Significa accettare di lasciarsi criticare dalla Parola di Dio; di rimettere in discussione le proprie idee; di lasciarsi superare e rovesciare dalle proprie posizioni conquistate, dalle strutture, dai principi, da tutto ciò che si dà per scontato e va da sé.
È povertà non fare affidamento per l’apostolato sui mezzi ricchi, trascurando la povertà e la croce: l’opera di Dio per eccellenza, il suo messaggio, non possono essere affidati a risorse umane. “Non procuratevi oro, né argento, né monete di rame nelle vostre cinture, né bisaccia di viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché l’operaio ha diritto al suo nutrimento” (Mt. 10, 9-10). Queste sono le precise disposizioni di Cristo agli apostoli per la loro missione.
L’efficacia dell’apostolato non si può affidare alla potenza terrena, alla tecnica, ai mezzi ricchi… Il problema fondamentale è il ritorno alle esigenze evangeliche, alla dimensione della croce, ai mezzi “poveri”.
Diceva S. Vincenzo de’ Paoli:
“Conservate l’amore alla santa povertà ed essa vi salverà”.
Scrive A. Paoli: “La povertà nel Vangelo è fame e sete di giustizia, e giustizia è ricostruire la persona in tutte le sue dimensioni, nella sua vera essenza. Questa essenza, ci ricorda Puebla, “deve plasmarsi in tre realtà definitive, su tre piani inseparabili: la relazione dell’uomo col mondo come signore, con le persone come fratello e con Dio come figlio”.
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Vogliamo adesso meditare su quattro dimensioni della povertà:
- La povertà come testimonianza della nostra verità di creature.
- La povertà come imitazione del Cristo.
- La povertà come testimonianza radicale della speranza.
- La povertà come via all’incontro coi poveri.
1) La povertà è testimonianza della nostra verità di creature.
Tutto abbiamo ricevuto. Tutto ci è stato donato: “Nudo uscii dal seno di mia madre e nudo vi ritornerò” (Gb. 1,21).
E S. Paolo: “Non abbiamo portato nulla in questo mondo e nulla possiamo portarne via” (1 Tm 6,7). Questo però non ci deve portare al disprezzo dei beni della terra o a sottovalutarne l’importanza. Il cristiano sa che ogni creatura è un bene, sa che tutto può essere preso con rendimento di grazia (cfr. 1 Tm 4,4), ma proprio per questo sa quanta insipienza c’è nel volere accumulare a tutti i costi. “L’uomo nella prosperità non comprende è come gli animali che periscono” (Sal. 48,21). Perciò S. Paolo dice: “Quando dunque abbiamo di che mangiare e di che coprirci, contentiamoci di questo” (1 Tm 6,8). Non comportiamoci come il ricco stolto di cui ci parla il Vangelo (Lc. 12, 15-21).
Chiede perciò a Dio la grazia di essere libero, di non andare con due borse se ne basta una o con due mantelli se uno è sufficiente. Il cristiano è sobrio, perché sa che “coloro che vogliono arricchire, cadono nella tentazione, nel laccio e in molte bramosie insensate e funeste, che fanno affogare gli uomini in rovina e perdizione. L’attaccamento al denaro infatti è la radice di tutti i mali; per il suo sfrenato desiderio alcuni hanno deviato dalla fede e si sono da se stessi tormentati con molti dolori” (1 Tm 6,9-10).
La povertà, invece, è la scoperta che la nostra felicità dipende dall’avere soltanto ciò che è necessario, cioè Cristo, e ciò che da Lui riceviamo e che ci porta a Lui, ci fa vivere la nostra vocazione. Nessuno come il cristiano sa godere del mangiare e del bere, sa ridere, sa giocare, ma nessuno come il cristiano sa che è necessario imparare ad usare bene di tutto. S. Paolo, nella 1 Cor. esorta i cristiani a vivere pienamente distaccati dai beni di questo mondo: “Quelli che possiedono, vivono come se non possedessero” (7,30). Dobbiamo imparare a semplificare la nostra vita, a contentarci dell’essenziale, a valutare il peso delle cose, la necessità di talune di esse, la relatività di altre; a rallegrarci di tutto ciò che ci è dato e passa per le nostre mani, ma senza trattenere nulla per noi se non ciò che è assolutamente importante per vivere.
Dobbiamo ricordarci delle parole di Gesù: “Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell’abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni” (Lc. 12,15).
Scopriremo così che ciò che possediamo veramente è ciò che non abbiamo fatto noi, è ciò che abbiamo ricevuto, e di cui non possiamo gloriarci.
Questa è la nostra verità di creature. Questa è la nostra vera libertà.
2) La povertà è imitazione del Cristo.
Gesù ha compiuto la nostra redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni.
La povertà sta alla base dell’ Incarnazione: “Da ricco che era si fece povero per noi”, dice S. Paolo (2 Cor 8,9), cioè rinunciò alle prerogative, alle ricchezze divine, “perché noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà” (ivi). Gesù si è spogliato in terra della sua gloria e dei suoi privilegi divini, per arricchirci dei privilegi ai quali aveva rinunziato.
Stesso tema nella lettera ai Filippesi (2, 6-8): “Pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò sè stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce”. Non si è gelosamente attaccato alle sue prerogative divine: se ne è spogliato completamente, si è vuotato di se stesso. È la Kénosi.
– Betlemme: la stalla, la greppia, non la reggia! Gesù ha scelto di venire sulla terra in una nazione soggiogata, calpestata, sfruttata dai dominatori stranieri. Nasce in un paese povero, che aveva perso dignità e prestigio.
– Nazareth, dove c’è la sua casa, è un paesino del tutto insignificante: cfr. Gv. 1,46.
Gesù vi rimane trent’anni, conducendo un’esistenza semplice e lavorando con le proprie mani.
– Vita pubblica: “Il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo” (Mt. 8,20).
Per pagare il tributo (per sé e per Pietro) è obbligato a compiere un miracolo: la moneta nella bocca del pesce (Mt. 17,24-27).
Ma la povertà di Gesù rifugge da ogni ostentazione, e così accetta di sedere a mensa coi pubblicani e coi peccatori, accettando le critiche durissime di scribi e farisei.
In realtà egli “è troppo radicalmente povero per considerare la povertà un valore assoluto: è distaccato anche dalla povertà” (Régamey).
– La Croce: è il punto più alto, il vertice della sua povertà. È ridotto nella condizione di schiavo, criminale, sovversivo.
Povero di amici, che lo hanno abbandonato. Trastullo della soldataglia. Privato persino degli abiti. “Abbandonato – dice Mt. – nelle mani degli uomini” (17-22). Con l’Incarnazione era diventato uno di noi, sulla Croce diventa l’ultimo di noi.
– Abbandonato anche dal Padre.
È la povertà suprema, la più desolata: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt. 27,46).
Abbandonato dagli uomini, Gesù ha l’impressione di essere abbandonato anche dal cielo.
Lui, il Verbo che “era presso Dio”, “proteso verso il Padre” da tutta l’eternità, fa l’esperienza più angosciosa della povertà.
Un’esperienza che gli fa lanciare quel grido: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.
D’ora innanzi, per quanto noi scendiamo in basso sulla strada della povertà, dovremo sempre ammettere che Lui, il Maestro, è sceso ancora più in basso.
Diceva P. Ch. De Foucauld: “Mi è impossibile comprendere l’amore senza la ricerca della rassomiglianza, l’amore senza la partecipazione a tutte le pene, senza l’ardente desiderio della conformità della vita e senza il bisogno di condividere tutte le croci”.
Ecco il senso della nostra povertà: l’imitazione di Cristo. Poveri come Lui.
L’Apostolo Paolo si è fatto imitatore di Cristo e ci ha incoraggiati a fare come Lui.
Vogliamo dare perciò uno sguardo alla sua esperienza di povertà.
Nella 2 Cor. 6, 5-17 Paolo descrive ai suoi interlocutori, in termini vivi e drammatici, la sua realtà di apostolato. Dopo averci raccontato la sua vita – sofferenze, privazioni, pericoli, ma anche la forza e la dolcezza che la compagnia dello Spirito Santo gli dava – conclude con delle definizioni composte in due parole antitetiche. Noi cristiani – dice – siamo sconosciuti e ben noti, siamo sempre sul punto di morire eppure viviamo, siamo castigati dal mondo ma non ci lasciamo abbattere, pieni di tristezza e insieme di gioia, e infine – ed è l’espressione che qui ci interessa – “non abbiamo nulla eppure possediamo tutto”. Anzi, “facciamo ricchi molti”. (vv.9-10).
È l’esperienza della povertà vissuta dall’Apostolo: “non abbiamo nulla e invece possediamo tutto”. In Gesù, che lo aveva afferrato e a cui si era totalmente consegnato, Paolo ha tutto: la vita, il perdono, le parole che illuminano e leniscono il dolore, la certezza della vita presente e futura. Lui è il centro della sua vita, il senso della sua storia, la meta del suo pellegrinaggio. Riconoscerà con stupore e gratitudine che Gesù lo ha amato e ha dato sè stesso per lui, e affermerà con forza: “Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno” (Fil. 1,21).
Alla comunità di Filippi, a lui tanto cara, manifesta gratitudine per i doni ricevuti, ma ribadisce il suo proposito di restare indipendente nella sua missione apostolica: “Ho imparato – dice – a bastare a me stesso in ogni occasione; ho imparato ad essere povero e ho imparato a essere ricco; sono iniziato a tutto, in ogni maniera; alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Tutto posso in colui che mi dà la forza” (4,11 – 13).
Ecco un uomo libero, un cuore distaccato, un’apostolo fiduciosamente abbandonato alla Provvidenza, consapevole che “il Signore fa prodigi per il suo fedele” (Sal. 4,4).
Alla radice di questo atteggiamento di pieno e sereno affidamento c’è la fede robusta di Paolo, il quale dice: “So…in chi ho posto la mia fede” (2 Tm. 1,12). So in chi ho creduto, di chi mi sono fidato.
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– È pure importante raccogliere il messaggio che sulla povertà ci viene dalla Madonna.
“Maria – scrive il Concilio – primeggia tra gli umili e i poveri del Signore, i quali attendono con fiducia e ricevono da Lui la salvezza”. Maria appartiene alla stirpe eletta degli anawîm, anzi in lei tale stirpe converge e sfocia. In lei si concentrano e si riassumono gli aneliti degli umili e dei piccoli che attendono il Dio che viene. Dice Gelin che Nazaret, una borgata insignificante della Galilea, totalmente trascurata dall’Antico Testamento, riceve l’annuncio della gioia messianica “perché c’era in essa un silenzio, una disponibilità, un vuoto, un appello: vi era Maria”.
La Madonna è povera. Povera in senso biblico. Ossia una povertà intesa non soltanto nel suo aspetto negativo di privazione, ma una povertà che esprime un atteggiamento religioso: fiducia e abbandono in Dio, distacco da sè stessi e dalle cose, dalle proprie idee e dai propri progetti. È disponibilità in tutto a Dio, sapendo che Egli è Colui che sa tutto, può tutto e ci ama.
Anche la sua verginità è povertà. Infatti la verginità, come privazione delle gioie della maternità, era una condizione umiliante, che attirava il disprezzo degli altri. E proprio la Vergine, povera, viene arricchita dal dono per eccellenza. Accoglie nel suo seno Dio che si fa povero. Con la venuta dello Spirito Santo abbiamo, l’incontro del Povero col povero.
Il Magnificat è l’esplosione di gioia della povertà: “Ha guardato l’umiltà della sua serva”, cioè la sua povertà, la sua bassezza, la sua umiltà.
Notate che si definisce “serva”. Anche qui abbiamo una dimensione più vasta della povertà; è una povertà che diventa servizio, svuotamento di sè stessa e abbandono al progetto di Dio: “Fiat mihi secundum verbum tuum”. Serva è sintesi di una vita consacrata al Signore, disponibilità ai Suoi interventi, accettazione del piano di Dio e apertura al suo mistero. E in lei si compie il miracolo strepitoso: la sua povertà diventa ricchezza: la sua verginità sfocia nella divina maternità; la sua totale disponibilità la fa entrare nel piano della salvezza.
“Tutti noi – scrive Evely – vorremmo fare grandi cose, Maria si è accontentata di lasciar fare al Signore grandi cose in lei”. Qui, forse è il nocciolo della povertà di Maria. Ed è, forse, il nocciolo della nostra povertà nella sua dimensione più autenticamente religiosa.
Preparare il terreno, cioè fare il “vuoto”, perché il Signore possa compiere grandi cose in noi.
3) La povertà è la testimonianza più radicale della speranza.
Figli di Dio, poniamo tutta la nostra fiducia nella Provvidenza di un Padre attento ai nostri bisogni. Con la povertà abbandoniamo il regime delle “sicurezze terrene” per entrare nel regime della speranza e affermare la nostra appartenenza al Regno. Professiamo con la vita che Dio è Padre attento alle nostre necessità, che la Provvidenza ogni giorno si leva prima del sole (Lacordaire), e che perciò non dobbiamo affannarci per il cibo o per il vestito, perché Dio sa che ne abbiamo bisogno. Ed Egli ci ha detto: “Cercate piuttosto il Regno di Dio, e queste cose vi saranno date in aggiunta”.
Ricordo sempre con gioia la promessa che il S. Cuore fece a S. Margherita Maria Alacocque: “Occupati tu di me e delle cose mie ed io mi occuperò di te e delle cose tue”. È un problema di fede e di speranza teologale.
Gesù un giorno pose ai suoi questa domanda: “Quando vi ho mandato senza borsa, né bisaccia, né sandali, vi è forse mancato qualcosa?
Risposero: “Nulla” (Lc. 22,35).
Gesù ha sempre educato i suoi discepoli alla povertà non solo proponendo il suo esempio, ma anche mettendoli davanti ad una drammatica alternativa: o Dio o Mammona (le ricchezze). Il discepolo deve scegliere: o riporre in Dio la propria fiducia o in Mammona. Non ci può essere l’uno e l’altro, ma l’uno o l’altro. “Nessun servo – dice – può servire due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire a Dio e a mammona” (Lc. 16,13). L’etimologia del sostantivo aramaico “mammona” significa – secondo gli studiosi – “farsi portare”, “appoggiarsi”: farsi portare da Dio o da “mammona”, appoggiarsi su Dio o sulle ricchezze.
Si tratta, allora, di sostituire alla sicurezza nel danaro, così diffusa nel mondo d’oggi, la sicurezza nel Padre.
Quindi la povertà rappresenta l’affermazione più radicale della Paternità di Dio. È la testimonianza più forte che Dio è nostro Padre e che ci attendiamo tutto da Lui, perché un padre si prende cura delle proprie creature. L’esempio più luminoso in questo senso è quello di Francesco d’Assisi, il quale, davanti al Vescovo, si spoglia dei propri abiti e li butta, insieme a un mucchietto d’oro, ai piedi del padre. Quindi dichiara: “Ascoltate tutti e comprendete. Finora ho chiamato padre Pietro di Bernardone. Ma, poiché ho deciso di servire d’ora innanzi unicamente Dio, restituisco a Pietro di Bernardone il denaro di cui si preoccupava e gli abiti che avevo da lui. D’ora in poi potrò dire, non più mio padre Pietro di Bernardone, ma Padre nostro che sei nei cieli”. Con tutta verità egli diceva: “Mio Dio e mio tutto”.
Quando un cristiano, vive la povertà evangelica, è segno che ha deciso di accumulare tesori solo nel cielo, “dove né tignola né ruggine consumano, e dove i ladri non scassinano e non rubano” (Mt. 6,20).
4) La povertà ci porta ai poveri.
Il comandamento nuovo datoci dal Cristo, il compimento supremo della Legge, è l’amore fraterno. Ora, non possiamo essere seguaci ed imitatori di Cristo, senza sentire il grido che si leva da tanta miseria presente nel mondo.
La nostra povertà ci spinge irresistibilmente verso i poveri. Gesù Cristo, povero, ha sempre avuto la sua strada piena di poveri. E l’espressione “mosso da compassione” è come un “leit-motif” del Vangelo.
I poveri sono i clienti privilegiati del Suo Vangelo, gli ospiti di diritto del Suo Regno.
Oggi, nella nostra cosiddetta “civiltà dell’opulenza”, in un mondo in cui gli uomini sanno guidare i missili ma non sanno ancora vivere come fratelli, in una società in cui i più scontano con la fame le indigestioni di pochi, la miseria ha assunto dimensioni paurose. Ci sono cifre, statistiche, episodi che non dovrebbero lasciarci dormire. Non possiamo chiudere gli occhi sulla miseria che ci circonda. Non abbiamo il diritto di essere felici da soli (R. Follereau), abbiamo piuttosto il dovere, secondo le nostre possibilità, di alleviare la povertà e di rimuoverne le cause.
La povertà evangelica, vissuta bene, è fonte di comunione. Mentre il possesso, desiderato e amato per se stesso, ci divide dagli altri, ci fa vedere nelle altre persone dei potenziali nemici, la povertà ci dà occhi di benevolenza. Non tiene per sé, ma spinge a condividere, a donare e a donarsi tenendo presente che donare è importante, ma più importante è donare sé stessi.
Dice Evdokimov: donare (tempo, salute, lavoro, beni) esige il “sudore della fronte”; donare se stessi esige il “sudore del cuore”.
E anche qui il modello insuperabile rimane Gesù, il Grande Povero, “Colui che divide il Proprio essere, la Propria carne e il Proprio sangue eucaristici” (Evdokimov).
Se il comandamento dell’amore funziona, allora il povero, come diceva S. Vincenzo de’ Paoli, diventa “il nostro padrone”. E davanti a lui cadono tutte le distinzioni, scompaiono le domande: se quello ha veramente bisogno, se è colpevole della sua miseria, se è pericoloso, se è straniero, se è riconoscente… D’improvviso, alla richiesta di aiuto, le sembianze di chi è di fronte assumono un volto angelico: senza età, senza accenti, senza storia, senza pregiudizi, senza considerazioni. “Ogni uomo è mio fratello”: “fatti tutti a sembianza d’un solo, figli tutti di un solo riscatto” (Manzoni).
La povertà che c’è nel mondo è frutto del peccato, dell’egoismo umano, dell’ingiustizia. E l’amore deve ristabilire l’equilibrio. Cristo non ci chiede soltanto di far regnare nel mondo la pace, ma soprattutto l’amore.
Essere come i poveri non vuol dire avere esattamente lo stesso numero di toppe nei pantaloni – scrive A. Paoli – o abitare esattamente la stessa casa. Vuol dire prima di tutto ed essenzialmente far scendere questa rivoluzione nel profondo della nostra persona e morire, veramente morire a un certo tipo di relazione cui siamo abituati, in cui noi siamo quelli che sanno, quelli che hanno, quelli che danno, per divenire quelli che cercano a tastoni come gli altri e con gli altri.
† Giuseppe Costanzo
