Amare è tutto

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Esercizi spirituali 

Parrocchia   S. Lucia   Augusta

25 marzo 2010

Eccoci alla nostra ultima meditazione: abbiamo detto:

“pensare è bene, pregare è meglio, amare è tutto”.

  La prima sera abbiamo meditato sull’importanza del pensare, del riflettere, del porsi le domande di fondo. Quella del pensare è un’attività che nobilita l’uomo e che è fondamentale nel viaggio della vita. Diceva già Seneca: “Non vi è vento favorevole per il nocchiero che non sa dove andare”. Prima dobbiamo pensare dove vogliamo andare, dopo il vento può essere favorevole o contrario, ma se non si sa dove andare non c’è vento favorevole. Ecco allora l’importanza del pensare. Il Cardinale Newman, un convertito, ha detto parole decisive:“La nostra forza consiste nell’essere soggetti alla ragione, e la nostra libertà nell’essere prigionieri della verità”. Non a caso Gesù ha detto: “Se rimanete nella mia parola sarete davvero miei discepoli, conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”. Togliete all’uomo la verità ed è pura illusione pensare di renderlo libero, perché non c’è libertà senza verità. Vedete quanto è fondamentale il discorso del pensare.

       Ieri sera abbiamo riflettuto sulla necessità della preghiera, ne abbiamo esaminato le varietà di forme e ne abbiamo indicato la molteplicità dei frutti.

  Questa sera vogliamo affrontare il tema impegnativo dell’amore:

Amare è tutto

  Oggi liturgicamente celebriamo la solennità dell’Annunciazione del Signore. E’ una festa non solo di Cristo ma anche della Madonna, di Cristo che si incarna e della Madonna che lo accoglie nel suo grembo verginale per diventare madre. A Lei noi vogliamo affidare questo nostro triplice impegno.

Pensare:

  1. Lei – come l’ha definita stupendamente Paolo VI – che è la sapienza riflessiva.
  2. A Lei vogliamo affidare la nostra preghiera; Lei, dice ancora il Papa, è la Vergine in ascolto e la Vergine in preghiera.
  3. A Lei vogliamo affidare la nostra capacità di amare. Lei è la vera madre del bell’amore.

    Questi tre verbi sono fondamentali: pensare, pregare, amare e trovano in Maria il modello paradigmatico. Affidiamoci allora anche per quest’ultima meditazione a Lei.

    Amare è tutto dice Elisabetta Léseur.

    Sant’Agostino ha detto che l’uomo si può definire con due verbi soltanto, uno all’attivo uno al passivo: “amare e amari” cioè “amare ed essere amato”, questo è il mistero dell’uomo. Lo ha esplicitato in maniera stupenda Paolo VI quando parlando di Dio e dell’uomo dice così: “Dio l’amore; l’uomo uno sconfinato e fecondo bisogno d’amore”. La verità è la pienezza della legge, ha detto San Paolo, la carità è l’essenza stessa del nuovo annuncio di Gesù. Questo è il comandamento: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati. Da questo tutti sapranno che voi siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”.

    La carità è la “conditio sine qua non” dell’esistenza nuova, è la vera e unica legge di Cristo, come dice Paolo nella Lettera ai Galati. Nell’Inno alla carità, Paolo proclama con forza l’inutilità di tutto ciò che è anche straordinario, ma non è informato e ispirato dalla carità. Corinzi 13: “Se anche parlassi le lingue degli uomini ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo squillante. Se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza … ma non avessi la carità, non sono nulla. Se dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova”. Vedete Paolo è molto drastico nell’affermare che senza la carità nulla è valido.

    La carità è l’identità stessa di Dio: Dio è l’Amore dice San Giovanni nella sua prima lettera. Nel capitolo primo, Dio è Luce; nel capitolo quarto: Dio è Amore. Questa è l’identità di Dio.    

    La carità dice Paolo nell’Inno:

  • è gratuità, non cerca il suo interesse
  • è umiltà, non si vanta, non si gonfia,
  • è benevolenza, è benigna la carità,
  • non è invidiosa la carità.
  • è paziente, non si adira,
  • è longanimità, non tiene conto del male ricevuto
  • è misericordia, tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.

  Vorrei dedicarvi 4 caratteristiche della carità:

  1. amare per primi, quindi un amore che prende l’iniziativa, che prescinde da qualunque interesse o calcolo, amore che non guarda se l’altro è amico se è ostile, se ricambia o no; amare dunque in maniera preveniente e gratuita; così Dio ci ha amati. San Giovanni nella prima lettera ci dice: “Egli ci ha amati per primo”.
  2. amare tutti: cioè nessuno escluso. “Come il Padre – dice Gesù – fa sorgere il suo sole sopra i buoni e sopra i cattivi, fa piovere sui giusti e sugli ingiusti.”  Tutti devono essere destinatari del nostro amore, tutti, non un tutti ideale, ma un tutti concreto. Diceva Madre Teresa di Calcutta: “Per amare una persona, bisogna accostarla, io non curo le folle ma solamente le persone”..

 Ogni prossimo mi dà l’occasione di amare Cristo, il quale con l’incarnazione, dice il Concilio, si è unito in un certo modo ad ogni uomo (Gaudium et spes 22).

  • amare dando la vita. Gesù ha dato tutto per noi senza riserve: ha dato la sua Parola nella predicazione, il suo amore negli incontri, la sua potenza nei miracoli, la sua vita sulla croce, il suo corpo e il suo sangue nell’Eucaristia, lo Spirito Santo morendo dall’alto della croce e nel giorno di Pentecoste. Tutto! Giustamente Lui può dire: “Nessuno ha un amore più grande di questo”. E Giovanni nel Vangelo: “li amò fino alla fine” dove la fine non è un’indicazione cronologica, ma è anche una indicazione che ha carattere intensivo: amò cioè fino alla manifestazione suprema dell’amore, fino all’esaurimento delle possibilità.

Sant’Agostino quando commenta questo testo dice: “Sapientissimo non seppe dare di più, Potentissimo non poté dare di più, Ricchissimo non ebbe altro da dare”. Donò tutto. E’ questa la misura con cui siamo chiamati ad amare anche noi. Egli ha dato la sua vita per noi dice San Giovanni, quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli. Non notate una illogicità nel discorso? Egli ha dato la sua vita per noi, quindi ci saremmo aspettati che noi dobbiamo dare la nostra vita per Lui. No, per i fratelli, perché è lì che Lui ci dà l’appuntamento.

“Qualunque cosa avrete fatto al più piccolo dei miei fratelli, l’avrete fatto a me”. Lui si identifica in una misteriosa identificazione con il nostro fratello, sorella.

  • amare servendo. Nella maggioranza dei casi quel dare la vita di cui parlavamo prima, non si compie con l’effusione del sangue, ma si compie nel quotidiano, nella monotona e logorante fatica di tutti i giorni, in questo spendersi, in questo diventare come Gesù, pane spezzato per gli altri. L’amore quando è autentico diventa servizio, ci rende partecipi, per dirla con San Pietro, delle gioie e dei dolori degli altri, ci insegna a pensare con la loro testa, a sentire con il loro cuore, a vivere in loro, quasi a dire a metterci nei loro panni, o con un proverbio indiano “a camminare nei loro mocassini”. L’amore poi non dimentichiamolo è la prima evangelizzazione e qualche volta è l’ultima possibilità. Là dove l’uomo ha deciso di chiudere, non accoglie più nessuno. I santi non hanno bisogno di esortare, basta solo che esistano. Spesso è la testimonianza della vita l’unica forma di evangelizzazione che ci è possibile. Solo l’amore può cambiare i cuori, non l’odio, non le rabbie, non le minacce perché solo l’amore è credibile. La fede ci rende credenti, ma è solo l’amore che ci rende credibili. L’amore è la migliore preparazione, la migliore credenziale all’annuncio del Regno. Spesso noi non siamo credibili perché non ci amiamo. Lo scandalo più grande è quello che toglie credibilità, autorevolezza a quello che diciamo. Se uno parla di amore e non ama, non è affatto credibile, anzi dà una contro testimonianza.

        Non è facile amare e non è facile lasciarsi amare. Molti questa parte la trascurano ed è fondamentale: chi non si sa lasciare amare, è una persona molto immatura, ha molti problemi dentro. Ho letto qualche anno fa in una agenda biblica missionaria      questo brano: “Le persone sono come regali inviati da Dio. Arrivano confezionati alcuni in modo molto belli, altri in modo meno attraente. Alcuni sono come pacchi maltrattati dalle poste, altri al contrario. Alcuni arrivano confezionati male, altri chiusi ermeticamente, ma il regalo non si limita alla confezione, è importante rendersene conto. A volte i regali si aprono con facilità, a volte è necessario l’aiuto di altre persone, forse perché hanno paura, forse sono già stati feriti prima e non vogliono soffrire di nuovo. Forse sono stati aperti qualche volta per poi essere scartati, forse ora si sentono più cose che esseri umani”.

    E’ una grandissima lezione di vita, c’è tutto il problema della vita di relazione. Quante volte facciamo fatica ad entrare in relazione con una persona. Sì ci sono le persone belle, aperte, facili al dialogo, solari, amabili; ci sono persone invece chiuse, ermeticamente chiuse, diffidenti che si chiudono a riccio e se ti avvicini tirano fuori gli aculei. Non sai come prenderle, qualunque parola la interpretano male, qualunque tua parola può essere un rifiuto, si feriscono, li offendi, ti aggrediscono. Qui è il campo per l’esercizio della carità, dove tu ti sforzi di capire l’altro, con le sue frustrazioni, con il carico di difficoltà che si porta, con la famiglia che ha alle spalle, con l’ambiente in cui vive, con gli insuccessi, le delusioni. Questo è il discorso del pacco confezionato bene e male, quello chiuso, quello che ha bisogno dell’altro per aprirsi,

dello psicologo, del psichiatra. Noi invece facilmente incaselliamo la gente e la mettiamo in quel carrello come se l’esperienza, l’impegno personale, la grazia di Dio non potessero cambiare la vita di una persona.

    Questa è una radiografia che ci interroga e ci invita ad essere attenti, ad essere delicati, pazienti nella vita di relazione. Non perdiamo mai di vista la Parola di Dio perché quella è norma di vita.

    “Chi non ama non ha conosciuto Dio perché Dio è Amore. Chi non ama rimane nella morte. Chi non ama non passa dalla morte alla vita”.

    Sant’Agostino quando commenta questo testo dice:”Chi non ama non ha capito perché gli sfugge l’essenza del cristianesimo e il cristianesimo è fondamentalmente questo:

AMA, ama e fa tutto quello che vuoi.” Quando tu ami non fai nulla che ferisca, che offenda, che dispiaccia alla persona amata.

    Dopo questa introduzione vediamo di dare uno sguardo biblico- teologico-esistenziale alla situazione oggi.

    Parto da un fatto di cronaca: Ketti Genovese era una cameriera di 28 anni che aveva finito il suo lavoro e tornava a casa a piedi, stanca. Ad un tratto due teppisti le sbarrarono la strada, mentre uno la immobilizzava, l’altro tentava di rubarle la borsetta dove c’era la paga settimanale. Cercò di svincolarsi gridando aiuto con tutte le forze che aveva. C’era gente che passava per la stessa strada; qualcuno guardò ma continuò a camminare con le mani in tasca. I due teppisti la gettarono a terra poiché non mollava la borsetta e continuava a gridare. Uno dei due le piantò un coltello nel fianco, poi si allontanarono in fretta, prima che arrivasse la polizia. I poliziotti arrivarono infatti all’ultimo, appena in tempo per assistere alla morte della donna. Scattò immediatamente la retata della polizia in quella strada e nelle altre strade vicine. Dagli interrogatori dei fermati risultò che almeno 38 persone avevano visto ciò che stava accadendo. Nessuno aveva mosso un dito e alcuni per giustificarsi dicono: il primo dice “a mettersi in mezzo finisce sempre male”. Un altro dice: “non conoscevo quella donna”. Un altro ancora dice: “Io non voglio grane”. Un altro: “c’è la polizia per questo”. Un ultimo dice: “che c’entro io?”

    Vorrei farvi notare che i motivi addotti dalle persone con parole diverse, dicono quasi tutti la stessa cosa: era una sconosciuta, un’estranea ed io non mi interesso di chi non conosco, di chi mi è estraneo. Che c’entro io? E’ agghiacciante! E’ il manifesto dell’egoismo e del sistema, è il biglietto di visita dell’indifferenza generalizzata. L’altro non è più il mio prossimo, bensì un’entità lontana ed estranea. Amici miei, l’indifferenza è il contrario dell’amore. Il contrario dell’amore stranamente non è l’odio, il contrario dell’amore è comunemente l’indifferenza.

    Alla fine dell’800 Nietzsche   ha proclamato: “Dio è morto” .

Ora che è passato anche il 900 forse è il caso di dire con coraggio e umiltà: “E’ morto anche il prossimo, è morto il fratello, lo ignoro, non lo conosco”. Non dimenticate che quando muore Dio muore anche l’uomo. E così l’uomo è diventato un orfano senza precedenti nella storia: ha perso il padre perché Dio è morto, ha perso i fratelli e le sorelle. E’ morto il prossimo, l’uomo oggi è terribilmente solo e la solitudine quando viene accompagnata dall’isolamento e dalla disintegrazione interiore e sociale è una realtà nefasta, devastante.

    Luigi Zoia, uno psicoanalista ha scritto un libro dal titolo:

“La morte del prossimo” Edizioni Einaudi 2009 – e’ un importante contributo di psicologia sociale. A pag.72 sta scritto: “Cosa succede quando si è troppo soli e da troppo tempo?” Si è condannati alla tristezza e pure alla disperazione. A cosa si pensa quando si è inghiottiti da troppo tempo dalla tristezza e dalla disperazione? Al suicidio. E’ questa una diagnosi spietata e puntuale del nostro tempo. Tutte queste improvvise esplosioni di follia che ogni giorno la televisione, i giornali e la radio ci presentano. Queste esplosioni di follia che portano molti al suicidio, addirittura alla strage di intere famiglie: madri che uccidono i figli, figli che uccidono i genitori, non sono la tragica conseguenza di questa solitudine angosciante, di questa drammatica orfananza dell’uomo contemporaneo? Ha perso il padre, ha perso sorelle e fratelli, si ritrova disperatamente solo e decide di farla finita.

    Qual‘ è il messaggio che passa attraverso le così dette norme di sicurezza? O quelle di coloro che vogliono difendere l’identità, la terra e la tradizione, in nome dello slogan, padroni in casa nostra? Quello che noi chiamiamo il prossimo è invece uno straniero e lo straniero si può e si deve respingere. Pensate quanto è diseducativo tutto questo, perché disabitua alla prossimità affettiva e porta al disapprendimento delle emozioni, dei sentimenti, degli affetti. Qualcuno ha scritto: “Gli altri non sono per noi altro che paesaggio” e ricorderete qualcun altro prima ancora aveva scritto:” L’inferno è l’altro”. Come vedete è la morte delle relazioni interpersonali, è il contrario di quanto affermava Giovanni Paolo II nell’Enciclica: “Sollecitudo rei socialis”, dove diceva: “Tutti siamo responsabili di tutti”.

Altro che dire: “Non conoscevo quella donna … non voglio grane..” Non possiamo dire come Caino: “Sono forse io il custode di mio fratello?”

    Dobbiamo allora convertirci all’amore.

    Amare è un cammino e chiede allenamento, sacrificio.L’amore è la forza che tiene in alto, che tiene in vita la persona e le relazioni. E’ stato scritto: “L’amore è l’anticipazione del terminale del fratello” è cioè un anticipare il tempo dove tutti non faremo altro che amare, solo amare.

    Dovremmo riprendere in mano e meditare alcune pagine della Bibbia. Io sono stato un po’ in imbarazzo su quale brano scegliere per chiudere questa meditazione con voi sulla Parola di Dio.

    Avrei potuto commentare l’Inno alla carità e l’ho fatto con poche parole. Avrei potuto in questo tempo di Quaresima e poteva essere anche una cosa carina, commentare il brano del Padre Misericordioso e del figlio prodigo, del fratello maggiore, dove il Padre incarna la capacità di amare in maniera smisurata, ma ho scelto un’altra strada, un’altra pagina evangelica una parabola nota che ha più attinenza col discorso che abbiamo fatto e mi sembra una conclusione più logica:

la parabola del Buon Samaritano.

    Al dottore della legge che voleva disquisire sul concetto di prossimo, Gesù presenta il Samaritano come modello di amore concreto. Chi è questo Samaritano? E’ un uomo in viaggio, forse un mercante. Egli però non è intento solo ai suoi affari, ma è attento anche alle necessità degli altri, è aperto a soccorrere, è pronto a condividere le difficoltà e le sofferenze degli altri. Si imbatte in un uomo che i briganti avevano spogliato e malmenato, lasciandolo mezzo morto ai margini della strada. Ne ebbe compassione: si ferma, si accosta; il sacerdote e il levita non lo avevano fatto, se ne prende cura, impiega tempo e denaro, se ne fa carico a prescindere dalla religione e dalla nazionalità del malcapitato. Semplicemente per lui, è un uomo che ha bisogno di aiuto. Tutto il suo intervento, carico di toccante umanità e di operosa carità, può essere compendiato in 4 verbi:

        vide, ne ebbe compassione, si accostò, si prese cura di lui.

  1. vide Si capisce subito che   per vedere non basta avere una buona vista; per vedere bisogna avere il cuore buono perché tu vedi e non ti accorgi, vedi e tiri dritto, vedi e passi oltre, magari dall’altro lato della strada. Per vedere occorre non solo una buona vista, ma un cuore buono, capace di compassione, pronto ad addossarsi anche qualche fastidio, altrimenti vedi ma senza fare attenzione, senza restare ferito delle ferite altrui. Questo è il punto.
  2. ne ebbe compassione. Compassione è il contrario dell’indifferenza e dell’egocentrismo. E’ la capacità di soffrire con chi soffre. Ricordate l’Enciclica: “Spe salvi” di Benedetto XVI, compassione è anche la misura dell’umanità di una persona. Se si vuole misurare l’umanità di una persona, uno solo è il test infallibile: la capacità che ha di commuoversi davanti a chi soffre. Compassione è sentirsi toccare il cuore dai mille rantoli dell’umanità, dalle tante tragedie familiari, dagli smarrimenti dei giovani, dalle crisi delle famiglie. Compassione è sofferta immedesimazione nello stato d’animo di tanti che sono demotivati o delusi, sfiduciati o smarriti, frustrati oppure anche rassegnati. Compassione è una voglia irrefrenabile di dare una mano, di prestare un’ala, di condividere gioie e dolori. Compassione è l’incapacità ad essere felici da soli. E’ desiderio di stare accanto a quanti sono torchiati dal dolore, traditi dagli amici, feriti dalla vita. Come Gesù, (ricordate tutta l’interpretazione tradizionale dei Padri), che è il vero buon Samaritano e diceva nell’ultima cena:“Anche voi dovete fare come io ho fatto”. Come Gesù, il vero Buon Samaritano, il cristiano sente anch’egli compassione, anch’egli sente che bisogna fare qualcosa, che non può continuare tranquillo, insensibile il suo viaggio, lasciando ai margini della strada quelli che il sistema ha derubato dei diritti di dignità e di speranza. Il cristiano sente che deve coinvolgere e corresponsabilizzare altri partendo dalla preghiera efficace e a portata di mano di tutti: nessuno ti può impedire di pregare.
  3. si accostò. Il Samaritano interruppe il suo viaggio, per un attimo non pensò ai suoi affari, si occupò di quel poveraccio, diede priorità a quella vita che era in pericolo, le dedicò tutto il tempo necessario, senza calcolare disturbi né lesinare aiuti. Questo vuol dire accostarsi. Non si tratta di operazione intellettuale: una bella conferenza, una tavola rotonda, sarebbe molto facile ma non risolve niente o quasi. Si tratta invece di gesti concretissimi che ci chiedono di dimenticare noi stessi, di sospendere i nostri programmi e di farci carico dei problemi dell’altro.
  4. si prese cura di lui. Il Samaritano gli dà subito il primo soccorso. Dice il Vangelo: “Gli fasciò le ferite versandovi olio e vino”. Dopo questo primo indispensabile aiuto, capisce che c’è dell’altro da fare. “Caricatolo sopra il suo giumento – dice il Vangelo – lo portò ad una locanda”. Una volta affidatolo all’albergatore poteva tranquillamente riprendere il suo viaggio e pensare ai suoi affari, invece no: “ Il giorno seguente estrasse due denari e li diede all’albergatore dicendogli: abbi cura di lui e ciò che spenderai di più te lo rifonderò al mio ritorno”. E’ un gesto di grande umanità, di squisita solidarietà, di lodevole generosità. Impiega tempo e spende anche denaro sapendo che quello non aveva più nulla. Questo è prendersi cura mentre l’altro è in condizione di morire, senza ferirlo e senza umiliarlo, con assoluta gratuità.

La carità è l’anima del cristianesimo.

“La  Fede, dice San Giacomo,  senza le opere è morta in se stessa. Mostrami la tua fede senza le opere ed io ti mostrerò con le mie opere la mia fede”. La fede ci rende soltanto credenti,

solo l’amore ci rende credibili. Dovremmo ogni giorno pregare con la Liturgia, c’è una preghiera eucaristica, la quinta che è bellissima e fa proprio al nostro caso: “Donaci occhi per vedere le necessità e le sofferenze dei fratelli, infondi in noi la luce della tua Parola, per confortare gli affaticati e gli oppressi. Fa che ci impegniamo lealmente al servizio dei poveri e dei sofferenti.

La tua Chiesa sia testimonianza viva di verità e di libertà, di giustizia e di pace perché tutti gli uomini si aprano alla speranza di un mondo nuovo.”

        Questa strada della carità, spinta alle ultime conseguenze, apre la via della santità. Cosa è la santità? Dice il Concilio: la santità è la perfezione della carità, è pienezza di vita cristiana. Lo so che è difficile essere santi, ma è molto meglio che non esserlo.

           Vi ringrazio per il modo con cui avete partecipato a queste meditazioni vespertine, mi congratulo con i vostri sacerdoti, Padre Angelo, Padre Luca; qui c’è una comunità abituata a pensare e questo è una cosa ricca di promesse per il futuro.

† Giuseppe Costanzo