Assemblea diocesana a CT
9 dicembre 2008
Non è agevole – e non è popolare – parlare di obbedienza in questo nostro tempo, che qualcuno chiama “tempo di disobbedienza”. (A. Paoli). Un tempo che presenta, dice, due aspetti contraddittori:
da un lato l’anticonformismo e dall’altro la paura.
L’anticonformismo ha fatto rompere in modo violento e radicale gli schemi preesistenti, determinando nell’umanità la paura, cioè, come dice efficacemente A. Paoli, “lo stato d’animo di un bambino fuggito di casa in un momento di rabbia e che ora, al calare della sera, si scopre solo in un bosco senza conoscere la via del ritorno” (“Cercando libertà”, p. 79 Ed. Gribaudi).
Senza speculare sulla paura e senza cercare di reprimerla, occorre oggi una riflessione critica, serena e propositiva, sull’obbedienza.
Tale riflessione è urgente, e potrà essere salutare. C’è crisi di obbedienza e c’è al contempo crisi di autorità.
Davanti ad un Sinedrio che abusava della propria autorità, Pietro insieme agli apostoli dice con forza e con fierezza: “Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini” (At. 5,29). “Questo grande principio biblico sull’obbedienza ha un carattere profondamente liberante”, scrive E. Bianchi. E aggiunge: “Nella visione biblica, infatti, l’obbedienza è inscindibile dalla libertà: solo nella libertà si può obbedire, e solo obbedendo al Vangelo si entra nella pienezza della libertà”.
Bonhöffer ha scritto: “L’obbedienza senza libertà è schiavitù, la libertà senza obbedienza è arbitrio”.
Le difficoltà che incontra oggi l’obbedienza in genere sono molteplici. Le accenno rapidamente.
a) Molti, oggi, tendono a considerare mortificante qualunque forma di dipendenza;
b) l’influsso di una cultura – come quella occidentale – fortemente centrata sul soggetto e su un bisogno esasperato di realizzazione di sé;
c) la tendenza della libertà a trasformarsi in arbitrio e a voler imporre la propria visione delle cose;
d) il degenerare dell’autonomia personale in indipendenza dal Creatore e dagli altri.
e) l’illusione di accrescere la libertà quando invece si consolida la schiavitù.
Questo clima culturale influisce anche sulla vita consacrata .
Ha scritto – in modo lapidario ed efficace – Von Balthasar: “La forma più alta della libertà è l’obbedienza”.
L’obbedienza in una comunità di consacrati consiste nel cercare ciò che piace a Dio e nell’obbedirGli, e va esercitata da tutti: da chi presiede e da chi è sottoposto. Cambiano i ruoli, ma identico è l’obbiettivo: cercare Dio, piacere a Dio, consegnarGli la propria vita per il compimento dei suoi disegni d’amore, testimoniare il primato di Dio nella nostra esistenza attraverso la libera obbedienza alla sua santa volontà.
Preliminare ad una vera obbedienza è la risposta ad alcune domande: che cosa cerca il mio cuore? Per che cosa mi affanno? Sto cercando me stesso o sto cercando il Signore mio Dio? Sto inseguendo i miei desideri o il desiderio di Colui che ha fatto il mio cuore e lo vuole realizzare come Lui sa e conosce? Sto rincorrendo solo cose che passano o cerco Colui che non passa? Come sarebbe bello poter rispondere: “Il tuo volto, Signore, io cerco!”
È stato osservato (D. M. Turoldo) che la storia del mondo si regge su una parola semplicissima: fiat.
Troviamo, nella S. Scrittura, quattro fiat che costituiscono altrettanti pilastri fondamentali.
- Il primo è nel libro del Genesi, ed è l’espressione della volontà creatrice di Dio: “Fiat lux!” E la luce fu.
“Fiat firmamentum”, e così avvenne.
“Fiant luminaria”, e ci furono le fonti di luce nel firmamento del cielo. (Gen. 1), con questo “fiat” Dio esce dal proprio silenzio e fa balzare le cose dal nulla.
- Il secondo fiat è stato pronunciato dalla Madonna al momento dell’Annunciazione: “Fiat mihi secundum verbum tuum”, e subito Dio è sceso sulla terra e si è fatto uomo. Al fiat di Maria il Verbo si è fatto carne e “ha piantato la sua tenda in mezzo a noi”. Il fiat di Gesù e il fiat di Maria sono i due pilastri della nuova creazione.
- Il terzo fiat è quello pronunciato da Gesù nell’orto del Getsemani. Un fiat scaturito dal drammatico contrasto tra carne e spirito. Una parola carica di angoscia e bagnata di sangue: “Non mea voluntas, sed tua fiat”. E questo fiat ha fatto scoccare, nel buio del Getsemani, la scintilla della nostra redenzione.
- Il quarto fiat è quello della nostra obbedienza, cioè la nostra disponibilità ad entrare nel piano di Dio. Lo ripetiamo ogni giorno nella preghiera che Gesù ci ha insegnato: “fiat voluntas tua sicut in coelo et in terra”. Questa parola ricompone l’unità del nostro essere dopo il disordine e la disgregazione del peccato, ristabilisce l’armonia divina in noi, ci rifà ad immagine e somiglianza di Dio.
Il primo fiat suscita la nascita del mondo. Il secondo determina la nascita di Cristo. Il terzo provoca la nascita della speranza. Il quarto genera la nascita della santità.
Tolto il fiat della creazione, gli altri tre (quello di Cristo, quello di Maria e quello nostro) sono fondamentali per sviluppare il nostro tema.
Vogliamo dunque approfondirli.
2) E cominciamo dall’obbedienza di Cristo che è il vero fondamento, il “proprium”, dell’obbedienza cristiana.
Sono tre – tra i tanti anche molto belli – i testi più significativi dell’obbedienza di Cristo:
- Cristo – dice S. Paolo nella lettera ai Filippesi – “si è fatto obbediente fino alla morte” (2,8);
- Cristo – scrive l’autore della lettera agli Ebrei – “imparò l’obbedienza dalle cose che patì e reso perfetto, divenne causa di salvezza per tutti coloro che gli obbediscono” (5,8 sg.).
- Il centro luminoso, da cui prende luce tutto il discorso sull’obbedienza nell’epistola ai Romani, è Rm 5,19: “Per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti”.
Cioè, l’obbedienza di Cristo è la fonte immediata e storica della giustificazione.
Per il Nuovo Testamento l’obbedienza di Cristo non è solo il più sublime esempio di obbedienza, ma è il suo fondamento. “Essa – scrive P. Cantalamessa – è la “costituzione” del regno di Dio!”
Ci domandiamo: in che cosa è consistita l’obbedienza di Cristo?
Gesù, da bambino, obbedì ai genitori; poi, da grande, si sottomise alla legge mosaica, al Sinedrio, a Pilato… Ma S. Paolo non pensa a nessuna di queste obbedienze; pensa, invece, all’obbedienza di Cristo al Padre.
L’obbedienza di Cristo, infatti, è considerata l’esatta antitesi della disobbedienza di Adamo: “Come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti” (Rm 5,19).
Anche nell’inno dell’epistola ai Filippesi l’obbedienza di Cristo “fino alla morte e alla morte di Croce” è contrapposta tacitamente alla disobbedienza di Adamo, che volle farsi “eguale a Dio” (2,6 ss).
Ma a chi disobbedì Adamo?
Non certo ai genitori, all’autorità, alle leggi… disobbedì a Dio. All’origine di tutte le disobbedienze c’è una disobbedienza a Dio e all’origine di tutte le obbedienze c’è l’obbedienza a Dio.
Come la disobbedienza di Adamo è consistita nell’appropriarsi della sua volontà, così l’obbedienza di Cristo (nuovo Adamo) è consistita nell’espropriarsi della sua volontà. Egli si è svuotato (: “Non sia fatta la mia, ma la tua volontà” (Lc. 22,42); e ancora: “Non sono venuto per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato” (Gv. 6,38).
L’obbedienza ricopre tutta la vita di Gesù. Se S. Paolo e la lettera agli Ebrei mettono in luce il posto dell’obbedienza nella morte di Gesù (cfr. Fil. 2,8; Eb. 5,8), S. Giovanni e i Sinottici completano il quadro mettendo in luce il posto che l’obbedienza ebbe nella vita di Gesù, nel suo quotidiano.
“Mio cibo – dice Gesù nel Vangelo di Giovanni – è fare la volontà del Padre”, e ancora: “Io faccio sempre le cose che gli sono gradite” (Gv. 4,34; 8,29).
L’obbedienza di Gesù Cristo al Padre si esercita soprattutto attraverso l’obbedienza alla Parola scritta. Un esempio chiaro e forte lo troviamo nell’episodio delle tentazioni nel deserto: l’obbedienza di Gesù consiste nel richiamare le parole di Dio e attenersi ad esse. “Sta scritto”, dice, “sta scritto”, e tutto il suo impegno lo mette nel dare compimento a ciò che sta scritto di lui. Quando i suoi vogliono opporsi alla sua cattura, Egli dice: “Ma allora come si compirebbero le Scritture, secondo le quali così deve (…..) avvenire?” (Mt. 26,54). La vita di Gesù è come guidata da questa parola.
La grandezza dell’obbedienza di Gesù, oggettivamente si misura “dalle cose che patì” e soggettivamente dalla libertà e dall’amore con cui patì.
S. Basilio distingue tre disposizioni con cui si può obbedire: primo, per paura del castigo, ed è la disposizione degli schiavi; secondo, per desiderio del premio, ed è la disposizione dei mercenari; terzo, per amore, ed è la disposizione dei figli.
In Gesù rifulge in grado sommo ed infinito l’obbedienza filiale. Anche nei momenti più drammatici, come nella Passione, sulle sue labbra non si spegne mai il grido filiale: “Abbà! Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” esclamò sulla croce (Mt. 27,46); ma aggiunse, subito, secondo Luca: “Padre, nelle tue mani affido il mio Spirito” (Lc. 23,46). Sulla croce Gesù si abbandonò al Dio che lo abbandonava.
Questa è l’obbedienza fino alla morte; questa è “la roccia della nostra salvezza”
3) Il fiat di Maria.
Maria è l’icona vivente dell’obbedienza, colei che non solo ha imitato l’obbedienza del Servo, ma l’ha vissuta con lui. È sul terreno dell’obbedienza che Maria si affianca a Gesù e si contrappone a Eva.
Maria si mostra obbediente quando dice: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”. Come per opera della Vergine disobbediente l’uomo è morto, così per opera della Vergine obbediente alla Parola di Dio, egli ricevette nuovamente la vita. Anche Maria obbedì sicuramente ai genitori, alla legge, a Giuseppe. Ma l’obbedienza con cui ha cooperato alla nostra salvezza è stata l’obbedienza alla Parola di Dio.
La sua obbedienza è stata l’esatta antitesi di quella di Eva.
Riflettiamo un po’ su questa obbedienza di Maria alla Parola di Dio. All’Arcangelo Gabriele che le reca l’annuncio di Dio, Maria risponde: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola” (Lc. 1,38).
Parole che esprimono la prontezza, la docilità, la disponibilità di Maria al progetto di Dio.
Un sì pensato, ponderato, libero e irreversibile.
Ma il sì di Maria, la sua obbedienza non finisce con l’Annunciazione; quello fu, in un certo senso, solo l’inizio.
Nella Presentazione al tempio è avvenuto, per Maria, qualcosa di simile a ciò che avvenne, per Gesù, nel battesimo al Giordano. “In quell’occasione – scrive P. Cantalamessa – per le parole del Padre, la vocazione di Messia si precisò alla coscienza di Gesù – in quanto questa era una coscienza anche umana – come vocazione ad essere un Messia sofferente, ad essere il Servo di Iahweh rifiutato, e Gesù rispose con l’obbedienza, rinnovando il suo “Eccomi!”.
Nella Presentazione, la vocazione di Maria, per le parole di Simeone (“E anche a te una spada trafiggerà l’anima”), le si precisò come vocazione a essere madre di un Messia contraddetto e rifiutato, cioè come vocazione ardua e dolorosa. Anche Maria rispose con l’obbedienza silenziosa. Ella misurò a man a mano la portata di quel suo sì, allargandolo fino ad abbracciare in esso tutto, anche la croce.
Anche di Maria si può dire ciò che la lettera agli Ebrei dice di Gesù, e cioè che “imparò l’obbedienza dalle cose che patì” (5,8).
Un’obbedienza che solo la sua fede forte poteva rendere possibile. Un’obbedienza così rischiosa! Accettando la maternità verginale – diventare madre prima di essere sposata – ella si esponeva alla morte per lapidazione. Maria non aveva alcun appiglio umano, alcun punto di riferimento, all’infuori di Dio e della sua Parola. Non c’era per lei nessuna spiegazione.
Bisogna mettersi nei panni di Maria per valutare la portata della sua obbedienza, e nessuno potrà mai fare veramente questo, perché non si può ripetere ciò che è avvenuto una sola volta nella storia.
Pensiamo, inoltre, alla sua presenza sotto la Croce dove fu “amorosamente consenziente all’immolazione della vittima da lei generata”.
Pensiamo al suo dolore, al suo filiale abbandono alla volontà del Padre, alla sua attesa fiduciosa dell’ora di Dio…
Quante cose dobbiamo imparare dall’obbedienza della Madre di Dio!
Noi chiediamo, il più delle volte, a Maria, l’aiuto, non per fare la volontà di Dio, ma per cambiarla.
Ella avrà, chissà quante volte, recitato il versetto del Salmo 142, in cui si dice: “Insegnami a compiere il tuo volere” (v.10)
Dovremmo imparare a dirlo anche noi come lo diceva lei, come l’hanno detto i grandi amici e servitori di Dio.
Dobbiamo imparare a dire anche noi “Eccomi!”. È una parola tanto semplice e tanto cara a Dio: “Eccomi!” Essa esprime il mistero dell’obbedienza a Dio. Abramo disse: “Eccomi!” (Gn 22,1); Mosè disse: “Eccomi!” (Es. 3,4); Samuele disse: “Eccomi!” (1 Sam. 3,1 ss); Isaia disse: “Eccomi!” (Is. 6,8); Maria disse: “Eccomi!” (Lc. 1,38); Gesù disse “Eccomi!” (Eb. 10,9). “Sembra – dice P. Cantalamessa – di assistere ad una specie di appello, nel quale i chiamati rispondono, uno alla volta: “Presente!”. Questi uomini hanno risposto davvero all’ “appello” di Dio!
La Bibbia predilige tanto questa parolina che la mette in bocca anche alle creature inanimate. Persino le stelle rispondono a Dio, dicendo: “Eccoci!”, “Egli le chiama e rispondono “Eccoci” e brillano di gioia per Colui che le ha creato” (Bar. 3,35).
Tra i tanti “eccomi!” della Bibbia ne manca uno, e questa mancanza ha segnato il destino dell’uomo per sempre. Quando Dio chiamò Adamo, dopo il peccato, forse per perdonarlo, Adamo, anziché rispondere “Eccomi!”, andò a nascondersi (cfr Gn. 3,10).
C’è un salmo – il 39 (40) – da cui possiamo attingere luce e forza per fare le nostre scelte e formulare il nostro proposito. Il salmista, che era pieno di gioia e di riconoscenza per i benefici ricevuti (“ho sperato, ho sperato nel Signore ed egli su di me si è chinato…; mi ha tratto dalla fossa della morte…”), si domanda cosa può fare per rispondere a tanta bontà di Dio: offrire vittime, olocausti?
No. Capisce che non è questo che Dio vuole da lui; è insufficiente ad esprimere i sentimenti del suo cuore. Ecco allora l’intuizione e la rivelazione: quello che Dio desidera da lui è una decisione generosa e ferma: compiere, d’ora in poi, tutto quello che Dio vuole da lui, obbedirgli in tutto. “Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto (lett: “mi hai forato”). Non hai chiesto olocausto e vittime per la colpa. Allora ho detto: “Ecco io vengo. Sul rotolo del libro di me è scritto, che io faccia il tuo volere. Mio Dio, questo io desidero, la tua legge è nel profondo del mio cuore” (vv. 7-9).
Gesù è il primo che ha dato compimento a queste parole, come ci assicura la lettera agli Ebrei nel capitolo 10, e con lui sua Madre, Maria.
4) Ora tocca a noi. Tutta la vita, giorno per giorno, può essere vissuta all’insegna di quelle parole: “Ecco, io vengo, o Dio, a fare la tua volontà!”. All’inizio di ogni giornata, di ogni lavoro faticoso o gioioso, di un incontro problematico e fastidioso, dire: “Ecco, io vengo, o Dio, a fare la tua volontà!”. Nella malattia che pesa, nell’insuccesso che umilia, nell’incertezza del futuro, nella sosta della preghiera, nella morte sentita come incombente o imminente, ripetere con fede: “Ecco, io vengo, o Dio, a fare la tua volontà. “En sua voluntate è nostra pace” (D. Alighieri).
Nel compimento della volontà di Dio ci vengono assicurati tre grandi beni: la pace del cuore, la santificazione personale e la fecondità apostolica.
Parliamo naturalmente di obbedienza vera, quella che nasce da una fede matura e che rifiuta ogni infantilismo, ogni servilismo, ogni formalismo, ogni passività e incostanza.
Tale obbedienza, autentica, robusta, non è esente dalla croce. Ha un costo. Forse costa più della povertà, addirittura più della castità, perché si tratta di rinunciare alla tua volontà, alle tue idee personali, ai tuoi progetti, alla pretesa di gestire da solo la tua vita, per entrare nel piano di Dio. Costa ubbidire quando ciò che viene richiesto (o chi lo richiede) appare umanamente poco convincente. Questo può essere crocifiggente. Ma un’obbedienza facile, senza ripugnanze interne, è altrettanto assurda quanto il cristianesimo senza croce.
“La Croce” – scriveva Paolo VI – “sia per voi, come è stata per il Cristo, la prova dell’amore più grande. Non esiste forse un rapporto misterioso tra la rinuncia e la gioia, tra il sacrificio e la dilatazione del cuore, tra la disciplina e la libertà spirituale?” (Ev. Testificatio, 25). Anche noi, come Cristo, impariamo l’obbedienza dalla sofferenza (cfr. Eb 5,8).
Questo non vuol dire che non si abbia diritto a parlare. Si ha il diritto – e spesso anche il dovere – di esprimere il proprio parere, senza però dimenticare che l’ultima parola spetta al Superiore.
Egli ha bisogno della tua parola leale e coraggiosa, non delle tue critiche e dei pettegolezzi di corridoio.
Il Superiore ha bisogno di collaboratori, non di cortigiani. Questo comporta due cose: saper parlare, con franchezza e senza sconti, quando è necessario (e non quando è comodo!) e saper tacere (spesso, invece, nei nostri ambienti s’incontra gente che non sa né parlare né tacere, ma solo borbottare).
Chi pensa al bene della Chiesa e non alla propria carriera, tiene questa condotta e ne paga anche il prezzo.
Le svolte più decisive nella storia della Chiesa sono sempre state determinate da uomini che hanno saputo parlare ad alta voce, ma hanno saputo anche tacere, quando è stato loro imposto il silenzio; hanno saputo attendere, dando una testimonianza commovente di obbedienza senza incrinatura, di umiltà vera e di spirito di fede. Costoro avevano un solo torto: avevano capito alcune cose venti o cinquant’anni prima degli altri…e hanno pagato di persona, hanno accettato di restare nell’ombra senza recriminazioni, senza vittimismi, senza impennate. La loro obbedienza, al tempo stabilito da Dio, ha dato i suoi frutti. Le cose grandi, anche nella nostra vita personale, si pagano con l’obbedienza. “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv. 12,24). “Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo” (Sal. 125 (126), 5). È stato scritto: “I Superiori sono strumenti parzialmente ciechi degli imperscrutabili disegni di Dio su di noi”.
Oltre che dalla mediazione dei Superiori, l’obbedienza attinge luce, orientamento e forza dalla Parola di Dio. Essa – come afferma Giovanni Paolo II – “interpella, orienta e plasma l’esistenza” (N. M. I. 39). Dobbiamo accoglierla, meditarla, custodirla nel cuore come un tesoro, dobbiamo farne il criterio primo di ogni scelta. Dobbiamo consentirle di mettere radici nel nostro cuore e farne la bussola del nostro cammino di perfezione.
“L’ amorosa frequentazione quotidiana della Parola educa a scoprire le vie della vita e le modalità attraverso le quali Dio vuole liberare i suoi figli; alimenta l’istinto spirituale per le cose che piacciono a Dio; trasmette il senso e il gusto della sua volontà; dona la pace e la gioia di rimanergli fedeli, rendendo sensibili e pronti a tutte le espressioni dell’obbedienza” (Congregaz. per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, “Il servizio dell’autorità e l’obbedienza”, n°7)
Avviandomi alla conclusione vorrei presentarvi un testimone del nostro tempo, un profeta obbediente: Don Primo Mazzolari. Fu parroco di Bozzolo, in diocesi di Cremona. Un prete eccezionale. Scrittore originalissimo e incisivo, giornalista sferzante, predicatore appassionato e travolgente. Nel 1949 fonda il quindicinale “Adesso”, un foglio esplosivo che dibatte idee ardite, che preoccupa e turba la gerarchia ecclesiastica, che inquieta e infastidisce i potenti di turno.
Nel Febbraio del 1951 il quindicinale venne sconfessato dall’autorità ecclesiastica. Così Don Mazzolari decise di sopprimere il giornale. Scrive Don Barra: “Fu forse il sacrificio più grosso della sua vita. Non poteva più andare in giro a predicare, non poteva più scrivere, poteva solo più soffrire e amare.”
Scrive una lettera al suo vescovo, in cui confessa: “nella dolorosa sorpresa del provvedimento il cuore non mi lasciava respirare… Benché non si tratta che di libere opinioni e di libere opzioni, che non impegnano il credente, mi inchino e accetto, senza discutere e senza chiedere spiegazioni, l’obbedienza, che spero, con l’aiuto di Dio e la vostra paterna indulgenza, di “consumare” ilarmente e cordialmente… Mi distacco dal foglio come il vecchio contadino si distacca dal suo campo appena seminato e dove ancor niente germoglia. Ma tutto è speranza perché tutto è fatica; tutto è fede, proprio il non vedere; tutto grazia, anche il morire; tutto testimonianza, anche il silenzio, soprattutto il silenzio.” E dopo aver chiesto al vescovo di dirgli con franchezza se non ritenesse dannosa la sua presenza nella parrocchia di Bozzolo, conclude: “Anche se il pensiero di lasciare la mia povera e cara gente mi fa scoppiare il cuore, mi farò dovere di rimettere immediatamente nelle vostre mani anche il mio ufficio di parroco, poiché non voglio né posso contravvenire alla disciplina della mia Chiesa, né venire a patti con la mia coscienza di uomo e di sacerdote.”
Don Mazzolari morì il 12 Aprile 1959. Era stato colpito da emorragia celebrale, la domenica precedente, mentre spiegava il Vangelo ai suoi parrocchiani. Morì come muoiono i profeti: di crepacuore.
Leggiamo nel suo testamento spirituale:
“Chiudo la mia giornata come credo di averla vissuta, in piena comunione di fede e di obbedienza alla Chiesa e in sincera e affettuosa devozione verso il Papa e il vescovo. So di averla amata e servita con fedeltà e disinteresse completo.
Richiamato o ammonito per atteggiamenti o opinioni non concernenti la dottrina, ottemperai con pronto ossequio.
Se il mio franco parlare in problemi di libera discussione può aver dato scandalo, se la mia maniera di obbedire non è parsa abbastanza disciplinata, ne chiedo umilmente perdono, come chiedo perdono ai miei superiori di averli involontariamente contristati, e li ringrazio d’aver riconosciuto in ogni circostanza la rettitudine delle intenzioni, … Sulle prime ne provai una punta d’amarezza: poi, nell’obbedienza trovai la pace, e ora mi pare di poter ancora una volta, prima di morire, baciare le mani che mi hanno duramente e salutarmente colpito”.
Questi sono gli uomini grandi, quelli che hanno amato la Chiesa e l’hanno fatta grande col loro personale sacrificio.
Ma non posso chiudere questa riflessione senza una parola di conforto per coloro che sono costituiti in autorità e gemono sotto il peso di questo difficile servizio. “Anche l’autorità può cadere nello scoraggiamento e nel disincanto: di fronte alle resistenze di alcune persone o comunità, di fronte a certe questioni che sembrano irrisolvibili, può sorgere la tentazione di lasciar perdere e di considerare inutile ogni sforzo per migliorare la situazione.
Si profila, allora, il pericolo di diventare gestori della routine, rassegnati alla mediocrità, inibiti ad intervenire, privi del coraggio di additare la meta dell’autentica vita consacrata e correndo il rischio di smarrire l’amore delle origini e il desiderio di testimoniarlo. Quando l’esercizio dell’autorità pesa e si fa difficile, è bene ricordare che il Signore Gesù considera tale compito un atto d’amore verso di Lui (“Simone di Giovanni, mi ami tu?”: Gv 21,16); e diviene salutare il riascoltare le parole di Paolo: “Siate lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera, solleciti per le necessità dei fratelli” (Rm 12, 12-13).
Il silenzioso travaglio interiore che accompagna la fedeltà al proprio compito, segnato talora dalla solitudine e dall’incomprensione di coloro ai quali ci si dona, diviene via di santificazione personale e mediazione di salvezza per le persone a causa delle quali si soffre”. (S. Congregaz. op. cit. n°28).
Non a caso la lettera agli Ebrei così esorta:
“Obbedite ai vostri capi e state loro sottomessi, perché essi vegliano su di voi, come chi ha da renderne conto; obbedite, perché facciano questo con gioia e non gemendo: ciò non sarebbe vantaggioso per voi” (13,17).
† Giuseppe Costanzo
