IL Mandato di Gesù Risorto

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AL CAPITOLO ORDINARIO DEI FRATI MINORI CONVENTUALI

(PROVINCIA DI SICILIA)

PERGUSA, 27 APRILE 2009

È con trepidazione, e insieme con gioia, che prendo la parola in questa assemblea così qualificata. Penso alla ricchezza di fede e di carità presente nel vostro Ordine religioso; alla storia di santi che l’hanno impreziosita, a partire dalla fulgida figura di San Francesco. Penso alla vostra testimonianza, che rende più bello il volto della chiesa; alle fatiche e alla fedeltà del vostro servizio e vorrei mettermi davanti a voi con immenso rispetto, come davanti all’opera del Signore che è anzitutto da riconoscere e da ammirare. Vi sono grato per l’invito: mi ha dato gioia, come provvida occasione di incontro orante tra fratelli, nella condivisione della medesima fede e nella testimonianza della fraternità presbiterale. Saluto perciò, nella comunione del Signore, il vostro Rev.mo Padre Generale, il padre Provinciale e ciascuno di voi, carissimi padri e fratelli, che insieme siete il sacramento della presenza attuale di Cristo nelle nostre chiese di Sicilia.

Dal Vangelo che abbiamo ascoltato (Mt 28, 16-20) potrebbero scaturire infinite riflessioni. È un brano che fa da cerniera: unisce il Vangelo di Matteo, di cui è compimento, con la storia e con la missione della Chiesa, di cui è l’origine e il fondamento. Come in una lente di ingrandimento si raccolgono qui tutti i raggi della vita di Gesù e da qui ripartono le diverse direttrici della nostra esperienza ecclesiale. Tutto è chiamato a passare per questa lente: l’incontro del Signore risorto con i suoi discepoli e la consegna ai discepoli della missione di Gesù.

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L’evangelista ci dice che i discepoli si recarono in Galilea, “sul monte che Gesù aveva loro indicato”. È un atto di obbedienza, come si addice ad ogni discepolo. Ma ecco il primo fatto inquietante: il numero dei discepoli. Sono undici. Non dovrebbero essere dodici? Perché undici? C’è stata la defezione di Giuda, e questo ricordo ci brucia, come una ferita recente, giacché è il ricordo di colui che don Mazzolari chiamava “il nostro fratello Giuda”, e proprio per questo non possiamo liberarcene facilmente; non possiamo gettare il peso del tradimento solo addosso a lui e sentircene immuni. Quel dodicesimo è carne nostra, è specchio delle nostre infedeltà e delle nostre viltà, e sta lì ad accusarci.

C’è un altro fatto inquietante: il dubbio: “quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono” (v. 17). Credono, altrimenti non sarebbero saliti sul monte e non si sarebbero prostrati davanti al Risorto; eppure dubitano. E non si tratta solo di un dubbio intellettuale; è piuttosto la loro esistenza che fatica a fare i conti con la resurrezione di Gesù. Se credessero davvero nella resurrezione che cosa potrebbe renderli tristi? Che cosa potrebbe sedurli o spaventarli? Che cosa potrebbe rubare loro la gioia e la speranza? Anche per noi è così. Anche in noi convivono fede ed esitazione, chiarezza e confusione, e lo dimostrano le nostre tristezze, le nostre paure, i nostri attaccamenti e risentimenti. Per questo ci riconosciamo nel dubbio dei primi discepoli e chiediamo allo Spirito Santo che dia luce alla nostra mente e vigore alla nostra volontà.

Gesù si avvicina e parla. È lui che prende l’iniziativa: consegna ai suoi – a noi – una specie di testamento. Cinque frasi.

  1. La prima è una rivelazione: “mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra” (v. 18). È la signoria universale di Cristo. Tutto il breve discorso di Gesù è dominato dall’idea di pienezza e di universalità: l’aggettivo “tutto” ricorre quattro volte (tutto il potere, tutte le genti, tutto ciò che ho ordinato, tutti i giorni). Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che gli uomini hanno crocifisso, come affermerà Pietro nel discorso di Pentecoste (cfr. At 2, 36). Dio ha capovolto il giudizio della storia e si è dissociato dall’operato degli uomini: dove la volontà umana aveva emesso un verdetto di condanna, Egli ha operato con un’irresistibile forza di salvezza. C’è un unico evento definitivo nella storia, ed è la resurrezione di Gesù. Tutto il resto, pur bello e grande e potente, è destinato ad essere corroso dal tempo e a passare. Ma il Cristo risorto non muore più; la morte non ha più potere su di Lui. È la sua signoria sovrana e salvifica. Ed è la proclamazione di questa signoria il culmine del Vangelo. Si compie la profezia di Daniele 7.

Anche satana, all’inizio del Vangelo, aveva offerto a Gesù una sovranità sul mondo. Gliel’aveva offerta su un piatto d’argento come un obiettivo facilissimo da raggiungere, a un’unica condizione: “se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai” (Mt 4, 9). Era come dire: io tengo in pugno la vita e i desideri dell’uomo; posso offrirgli potere e ricchezza. Se tu accetti di operare secondo la logica della mia sovranità, ti garantisco prestigio e potere su tutti gli uomini. Ma Gesù, che era venuto a fare la volontà del Padre, non accettò la scorciatoia e oppose un pronto e categorico rifiuto. Respinta la proposta di quella sovranità facile, Gesù aveva dovuto percorrere la via accidentata e faticosa del confronto con la libertà e con l’egoismo dell’uomo, fino alla morte di croce; aveva dovuto misurarsi con una condanna umiliante ed una morte ripugnante. Non aveva più nessun potere per difendere e salvare la propria vita; come un agnello condotto al macello, come pecora muta davanti ai tosatori, non aprì la sua bocca; divenne l’uomo dei dolori, l’uomo che conosce il soffrire, eliminato come un malfattore, condannato come un sovversivo.

Eppure, aveva ragione Lui; quel Dio a cui Egli aveva consegnato la sua vita – “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” – lo ha risuscitato, dandogli ragione e ratificando il suo insegnamento. “Ecco l’opera del Signore, una meraviglia ai nostri occhi”. Il Venerdì Santo sembrava che Dio fosse inerte, indifferente di fronte all’iniquità degli uomini, impotente di fronte alla definitività della morte. In realtà, proprio lì, nella nuova Pasqua, Dio ha agito con più potenza, con più sapienza, con più amore che mai.

Nel mondo ci sono molti dei e molti signori. È dio il denaro ed è dio il potere; è dio il successo ed è dio il sesso. Basta osservare quanti e quali sacrifici vengono quotidianamente immolati a queste forze per conquistarle e rendersele propizie. Ma noi non abbiamo che un unico Dio, un unico Signore. Egli ha conquistato non solo la nostra sottomissione, ma il nostro amore e lo ha fatto non mostrando la sua forza, ma la sua debolezza, non seducendo il nostro desiderio, ma amandoci e facendo maturare in noi il desiderio e la capacità di amare. Per questo, nonostante la nostra pochezza, volentieri pieghiamo le ginocchia davanti a Gesù, lo adoriamo e proclamiamo che Egli è il Signore a gloria di Dio Padre. È la dimensione regale del Cristo. Perfetto adoratore del Padre, viene ora da noi adorato come il re dei nostri cuori.

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  • La seconda frase: “andate, dunque, e ammaestrate tutte le nazioni” (v. 19). La nuova traduzione della CEI dice più correttamente: “fate discepoli tutti i popoli”. È la dimensione missionaria della Chiesa. È l’incarico ufficiale dato alla Chiesa di fare discepoli di Cristo tutti gli uomini. Il discepolo è colui che si lega alla persona del maestro e si impegna a condividerne il progetto di vita. Diventando discepoli di Gesù, gli uomini accolgono la Sapienza divina. Gesù, infatti, è “potenza di Dio e sapienza di Dio” (1 Cor 1, 24). Più concretamente “fate discepoli tutti gli uomini” vuol dire: strappateli alla schiavitù del mondo, al potere di satana, alla minaccia della morte. In una parola, aprite a tutti la strada della salvezza. La sovranità di Cristo è liberante. Noi, ministri di Cristo e dispensatori dei misteri di Dio, siamo chiamati ad essere profeti ed operatori di una autentica liberazione. La sottomissione alla sovranità di Cristo ci fa destinatari dell’amore di Dio: che cosa può sedurre chi gode della gioia di essere amato da Dio? Quale grande successo può essere paragonato alla condizione di figlio di Dio? Quale minaccia di fallimento può terrorizzare chi sa di essere tenuto nella mano amorosa e potente di Dio? “Fate discepoli tutti i popoli” significa introdurre tutti in questa visione della realtà. E non si tratta solo di una visione intellettuale. La comunità cristiana è, deve essere, un luogo concreto dove si vivono rapporti alternativi determinati dalla sovranità di Gesù. Dove Gesù esercita la sua sovranità, la legge suprema è quella della comunione e dell’amore. Ed è alla fine questo che decide dell’autenticità del nostro ministero. Noi diciamo che Cristo è l’unico e l’autentico salvatore del mondo. Questo vuol dire che dall’incontro con Lui, morto e risorto per noi, nasce un’esperienza di vita nuova, piena: nuova e piena nella libertà, nell’amore, nella gioia, nella speranza. Perché tutto questo, però, appaia credibile, occorre che sia accompagnato dalla testimonianza di un’esistenza autenticamente liberata. Se proclamiamo la libertà di Cristo, ma continuiamo a ragionare in termini di successo, di carriera, di riuscita, sarà difficile che la nostra predicazione appaia credibile. Se parliamo di amore, ma continuiamo ad essere scontrosi, egoisti, intolleranti, cattivi, sarà difficile riuscire ad essere convincenti. Se parliamo di gioia, ma siamo continuamente tristi, crucciati, risentiti, eternamente scontenti e mugugnanti, sarà impossibile essere persuasivi. Non dimentichiamo che se è la fede a renderci credenti, è però l’amore a renderci credibili.

Il mandato di “fare discepoli” ci fa correre però qualche grosso rischio: quello di dimenticare che siamo discepoli anche noi. Il prete deve essere anzitutto un discepolo, insieme a tutto il popolo di Dio. Discepolo prima che maestro. Uditore prima che araldo della parola: “Dei Verbum religiose audiens”. Se si lascia risucchiare nel vortice del ministero pastorale, sacrificando gli spazi della propria interiorità in nome della dedizione agli altri, corre il forte rischio di trascurare la necessità di meditare e di interiorizzare la Parola e di proclamarla senza averla accolta e custodita nel cuore, senza averla riscaldata nella preghiera ed incarnata nella vita. Finirà con l’affermare il primato della docenza o della potestà di governo piuttosto che il primato della fede, che rimane sempre fondamentale ed irrinunciabile. Finirà col concentrare il processo della propria identificazione sulla funzione sociale piuttosto che sul mistero della propria vocazione, che prima di tutto è quella battesimale; e questa accomuna il prete a tutto il popolo di Dio e lo pone su un piano di uguaglianza, non di distinzione o separazione.

Quando la vita interiore declina, ne viene compromessa tutta l’esistenza del prete o del religioso: si affievolisce la carica di speranza (che, paradossalmente, costituisce uno dei bisogni più urgenti del nostro tempo), si registra una perdita di forza profetica, di lungimiranza, di capacità di generare futuro; gli orizzonti si restringono, la vita si appiattisce, i rapporti con i confratelli e con i superiori diventano freddi, formali, senz’anima. Prevalgono la rassegnazione, il minimalismo e il funzionalismo.

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Assegnando agli Apostoli il compito arduo ed esaltante di fargli discepoli tutti i popoli, Gesù fa loro due consegne.

  • La prima (è la terza frase di Gesù): “battezzare nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (v.19). È la dimensione sacramentale della Chiesa. È il compito ed il potere di introdurre le persone nel mistero trinitario, perché la loro esistenza non sia più mondana ma divina, non più dominata dal peccato ma vivificata dall’amore.

Il potere che Gesù ha ricevuto dal Padre non è potere di tiranneggiare il mondo, ma di salvarlo, riconciliandolo con Dio e comunicandogli la vita stessa di Dio, la vita eterna. Il Signore risorto continua a compiere tutto questo nel modo stesso in cui ha esercitato il suo potere salvifico sulla terra, quando liberava gli indemoniati o guariva i malati o perdonava i peccatori o ridonava la vita ai morti: la parola e l’azione, espressioni entrambe di un amore che si fa vicino all’uomo, si china su di lui, lo accoglie e lo introduce nella sua stessa vita.

Predicazione e battesimo, parola e sacramento. Così si manifesta la signoria di Cristo. Infatti è il Signore risorto che parla quando nella chiesa viene annunciato il Vangelo ed è il Signore risorto che agisce quando nella Chiesa vengono celebrati i Sacramenti. Noi, i presbiteri, siamo solo strumenti di Cristo; offriamo a Lui noi stessi – la nostra voce e le nostre mani, ma soprattutto il nostro cuore e la nostra libertà – perché il Signore parli ed agisca, perché Lui stesso faccia crescere la Chiesa. Noi siamo “servitori,- dice- Paolo”. Noi piantiamo, irrighiamo, ma è Dio che fa crescere. È il Padre che nel Figlio ci fa suoi figli adottivi attraverso il dono dello Spirito che ci fa invocare Dio come Padre, Abba’.

Questo ci deve rendere consapevoli della nostra strumentalità. Noi siamo strumenti vivi del Cristo. Noi battezziamo, ma nel nome del Signore, non nel nostro. Come Paolo scriveva ai Corinzi: “Noi siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta” (2 Cor 5, 20). Siamo mandati a parlare e ad agire “in persona Christi”. Attraverso di noi la carne gloriosa di Cristo rimane e agisce dentro la storia. È evidente che questa dimensione della nostra esistenza e del nostro servizio presuppone anzitutto un rapporto personale di autentico amore per il Signore. Sapersi amati e volerlo amare. Sentirsi amati e riposare sul suo cuore. Questa certezza da sola basta a giustificare tutta la nostra vita, tutte le rinunce e le fatiche, le delusioni e gli insuccessi. Questa certezza è luce e forza e si trasforma in progetto di vita: “per me vivere è Cristo” (Fil 1, 21), dal momento che Cristo “mi ha amato e ha dato sè stesso per me” (Gal 2, 20).

  • La seconda consegna (è la quarta frase): “insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato” (v.20). È la dimensione morale della vita cristiana. Un compito oggi urgente e non facile. Il prete, infatti, avverte la fatica enorme nell’interloquire col mondo, farsi ascoltare e comunicare il suo messaggio. La sua parola, in fasce della società sempre più ampie, incontra spesso indifferenza e qualche volta anche fastidio e persino ostilità. Un compito arduo: insegnare ad osservare, cioè a fare. Il cristianesimo non è una dottrina: è una vita. La missione della Chiesa, quindi, è insegnare a vivere, è trasmettere una vita. A Cristo importa la vita, non il nozionismo, nemmeno quello teologico!

Per adempiere fedelmente al mandato ricevuto, almeno tre cose mi sembrano importanti.

  1. La familiarità con la Parola di Dio. L’insegnamento nasce dall’ascolto della Parola. Essa è tutto per noi sacerdoti. È fonte di luce e di consolazione, di speranza e di vita. È forza di perdono e di comunione. Suscita la fede e la nutre. Alimenta la speranza e la purifica. La Parola di Dio – come ci dicono tutti i maestri – non ha solo valore noetico, informativo, ma anche attivo, performativo. Non solo ci illumina su quello che siamo e su quello che dobbiamo fare, ma opera dentro di noi che crediamo, dice San Paolo (1 Ts 2, 13). Essa “interpella, orienta e plasma l’esistenza” (N.M.I. 39). Di essa noi siamo ministri. Non possiamo annunciarla a mo’ di dischi incisi o con l’atteggiamento di chi non si coinvolge. Essa deve passare attraverso la nostra intelligenza ed il nostro cuore, deve occupare gli spazi della nostra libertà, farsi carne nei nostri comportamenti. Deve impregnare i nostri pensieri, modellare i nostri desideri, trasformarsi in preghiera, accendere la contemplazione, farci conoscere il cuore di Dio: “disce cor Dei in verbis Dei” (San Gregorio Magno). Solo allora essa riesce a trafiggere i cuori, come accadde con la predicazione di Pietro a Pentecoste.
  2. L’amore alla comunione.

Se siamo strumenti del Signore risorto, allora tra noi presbiteri deve esserci – ed essere visibile – una comunione attiva e gioiosa. La mancanza di comunione tra noi ci rende meno credibili. Predicare vuol dire permettere al Signore di parlare attraverso di noi, di incontrare la gente attraverso di noi. Ora, noi, tutti insieme, formiamo un unico sacramento: il sacramento di Cristo, e Cristo non è diviso, dice Paolo ai Corinzi (1 Cor 1, 13). Se fossimo propagandisti di partito, potremmo anche permetterci di contrapporci gli uni agli altri. Ma se siamo sacramento di Cristo, possiamo esserlo solo uniti. Siamo molti segni sacramentali, ma unico è il sacramento; siamo molti predicatori, ma unica è la Parola che salva. Per insegnare, cioè per evangelizzare l’uomo d’oggi, non basta che il prete sia assertore di principi o difensore della morale o organizzatore di iniziative, occorre che sia modello e costruttore di comunione.

  • La docilità allo Spirito.

È Lui l’ispiratore ed il vero esegeta della Parola. È Lui il grande costruttore della comunione. È Lui il principio di vita nuova. La vita cristiana è frutto dello Spirito. Chi porta avanti il nostro servizio apostolico nel mondo è lo Spirito, non siamo noi. A noi tocca soltanto imprestarGli la voce, l’intelligenza, metterGli a disposizione la vita; poi ci penserà Lui a compiere il mandato di Cristo di raggiungere tutte le genti e salvarle. Non ci resta, allora, che “camminare secondo lo Spirito” e “lasciarci guidare da Lui” (cfr Gal 5, 16.18). Il nostro impegno costante dovrebbe essere quello di “non rattristare lo Spirito” (Ef 4, 30) e di “comportarci in maniera degna della vocazione” ricevuta (Ef 4, 1); di invocarlo ogni giorno, perché ci investa della sua forza per evangelizzare, sempre memori che Lui è l’“anima di ogni apostolato”

  • L’ultima frase pronunciata da Gesù è una promessa: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo” (v. 20). Queste parole riprendono l’inizio del Vangelo, quando l’evangelista annota che, con l’annuncio della nascita di Gesù, si compie la profezia di Isaia circa l’Emmanuele, il Dio con noi. Una sorta di inclusione tra il primo e l’ultimo capitolo, tra l’inizio e la fine del Vangelo. Una stupenda certezza: Dio è con noi e rimane sempre con noi: nelle giornate buie e in quelle luminose; nelle ore liete e in quelle tristi. Non siamo soli. La sua presenza ci accompagna e ci sostiene. E non è una presenza statica, ma dinamica: una presenza che opera in noi e ci porta progressivamente verso una conformità con la volontà di Dio. È questa la sorgente ultima della nostra consolazione. Non siamo abbandonati a noi stessi. Non siamo condannati a contare sulle nostre deboli forze. C’è Lui con noi, Lui che è nostra forza, nostra roccia, nostro liberatore; Lui, che è “mio Dio, mia rupe, in cui trovo riparo; mio scudo e baluardo, mia potente salvezza” (cfr. Salmo 17 (18) v. 2-3).
  • Lui sa quanto ci sta a cuore l’uomo; come ci spendiamo perché l’uomo viva e cresca nell’amore; come non ci rassegniamo a vederlo schiavo degli idoli e irretito nel peccato. Lui conosce il nostro grido, che è quello stesso di Paolo: “E chi è mai all’altezza di questi compiti?” (2 Cor 2,16). E ci sussurra con amore: “non temere” (Ap 1, 17), “ti basta la mia grazia” (2 Cor 12, 9), “tutto è possibile per chi crede” (Mc 9, 23).

Per questo, venerati confratelli, “noi ci affatichiamo e combattiamo, perché abbiamo posto la nostra speranza nel Dio vivente” (1 Tim 4, 10). Egli vince le nostre paure e le nostre pigrizie, ci rende capaci di spenderci “pro mundi vita”, ci infonde l’interiore umile certezza che fu quella di Paolo: “tutto posso in Colui che mi da la forza” (Fil 4, 13).

† Giuseppe Costanzo

Arcivescovo Emerito di Siracusa