Pellegrinaggio in Terrasanta
2 Gennaio – 9 gennaio 2011
Meditazioni di Mons. Giuseppe Costanzo
Arcivescovo emerito di Siracusa
Il Pellegrinaggio
Il pellegrinaggio in Terrasanta è un viaggio dello spirito umano condotto dallo Spirito di Dio. E’ un viaggio anzitutto interiore, fatto di intimità col Signore, di domande che finalmente trovano risposta, di dubbi che provano a penetrare il mistero, di conferme, di scoperte, di promesse.
“Comportatevi con timore nel tempo del vostro pellegrinaggio” (1 Pt, 17)
Ci si fa pellegrini per dare con rinnovata consapevolezza un senso alla propria vita, per dare profondità alla propria fede, altrimenti si rimane dei “passanti”, non “pellegrini”, dei “turisti”, non gente che cerca la terra e il volto di Dio.
Il passante è colui che transita, il pellegrino è colui che si ferma.
Il passante osserva fugacemente qualcosa e procede oltre. Il pellegrino invece, scruta, contempla Qualcuno.
Il passante si guarda intorno, il pellegrino si guarda dentro.
Dentro di noi c’è lo Spirito Santo: se sembra dormire, si risveglierà. Sopra di noi c’è il Padre: se sembra lontano si farà sentire.
In mezzo a noi c’è Gesù, lo stesso di ieri, lo stesso di sempre; se sembra assente si renderà operante. Gesù è eternamente presente in mezzo a noi.
Nella sua Terra tutto parla di Lui. Nella sua Terra ogni uomo sa di poterlo attendere e di essere atteso.
S. Pietro, in casa di Cornelio, di Gesù dice che: “Consacrato in Spirito Santo da Dio, andò pellegrinando per fare del bene e guarire tutti coloro che erano sotto il potere del diavolo”. (At 10,38)
Lungo le nostre soste spirituali incontreremo Gesù, sentiremo il suo profumo, risentiremo l’eco della sua voce. Gesù vive ancora nella sua terra come allora, non l’ha mai abbandonata, non l’ha mai rinnegata, non l’ha mai tradita.
Gesù è vivo e ci attende nella sua terra per colmarci dei suoi doni:
– la luce della mente, – l’amore nel cuore, – la gioia del discepolato, – la fierezza di appartenergli, il desiderio di essergli fedeli.
Eleggiamo allora Gesù come nostra speciale Guida, eleggiamolo come il Buon Pastore che ci conduce per il giusto cammino. Se Lui è il nostro Pastore non mancheremo di nulla: “su pascoli erbosi ci farà riposare, ad acque tranquille ci condurrà” (Sal. 22(23).
Il pellegrinaggio in Terrasanta è unico, è il vertice di tutti i pellegrinaggi. Nulla si può paragonare all’esperienza in “quella terra” che ha visto gli eventi centrali della storia della salvezza.
Il pellegrinaggio ci ricorda che non abbiamo quaggiù una fissa dimora, ma siamo in cerca di quella futura … “la nostra patria è nei cieli…Gesù è il condottiero che ci guida alla salvezza”.
Cerchiamo il suo volto, cediamogli come trono il nostro cuore; Egli è il Re, è il centro e il senso della nostra vita.
†Giuseppe Costanzo
Monte Tabor
3 Gennaio
Vangelo di Matteo 17, 1-13.
“Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.
Pietro prese allora la parola e disse a Gesù: “Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Egli stava ancora parlando quando una nube luminosa li avvolse con la sua ombra. Ed ecco una voce che diceva: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo”. All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò e, toccatili, disse loro: “Alzatevi e non temete”. Sollevando gli occhi non videro più nessuno, se non Gesù solo. E mentre discendevano dal monte, Gesù ordinò loro: “Non parlate a nessuno di questa visione, finchè il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti”.
Allora i discepoli gli domandavano: “Perché dunque gli scribi dicono che prima deve venire Elia? Ed Egli rispose: “Sì, verrà Elia e ristabilirà ogni cosa. Ma io vi dico: Elia è già venuto e non l’hanno riconosciuto; anzi, l’hanno trattato come hanno voluto. Così anche il Figlio dell’uomo dovrà soffrire per opera loro”. Allora i discepoli compresero che Egli parlava di Giovanni il Battista”.
La Preghiera
Sembra particolarmente incoraggiante e stimolante partire dal Monte della Trasfigurazione. In fondo la Trasfigurazione ci interessa per molti motivi: ci interessa per la nostra fede nel Cristo Messia glorioso; ci interessa anche perché alla Trasfigurazione spirituale siamo chiamati anche noi e ci interessa perché alla fine anche il nostro corpo sarà interessato alla trasfigurazione.
Dice Paolo nella lettera ai Filippesi: “Noi aspettiamo dal cielo il Salvatore nostro Gesù Cristo, il quale trasfigurerà questo nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso” (3, 20 sg).
Abbiamo ascoltato il brano secondo Matteo (Mt 17, 1- 13) ma la Trasfigurazione è raccontata anche dagli altri due sinottici, Marco e Luca; ognuno però con una prospettiva teologica e pastorale specifica. Matteo vede nel Monte Tabor il nuovo Monte Sinai e in Gesù il nuovo Mosè che dà la legge, cioè il discorso della montagna; Marco invece legge nella Trasfigurazione una Epifania gloriosa del Messia nascosto, umiliato, incompreso, rifiutato dagli uomini.
Luca nell’evento del Tabor coglie primariamente un’esperienza della preghiera di Gesù, ci fa vedere Gesù in preghiera: una preghiera profonda, ardente, trasformante. Noi vogliamo un istante dare uno sguardo a questo evento della Trasfigurazione.
I discepoli avevano già capito che Gesù è il Messia e si sono ormai persuasi che la sua strada conduce alla croce; malvolentieri, ma a poco a poco, l’hanno capito. Quello invece che a loro restava incomprensibile era il fatto che la croce di Gesù e la loro stessa croce, potesse diventare un evento di gloria, potesse nascondere la gloria. Per questo Dio concede loro per un istante di anticipare la Pasqua.
Prima, cioè, che lo vedano sfigurato, il Padre lo mostra trasfigurato nella gloria. Ma si tratta di un anticipo fugace e provvisorio: la strada da percorrere rimane quella della croce.
Infatti i tre discepoli prediletti, Pietro, Giacomo e Giovanni, chiamati a vedere in anticipo la gloria di Cristo, saranno quelli stessi che tra breve, nel Getsemani, saranno chiamati a vedere la sua debolezza: Gesù che entra in agonia, ha paura, è angosciato, suda sangue; e il fatto che lo avevano visto glorioso non basterà a tenerli saldi nella prova, fuggiranno nonostante lo abbiano visto trasfigurato e lo lasceranno solo.
Il punto centrale è costituito dalle parole della voce: “Questi è il mio Figlio prediletto (la nuova versione della CEI dice “l’amato”) Ascoltatelo”. Questo è il messaggio centrale, tutto il resto fa da cornice.
Infatti è l’ascolto che definisce il discepolo: il discepolo è uno che ascolta.
La Parola di Dio si è fatta chiara nella persona, nelle parole, nell’esistenza di questo Gesù incamminato verso la croce. Non è una parola che trasmette nozioni qualsiasi.
Questa Parola ci racconta chi è Dio, chi siamo noi, qual è il senso della storia nella quale siamo immersi. Dunque si tratta di una Parola che indica ciò che dobbiamo fare, la regola di vita da seguire. Non resta allora che ascoltarla con cuore attento, docile, obbediente, disposti a convertirci.
Vorrei fermare la nostra riflessione sulle prime parole del racconto di Luca: “Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare e mentre pregava il suo volto cambiò di aspetto” (Lc 9,28-29).
E’ la preghiera che trasforma e senza la preghiera è illusione pensare a trasformazioni radicali della nostra vita.
La preghiera praticata da Gesù qui sul Monte, ci sollecita a riflettere sul tema della preghiera e della preghiera di Gesù, ci sollecita ad imparare da Lui.
La preghiera era il respiro della vita di Gesù e perciò egli pregava sempre: ha pregato tante volte su questi monti della Galilea, passava intere notti in preghiera; ha pregato in solitudine prima di chiamare gli apostoli (Lc 6,12-16); ha pregato nella notte dopo la moltiplicazione dei pani (Mt 14,23), quando volevano farlo re e Lui è scappato.
Alla preghiera sul Tabor chiama come testimoni i tre discepoli più fidati, che poi saranno testimoni anche nel Getsemani.
Voglio ricordare gli insegnamenti che Gesù ci ha dato sulla preghiera.
Ci ha detto che:
- non dobbiamo moltiplicare le parole come fanno i pagani;
- non dobbiamo ostentare la nostra preghiera;
- dobbiamo perdonare prima di metterci in preghiera; (Mt 6, 5-13)
- ci ha raccomandato di essere perseveranti, insistenti, fiduciosi (Mt 7, 7 11).
Vorrei ricordare alcuni esempi di Gesù in preghiera:
- Gesù prega perdendosi tutto nell’abbandono fiducioso al Padre;
- prega con profonda riverenza espressa dal suo buttarsi a terra nel Getsemani come segno di viva adorazione e di profonda umiltà;
- Gesù prega con la certezza di essere esaudito:
“Padre io so che tu sempre mi ascolti” Gv 11);
- prega lodando e benedicendo Dio: “Ti benedico o Padre” (Mt 11,25);
- c’è la preghiera stupenda: la preghiera sacerdotale (Gv 17).
Senza preghiera non è possibile una autentica trasformazione della nostra vita. La preghiera è fondamentale, come fondamentale è respirare, mangiare, bere, dormire.
Per concludere vi affido alcune piccole domande, piste di riflessione:
1 – Quanto è il tempo che noi riserviamo alla preghiera? Quando non abbiamo nulla da fare, o siamo stanchi di vedere le sciocchezze della Tv?
2 – Qual è il tipo di preghiera che facciamo? Preghiera di domanda? Il nostro popolo era abituato a praticare solo questo tipo di preghiera. Se noi facciamo solo questo tipo di preghiera, finiamo per assomigliare a quegli accattoni anche petulanti che vanno a bussare al cuore di Dio solo perché hanno bisogno.
Molti di voi sono padri e madri e non credo che siano molto felici nel constatare che i figli si ricordano di loro solo quando hanno bisogno di soldi.
Un padre e una madre sono felici quando i figli si avvicinano, magari si mettono sulle loro ginocchia, li accarezzano, dicono: “papà ti voglio bene, mamma quanto sei buona, sei bella, ti sono grato”.
Ecco, non c’è solo la preghiera di domanda: c’è la preghiera di lode, di adorazione, di ringraziamento, di lamento, di intercessione, di suffragio.
Vorrei dire una parola per la preghiera di adorazione, che, insieme a quella di lode, è la preghiera più autentica, più gratuita, perché anche la preghiera di ringraziamento alla fine non è così gratuita come quella di adorazione e di lode: io ringrazio perché ho ricevuto dei benefici.
Quando faccio la preghiera di pura lode, di pura adorazione, lo ringrazio per quello che Dio è in sè stesso, non per i benefici che mi ha dato. E’ quello a cui la Chiesa ci educa nella Liturgia. Tutte le volte che diciamo il Gloria c’è questa forma di educazione alla preghiera gratuita: “ti lodiamo, ti benediciamo, ti adoriamo, ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa,” non per i benefici, ma per quello che Tu sei.
Una volta Papa Benedetto, nella prima giornata mondiale con i giovani a Colonia, ha spiegato la preghiera a partire dal nome greco (proskiùnesis) e dal nome latino. Dal nome greco l’adorazione significa: questo buttarsi a terra in segno di riconoscimento della nostra creaturalità e della sua Sovrana Signoria ed anche in segno di umiltà davanti a Lui, il Signore, il Sovrano. Il nome latino (adoratio), il Papa ci ha spiegato che viene da “os ad os”,come due amanti che si baciano bocca a bocca. Questa è l’adorazione!
Dobbiamo cercare di liberare la preghiera da una triplice schiavitù:
- la schiavitù dei modi – dei luoghi – dei tempi (cf. Padre Raniero Cantalamessa).
Molta gente è schiava dei modi e pensa che si possa pregare solo con le formule, magari della Liturgia, cosa saggia ma insufficiente. Si può pregare senza parole ed è la preghiera del cuore, la preghiera profonda, silenziosa. Si può pregare aprendo il cuore, mettendosi e sentendosi alla sua presenza.
Liberare la preghiera dalla schiavitù dei luoghi: non si prega solo in chiesa, ma ovunque, all’aperto sotto la grande volta celeste, il più grande santuario del creato, in treno, in pullman, in aereo. In questi giorni è bello pregare per i fratelli che stanno con noi in viaggio. E’ solidarietà, è fraternità pensare a loro.
Liberare la preghiera dalla schiavitù dei tempi; c’è gente che si confessa di non aver recitato le preghiere del mattino e della sera come se la preghiera si dovesse relegare al mattino e alla sera.
San Paolo ha detto “Pregate sempre”. Gesù ha detto: “Pregate senza stancarvi”. Per far questo bisogna darsi una educazione, ma non dimentichiamo che, a parte i nostri sforzi sempre necessari, importantissimo è ricordarsi che c’è un Maestro di preghiera: lo Spirito Santo, il Maestro interiore che “intercede per noi, – dice Paolo, – con gemiti inesprimibili” (Rm 8,26).
Lentamente, faticosamente la preghiera plasma il nostro cuore, ci aiuta a comprendere e ad accettare la volontà di Dio, soprattutto quando questa volontà è ripugnante alla nostra natura. E’ la preghiera che a poco a poco lavora dentro di noi, illuminando, guidando, plasmando, orientando, trasformando.
Voglio chiudere con una frase che mi fa compagnia.
Diceva Elisabetta Lesèur: “Pensare è bene, pregare è meglio, amare è tutto”.
†Giuseppe Costanzo
Basilica dell’Annunciazione a Nazaret
Vangelo di Luca 1, 26-38.
Nel sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: “Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te”. A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. L’angelo le disse: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”.
Allora Maria disse all’angelo: “Come è possibile? Non conosco uomo”. Le rispose l’angelo:” “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio!”
Allora Maria disse: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”. E l’angelo partì da lei.
Questo villaggio della Galilea era considerato con disprezzo ed era la patria di Maria. Qui l’Angelo viene mandato alla Vergine Maria per annunciarle la decisione di Dio di entrare nel mondo. Anche se la scena sembra centrata su Maria, in effetti è fortemente cristologica: si parla sempre di Gesù e si accredita la sua figliolanza divina.
Qui Dio decide di entrare nella storia.
Vediamo le azioni e i personaggi di Nazaret.
Il silenzio per ascoltare l’Angelo che entra da Maria: è necessario per comprendere il loro dialogo, per comprendere Maria e il senso della sua vita dinanzi alla decisione di Dio. L’Angelo non “appare” ma “entra” e similmente alla fine “parte da Lei”. Maria è la Madre e anche l’Angelo ha rispetto per Lei.
“Il silenzio è l’attività nascosta dell’amore in ascolto” (G. Courtois)
Bonhòeffer diceva: “Nel silenzio è insito uno straordinario potere di purificazione, di chiarificazione, di concentrazione sull’essenziale”.
R. Guardini diceva:” Chi non sa fare silenzio assomiglia ad uno che voglia sempre espirare senza mai inspirare”. Solo a pensarci, viene l’angoscia!
Il silenzio è necessario per ascoltare e meditare la Parola, che è Rivelazione, Promessa, Norma di vita.
Sono tre gli interventi dell’Angelo: il 1° è preparatorio (v 28: Kàire);
il 2° tocca il contenuto; il 3° chiarifica e approfondisce.
Le reazioni di Maria sono il turbamento e la riflessione. Colei che di fronte all’Angelo non si era spaventata come Zaccaria, adesso invece, davanti al contenuto è turbata.
Meraviglia e interrogazione fanno di Maria la donna semplice ed umile, riservata ma di fede profonda: “la sapienza riflessiva”, come la definì Paolo VI.
Lei non chiede segni dimostrativi, a differenza di Zaccaria. Maria era completamente aperta alla Parola di Dio, alla volontà di Dio da una fede totale nell’Onnipotenza e nella bontà del Signore. E questa fede la fa credere alle meraviglie che Dio prepara. Le parole dell’Angelo sono infatti parole annunciatrici di cose meravigliose: “concepirai un figlio, lo darai alla luce… Egli sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo”.
Sono parole incredibili, sono promesse straordinarie e a Maria in questo momento viene chiesto di credere a queste straordinarie promesse di Dio, di non dubitare dell’immensa bontà di Dio.
Quando poi Maria domanda qualche precisazione a motivo della sua decisione di non conoscere uomo, la risposta è ancora più straordinaria:
“Lo Spirito Santo scenderà su di te, su di te stenderà la sua ombra, la potenza dell’Altissimo; Colui che nascerà sarà chiamato Figlio di Dio”.
Bisogna che l’anima di Maria sia completamente aperta alla luce di Dio, all’amore di Dio, alle meraviglie di Dio: è questa la premessa alla sua totale obbedienza.
Maria dice infatti il suo “sì”: un sì pensato, libero, senza ritorni, un sì fedelmente mantenuto fino al Calvario: “Eccomi, sono la serva”.
Il brano dell’Annunciazione contiene tre bei messaggi di carattere esistenziale:
- un messaggio di gioia;
- un messaggio di coraggio;
- un messaggio di speranza;
Un messaggio di gioia: l’Angelo dice alla Madonna: “Rallegrati, gioisci, esulta”.
In questo brano sono tre i nomi di Maria: il nome che le dà l’Evangelista, Maria: il nome che le dà l’Angelo; il nome di Dio: Kecharitomene, che vuol dire ricolma, traboccante, straripante della grazia, dell’amore, del favore di Dio; e il nome che si dà Lei: serva.
E’ molto importante in un tempo come il nostro in cui la gente è angosciata, triste. Vediamo spesso volti ingrugniti, poca gente capace di gioia (di gioia, non di allegria).
Un messaggio di coraggio: “Non temere, Maria!” E’ stato fatto uno studio: quante volte ricorre nella Bibbia l’espressione “Non temere… non scoraggiarti…” ricorre 365 volte, una specie di pillola antipanico per ogni giorno. La gente oggi è impaurita, c’è tanta diffidenza in giro, ci si guarda con sospetto.
Un messaggio di speranza: “Nulla è impossibile a Dio”, e nella Bibbia troviamo pure: “Tutto è possibile a chi crede”. Mettiamole insieme queste due espressioni, e vedrete come la Parola di Dio ci libera, ci nutre, ci dilata il cuore, ci aiuta a vivere in pienezza, dando senso, sapore, colore alla nostra esistenza.
A Nazaret Gesù fu bambino, adolescente e giovane. Ecco le fasi della vita di Gesù “il Nazareno”. Qui Giuseppe “addestra all’umile arte del falegname il Figlio dell’Altissimo”. Qui è la “santa e dolce dimora, dove Gesù fanciullo nasconde la sua gloria”. Qui Gesù va a scuola nella Sinagoga, e impara. Qui cresceva in sapienza, età e grazia, pienamente sottomesso a Maria e Giuseppe.
Quando entreremo lì dentro troveremo la scritta: “Hic”, qui il Verbo si è fatto carne”. Questo è un momento in cui dobbiamo chinarci fino a terra e baciare terra perché lì è avvenuta la svolta decisiva per la storia dell’uomo, lì è cominciato il mondo nuovo: col sì di questa donna, un sì pensato, voluto e senza ritorno, lo disse per sempre e mai cambiò idea, da Nazaret fino al Calvario, anzi fino al Cenacolo, quando Luca ce la ripresenterà l’unica volta in cui si parla di Maria nel libro degli Atti (At 1, 14).
Maria è lì e tutti stanno attorno a Lei. Quella presenza significa che, nonostante tutto quello che Maria ha visto, quello che ha sofferto, non ha mai cambiato idea, è lì fedele al progetto di Dio.
Lodiamo benediciamo, ringraziamo il Signore per tutto quello che ha fatto per noi e a Maria diciamo: “Grazie, o Madre Santa”. Paolo VI diceva:
“Maria è la creatura in cui la donna reale coincide perfettamente con la donna ideale”
Quando lasciamo Nazaret che cosa ci portiamo nel cuore? Che cosa ci ha più colpito, interpellato? Quali messaggi ci accompagneranno? Non scoraggiamoci, non siamo soli. Gesù è con noi tutti i giorni, sempre. La Madonna ci tiene per mano e ci stringe al suo cuore. San Giuseppe, l’uomo del silenzio e dell’azione, ci offre l’esempio della sua umiltà e fedeltà.
La Parola di Dio è “saldezza della fede, cibo dell’anima, sorgente pura e perenne della vita spirituale” (D.V.21).
E non dimentichiamolo: “Le strade pianeggianti non conducono in alto”. “Per aspera ad astra”. “Quando si ha una meta, anche gli scogli diventano strada”. Con la grazia di Dio e col nostro impegno!
†Giuseppe Costanzo
Chiesa di San Giuseppe a Nazaret
Vangelo di Matteo 2, 13-17.
“I magi erano appena partiti, quando un Angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse:
“Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto e resta là finchè non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo. Giuseppe, destatosi, prese con sé il bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: dall’Egitto ho chiamato il mio figlio.
Erode, accortosi che i Magi si erano presi gioco di lui, s’infuriò e mandò ad uccidere tutti i bambini di Betlemme e del suo territorio dai due anni in giù, corrispondenti al tempo su cui era stato informato dai Magi. Allora si adempì quel che era stato detto per mezzo del profeta Geremia”.
Omelia S. Messa
Carissimi fratelli e sorelle, stiamo celebrando la Messa votiva della Sacra Famiglia. Vorrei un istante fare una rapida introduzione sulla famiglia per arrivare alla figura di Giuseppe, una figura che non finisce mai di sorprendermi, di incantarmi, di affascinarmi per la sua umiltà e fortezza, per la sua amabilità.
La famiglia, un tema oggi così urgente in un tempo in cui si parla di emergenza educativa, io direi di un’urgenza educativa. Il discorso della famiglia rimane fondamentale.
La famiglia è la cellula fondamentale della società umana e della comunità cristiana.
La famiglia è, potremmo dire, la culla dell’amore e la sorgente della vita.
La famiglia è la palestra di tutte le virtù umane e cristiane.
Impariamo soprattutto dalla famiglia, se essa è sana, santa e unita.
Nella famiglia ognuno di noi ha imparato tutta la ricchezza e la complessità dell’amore in tutte le sue modulazioni.
Anzitutto:
- l’amore coniugale: i due che si amano;
- l’amore parentale: i genitori che amano i figli;
- l’amore filiale: i figli che amano i genitori;
- l’amore fraterno: i figli che si amano tra di loro;
- l’amore amicale: in famiglia si impara ad amare tutti gli altri, a sodalizzare.
La famiglia è il luogo dove ognuno di noi ha imparato ad amare, a pregare, a perdonare, a servire. Ecco perché è importante tornare su questi temi di fondo così deboli in una società fragile, violenta, egoista.
Vorrei ora dedicare una riflessione a San Giuseppe.
Un ordine traumatico e una pronta obbedienza.
Altro trauma. “Morto Erode, un Angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va nel paese di Israele, perché sono morti coloro che insidiavano la vita del bambino. Egli, alzatosi, prese con sé il bambino e sua madre, ed entrò nel paese di Israele” ( Mt 2, 19-21 ).
Altro ordine. Altra obbedienza. Si riparte.
Mi impressiona positivamente questa pazienza di Giuseppe, continuamente sballottato da Israele in Egitto; dall’Egitto in Israele. Uno di noi davanti a questi continui contrattempi entrerebbe in agitazione, diventerebbe nervoso, perderebbe la pace. Giuseppe, umile, paziente, obbediente, forte, affronta queste difficoltà per custodire e proteggere il bambino dalla smania assassina e omicida di Erode e per dare serenità e conforto alla Madonna.
Nel rapporto con la Madonna, Giuseppe tiene un comportamento eccezionale.
Quando scorge che Essa è incinta, cosa fa? Poteva secondo la legge denunciarla, esponendola alla morte per lapidazione. Invece no, non lo fa, si ritira in punta di piedi, e non perché dubitasse della fedeltà di Maria, ma perché umile come era, avendo intuito che lì c’era il dito di Dio, c’era quel disegno che Dio stava portando misteriosamente avanti, e sentendosi inadeguato per un compito così grande, Giuseppe decide di tirarsi indietro.
Ma poi il Signore, che vuole difendere la Madonna e che vuole rasserenare Giuseppe, manda un Angelo in sogno ancora una volta: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa…è opera dello Spirito Santo…” E Giuseppe anche qui immediatamente ubbidisce.
Non diamole per scontate queste cose! Giuseppe è innamorato di Maria e ha capito che Dio gli chiedeva questo martirio del cuore, rinunciare a Maria che lui amava follemente. Avrebbe potuto dire: basta, chiuso!
Mi ritiro in punta di piedi, non ne voglio sapere… come facciamo noi quando il Signore contraddice qualche nostro desiderio, qualche nostro progetto, anche santo.
E Maria e Giuseppe hanno avuto l’impressione che Dio contraddicesse il loro progetto, il loro disegno santo. Dio invece chiede a Maria di diventare madre restando vergine. A Giuseppe chiede di rinunciare a Maria, ma è una rinuncia in ordine ad un amore più grande, più puro, più profondo: stare accanto a Maria, amarla senza possederla.
Questa è la verginità del cuore: amare senza possedere.
Quello che Giuseppe ha cercato di fare è un sacrificio enorme, in una solidità di rapporto d’amore con Maria che lui non avrebbe neanche immaginato. E quando Dio torna a fargli altre proposte, lui accetta – umile, fiducioso, obbediente – questa nuova proposta di Dio e gli consente di portare avanti il suo disegno d’amore.
Amici, le grandi grazie di Dio sono preparate abitualmente da grandi rinunce. E’ bene che ce lo segniamo nel cuore: le grazie più grandi, Dio le ha sempre preparate con la richiesta di grandi rinunce.
La sofferenza che spesso ci inasprisce, può invece elevarci, affinarci, santificarci, unirci più intimamente a Dio.
Ci può rendere strumenti sempre più validi e più efficaci nel suo disegno d’amore.
Ecco perché Giuseppe è una figura che mi affascina: per la sua semplicità, per il suo silenzio, (neanche una parola), per la sua disponibilità ad obbedire al disegno di Dio. Mi affascina per la sua umiltà, per la sua pazienza, per la sua fedeltà che ha dei costi così elevati.
Chiediamo a quest’uomo “giusto”, a questo Santo, la grazia di imitare qualcuna almeno di queste sue virtù e chiediamo anche alla Madonna che ci aiuti in questo. Lei donna forte, donna del “sì”.
Col suo “sì” è incominciata l’Incarnazione e col suo “sì” portato fino alla fine, siamo arrivati al mistero della Redenzione.
Chiediamole che ci dia la grazia di essere sempre coerenti, fedeli, fiduciosi nel disegno d’amore che Dio porta avanti con noi, anche quando noi non comprendiamo, anche quando ci smarriamo.
Chiediamole la grazia di essere obbedienti. Chi di noi non ha l’esperienza delle tante volte in cui Dio ci ha chiesto delle rinunce, delle umiliazioni, degli insuccessi, dei fallimenti, almeno apparenti sul piano umano?
Se noi abbiamo avuto il coraggio di dire “sì”, dopo un po’ di anni, ci voltiamo indietro e vediamo quali meraviglie il Signore ha fatto con noi attraverso il “sì” che abbiamo avuto il coraggio di dirgli, anche quando la nostra natura umana sperimentava tutta la sua ripugnanza.
Amici è questo un modo e uno stile di vivere da cristiani, da figli di Dio; a noi non è dato di capire tutto. Credere non è sapere tutto.
Credere però è sapere una cosa fondamentale:
che Dio è affidabile, che Dio è l’amore sempre fedele, che Dio ha, su ciascuno di noi, un disegno d’amore che, accettato, consente a Lui di portare avanti la storia della salvezza, e a noi di realizzarci in pienezza.
†Giuseppe Costanzo
Cana di Galilea
4 Gennaio
Vangelo di Giovanni 2,1-11.
Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: “Non hanno più vino”. E Gesù rispose: “Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora”. La madre dice ai servi: “Fate quello che vi dirà”.
Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuno due o tre barili. E Gesù disse loro: “Riempite d’acqua le giare”; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: “Ora attingete e portatene al maestro di tavola”. Ed essi gliene portarono. E come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l’acqua), chiamò lo sposo e gli disse: “Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono”.
Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.
Ecco, amici, facciamo qui una breve sosta e una rapida riflessione sul brano del Vangelo che ci riferisce delle nozze di Cana.
Non è il caso che io faccia una lettura puntuale e dettagliata di carattere esegetico come merita il brano. Voglio fare alcune annotazioni più importanti.
Una prima cosa è bene che l’ascoltino attentamente gli sposi.
Dice la Madonna, che era sempre vigile, attenta, preoccupata più degli altri che di sè stessa: “Non hanno più vino”. Il vino è sì il simbolo della gioia nelle nozze, ma è soprattutto, guardando alla Sacra Scrittura, il simbolo dell’amore che unisce gli sposi, e più in generale qui è come se la Madonna avesse preso coscienza che quello che mancava soprattutto al popolo di Israele: era l’amore verso Dio che spinge ad osservare i comandamenti di Dio.
La seconda cosa è che Gesù dice: “Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora”.
Questa frase così misteriosa in qualche modo poteva procurare qualche sofferenza alla Madonna. Non è però un atto di scortesia. Come sapete, l’ora nel Vangelo di Giovanni è quella di cui parla il Capitolo 13: “Essendo giunta l’ora di passare da questo mondo al Padre”. Era l’ora dunque della Passione e Morte, l’ora in cui si sarebbe consumato e celebrato il mistero pasquale di Cristo; “Non è ancora giunta la mia ora” dice Gesù. Notate che dice anche “Che ho da fare con te o donna?” non dice, madre.
Per ben 4 volte nel Vangelo di Giovanni troviamo questa espressione: donna.
La prima volta qui in cui Gesù riferisce direttamente a sua madre; qui “donna”, è Maria simbolo dell’Israele fedele, Maria è il simbolo della fedeltà a Dio.
Una seconda volta “donna”, Gesù lo dicealla Samaritana nel capitolo quarto con un senso completamente opposto. La Samaritana è il simbolo dell’Israele adultero, infedele.
La terza volta è detto nel capitolo 19 quando siamo sotto la croce: “Donna ecco tuo Figlio”. Qui Maria è come simbolo di quella donna che è intimamente unita a Gesù, la compagna eccezionalmente generosa.
Colei che ha sacrificato il Figlio da Lei concepito.
La quarta volta il termine “donna” lo troviamo nel capitolo venti quando si rivolge alla Maddalena, simbolo del nuovo Israele che ha recuperato il rapporto sponsale di amore con Dio.
Un’altra annotazione la farei sulle 6 giare.
Il numero 6 nella Bibbia è simbolo di imperfezione, perché il numero della perfezione è 7; però questo 6 ci richiama tante cose: ci richiama il 6 dei giorni della creazione;
ci richiama il 6 della imperfezione come rapporto che ancora deve essere perfezionato, restaurato con Dio.
Si dice che le giare erano di pietra come le tavole dell’Alleanza erano di pietra, come i cuori degli uomini, come ci ricorda Ezechiele 36, come erano induriti i cuori degli uomini, era la sclerocardia, la dura cervice, l’ostinazione nel peccato, nella incredulità.
Il miracolo di Cana al di là del discorso del vino che certamente è un elemento importante nella celebrazione di un matrimonio, ricorda tutta questa problematica;
è un mondo nuovo che deve nascere, è una palingenesi totale, è rigenerato l’uomo, il cosmo perché viene messo in comunione con Dio, gli uomini con gli uomini.
Un’ultima cosa che vorrei ricordare è questa: Maria quando Gesù le dice: “Che ho da fare con te o donna? Non è ancora giunta la mia ora”, come reagisce? Non fa la permalosa perché Gesù ha tenuto un pochino le distanze, non è suscettibile.
Maria è madre, è donna limpida, trasparente, umile, generosa.
Maria dice ai servi: “Fate quello che vi dirà”.
Attenti amici! Questa è l’unica frase che Maria rivolge agli uomini non solo nel Vangelo di Giovanni, ma in tutti i Vangeli. Altrove Maria parlerà, risponde all’Angelo, parla con Dio, ma non agli uomini.
Questo allora è il testamento di Maria, questo è un rimando alla prima formulazione, alla prima celebrazione dell’Alleanza, quando Giosuè ha presentato al popolo le esigenze di Dio per contrarre alleanza col popolo e il popolo risponde: “Tutto quello che Dio ci ha detto noi lo faremo e lo compiremo”.
Questa è l’unica raccomandazione che la Madonna ci fa:
essere obbedienti a quello che Gesù in nome del Padre è venuto a dirci.
Un’ultima cosa riguarda gli sposi.
Qui a Cana se ci fosse stata un po’ più di calma, avremmo potuto invitare le coppie di sposi qui presenti a rinnovare il loro patto d’amore davanti a Gesù in questo luogo dove si è compiuto questo stupendo miracolo che anticipa il mistero della croce.
Quando Gesù dice che la sua ora non è giunta, vuol dire che l’ora della Passione non è ancora arrivata. Significa allora che questa alleanza, di cui il matrimonio tra gli sposi è simbolo, va compiuta dal sacrificio di Cristo.
Qui, amici, che siete coniugi, rinnovate in un istante di silenzio il vostro patto d’amore. Dite: “Io accolgo te”, enon “Io prendo te”.
Chiediamo su questo la benedizione di Gesù, la benedizione di Maria, la Madonna che in questo miracolo appare in tutta la sua maternità, in tutta la sua capacità di vigilare con sollecitudine, con premura, con trepidazione, con tenerezza di amore, capace di vigilare sull’umanità.
A Lei Gesù l’ha affidata sulla croce, morente: “Donna ecco tuo Figlio” e a Giovanni: “Ecco tua madre”.
Lasciamoci accogliere in un minuto di silenzio e gli sposi si diano la mano, si tengano e si dicano: “Io accolgo te” nuovamente con lo stesso amore, con la stessa intensità, con la stessa freschezza di una volta.
Non dimentichiamolo: la capacità di restare fedeli l’uno all’altro per tutta la vita, nella gioia e nel dolore, dipende semplicemente da questo, dalla capacità di ritrovare, ripescare, ripulire ogni giorno la freschezza, la novità di quel primo momento, del momento fontale in cui ci si è sentiti voluti insieme fin dall’eternità, come progettati insieme da Dio, dall’eternità e per sempre.
†Giuseppe Costanzo
Cafarnao: la città di Gesù
Vangelo di Matteo 4,13
“Lasciata Nazaret, venne ad abitare a Cafarnao (Mt 4,13).
E’ la città di Gesù agli inizi della sua predicazione.
Qui iniziò l’invito alla conversione e alla fede.
E’ la città che non riconosce Gesù come Messia: “Guai a te Cafarnao”.
Di fronte alla predicazione c’è anche la possibilità del rifiuto. perché Gesù chiede di lasciare tutto sul piano materiale e sul piano affettivo e seguirlo;
– Giacomo e Giovanni accolgono l’invito di Gesù, lasciano non solo gli strumenti del mestiere, ma anche il padre e la madre e tutte le sicurezze affettive. Non è comune all’uomo credere e mettersi alla sequela;
– perché usiamo male della nostra libertà;
– perché dubitiamo che Egli possa dare pienezza di senso e di gioia alla nostra vita.
Cafarnao è la città dove Gesù ha chiamato i primi discepoli: “Seguitemi”. Li raggiunge là dove vivono. Si rivolge loro con un imperativo.
Cafarnao è la città dove sta la casa di Pietro, prima chiesa domestica.
La sequela di Cristo, costituisce la Chiesa perché credono nella sua Parola, perché avvertono il fascino di Gesù, perché contemplano la bellezza del suo volto.
Qui Gesù ha fatto anche il miracolo della guarigione della suocera di Pietro.
Monte delle beatitudini
Vangelo di Matteo 5,1-12.
Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli.
Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:
“Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli”.
Omelia S. Messa
Fratelli e sorelle questo è il Monte su cui Gesù è salito per proclamare le beatitudini. Prima di ascoltare la Parola del Signore che insegna, dobbiamo salire con Lui sul monte e qui ascoltiamo non solo le beatitudini ma il discorso della montagna che è il primo e il più importante dei cinque discorsi di cui si compone il Vangelo di Matteo.
Come sapete, gli insegnamenti di Gesù sono raccolti in cinque grandi discorsi.
Il primo chiamato appunto “Discorso della montagna”, perché ha come sfondo un monte e può essere interpretato in riferimento al Sinai. Cristo non è venuto ad abolire la legge di Mosè, ma a portarla a compimento, a darle pienezza. Il Regno di Dio è il tema centrale della predicazione e dell’insegnamento di Gesù.
Il secondo discorso viene chiamato “missionario” (Mt 10) perché il Regno è annunziato, accolto ed anche rifiutato.
Il terzo discorso è detto il discorso in “parabole”. Qui il Regno è descritto nella sua crescita, lenta ma inarrestabile nella storia.
Il quarto discorso è chiamato il discorso “ecclesiale” perché ha come oggetto la Chiesa, comunità dei credenti. Questo è un argomento molto caro a Matteo. Essa diventa il segno del Regno durante il cammino nella storia.
Il quinto ed ultimo discorso è il discorso “escatologico”, quando il Regno giungerà alla sua pienezza nella salvezza finale.
Come vedete questo è un grande abbozzo della storia di Cristo, della Chiesa e del Regno. Ecco la meta di tutta l’opera Matteana: il Regno nella sua pienezza, nel suo approdo finale.
Il discorso della montagna è la sintesi di tutto l’insegnamento di Gesù, è il suo discorso programmatico, è la Carta costituzionale del Regno; è il Vangelo del Vangelo, è il cuore del Vangelo: qui Gesù fa conoscere qual è il progetto di Dio sul discepolo.
Il cuore del discorso della montagna sono le beatitudini.
Che cosa sono le beatitudini? Esse sono il cammino ascensionale verso le vette.
Cosa è la santità? E’ la pienezza della vita cristiana, è – dice il Concilio – la virtù della carità portata a perfezione.
Santità è perfezione della carità, è pienezza della vita cristiana.
Con le beatitudini Gesù ribalta i criteri e la logica del mondo, proclama “beati” coloro che il mondo irride, che i potenti emarginano, che i superbi disprezzano.
Esse propongono un nuovo ordine di valori.
In questo momento di riflessione sulle beatitudini vogliamo approfondirne due.
La prima che è quella fondamentale, da cui dipendono tutte le altre: Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei cieli” (Mt 5,3)e
l’altra: “Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia”.
Nella prima beatitudine Gesù è inviato a “portare la buona novella ai poveri” (Is.61,1).
Nell’Antico Testamento non si tenevano in nessuno conto i poveri, si consideravano benedizioni di Dio i possedimenti, le ricchezze e i figli. Più tardi però si capì sempre più chiaramente che il povero, l’indigente, può godere di una particolare intimità con Dio, è più predisposto. Così, specie nei Salmi, troviamo la figura del povero prediletto da Dio, oggetto particolare della sua benevolenza. Questo “povero” è uno che ha imparato a vedere la sua sorte in una luce nuova. Non si sente abbandonato, non è amareggiato, non contesta, non recrimina, non protesta, non aggredisce nessuno.
L’indigenza di beni terreni diventa per il povero ricchezza di beni spirituali, disponibilità per Dio, umiltà e attesa, l’attesa di chi spera tutto da Dio. Gesù pensa a questi “poveri”. Essi non si lamentano della loro condizione, né meditano trasformazioni violente. I poveri di cui parla Gesù non sono dei semplicioni, dei deboli di mente o degli inetti, ma dei poveri “nello spirito”, cioè non pretenziosi, non arroganti.
La loro povertà ha un aspetto e un senso spirituale. Essi trasformano la loro umile condizione in occasione e mezzo per stabilire rapporti intimi con Dio: aspettano tutto da Lui, non fanno affidamento sulla ricchezza e sulla propria giustizia e religiosità, come facevano i farisei. Così tutta la loro vita si fa povertà: quella materiale e quella spirituale.
A questi “poveri in spirito” viene promesso il Regno di Dio. Anzi solo essi possono in realtà riceverlo poiché non portano nulla con sé, ma attendono tutto dall’alto. Essi sono liberi dal peso delle ricchezze terrene, come pure dal peso della propria boria e delle proprie pretese. Sono liberi per Dio.
A chi è come loro è donato il Regno dei cieli. Questo povero affascina Gesù e affascina anche noi: egli non è un semplicione, non è un debole, né di mente né di volontà. E’ uno che si sente creatura di Dio, figlio di Dio, amato da Dio, oggetto della Provvidenza. Sa che Dio è Padre e non abbandona i suoi figli e quindi attende tutto da Lui, sa che Dio non illude e non delude.
Questo è il povero che Gesù proclama beato.
La seconda beatitudine su cui volevo riflettere con voi è:
“Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia”.
Gesù promette il Regno di Dio ai poveri in spirito, agli afflitti, ai mansueti e agli affamati di giustizia. A tutti è comune questa caratteristica: la necessità non chiude, ma apre la loro vita. Tutti sperimentano la loro indigenza, il loro bisogno, la loro debolezza, la pochezza della loro vita.
Lo stesso vale per i misericordiosi. Sanno di avere assoluto bisogno della misericordia di Dio, la invocano, la ricevono e la offrono ai fratelli.
Nel salmo 136 ad ogni versetto si ripete il ritornello: “eterna è la sua misericordia”.
L’intento è quello di presentare la Misericordia come il tratto distintivo di Dio in tutto il suo agire nella storia e nello stesso tempo imprimere nel cuore del credente questa consolante certezza: “eterna è la sua misericordia”. Non è momentanea, non è provvisoria, non è precaria, è eterna, dura sempre, è indefettibile. Quindi non solo nella storia, ma nell’eternità l’uomo sarà dinanzi al volto misericordioso del Padre: a contemplare la bontà, l’amore, la tenerezza verso i suoi figli. In cielo contempleremo Dio anche sotto questo aspetto, come Colui che ha per noi la tenerezza e la premura di una madre.
Il Vangelo ci mostra Gesù che incarna questo amore compassionevole del Padre, quando riporta in vita il figlio della vedova di Naim,
quando siede a tavola con Zaccheo e con i pubblicani,
quando dialoga con la Samaritana,
quando perdona il ladro crocifisso con Lui.
Non è un caso che questo Salmo – il grande Hallel veniva chiamato – sia stato posto come preghiera centrale nella liturgia ebraica, quando fa memoria della Pasqua, ma anche nelle feste delle capanne e nel capodanno. Non per nulla questo è il salmo che Gesù ha recitato nella notte dell’ultima Cena.
Dice l’evangelista (Mt 26,30) “E dopo aver cantato l’inno uscirono verso il monte degli ulivi”. Quindi con questa preghiera Gesù ha celebrato la Pasqua antica e ha inaugurato il Banchetto eucaristico.
Gesù in questa beatitudine ci invita ad imitare la condotta sua e del Padre e per questo ci dice: “Beati i misericordiosi”.
Questo vuol dire: beati quelli che non giudicano, non condannano, non rendono male per male, perdonano.
Su questo noi cristiani dobbiamo molto esaminarci; tante volte siamo pronti a giudicare, a condannare, tante volte siamo severi nei nostri giudizi, tante volte i nostri giudizi sono spietati, taglienti e questo non favorisce la fraternità.
La Chiesa è comunione e non ci può essere comunione se non c’è l’accettazione reciproca e il perdono, la benevolenza, la capacità di comprendere l’altro.
Vivendo le beatitudini, conformando la vita alle esigenze che Gesù ci ha manifestato nel discorso della montagna, si costruisce sulla roccia.
Ricordiamo come finisce il discorso della montagna (cap. 7) “Chi ascolta queste parole e le mette in pratica assomiglia ad un uomo saggio che costruisce la casa sulla roccia… chi invece non le ascolta e non le mette in pratica, assomiglia all’uomo stolto che costruisce sulla sabbia, arriva la tempesta e spazza via tutto”.
Di questo dovremmo essere preoccupati: su che cosa abbiamo costruito fino ad ora? Su che cosa vorremmo costruire la nostra vita? Sulla sabbia o sulla roccia? Vogliamo che sia precaria o che sia stabile?
Ascoltando, vivendo le beatitudini, conformandoci alle esigenze che Gesù ci ha manifestato, noi costruiamo sulla roccia, diventiamo sale della terra e luce del mondo.
Notate: da 2000 anni i cristiani leggono la Parola di Dio, ma chi può dar fondo alla Parola di Dio?
La sua conoscibilità è inesauribile, è come la fontana del paese che lì al centro butta acqua continuamente; ognuno che ha sete si avvicina e va a bere senza farsi prendere dalla tentazione di prendere tutta l’acqua, prima perché non ci riuscirà, secondo perché se ci riuscisse pure, la sua vittoria sarebbe la sua sconfitta, perché quando la prossima volta torna a bere non trova più niente. La Parola di Dio è inesauribile, dà quest’acqua dissetante, refrigerante, fecondante, purificante, quando tu vuoi.
Diceva Padre Davide M. Turoldo:
“Il sale per dare sapore deve sparire, sciogliersi nell’acqua, deve confondersi con l’acqua”.
Prima c’è l’immagine di quello che scompare (il sale) e poi di quello che si vede: (la luce). Voi siete il sale che scompare, per essere la luce che appare. Più il sale scompare e più la luce appare.
“Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria a Dio”.
Gesù comincia col dire: “Voi siete il sale della terra, voi siete la luce del mondo… così risplenda la vostra luce” . Prima c’è l’indicativo teologico (voi siete…) dopo viene l’imperativo etico (risplenda dunque la vostra luce).
Chiediamo al Signore che veramente illumini il nostro cuore, lo dilati, lo renda docile a queste divine esigenze che renderebbero il mondo più vivibile e l’umanità veramente una famiglia, anziché una selva in cui ci si scanna a vicenda.
La pace prima che frutto di proclami, o di manifestazioni sulle piazze, prima di tutto deve essere nel cuore dell’uomo.
Solo dal cuore pacificato può nascere la grande realtà della pace.
Il discorso della Montagna, le beatitudini sono la strada maestra.
†Giuseppe Costanzo
Sul Lago Tiberiade
Vangelo di Marco 4, 35-41.
“In quel giorno, verso sera, disse Gesù ai suoi discepoli: “Passiamo all’altra riva”. E lasciata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. Nel frattempo si sollevò una gran tempesta di vento e gettava le onde nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: “Maestro, non t’importa che moriamo?”. Destatosi, sgridò il vento e disse al mare: “Taci, calmati!”. Il vento cessò e vi fu grande bonaccia. Poi disse loro: “Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?”. E furono presi di grande timore e si dicevano l’un l’altro: “Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?”.
Riflettiamo un istante su questo brano di Vangelo.
Mentre avviene la traversata scoppia una violenta tempesta. Essa è simbolo della tempesta che deve affrontare la Chiesa nella storia, nel tempo ed è simbolo della tempesta che deve affrontare ciascuno di noi nella vita.
Gesù durante la tempesta, dice l’Evangelista, se ne stava a poppa sul cuscino e dormiva. Questo è magnifico, perché dice a noi che Gesù è tranquillo anche nella tempesta, perché è Lui è il Signore, il Dominatore Sovrano degli elementi della natura e del cosmo, tiene tutto nelle sue mani, comanda e tutto obbedisce, parla e tutto è fatto. Lui può dormire tranquillo, i discepoli invece durante la tempesta perdono la calma, entrano in agitazione, sono afferrati dalla paura, quella paura che attanaglia, paralizza e gli dicono: “Maestro non ti importa che moriamo?”, cioè interpretano questa sua calma come segno di indifferenza, cosa che non è, solo che Lui può stare tranquillo, sa che ha tutto nelle mani e può intervenire con efficacia. Infatti destatosi gridò al vento e disse al mare: “Taci, calmati” e il vento cessò e vi fu grande bonaccia. Poi disse loro: “Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?”.
Nella vita l’alternativa è unica: o la fede o la paura. Dove c’è la fede non c’è la paura, dove c’è la paura è segno che manca la fede o che è imperfetta, immatura.
La paura paralizza, ti atterra, ti toglie qualunque capacità di agire, di reagire, ti senti in preda al nemico che ti soggioga.
Una delle cose su cui dobbiamo molto interrogarci è questa: quando la paura ci fa così gran male, quello è il momento in cui ci dobbiamo chiedere a che punto è la nostra fede, perché spesso non c’è fede in noi, ma c’è appena un pizzico di religiosità.
Sono due cose abissalmente diverse.
La religiosità è quella di chi crede che in qualche modo ci deve pur essere un Essere superiore (questo lo credevano anche Aristotele e Platone), ma la fede è un’altra cosa.
La fede è credere che esiste un Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo, un Dio che ama l’uomo, un Dio che si scommette per l’uomo, un Dio che entra nella storia dell’uomo, la prende in mano e la trasforma.
Vi lascio questo pensiero come un dilemma a cui ognuno deve dare risposta: o la fede o la paura.
Questo vale sia per la storia della Chiesa, come comunità cristiana, come barca che attraversa il mare in tempesta, il mare della storia, sia per il singolo, per l’individuo come esistenza che attraversa il deserto della storia o il mare tempestoso della vita.
Se sappiamo che c’è Gesù con noi, lasciamolo dormire e tante volte Lui dorme di proposito per mettere alla prova la nostra fede, la nostra capacità di stare sereni perché sappiamo che Lui c’è e che in qualunque momento sa intervenire.
Quando si tratta del nostro rapporto con Dio, non dobbiamo dimenticare una cosa fondamentale: dobbiamo imparare nel nostro rapporto con Dio, ad accettare di Lui, i modi, i tempi, i silenzi.
- I modi spesso così diversi dai nostri;
- I tempi spesso così sorprendenti;
- I silenzi spesso così irritanti.
Dio ha i suoi modi, i suoi tempi, i suoi silenzi. Lui ha detto: “Le mie vie non sono le vostre vie, i miei pensieri non sono i vostri pensieri”.
Questo significa avere fede, significa misurarsi con queste che sono le cose più tremende della vita. Noi vorremmo un Dio-tappabuchi, diceva Bonhòeffer, un Dio pronto a dare, come quando introduciamo la monetina e viene fuori il pacchetto di sigarette o la bottiglia di birra. Dobbiamo noi aprirci ad accettare il suo modo di essere, allora capiremo di più e saremo persone anche più mature, più serene nella nostra esistenza.
Marco chiude il brano dicendo che tutti furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: “Chi è costui al quale anche il vento e il mare obbediscono?”.
Il Vangelo di Marco è scritto per dare risposta solo a questa unica domanda: “Chi è Gesù?”
La domanda è rivolta ad ognuna di noi, a te fratello, a te sorella:
“Chi è per te Gesù?”
Quando avrai dato risposta matura a questa domanda, allora puoi dire di essere veramente su una barca dove puoi viaggiare tranquillo.
†Giuseppe Costanzo
Al fiume Giordano
Vangelo di Mt 3, 13-17.
“In quel tempo Gesù dalla Galilea andò al Giordano da Giovanni per farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: “Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?”. Ma Gesù gli disse:”Lascia fare per ora, perché conviene che così adempiamo ogni giustizia”. Allora Giovanni acconsentì. Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. Ed ecco una voce dal cielo che disse:” Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto”.
Un Messia solidale col suo popolo peccatore.
Emerge la piena umanità del Messia e le sue umili origini. Nessuno si aspettava un Messia proveniente da un oscuro paese della Galilea. E nessuno si aspettava un Messia che si sottoponesse a un battesimo di penitenza, partecipando al movimento di conversione del suo popolo. Eppure è in questo figlio di Galilea che si fa presente l’azione di Dio salvifica, definitiva, universale (cioè per tutti) ed è in questo atteggiamento di profonda solidarietà col popolo peccatore che questa azione si rivela.
Lo dimostrano:
- l’aprirsi del cielo,
- la venuta dello Spirito,
- la voce divina
- i riferimenti all’Antico Testamento.
Nel battesimo di Gesù inizia la storia del mondo nuovo: “Tu sei il Figlio amato: in te ho posto le mie compiacenze”.
Le parole della Voce si riferiscono al Salmo 2 e molto più a Is.42,1
E’ un riferimento illuminante. Gesù e la comunità primitiva dopo di Lui, amavano riferirsi alla profezia di Isaia che parlava del Servo amato da Dio eppure perseguitato, fedele al Signore e solidale con il suo popolo al punto da caricarsi sulle proprie spalle i peccati di tutti. E’ in questo senso che Gesù è proclamato Figlio amato; la filiazione divina non lo sottrae alla sofferenza, al contrario lo impegna in una missione salvifica per gli altri, da compiere nella solidarietà e nella persecuzione.
Il battesimo di Gesù guarda, dunque, in avanti, verso la Croce.
In Mc 10, 39 la morte in croce è chiamata “battesimo”.
Le acque del Giordano sono il simbolo del nostro Battesimo col quale siamo stati lavati, purificati, riconciliati con Dio. Ma sono anche il simbolo della Riconciliazione Sacramentale, per mezzo della quale le nostre colpe vengono annullate e noi torniamo puri, limpidi dinanzi a Dio.
Le acque del Giordano sono il simbolo della nostra rinascita a vita nuova. Esse sono appunto quel “lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo” di cui parla San Paolo a Tito.
Si verifica nel Battesimo ciò che Ezechiele aveva profetizzato:
“Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo.” (Ez. 36, 25).
In questo cuore purificato non ci sarà più posto per gli idoli: l’idolo del denaro, del potere, dell’apparire, del successo, della TV ….
In questo modo noi diventiamo quella Chiesa, Sposa di Cristo che Egli vuol farsi “comparire senza macchia, né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata” (Ef. 5, 27).
†Giuseppe Costanzo
Zaccheo sul sicomoro
5 gennaio
Vangelo di Lc 19, 1-10.
Entrato in Gerico, attraversava la città. Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”. In fretta scese e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: “E’ andato ad alloggiare da un peccatore!”. Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: “Ecco, Signore, io dò la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto”. Gesù gli rispose: “Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo; il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”.
Zaccheo vuole dare un senso alla sua vita, e non erano i soldi, non era il prestigio del potere che gli consentiva questo. Cercava di vedere quale fosse Gesù. Qual è la sorpresa?
Sembra che sia Zaccheo a cercare Gesù, in realtà è Gesù che cerca Zaccheo. Infatti quando Gesù arriva sotto l’albero su cui stava appollaiato Zaccheo che si era rifugiato lassù, magari sfidando lo scherno della gente,
Gesù alza Lui gli occhi verso Zaccheo e gli dice : “Scendi perché oggi devo fermarmi a casa tua”.
Nel momento in cui Zaccheo si sente accolto da Gesù, non giudicato, non condannato ma invitato a stare con Lui; a quel punto è lui che dice al Signore: “Signore se ho defraudato qualcuno gli rendo il quadruplo e la metà dei miei beni voglio darla ai poveri”.
Nel momento in cui Zaccheo, e come lui ogni uomo, ognuno di noi, incontra Gesù, conosce meglio sè stesso. Nel momento in cui Zaccheo ha incontrato Gesù, ha scoperto di essere stato un egoista e un ladro e come egoista adesso cerca di riparare condividendo con i poveri, e come ladro cerca di riparare rendendo il quadruplo di quello che aveva rubato.
Vedete, amici, cosa significa incontrare davvero Gesù! Significa lasciarsi da Lui trasformare.
Lui ci permette di guardarci dentro con coraggio e di dire con umiltà e determinazione: devo rifare tutto, devo cambiare vita. Comincio già adesso.
†Giuseppe Costanzo
Betania
Vangelo di Luca 10, 38-42
“Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: “Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”. Ma Gesù le rispose: “Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta”.
Una rapida riflessione su questo brano così interessante.
Di solito sembra che Marta e Maria rappresentino due stati diversi e opposti: Maria, lo stato contemplativo e Marta lo stato attivo.
Questo non è vero. Il problema è un altro: una vita attiva, come una vita contemplativa autentica, nascono e scaturiscono dall’ascolto della Parola.
Gesù non rimprovera Marta perché si è data da fare per preparare un bel pranzetto, ma perchè è agitata, è nervosa, è preoccupata, è presa solo dal lavoro, dall’attività fino al punto da dimenticare quello che è prevalente, essenziale, quale è l’ascolto della Parola di Dio, fino al punto da diventare scortese: “Signore, non ti importa che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”. Marta si è fatta prendere dal nervosismo al punto da vanificare la bella accoglienza e femminilità che offriva a Gesù.
Vedete perché ho voluto tralasciare la risurrezione di Lazzaro dove il senso è chiaro: Gesù, è il Signore della vitae della morte, Colui che è il Sovrano dominatore.
Mi pare importante qui mettersi in ascolto della Parola, essere veramente discepoli, lasciare che sia la Parola ad orientare la vita: questo è fondamentale.
Giovanni Paolo II nella “Novo millennio ineunte”, al n.39 dice che:
“La Parola di Dio interpella, orienta e plasma l’esistenza”.
Ecco perché Gesù la sottolinea con forza. “Interpella” cioè si rivolge alla mia volontà, “orienta” cioè mi addita la strada, indica il binario, mostra la meta e “plasma” l’esistenza: la Parola fa l’esegesi della vita, la radiografia dell’esistenza, ti costringe a guardarti dentro così come sei, a scoprirti in tutte le tue bellezze e in tutte le tue brutture. La Parola è spietata in questo senso ma è anche un nutrimento, una forza, una bussola, una stella polare nella nostra vita.
Per chiudere con una nota di carattere esistenziale chiediamoci:
“qual’ è il nostro rapporto con la Parola di Dio?”
Mi limito a tenere una Bibbia con la rilegatura elegante oppure ne faccio oggetto di meditazione quotidiana? Ne leggo magari qualche rigo, una pagina, un salmo, un versetto che mi colpisce e che accolgo?
Notate. Nei confronti della Parola sono importanti quattro disposizioni:
1) la lettura (lectio): leggere che non è la lettura del romanzo, ma lo studio, l’esegesi;
2) la meditazione (meditatio): masticare la Parola in clima di fede;
3) preghiera (oratio): è la risposta all’ascolto della Parola.
4) contemplazione (contemplatio), cioè entrare in una sfera più alta dove ci immergiamo in Dio. Come diceva un mistico portoghese:
“In Dio più si naviga e più si scoprono nuovi mari.”
Questi sono i doni della Parola! Vediamo di recuperare il nostro rapporto con la Parola, seguendo un metodo consigliato dai Padri.
Tra la lectio e la meditatio c’è un passo che essi chiamano “ruminatio”.
E’ l’attività degli animali ruminanti che incamerano il cibo, poi lo richiamano, lo rimasticano, lo assimilano meglio.
La “ruminatio” è come un lavoro di memorizzazione della Parola.
Ad un certo punto, quando meno te l’aspetti, o quando ne hai il bisogno, ecco che quella parola diventa come un lampo nella notte: ti illumina, ti mostra la strada e tu per un attimo vedi in quale direzione devi andare.
Quella parola che ti dà luce, è sufficiente per condurti alla meta. Ve l’affido questa operazione. Sarà feconda di frutti nella vostra vita.
Tutte le tavole rotonde, tutti i convegni di studio, tutti gli incontri pastorali resteranno inefficaci fino a quando non prenderemo familiarità con la Parola di Dio. Solo la Parola di Dio cambierà radicalmente la nostra vita.
†Giuseppe Costanzo
Nella cappella del monastero delle Carmelitane Scalze di Betlemme
Tanta gente non capisce questa scelta di vita, resta perplessa davanti a questa radicalità: una giovane, che magari dopo aver conseguito una laurea si ritira in un monastero, lascia sconcertati parenti e amici. Perché? Si domandano. Non si può servire Dio restando nel mondo, facendosi una famiglia, esercitando una professione?
Queste vivono tutta l’esistenza in un fazzoletto di terra. Escono solo per andare all’ospedale, dove diventano come tutti gli altri, e non vanno a casa neanche quando muoiono i genitori. Sono come morte al mondo. Il mondo non comprende e irride o condanna.
Vorrei spiegarvelo con un’immagine. Avete visto degli alberi alti, grandi? Sappiamo che più è alto l’albero, più devono essere profonde le radici. L’albero produce rami, foglie, fiori, frutti. Non potrebbe fare tutto questo se non avesse le radici tanto nascoste sottoterra che attingono e trasmettono linfa vitale.
Le radici del grande albero che è la comunità cristiana, l’umanità, sono questa gente qui, queste che il mondo ignora, disprezza o comunque non capisce. Esse succhiano linfa vitale, cioè grazia di Dio e la trasmettono a tutto l’albero, a tutti noi. Esse sono i “parafulmini” del mondo.
Ecco perché le claustrali vanno amate e alle claustrali dobbiamo essere riconoscenti.
Insieme, per loro, recitiamo un’Ave Maria alla Madonna.
Betlemme
6 gennaio
Vangelo di Lc 2, 1-7.
In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirino era governatore della Siria. Tutti andavano a dare il loro nome, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nazaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva dare il proprio nome insieme a Maria, sua promessa sposa, la quale era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.
Non potevamo lasciare Betlemme senza una meditazione su quello che Betlemme significa per noi.
La parola Betlemme viene dall’ebraico e significa “casa del pane” e il vero pane è stato Gesù: “Io sono il pane della vita”.
Ricordiamo che questa è la città di Davide, dove il re nasce e viene unto dal profeta Samuele.
Qui, proprio a Betlemme, quando venne la pienezza dei tempi, Gesù, il Figlio di Dio nacque nel tempo.
Qui l’umanità ricevette l’annuncio della grande gioia: “Vi è nato il Salvatore”. (Lc2,10)
Qui Maria lo diede alla luce in una stalla, dove lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia.
Qui il Verbo di Dio si fece carne e venne ad abitare, a piantare la sua tenda in mezzo a noi. (Gv 1,14) “Si fece carne”, vuol dire assunse la fragilità, la debolezza umana, ma si rese anche visibile, accessibile proprio attraverso la carne.
Qui il Dio invisibile si rende visibile. Gesù dirà a Filippo: “Chi vede me, vede il Padre”. Mosè aveva implorato: “Mostrami la tua gloria” e Dio gli aveva risposto: “Tu non potrai vedere il mio volto, perchè nessun uomo può vedermi e restare vivo” (Es. 33,18-20).
Ora invece, dopo la sua nascita, qui è possibile vedere il suo volto e restare vivi. Scrive il Padre Cantalamessa, cappuccino e predicatore presso la Casa Pontificia: “Nell’Antico Testamento era Mosè che si metteva il velo sul volto, ora nel Nuovo Testamento è Dio che si è messo un velo sul suo volto; la carne assunta è questo velo. Dio si è rivelato velandosi. Come le specie eucaristiche del pane e del vino, velano e nascondono ciò che contengono, ma contengono realmente ciò che nascondono, così l’umanità assunta nasconde la divinità, ma proprio nascondendola la fa presente”.
Sotto il velo della carne, come nel Pane eucaristico, la divinità di Gesù “vere latitat”, cioè si nasconde veramente, nel duplice profondissimo significato che riveste questa frase e cioè: è veramente presente, anche se nascosta; è veramente nascosta, anche se presente.
L’Incarnazione attesta che Dio non ci ha lasciati soli: ci ama, ci ha cercati nella nostra solitudine, ci ha raggiunti nel nostro smarrimento e ci ha condotti tra le sue braccia nella sua tenda:
Egli è l’Emmanuele, il Dio con noi! Questo è per noi motivo di stupore, di gratitudine.
Questo è dono, ma ancora più grande e motivo di stupore è la modalità del dono. Essa ci colma ancor più di stupore per la sua totalità, per la sua radicalità, per la sua generosità.
E’ Dio e si fa uomo.
E’ Grande e si fa piccolo.
E’ Onnipotente e si fa debole.
E’ l’Eterno, ma si lascia misurare dal tempo.
E’ l’Infinito, ma come dicono i Padri, si abbrevia in un frammento.
La Parola divina si fa vagito di un bambino.
Infinitamente distante da noi, pone la sua dimora tra noi.
Signore del cielo e della terra, si fa povero per arricchirci con la sua povertà.
Il Vangelo sottolinea a forti tinte i contrasti del suo ingresso nel mondo: da una parte i titoli altisonanti (Salvatore, Cristo Signore), dall’altra parte corrisponde la povertà del segno, cioè un bambino deposto in una mangiatoia.
Fa impressione! Lo stile di Dio non finisce mai di sorprenderci.
Agli angeli, messaggeri di Dio, corrispondono i pastori, gente umile e socialmente disprezzata. Tutto è paradossale in questa manifestazione di Dio.
Ci pensate come Dio ha voluto raggiungerci per salvarci!
A Natale, un bambino bisognoso di tutto.
A Pasqua un adulto inchiodato su una croce, eliminato come un pericoloso sovversivo.
Capite la difficoltà a credere che sia proprio Lui il Figlio di Dio e il Salvatore del mondo. Infatti quelli che lo schernivano, i capi dei giudei, i soldati, la folla dicevano: “Se sei il Figlio di Dio scendi dalla croce…”
Lui non è sceso dalla croce, non sta alla nostra logica, non accetta le nostre sfide, non si lascia provocare da noi, resta lì piccolo, umile, disarmato.
E’ questo lo stile di Dio, la sua logica, tanto diversa dalla logica del mondo. Dio non ama imporsi.
San Giovanni dirà: “A tal punto ci ha amati” da non costringerci neanche all’assenso della fede, ci lascia liberi, si propone in una maniera che non ti costringe a credere.
Nella stagione dell’immagine in cui viviamo Dio ha rinunciato completamente a questa logica; nella stagione del “tutto e subito”, che grande lezione di umiltà, di piccolezza, di gradualità!
Dinanzi alla “piccolezza” del bambino noi siamo davvero profondamente interpellati e dobbiamo farci un esame di coscienza, noi che spesso amiamo presentarci col nostro prestigio, la nostra autorità, la nostra immagine, i nostri successi; un atteggiamento, quello di Dio, che smentisce completamente questo nostro modo di essere.
Abbiamo allora visto: il dono, la modalità del dono che non finisce di stupirci e che ci dovrebbe gettare in ginocchio e farci esclamare:
“Mio Dio quanto sei grande! Quanto mi hai amato!”.
Vediamo ora la finalità del dono.
La finalità del dono.
Perché ha fatto tutto questo? Perché Dio si è fatto uomo? Era la domanda di Sant’Anselmo.
I Padri dicono: “si è fatto uomo perché l’uomo diventasse Dio. Il desiderio di essere come Dio è nel cuore dell’uomo, ma prima ancora, ricordiamolo a certi filosofi atei, era nel progetto di Dio. Satana ha provocato l’uomo a diventare impaziente e gli ha suggerito che Dio era geloso dell’uomo, non voleva che fosse come Lui.
Era nel progetto di Dio che l’uomo diventasse come Dio. La differenza tra la via proposta da satana e la via di Dio è questa sola: Dio vuole farci diventare come Lui facendocene dono, che noi dobbiamo umilmente e con gratitudine accogliere.
Satana ci suggerisce di diventare come Dio, non accogliendo un dono, ma conquistandocelo noi con la nostra capacità, con la nostra abilità.
E’ questa la differenza tra la via satanica e la via cristica. Il cristiano accoglie la divinizzazione come dono di Dio; il seguace di satana pretende
di farne rapina, conquista.
La via suggerita da Dio è la via dell’umiltà: accogliere come dono.
Era questo il progetto divino: che noi diventassimo “divinae consortes naturae” cioè “partecipi della natura di Dio”.
La nostra risposta al dono.
Qui entriamo sul terreno esistenziale, che tocca la persona e la condotta di ognuno di noi. Una cosa che sempre mi stupisce è quello che c’è nel prologo del Vangelo di Giovanni, il quale dice, quasi come un grido di trionfo: “Noi vedemmo la sua gloria”, come ieri abbiamo ascoltato nella prima lettera di Giovanni: “Ciò che era fin da principio ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato…” (1Gv 1, 1)
Per un verso questo grido di trionfo, “abbiamo visto la gloria del Figlio unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità”, dall’altra “venne nella sua casa e i suoi (quelli che gli appartenevano, quelli che Lui ha creato, quelli che Lui ama) non lo hanno accolto”.
Qui è il punto. Cosa vogliamo fare noi? Vogliamo accoglierlo oppure pensiamo di salvarci col “fai da te”. Non funziona “il fai da te”.
Dobbiamo accogliere la salvezza che viene dall’Alto e dall’Altro.
Non c’è salvezza intramondana, la salvezza viene dall’alto, viene da Dio, a noi tocca accoglierla con umiltà, consapevoli della nostra creaturalità, del nostro peccato, del nostro bisogno di salvezza, consapevoli che non possiamo salvarci da soli e quindi accogliere il dono, il dono che è avvenuto in questo luogo, a Betlemme.
Il Padre ci ha donato suo Figlio. “Così Dio ha amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito, perché chiunque crede in Lui non muoia ma abbia la vita eterna.” A Pasqua aggiungeremo: Dio ci ha amati al punto da non risparmiare il proprio Figlio, ma da darlo per tutti noi.
Questo è il momento allora di concederci dieci minuti di silenzio.
Vi affido questa frase di Angelo Silesio:
“Nascesse pure mille volte a Betlemme, tu saresti irrimediabilmente perduto finchè non nasce nel tuo cuore”.
Non basta che sia nato a Betlemme, in una grotta, deve nascere nel nostro cuore che deve diventare il trono su cui lo poniamo e noi ci gettiamo in ginocchio per adorarlo, come hanno fatto i Magi che si sono prostrati e lo hanno adorato, gli hanno offerto oro, incenso e mirra; noi gli offriamo il nostro cuore, il nostro amore, la nostra gratitudine, gli consegniamo la nostra vita.
†Giuseppe Costanzo
Basilica dell’agonia in Gerusalemme (Il giardino degli ulivi)
7 gennaio
Vangelo di Matteo 26,36-44.
“ Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: “Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare”. E presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a provare tristezza e angoscia. Disse loro: “La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me”. E avanzatosi un poco, si prostrò con la faccia a terra e pregava dicendo: “Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!”.
Poi tornò dai discepoli e li trovò che dormivano. E disse a Pietro: “Così non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me? Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole”.
E di nuovo, allontanatosi, pregava dicendo: “Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà”.
E tornato di nuovo trovò i suoi che dormivano, perché i loro occhi si erano appesantiti. E lasciatili, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole”.
Carissimi fratelli e sorelle, siamo qui in questo luogo così austero, severo, esigente e vogliamo contemplare Gesù nel momento in cui la sua anima è triste, è angosciata, è lacerata.
Gesù dice: “Padre la mia anima è triste fino alla morte”. Quindi una tristezza mortale, si sente oppresso. “restate qui e vegliate con me”
La preghiera che Gesù, con questo stato d’animo rivolge al Padre, suona così: “Padre mio se è possibile, passi da me questo calice”.
Notate come Gesù si rivolge al Padre: “Padre mio” c’è tutta la devozione, c’è tutta la confidenza filiale anche in questo momento di tristezza, di angoscia, di oppressione, di sudore di sangue ci dice Luca.
La prima cosa è questa confidenza filiale, questa devozione “Padre mio”. Poi dice: “se è possibile” cioè se quello che ti sto chiedendo è conforme ai tuoi disegni, se è secondo il tuo progetto salvifico.
Nessuno di noi, che siamo così vicini a Lui, non vuole non farsi santo. Il problema è che vogliamo farci santi secondo il progetto nostro, mentre il problema è farsi santi secondo il progetto di Dio che spesso ci sorprende, spesso non riusciamo a comprendere, spesso ci sembra disumano, inaccettabile, ripugnante.
Tutti vorremo farci santi, ma secondo lo schema che abbiamo in mente, e Dio invece rintuzza queste nostre pretese.
L’architetto, il progettista è Lui, noi siamo soltanto dei manovali nel cantiere della vita; dobbiamo lasciarlo fare, lasciarci fare.
Lui sa dove vuole condurci, per quali strade vuole condurci, e in questo lavorio c’è tutta l’ascesi che ci plasma, che rintuzza tutte le nostre umane pretese, che ci chiede di lasciar fare a Lui che sa più di noi e ci ama più di noi stessi. “Padre, se è possibile passi da me questo calice”.
Abbiamo il diritto, come figli di chiedergli che ci liberi, ci aiuti, che abbia pietà di noi; però non dobbiamo mai lasciarci ingannare dal maligno, il quale continua a insinuarci l’idea che Dio non ci ama, è geloso della nostra felicità; noi dobbiamo invece credere che nel dolore Dio ci purifica e ci unisce più intimamente al Figlio Crocifisso.
Ha detto un teologo tedesco (Hans Kùng) che “Dio non ci libera dal dolore, ma ci libera nel dolore”, non ci esonera dalla sofferenza, non è stato esonerato neanche Gesù. Il Padre lo ha condotto alla perfezione, dice la lettera agli Ebrei, per mezzo della sofferenza (cfr 2,10).
Col suo aiuto, col suo esempio, con la sua Parola, con la sua grazia, ci libera nella sofferenza, non siamo soli: “Io sono con voi tutti i giorni”. (Mt 28,20)
Avendo trovato i discepoli addormentati, Gesù dice al Padre: “Padre non come voglio io, ma come vuoi tu…, se questo calice non può passare si compia la tua volontà”. Gesù sta chiedendo di liberarlo dal calice amaro, dalla sofferenza della morte, ma se questo non può passare perché non è conforme al progetto, si compia in me la tua volontà”
Armida Barelli mi ha insegnato una giaculatoria che mi fa compagnia da 50 anni: “Cuore di Gesù di te mi fido, in te confido, a te mi affido”.
Quali i mezzi, per conformarci a Gesù? Un affidamento filiale, fiducioso, radicale.
Strumenti efficaci sono:
1) – La vigilanza. E’ tempo di vigilia, di attesa. Non dobbiamo essere sonnecchianti, pigri, dissipati, superficiali. La vita è una sola.
2) – La preghiera. La preghiera è sorgente di luce per la mente e forza per la volontà. Nella preghiera il nostro cuore a poco a poco si lascia plasmare e si sottomette sempre di più al volere di Dio.
3) – La compagnia dei fratelli. Gesù l’ha chiesta, non l’ha ottenuta perché per paura e viltà alla fine essi lo hanno lasciato solo. Questo per noi è motivo di conforto e ammonimento: di conforto perché possiamo contare anche sull’aiuto dei fratelli, e di ammonimento perché dobbiamo ricordarci che i fratelli hanno bisogno di noi e non dobbiamo essere distratti, egoisti; non dobbiamo restare indifferenti dinanzi alla sofferenza dei nostri fratelli. L’aiuto dei fratelli di che cosa è fatto? Della preghiera anzitutto; della presenza discreta, spesso silenziosa; di uno sguardo amico. Talora basta tenere per mano il fratello che sta soffrendo, la sorella che è angosciata.
4) – L’adesione fiduciosa, anche nella notte oscura, direbbe San Giovanni della Croce, anche quando non ci capisci nulla. Nella notte dei sensi, nella notte dello spirito, quello che conta è l’adesione piena alla volontà del Padre.
Vi ricordo una cosa di vitale importanza:
il peccato contro la speranza consiste nei due estremi:
nello scoraggiamento e nella presunzione.
Chi si scoraggia pecca contro la speranza; chi presume pecca contro la speranza.
Chi si scoraggia perché non crede più che al suo fianco c’è Lui con la potenza del suo amore; chi presume, pecca contro la speranza perché orgogliosamente è convinto che basta a sè stesso ed è capace di cavarsela da sè stesso.
Invece me la cavo se credo, se prego, se ripongo la fiducia nella volontà e nel disegno di Dio che rimane sempre un disegno d’amore.
Lo verificheremo in cielo certamente, ma spesso anche su questa terra.
Getsemani – Mc 14, 32-42.
E’ tipico di Marco raccontare la Passione di Gesù in tutta la sua crudezza senza nulla attenuare. Così appare chiaramente il contrasto del mistero di Cristo Figlio di Dio, eppure abbandonato alla sofferenza.
Nell’agonia del Getsemani, Marco mette in risalto la “debolezza” di Gesù, la sua paura di fronte alla sofferenza, la sua angoscia di fronte alla morte: Matteo e Luca si sforzeranno invece di attenuare tutto questo.
I tre verbi che descrivono l’atteggiamento di Gesù (vv. 33-34) indicano:
sgomento, angoscia, tristezza, quasi disorientamento.
Del resto le parole di Gesù sono chiare: “la mia anima è tristissima da morirne, rimanete qui e vegliate (v.34).
L’espressione rinvia al Salmo 42, 6 (la preghiera di un esule che si sente lontano dal Signore, abbandonato) e a Giona 4,9 (la tristezza del profeta che non capisce più il piano di Dio per quanto possa sembrare paradossale).
Si deve allora dire che l’angoscia del Cristo non è solo la reazione della “carne debole” (v.38) di fronte alla morte: è il disorientamento di chi si sente abbandonato da Dio, nel quale tuttavia continua a confidare; di chi urta contro un piano di salvezza che sembra smentire la forza dell’amore.
In questa situazione, che si ripeterà nella Chiesa e nel discepolo, nasce la preghiera. E’ una preghiera che esprime, al di là di tutto, confidenza, consapevolezza del proprio rapporto filiale: “abbà, babbo” (v.36).
E’ riconoscimento dell’amore del Padre e della sua potenza e proprio per questo si fa implorazione: “tutto ti è possibile, allontana da me questo calice”.
E dopo la divisione dell’animo e il tentativo di sottrarsi alla propria via, ecco la fiducia rinnovata, l’abbandono senza riserve, l’accettazione incondizionata, “tuttavia non quello che voglio io, ma quello che vuoi tu” (v.36).
Ma non c’è solo la preghiera, ci sono anche gli amici, e Gesù chiede ad essi conforto, condivisione, ma il discepolo non sa condividere, non capisce. La solitudine del Cristo è profonda. Comunque, anche il discepolo la vivrà più tardi e dovrà a sua volta vegliare e pregare: due atteggiamenti indispensabili per superare la prova. (v.38)
†Giuseppe Costanzo
Tomba di Maria a Gerusalemme
E’ una questione teologica non ancora definitivamente risolta: se, cioè, la Madonna sia morta o se è passata direttamente dalla terra al cielo, senza l’esperienza della morte.
Il Papa Pio XII, quando definì il dogma dell’Assunta nel 1950, non prese posizione, né in un senso né nell’altro perché non volle porre fine alla riflessione dei teologi.
Infatti nella sua Enciclica “Munificentissimus Deus” non dice “dopo la morte”, ma “expleto cursu”, cioè “finito il corso” della sua vita terrena. Non dice se sia morta o non sia morta: aveva finito il suo corso.
Può averlo finito morendo oppure essendo traslata direttamente dalla terra al cielo.
I Padri della Chiesa parlano di “dormitio”. Maria si sarebbe addormentata in una morte dolce, senza lo strazio del dolore, lei che era l’Immacolata, concepita senza macchia di peccato.
Questo è il dato teologico. A me personalmente piace di più che la Madonna sia morta. Io voglio tanto bene alla Madonna e proprio per questo non mi piace farla vedere così diversa da noi da farci esclamare: “Beata Lei!”
No! Beati noi con Lei!
Io penso che la Madonna è morta, perché Gesù è morto e Gesù era Figlio di Dio e Lei era soltanto una creatura umana in tutto somigliantissima al Figlio anche in questa esperienza tremenda della morte.
C’è un altro motivo che mi è più caro: anche noi dobbiamo morire.
Questa esperienza non sarà risparmiata a nessuno, come non è stata risparmiata al Figlio. Non vi pare che sia tanto più consolante pensare che Maria è morta anche Lei, e che perciò è più capace di comprendere la nostra paura, la nostra angoscia davanti alla certezza della morte? Non vi pare che ci aiuti a pregare meglio la seconda parte dell’Ave Maria, quando le diciamo: “prega per noi peccatori adesso e nell’ora della nostra morte”? Sentircela vicina, sentire che ci prende per mano, ci incoraggia immensamente.
Queste sono le ragioni che certo non sono infallibili. I teologi hanno il diritto di riflettere e di aiutarci a riflettere.
Chiesa del Pater Noster a Gerusalemme
Vangelo Mt 6,9-15.
“Pregando, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate.
Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male.
Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe”.
Vogliamo fare una riflessione sul Padre Nostro in questo luogo così opportuno.
Il Padre Nostro è il riassunto di tutto il Vangelo.
Possediamo due redazioni del Padre Nostro: questa di Matteo più ampia e quella di Luca (11, 1-4) più breve.
Luca che scrive il suo Vangelo per una comunità proveniente dal paganesimo, vuole insegnare la preghiera a gente che non sa nulla sulla preghiera.
Matteo invece, vuole correggere le deviazioni di credenti già abituati a pregare.
Egli scrive per una comunità proveniente dal giudaismo. Il problema dunque di Matteo non è se pregare, ma come pregare. C’è infatti preghiera e preghiera.
Probabilmente Luca ha conservato maggiormente il tenore primitivo cioè l’ampiezza, la struttura e il tono della preghiera di Gesù, mentre Matteo ne ha esplicitato il senso, imprimendovi nel contempo un carattere più liturgico in conformità alle preghiere ebraiche.
“Pregate dunque così” dice Gesù. L’imperativo non dice che si tratta di una formula da ripetere con fedeltà letterale; tanto è vero che il Nuovo Testamento ci ha tramandato un’altra formula: quella di Luca. E da questo emerge già un importante insegnamento:
- nella preghiera non sono le parole che contano, neppure quando si tratta delle parole di Cristo. La preghiera è unicamente espressione di dipendenza, di povertà e le parole non hanno mai un senso magico come invece pensano i pagani. (“Non pensate di essere esauditi a forza di parole, non moltiplicate le parole” 6, 7-8).
E contemporaneamente ecco un secondo insegnamento: le parole possono variare, però il contenuto è il medesimo: il Regno di Dio.
Ciòè in perfetta consonanza con l’insegnamento di Cristo che ha detto: “Cercate prima di tutto il Regno di Dio e la sua giustizia, tutto il resto vi sarà dato in sovrappiù”.
Si noti infine la costante formulazione al plurale: ogni dono di Dio e ogni atteggiamento cristiano è sempre un fatto comunitario, non individuale.
“Pregate così”: “Padre”.E’ il nome con cui Gesù si rivolge sempre a Dio ed esprime la sua filiazione. Il discepolo ha il diritto di pregare come Cristo, in qualità di figlio adottivo. La consapevolezza di essere figli e di essere amati ci riempie di confidenza nel Padre. Ma l’Evangelista aggiunge al nome di “Padre” anche l’aggettivo “nostro” esplicitando in tal modo l’aspetto comunitario. E aggiunge “che sei nei cieli” richiamando in tal modo la trascendenza e la sovrana signoria di Dio.
Dio è vicino e lontano insieme. Dio è come noi e diverso da noi. Dio è Padre e Signore.
Il richiamo ad un Dio che è Creatore, Signore e Padre fa risaltare anche altri valori: la nostra filiazione e l’elezione sono il segno e il frutto di un’ immensa e gratuita degnazione.
Un’idea su cui Israele ha sempre meditato (Dt 10, 14-15).
La scelta di cui siamo oggetto è un fatto gratuito e non può essere solo a nostro vantaggio (è la dimensione missionaria), dobbiamo aprirci agli altri, consegnare agli altri le grandi ricchezze che a noi sono state donate.
Infine, il sapere che Dio Creatore è Padre porta alla fiducia, all’ottimismo, al senso della Provvidenza. Un padre si prende cura dei suoi figli, proprio come dirà subito dopo il Cristo stesso quando esorta a non preoccuparsi: “Guardate gli uccelli dell’aria, guardate i gigli dei campi.”
Abbiate fiducia nella Provvidenza, Lui è Padre, non è solo Creatore e Signore (6, 26-33).
“Sia santificato il tuo nome”.
Il verbo è al passivo: secondo l’uso ebraico ciò significa che il protagonista è Dio, non l’uomo. La santificazione del Nome è opera di Dio. La preghiera è l’atteggiamento che fa spazio all’azione di Dio, la preghiera è una disponibilità.
L’espressione “Sia santificato il tuo nome” dice il desiderio che Dio, grazie alla nostra condotta, possa svelare il suo volto nella storia della salvezza e nella comunità cristiana. In sostanza il discepolo prega perché la comunità diventi un involucro trasparente che lasci scorgere la presenza amante e liberante di Dio.
“Venga il tuo Regno”.
Per capire questa invocazione bisogna rifarsi a tutta la predicazione di Gesù, incentrata appunto sull’annuncio del Regno.
“Regno” è novità di rapporti. E’, come dice il Prefazio della regalità di Cristo, “Regno di verità e di vita, Regno di santità e di grazia, Regno di giustizia, di amore e di pace”. Il Regno comprende la presenza oggi e il compimento alla fine. La venuta del Regno comprende la vittoria definitiva sul male, sulla divisione, sul disordine, sulla morte.
Il discepolo è colui che chiede e aspetta tutto questo.
Bisogna però ricordare che la preghiera che afferma la consapevolezza della nostra dipendenza dalla grazia di Dio, implica contemporaneamente un’assunzione di responsabilità: il discepolo è colui che attende il Regno come dono e insieme chiede il coraggio e l’impegno per costruirlo.
Per un verso il Regno ci è donato, perché l’iniziativa è sempre di Dio, per un altro verso lo dobbiamo costruire noi, col nostro impegno, perché Dio non umilia l’uomo, Dio è Padre, non è paternalista. Il paternalista non ha fiducia nel figlio, il padre lo incoraggia, gli dice: puoi farcela, provaci, io ti sono accanto.
“Sia fatta la tua volontà come in cielo, così in terra”.
“Volontà di Dio” non sono semplicemente i comandamenti, ma piuttosto “il disegno di salvezza” nella sua integralità, che deve realizzarsi nella storia. E’ importante la precisazione “come in cielo così in terra”. Il senso è che bisogna anticipare, qui in terra, la vita del mondo nuovo. S. Paolo dirà che la città terrestre è una “colonia” che cerca di costruirsi a imitazione della patria.
“Dacci oggi il nostro pane quotidiano”.
La domanda del pane si direbbe la più umile, forse può sembrare la più meschina, la più interessata, però questa domanda è al centro della preghiera che Gesù ci ha insegnato e questo ne dice l’importanza.
Diverse cose vanno notate:
- il senso di dipendenza: il pane è nostro, è frutto del nostro lavoro, eppure è nel contempo dono di Dio (dacci);
- il senso di comunitarietà: si prega non per il pane mio ma per il pane comune, nostro; bando dunque all’egoismo, all’individualismo;
- il senso di sobrietà: si chiede per oggi il pane sufficiente, nulla più, proprio come Dio aveva educato nel deserto il suo popolo. Al primo posto sta il Regno, il resto è in funzione di esso. Il ricordo corre alla manna: dovevi prenderla per oggi; se ne prendevi per domani la trovavi marcita; (Es 16,19-21) ed anche alla preghiera dell’antico saggio: “Non darmi né povertà né ricchezza, ma fammi avere il mio pezzo di pane, perché, una volta sazio, io non ti rinneghi e dica: “Chi è il Signore?” (Prov 30, 7-9). Il pane è quello dello stomaco (il nutrimento corporale); è quello della mente (la Verità); è quello dell’anima (il cibo eucaristico).
I tre livelli: stomaco, mente, anima: ecco la ricchezza di quello che chiediamo.
Anche le tre ultime domande riguardano il Regno di Dio, ma dentro di noi.
“Rimetti a noi i nostri debiti”
Il Regno è anzitutto l’avvento della misericordia di Dio su di noi, che col peccato abbiamo tradito il suo amore, abbiamo voltato le spalle alla sua persona, abbiamo tagliato i ponti con Lui, ci siamo sottratti alla sua presenza.
“Come noi li rimettiamo ai nostri debitori”
Potrebbe sembrare a prima vista che il nostro perdono ai fratelli condizioni il perdono di Dio. In realtà è al contrario. Si legga la parabola del servo iniquo, che aveva ottenuto il perdono di diecimila talenti e poi non è stato capace di perdonare il compagno che gli era debitore solo di cento denari (Mt 18,23-25).
Il Signore gli dice: “ non dovevi forse anche tu perdonare, come io ho perdonato a te?” Prima il perdono di Dio, poi il nostro ai fratelli. Il contrasto tra i due quadri della parabola intende mostrare quanto sia degno di condanna il servo che non perdona, dal momento che egli fu per primo perdonato.
“Non ci indurre in tentazione”: frase dibattuta, che fa difficoltà, come se si dicesse che Dio induce in tentazione. Dice San Giacomo: “Nessuno, quando è tentato, dica: “Sono tentato da Dio”; perché Dio non può essere tentato al male ed egli non tenta nessuno. Ciascuno piuttosto è tentato dalle proprie passioni, che lo attraggono e lo seducono” (Gc 1, 13-14).
E’ una formula tipicamente orientale. Nella nuova traduzione che la CEI ha preparato ci fa dire: “Non abbandonarci alla tentazione” cioè ”non lasciarci soli, siamo così deboli che cadiamo sicuramente, non esporci alla tentazione del male e alla prova della fede, sostienici piuttosto. Chiediamo di essere liberati, o meglio aiutati, nelle tentazioni che però non sono tanto le sollecitazioni al male, quanto le prove a cui la fede viene sottoposta.
Il pensiero corre spontaneamente alle piccole e svariate tentazioni quotidiane. Però la tentazione del discepolo non è tutta lì: è più profonda. E’ simile alla tentazione di Cristo (Mt 4, 1-11), è lo scandalo di fronte alla Passione, è la sfiducia e lo scoraggiamento di fronte a un Dio che appare troppe volte imprevedibile.
La tentazione è quella a cui fu sottoposto lo stesso Gesù, quella cioè di cercare la scorciatoia, anziché camminare per la strada tracciata da Dio.
La vita di Gesù fu un continuo confronto con satana che gli offriva la scorciatoia. Il discepolo chiede di far propria la vittoria del Maestro.
E’ possibile, secondo il testo greco tradurre “liberaci dal male”, ma anche “liberaci dal maligno”.
Notate: la preghiera si apre con il Padre e termina con il maligno, con l’avversario. L’uomo, ciascuno di noi, è nel mezzo, conteso, tra due padroni: il Padre e il maligno, tutti e due pretendono di essere assoluti, e l’uomo nel mezzo è sollecitato da una parte e dall’altra. Nessun pessimismo, nessuna sfiducia però. Il discepolo sa che Cristo ha già vinto satana.
Vorrei chiudere attualizzando questa preghiera che Gesù ci ha insegnato in una maniera che trovo molto significativa.
Non dire “Padre”, se ogni giorno non ti comporti da figlio;
Non dire “nostro”, se vivi isolato nel tuo egoismo;
Non dire “che sei nei cieli”, se pensi solo alle cose terrene;
Non dire “sia santificato il tuo Nome”, se non lo onori;
Non dire “venga il tuo Regno”, se lo confondi col successo materiale;
Non dire “sia fatta la tua volontà”, se non l’accetti quando è dolorosa;
Non dire “dacci oggi il nostro pane”, se non ti preoccupi della gente che ha fame, è senza cultura e senza mezzi per vivere;
Non dire “perdona i nostri debiti”, se conservi un rancore verso tuo fratello;
Non dire “non lasciarci cadere nella tentazione”, se hai intenzione di continuare a peccare;
Non dire “liberaci dal male”, se non prendi posizione contro il male;
Non dire “Amen”, se non prendi sul serio le parole del Padre Nostro!
†Giuseppe Costanzo
Al Cenacolo
8 Gennaio
E’ una grandissima promessa: “Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni in Gerusalemme, in tutta la Giudea, e la Samaria e fino ai confini della terra” ( At 1,8 ).
Ricordare questo, in questa terra, è importantissimo.
Lo Spirito Santo è il Maestro interiore, come lo chiamava Sant’Agostino, ed è Lui lo Spirito di verità, di unità, di carità, di santità.
E’ Lui il fedele compagno di viaggio, Colui che ci illumina, che ci guida, ci consola, ci giudica. Non finiremmo mai di parlare dello Spirito Santo.
Teniamo scolpita questa frase: “riceveremo forza da Lui”.
Vangelo di Marco 14, 13-25
“Allora mandò due dei suoi discepoli dicendo loro: “Andate in città, vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo e là dove entrerà dite al padrone di casa: il Maestro dice, dov’è la mia stanza, perché io vi possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli? Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala con i tappeti, già pronta; là preparate per noi”. I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono per la Pasqua. Venuta la sera, egli giunse con i Dodici. Ora, mentre erano a mensa e mangiavano, Gesù disse: “In verità vi dico, uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà”. Allora cominciarono a rattristarsi e a dirgli uno dopo l’altro: “Sono forse io?”. Ed Egli disse loro: “Uno dei Dodici, colui che intinge con me nel piatto. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui, ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo è tradito! Bene per quell’uomo se non fosse mai nato”.
“Mentre mangiavano prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: “Prendete, questo è il mio corpo”. Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse: “Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza versato per molti. In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio.”
Carissimi fratelli e sorelle, nella città di Gerusalemme sono tre i luoghi fondamentali, quelli in cui si è compiuta la nostra salvezza:
il Golgota, il Sepolcro, il Cenacolo.
Possiamo dire che il Cenacolo è il luogo strategico, il luogo in cui viene anticipata la Pasqua e la Pentecoste.
Questo è l’inizio della Pasqua: la preparazione nella sala che sta al piano superiore. Poi c’ è un altro verso che è anticipazione della Pentecoste:” Ma voi restate in città, finchè non siate rivestiti di potenza dall’alto. Io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso (Lc 24, 49)”. Così ha inizio la Pentecoste.
Fermiamoci a riflettere sul Cenacolo.
Il Cenacolo è luogo “eucaristico”: Gesù ci dona se stesso nel Sacramento del Pane e del Vino: “Prendete e mangiate, questo è il mio corpo…prendete, bevete, questo è il mio sangue..”, il sangue dell’alleanza. Gesù ci dona sè stesso: è il colmo dell’amore, è il vertice della dedizione di sé. Non c’è amore più grande di questo, e questo è frutto del suo amore sconfinato.
Entrando in questo luogo, cercavo con gli occhi il tabernacolo, per fare la genuflessione, e mi ha fatto impressione vedere il tabernacolo che emerge dal cuore di Cristo. Non c’è lezione di teologia più importante, più incisiva e più suggestiva di questa: l’Eucaristia è il frutto del suo cuore, del suo amore: nessuno ha un amore più grande.
Il Cenacolo è luogo “sacerdotale”: lì è nato il sacerdozio, quando Gesù ha detto ai suoi: “fate questo in memoria di me”. Questo imperativo è rivolto ai sacerdoti per il servizio ministeriale, (a tutti per il servizio battesimale, per il sacerdozio comune). Quella del sacerdote, è unavita umana fatta sacra, donata per sempre.
Vita da offrire in sacrificio. Quella del sacerdote è già donata, già sacrificata.
Vita a cui il Signore ha dato un potere inimmaginabile: “ a chi rimetterete i peccati saranno loro rimessi”. Luogo in cui dobbiamo non solo ringraziare per l’Eucaristia, ma è anche luogo in cui pregare per i sacerdoti.
Il Cenacolo è luogo “ prodigioso”: la sera di Pasqua il Signore entra a porte chiuse e dice ai discepoli: “ ricevete lo Spirito Santo”, che è potenza che investe e travolge. E’ fuoco che purifica e trasforma. E’ lingua infuocata e mai udita. E’ fuoco di testimonianza che il martirio non consuma.
Il Cenacolo è “luogo missionario”: da lì partono i Dodici, pieni di franchezza e coraggio, di parresia a dire a tutti gli uomini che è cominciata una storia nuova, una storia di salvezza. E sono pronti a tutto, anche a morire.
Prima che venisse lo Spirito Santo nel Cenacolo, i discepoli erano rintanati là dentro, attanagliati dalla paura; dopo diventano coraggiosi, sfidano le autorità, i pericoli, i processi, le condanne…
Il Cenacolo è luogo di intimità, di fraternità, di preghiera fervida, di attesa trepida, di comunione dei discepoli con Maria, la Madre, attorno a cui si riuniscono i figli. Maria figura materna, tenerissima, sempre vigile, sempre provvida, sollecita per ogni bisogno dei suoi figli che Gesù le aveva affidato dall’alto della croce.
Il Cenacolo è il luogo dell’effusione dello Spirito Santo in modo sacramentale e in modo carismatico. Sacramento e carisma sono due dimensioni costitutive della nostra fede. Sacramento è la parte istituzionale, stabile, uguale per tutti, a disposizione di tutti. Il carisma invece è una realtà completamente diversa: è data al singolo per gli altri, non per sé stesso, ed è sempre nuovo. Potremmo dire, con un’immagine che forse si scolpisce nella mente e ci aiuta a capire meglio:
il sacramento, cioè la parte istituzionale, è la presa;
il carisma è la sorpresa.
Queste due cose messe insieme “fanno” la Chiesa, che non è fatta solo dalla gerarchia, dalla istituzione, ma anche dal carisma e ne mostrano il volto più autentico. Un volto che il tempo non può cancellare, né alterare perchè continuamente rinnovato, trasfigurato dallo Spirito.
Per chiudere non dimentichiamo l’ultimo punto:
il Cenacolo continua anche oggi,
il Cenacolo è il cuore di ognuno di noi.
Dice Paolo: “Non sapete che siete tempio di Dio e lo Spirito Santo abita in voi?”.
Nella misura in cui accogliamo lo Spirito, ci sottomettiamo allo Spirito, ci lasciamo guidare dallo Spirito, in quella misura il nostro cuore diventa un Cenacolo che è più importante del luogo che abbiamo visitato perché quello è di pietra e il nostro è di carne, trasformato, trasfigurato, rinnovato dallo Spirito Santo.
Il Cenacolo è il luogo dove Gesù ci ha dato il comandamento dell’amore: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli per gli altri”. “Amatevi come…”
Quel “come” è il dono della vita.
Un teologo milanese ha detto una cosa che mi fa compagnia da molto tempo e mi pare giusto consegnare a voi: “Dobbiamo educarci a pensare alla morte non come ad una morte per vecchiaia, per malattia, per incidente, ma educarci a pensare alla morte come all’esaurimento di tutto noi stessi. Moriamo perché abbiamo donato tutto, perché non ci resta più nulla da donare”.
L’esempio più bello per me è la candela di cera che, mentre arde, diffonde luce, calore e si consuma, si assottiglia, fino a che la cera finisce tutta, e si spegne anche la luce.
Questo è una vita donata, questo è diventare anche noi per i fratelli, pane spezzato, questo è prendere sul serio il comandamento di Gesù che prima ci ha dato l’esempio e dopo ci ha dato il comandamento.
†Giuseppe Costanzo
San Pietro in Gallicantu
E’ una grazia immensa poterci addentrare un pochino nel mistero della Croce, ed è una rivelazione di cui abbiamo molto bisogno.
La Croce è la risposta divina al mistero del male, al mistero della sofferenza. Una risposta sconcertante.
Molte volte sentiamo vivo lo scandalo del male che c’è nel mondo e ci domandiamo: “Perché Dio lo permette? Perché Dio non ferma tutto questo male? Perché lascia che si diffonda così, come se Egli fosse indifferente o impotente”? Sembra una cosa incredibile.
E’ una prova per l’anima vedere il male diffondersi e Dio che apparentemente non fa niente, come apparentemente non interviene davanti alla sofferenza, al dolore degli innocenti. Perché? E’ una domanda lacerante, una ferita per l’anima, una pericolosa tentazione.
Quando poi il mistero della sofferenza bussa nella nostra vita personale, è tutta una ridda di interrogativi che si affollano e tumultuano nel cuore: perché proprio a me? Perché la vita ha per me risvolti così infidi? Perché Dio sembra accanirsi proprio su di me? E le reazioni possono essere molteplici e contraddittorie.
Talora un senso di rassegnazione subita, talora lo scoraggiamento o la rabbia, la ribellione, la disperazione. Può anche succedere che la fede si oscuri, si attenui, venga meno e prevalga in noi il modo troppo angusto di volere misurare Dio con il metro della ragione, della nostra ragione che ha la pretesa di capire secondo le proprie categorie. Mettiamo Dio sotto processo, perché abbiamo la pretesa di capire il suo modo di agire in noi e nella storia a partire dalle nostre categorie, così piccole, così anguste, meschine.
La reazione può diventare persino “implacabile giudizio su Dio”, ritenuto responsabile o consenziente o indifferente nei confronti dei mali che quotidianamente provocano smarrimento e angoscia.
La chiave di questo mistero è la Croce di Gesù, mistero che ci sconcerta. Noi attendiamo una vittoria divina evidente, eclatante, trionfante, persino superba, e Dio ci mostra una vittoria umile, umilissima: Dio che lascia che il male si accanisca su di Lui, che lo assume su di sé, per vincerlo più sicuramente.
E’ difficile accettare una simile realtà. E’ una luce nascosta, una luce interiore, segreta. Vincere la morte per mezzo della morte, vincere il dolore mediante il dolore, (è la via che ha scelto Dio) vincere il male lasciando che il male si diffonda, è un mistero veramente profondo; ci si smarrisce, se ci si affida soltanto alla ragione.
E tuttavia conosciamo il segreto di questo mistero, di questa straordinaria umiltà: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito” (Gv 3,16).
Gesù è diventato come il serpente di bronzo innalzato nel deserto, è diventato l’immagine del male, l’immagine della sofferenza e nello stesso tempo il rimedio alla sofferenza e al male, per il grande amore con cui Dio ci ha amati: “Non ha risparmiato il suo stesso Figlio” dice San Paolo. (Rm 8,32)
Gesù ha aperto la nostra sofferenza allo Spirito di Dio, all’amore di Dio, e così ha trasformato le cose non nell’apparenza, nella superficie, ma in profondità.
E ci dà la possibilità di vincere con Lui, con la stessa vittoria umile e piena d’amore, di trovare nel male, nella sofferenza, l’occasione di un amore più puro, di un amore fino alla fine, Lui che è andato fino all’estremo dell’amore: “in finem dilexit nos” (cfr Gv 13,1).
Gli interrogativi che sorgono e tumultuano nel nostro cuore, trovano così una risposta fasciata di amore misterioso. Dio, in Gesù Cristo, da lontananza si è fatto vicinanza, da giudice si è offerto come vittima, da totale trascendenza ha assunto la nostra condizione umana. Non solo, ma si è fatto solidale con noi, condividendo la nostra stessa sofferenza.
Non è venuto per spiegarla, ma per riempirla di senso.
Non è venuto per spiegare la croce, ma per distendersi sopra.
E’ venuto per sperimentare personalmente la nostra sofferenza, per trasfigurarla dandole senso e valore, è venuto per santificarla.
La sofferenza è il volto del Crocifisso.
In Lui Dio ci parla, ci incontra, ci redime, ci fa santi anche attraverso il dolore, attraverso la sofferenza che tanto ci spaventa e ci ripugna. In Lui la sofferenza non è più ingiustizia e assurdità, ma è dilatazione della Redenzione.
E’ questa la risposta divina che dobbiamo accettare quando sentiamo in noi lo scandalo per il male e che dobbiamo aiutare gli altri ad accettare, per la loro liberazione, avvicinandoli alla Croce di Gesù.
Solo se sappiamo attraversare la notte del non comprendere secondo la logica umana; solo se deponiamo la pretesa saccente di indicare a Dio ciò che deve fare, di volergli insegnare il suo mestiere di Padre, solo allora lo incontriamo nella sua verità e misericordia fino a dirgli come Giobbe: “Fino ad ora ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono” (Gb 42,5). Gli occhi vengono purificati dal pianto della sofferenza, il pianto rende l’occhio più puro.
La sofferenza è come una cascata: purifica e fa avanzare. L’acqua della cascata, sbattendo, diventa candida come la neve, e nello stesso tempo avanza.
La sofferenza:
- ci mette sotto gli occhi la nostra fragilità;
- smorza la nostra presunzione;
- ci fa sentire il bisogno dell’aiuto che viene da Dio, dall’Alto e dall’altro;
- ci associa alla Croce di Cristo che ci ha salvati;
- ci fa aggrappare alla sua grazia;
- ci fa implorare la sua misericordia;
- ci rende docili alla volontà di Dio e ai suoi disegni d’amore.
Non è scontato tutto questo, dipende dallo stato d’animo con cui l’affrontiamo perché la sofferenza può avere due esiti diversi e contrapposti: può elevare, ma può anche schiacciare; può affinare, ma può anche abbrutire; può portare alla santità, ma anche alla bestemmia e alla ribellione: dipende da come l’affrontiamo.
Dunque è solo nella fede, nel filiale e fiducioso abbandono al disegno di Dio, che ci trascende, ma che rimane sempre un disegno d’amore, che noi possiamo comprendere, accettare e vivere al meglio le situazioni di sofferenza, senza restarne schiacciati.
Tutto questo, amici, può aiutarci sicuramente a soffrire meno, a soffrire meglio.
Ci aiuti la Madonna, l’Addolorata, Colei che in questo spirito, fu come ha detto il Concilio “amorosamente consenziente all’immolazione della vittima da Lei generata.”.
Ci tenevo a farvi dono di questa meditazione che per me è centrale nella nostra vita. E’ questione di tempo e di intensità, ma prima o poi, poco o molto, il dolore bussa alla porta di ognuno di noi, ed è saggezza essersi preparati e saper riconoscere, nella mano che pota, la mano paterna di Dio.
†Giuseppe Costanzo
La Crocifissione
Vangelo di Mc 15, 24-39
“Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse quello che ciascuno dovesse prendere. Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. E l’iscrizione con il motivo della condanna diceva: Il re dei Giudei. Con lui crocifissero anche due ladroni, uno alla sua destra e uno alla sinistra.
I passanti lo insultavano e, scuotendo il capo, esclamavano: “Ehi, tu che distruggi il tempio e lo riedifichi in tre giorni, salva te stesso scendendo dalla croce”. Ugualmente anche i sommi sacerdoti con gli scribi, facendosi beffe di lui, dicevano: “Ha salvato altri, non può salvare sè stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo. E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano.
Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Alle tre Gesù gridò con voce forte: Eloì, Eloì, lemà sabactàni? che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Alcuni dei presenti, udito ciò, dicevano: “Ecco, chiama Elia!” Uno corse a inzuppare di aceto una spugna e, postala su una canna, gli dava da bere, dicendo: “Aspettate, vediamo se viene Elia a toglierlo dalla croce”. Ma Gesù, dando un forte grido, spirò.
Il velo del tempio si squarciò in due, dall’alto in basso.
Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!”.
Emerge da questo racconto la solitudine del Cristo morente: Egli è il giusto abbandonato.
Come al Getsemani, la solitudine è talmente profonda che sulla bocca di Cristo affiora la preghiera del giusto sofferente (Sal 21) che si scontra con il “silenzio” di Dio.
“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.
Sulla croce Gesù è raggiunto da quella tentazione che l’ha accompagnato durante tutta la sua vita dal deserto in poi. Ma non è più di satana, bensì del popolo indifferente, dei capi che lo beffeggiano, dei soldati: “se sei l’eletto di Dio, perché Dio non ti aiuta?”.
Il suo silenzio non è la prova del tuo errore? Il fallimento della strada dell’amore non è il segno che la saggezza risiede altrove? Ma Gesù si abbandona fino in fondo a questa debolezza dell’ amore e proprio per questo la morte del Cristo diventa il luogo in cui la potenza di Dio, la potenza dell’amore, si è rivelata. Ecco perché Marco termina accostando due testi di portata simbolica: la rottura del velo del tempio e la conversione del centurione.
La fede nasce da Gesù morente. Il centurione riconosce il Figlio di Dio nella morte, non soltanto nei miracoli. E’ nell’amore che si dona senza riserve che il discepolo deve scorgere il volto del vero Dio e la strada della vera salvezza.
Anche le “ore” scandiscono la sofferenza atroce di Gesù.
L’ora terza è l’ora della desolazione e del fallimento: i passanti insultano. i sacerdoti e gli scribi scherniscono, il ladrone beffeggia, i discepoli sono assenti ….
L’ora sesta è l’ora delle tenebre, segno del giudizio su Gesù, perché per noi è divenuto peccato. Gesù è privato di tutto, è spogliato della comunione con gli uomini e il creato.
L’ora nona è l’ora in cui Gesù è spogliato della comunione col Padre. E’ la lontananza di Dio!
Infine la violenza della morte in cui, però, Gesù dona lo Spirito.
Questa morte è segno di quanto Egli ama, di quanto è grave il nostro peccato, di quanto è grande la nostra dignità.
†Giuseppe Costanzo
La Risurrezione
1 Corinzi cap. 15, 1-11
“Vi rendo noto, fratelli, il Vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, e dal quale anche ricevete la salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve l’ho annunziato. Altrimenti, avreste creduto invano!
Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. Io infatti sono l’infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me. Pertanto, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto”.
Voglio dedicare questa ultima meditazione alla Risurrezione di Cristo, perché fermarsi alla Croce sarebbe deprimente, perché dopo il Venerdì Santo c’è stata la Pasqua di Risurrezione. E’ vero che non c’è Pasqua senza Venerdì Santo, ma il Venerdì Santo senza la Pasqua sarebbe la rovina totale.
Ci concentriamo sui versetti 3b-5
Questo è il testo più antico sul mistero pasquale di Cristo morto e risuscitato. E’ un’antica professione di fede. La sua origine remota è testimoniata dallo stesso Paolo: “Vi ho trasmesso – dice – quello che anch’io ho ricevuto” v.3
E’ una formula pregnante.
Vi sono contenute cinque realtà fondamentali:
la morte – la sepoltura – la risurrezione – le apparizioni – la testimonianza delle Scritture e quella apostolica.
Si articola in quattro brevi fasi: due principali completate ciascuna da un’aggiunta specificatrice.
Ecco lo schema:
- A “Cristo è morto per i nostri peccati secondo le Scritture”
- a1 “ ed è stato sepolto”
- B “E’ risorto il terzo giorno secondo le Scritture”
- b1 “Ed è apparso a Cefa e poi ai Dodici”
Dunque il Vangelo proclama essenzialmente la morte e la Risurrezione di Gesù, precisate rispettivamente dalla sepoltura del Crocifisso e dalle apparizioni del Risorto.
Notate, ci stanno come due livelli:
il livello storico ed il livello teologico, come abbiamo nella Lettera ai Romani 4,25 dove Paolo dice che “Cristo è morto per i nostri peccati ed è risuscitato per la nostra giustificazione”.
Ecco i due livelli: è morto, è risuscitato. Il Vangelo proclama dunque la morte e la risurrezione di Gesù.
Il valore salvifico della morte è sottolineato dall’espressione: “ per i nostri peccati”. E’ in forza della morte di Cristo che noi credenti otteniamo il perdono e la riconciliazione. Il valore salvifico della Risurrezione è attestato dall’espressione “per la nostra giustificazione”.
L’espressione “secondo le Scritture” vuol dire che gli eventi della morte e della risurrezione non sono casuali, ma rientrano nel progetto salvifico preannunziato dai profeti.
La specificazione “ed è stato sepolto” serve a sottolineare la realtà della morte: è stato sepolto perché è veramente morto.
La sepoltura costituisce il sigillo posto sulla fine irrimediabile del Crocifisso.
Il richiamo, poi, delle apparizioni a Cefa – cioè a Pietro – e ai Dodici introduce nell’avvenimento creduto il fattore della testimonianza apostolica.
La Risurrezione di Gesù diventa realtà storica soltanto nell’ esperienza dei testimoni perché nessuno lo ha visto risuscitare.
Il Risorto si è fatto presente con la sua gloria nella vita di questi uomini. Come tale diviene oggetto di predicazione da parte degli apostoli e di adesione di fede da parte degli uditori.
La menzione dei testimoni viventi (di cui continua a parlare nei vv.6-8) ha valore anche apologetico: quasi adire agli increduli che è possibile adire coloro che hanno visto e sanno; che si possono interpellare gli osservatori diretti degli avvenimenti in questione; e che, dunque, è esclusa ogni possibilità di menzogna. Il testo è di una pregnanza che ogni parola ha un suo significato preciso.
E’ da sottolineare il ricordo dell’apparizione a Cefa (Pietro), assunto come il garante ultimo della convinzione dell’intera comunità cristiana, sulla quale egli esercitava una funzione primaziale. Pietro è la roccia su cui Cristo ha voluto edificare la Chiesa
Quando parla di sé, Paolo, si classifica all’ultimo posto e si paragona ad un feto abortito. E’ questo un termine ingiurioso, forse usato dai suoi avversari, che connota la sua indegnità. Paolo l’accetta volentieri perché egli davvero si sente indegno in quanto è un ex-bestemmiatore, un ex-persecutore della Chiesa di Dio. Il fatto di essere ora apostolo è pura grazia. Nessun merito da parte sua. Però sottolinea che la grazia di Dio non è stata inefficace nella sua persona, anzi, ha totalmente cambiato la sua vita.
In fondo il mistero della Risurrezione si fonda su: la tomba vuota, le apparizioni, le testimonianze delle Scritture, la testimonianza degli apostoli.
Dinanzi alla tomba vuota si potrebbe replicare che il cadavere è stato trafugato dai suoi discepoli per far credere che era risorto.
La certezza della Risurrezione si basa inizialmente sulla verità delle apparizioni, non sul sepolcro vuoto.
Il sepolcro vuoto non è una “prova” della Risurrezione, ma come un rimando ad essa, come un segno, un testimone eloquente. La notizia di esso, presa da sola, suscita secondo i Vangeli nient’altro che perplessità, timore, dubbio e ogni sorta di congetture sfavorevoli.
Il fondamento solido della Risurrezione è l’altro: Gesù è apparso, si è manifestato alle donne e ai discepoli, mostrandosi “ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del Regno di Dio” ( At. 1,3.
Un tratto caratteristico di questi racconti è quello della sobrietà e della misura. Facciamo il confronto con tutto quello che ci raccontano gli apocrifi, noi vediamo la sobrietà degli evangelisti. Niente di eclatante, nessun ricorso allo straordinario, al sensazionale e al miracolistico, nulla che faccia pensare a richiami di tipo leggendario.
Rimane, come sempre, il fatto delle varietà narrative dipendenti dalle diverse personalità degli evangelisti e dai diversi intenti dei singoli autori.
Sulla natura delle apparizioni come sono narrate nei testi biblici, si possono raccogliere alcune riflessioni.
- Anzitutto esse vanno pensate come incontri reali di Gesù Cristo con la sua umanità gloriosa, cioè con l’anima e il corpo di prima della morte, però viventi ormai in una situazione nuova e gloriosa. Guai a pensare alla Risurrezione come a un ritorno alla vita di prima. Questo è accaduto a Lazzaro che poi è morto lo stesso. Gesù è lo stesso di prima, si fa riconoscere attraverso gesti o parole, ma vive in condizioni diverse rispetto al passato: appare a chi vuole e quando vuole, appare e scompare improvvisamente, si fa presente a porte chiuse … Queste sono le condizioni del corpo glorificato.
- Si tratta di apparizioni singolari e irripetibili, legate alla manifestazione del Cristo risorto. Sono sostanzialmente diverse dalle visioni dei mistici, che hanno natura e scopi diversi,
Si tratta di apparizioni del genere visivo, ma di carattere sensibile e reale. Il verbo greco che le designa significa “si è fatto vedere”,” è apparso”, “ si è mostrato da se stesso”. L’intento è quello di mettere in rilievo la realtà corporea del Cristo risorto: “Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate: un fantasma non ha carne e ossa come vedete che ho io” (Lc 24,39).
- Si tratta di apparizioni che non hanno carattere eclatante, ma riservate ad alcuni. Come dice San Pietro nel discorso in casa di Cornelio: “Essi lo uccisero appendendolo alla croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che apparisse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi, che abbiamo mangiato e bevuto con Lui dopo la sua risurrezione dai morti”. (At. 10, 39-41) Tale scelta dipende dallo stile discreto di Dio, di Gesù in particolare, che non ama stupire o sbalordire coi suoi interventi. Per coloro che “crederanno senza aver visto”, l’accettazione del fatto della risurrezione sarà conseguenza di un duplice atto di fede: fede degli apostoli e fede negli apostoli.
- Si tratta di apparizioni impreviste e inaspettate, che avvengono sempre per iniziativa del Risorto, alla ricerca di un incontro, di un dialogo, di un rapporto personale di fede e di familiarità. Lo schema è sempre lo stesso: Gesù appare e non è subito riconosciuto; c’è bisogno di qualche gesto o di qualche parola: così con la Maddalena, coi discepoli di Emmaus, coi discepoli sul Lago Tiberiade. Ciò intende mettere in luce una verità fondamentale: Gesù è certamente lo stesso (“Sono proprio io” Lc.24,39), ma ormai Egli è di un ordine diverso e trascendente, è un corpo glorioso. La risurrezione di Gesù non è, lo ripetiamo, il ritorno alla vita normale – come per Lazzaro risuscitato – ma è l’ingresso in un’altra dimensione.
- Si tratta sempre di apparizioni diurne: Gesù non si fa vedere di notte, o nel sonno, o nel sogno. Tutti i sensi sono impegnati in questa esperienza personale e collettiva. Cose, queste, molto importanti ai fini di una retta valutazione del valore storico di queste apparizioni.
- Il clima in cui avvengono queste apparizioni non è quello della disponibilità o della fede preconcetta, ma piuttosto quello dell’incredulità e diffidenza. Un’obiezione che i razionalisti hanno fatto contro la Risurrezione era quella di affermare che i discepoli desiderano tanto la Risurrezione per cui sono stati loro che l’hanno montata. Ma quando mai?
Negli apostoli c’era un clima di diffidenza, di incredulità.
Dice il Catechismo della Chiesa Cattolica: “Lungi dal presentarci una comunità presa da una esaltazione mistica, i Vangeli ci presentano i discepoli smarriti e spaventati perché non hanno creduto alle pie donne che tornavano dal sepolcro e quelle parvero loro come un vaneggiamento”. (Lc.24,11) Altro che predisposti, gli apostoli, i quali non credono neanche alle donne che lo avevano visto, e le giudicavano gente che vaneggia.
Quando Gesù si manifesta agli undici la sera di Pasqua, li rimprovera” per la loro incredulità e durezza di cuore”, perché “non avevano creduto” a quelli che lo avevano visto risuscitato” (Mc. 16,14).
Emblematico il caso di Tommaso. La storicità delle annotazioni evangeliche è garantita dal fatto che, trattandosi di particolari disdicevoli per gli apostoli (future guide e maestri della fede) sono stati ugualmente registrati.
Se i Vangeli fossero stati scritti da persone che volevano imbrogliare, questi particolari sarebbero stati omessi. Essi erano, invece, la nuda e cruda realtà.
- Le apparizioni – eccettuato il caso dei discepoli di Emmaus – sono sempre connesse con una vocazione ed una missione. Si tratta cioè, di interventi finalizzati ad uno scopo: da quella a Maria Maddalena a quella sul Monte della Galilea che prelude alla missione universale degli apostoli e della Chiesa: “Andate, dunque, in tutto il mondo e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole … insegnando loro ad osservare ciò che io vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt. 28,19-20). La chiamata sfocia nella missione. Così sarà anche per Paolo. Anche per lui l’apparizione coincide con una vocazione e una missione.
E’ mandato a predicare il Vangelo e lo sente come un dovere: “Guai a me se non predicassi il Vangelo” 1Cor 9,16).
Tra il Venerdì Santo e la Pasqua esiste una cesura, uno iato: come si può spiegare la totale e straordinaria conversione di Paolo da persecutore ad apostolo, o quella di Pietro da pauroso rinnegatore a intrepido testimone; o degli altri apostoli che, dalla fuga e dal nascondimento, passarono alla piena professione di fede nel Messia risorto, fino all’effusione del sangue…?
C’è qualcos’altro che ha mutato la vita dei discepoli e, di conseguenza, il volto della storia.
E’ la Risurrezione del Cristo, del Crocifisso. Il Padre lo ha risuscitato. Si è messo dalla parte del Figlio. Ha avallato la sua opera, ha ratificato il suo insegnamento. Se Cristo è stato risuscitato dal Padre, vuol dire che il Padre ha avallato l’insegnamento di Cristo e allora sono vere le beatitudini, il discorso della Montagna, tutto quello che Cristo ci ha insegnato e comandato. Il Padre ha avallato il suo sacrificio redentore. Gli ha dato pubblicamente ragione. Gli ha detto di nuovo, come al Giordano: “Tu sei il mio Figlio, l’amato, oggi ti ho generato”.
Potremmo definire la Pasqua così: l’obbedienza del Figlio fino a morire e la compiacenza del Padre fino a risuscitarlo.
La Risurrezione è la risposta, con un atto d’amore e di potenza divina, del Padre alla vita ed alla morte d’amore, nella fragilità umana del Figlio (Col. 3, 1-4).
La Risurrezione è la più grande delle opere meravigliose di Dio. Gli uomini non lo potranno mai più dimenticare. E’ la Parola autorevole di Dio, il suo pronunciamento più forte ed inequivocabile: “Tu sei mio Figlio: oggi ti ho generato”.
Credere nella Risurrezione – dopo quello che abbiamo detto – può essere legittimamente considerato un atto ragionevole, sensato e intellettualmente onesto. La conclusione non va più oltre. Più oltre c’è il dono della fede e della grazia di Dio. E come sempre, la sua accettazione è preludio e garanzia di un totale cambiamento di vita. Se Cristo è risorto, allora tutto deve cambiare nella nostra vita.
La morte, che tutto divora, che vince anche la vita, trova nell’amore un nemico capace di resisterle, fino a sconfiggerla.
Ci domandiamo: perché Gesù è risorto da morte? Gesù è stato risuscitato da Dio in risposta alla vita che aveva vissuto, al suo modo di vivere nell’amore fino all’estremo: potremmo dire che è stato il suo amore più forte della morte a causare la decisione del Padre di richiamarlo dalla morte alla vita piena.
Eccoci così tornati a noi, a noi discepoli di Gesù, ma anche a noi uomini tutti: l’unico prezzo che il cristianesimo ci richiede per essere vissuto e compreso in profondità è quello dell’amore.
Siamo così chiamati a immergerci nell’amore di Dio, quell’amore di cui canone, regola, forma è l’amore di Cristo, che ha speso giorno dopo giorno la vita per i fratelli (Gv. 15,13): allora la nostra vita potrà avere un senso, una direzione, un sapore, quando è vissuta informata, vivificata dall’amore. Ecco perché quando siamo incapaci di sperare nella risurrezione, è perché in verità non crediamo che l’amore possa avere l’ultima parola: credere e sperare la risurrezione è una questione d’amore, perché solo l’amore ha provocato la Risurrezione di Gesù.
Forte come la morte è solo l’amore, più forte della morte è stato l’amore vissuto da Gesù Cristo: è questo che noi cristiani dovremmo annunciare, con umiltà e discrezione, a tutti gli uomini ma anche con gioia. Non dimentichiamo quello che ha scritto Nietzsche: “Voi cristiani dovreste mostrarmi un’altra faccia, perché io possa credere che voi siete i discepoli del Risorto.”
Conclusione:
Certo, vinceremo definitivamente la morte nel Regno (Ap. 21,4) (“nella Gerusalemme celeste non ci sarà più né lutto, né pianto, né morte …”) grazie alle energie di vita donateci dal Risorto; ma è possibile predisporre tutto per tale evento, vivendo quell’amore che già oggi ci fa partecipare alla vittoria dell’amore sulla morte: questo dovrebbe essere il nostro esercizio quotidiano.
La specificità del cristianesimo consiste nell’annuncio che l’amore vince la morte.
Dice Paolo (Rm 14) “Sia che viviamo, viviamo per il Signore, sia che moriamo, moriamo per il Signore, sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore”. Questa è la novità grande. Gesù è ormai il Vivente per sempre. E’ il vincitore del male, del peccato e della morte. E’ il Signore della storia. Con Lui è cominciato l’uomo nuovo, il mondo nuovo, la storia radicalmente rinnovata.
Sforziamoci di non meritare anche noi il rimprovero dell’Angelo: “Perché cercate tra i morti Colui che è vivo?”.
“La morte – dice San Paolo – non ha più potere su di Lui “, ed Egli “è sempre vivo per intercedere a nostro favore”. (Ebrei 7, 25)
Se Lui è vivo, se noi siamo vivi con Lui, se Lui è stato risuscitato, e noi siamo risorti con Lui, allora Paolo tira delle conclusioni nella Lettera ai Colossesi ( 3) : “Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio, pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio, Quando si manifesterà Cristo, allora anche voi sarete manifestati con Lui nella gloria”.
Queste parole di Paolo sono un invito ad astrarci dalla storia, a disimpegnarci dal quotidiano, a dimenticare la terra? La tentazione c’è. Il rischio che noi cristiani corriamo è che in nome della terra dimentichiamo il cielo, o in nome del cielo dimentichiamo la terra. Invece non ci è consentito né l’uno né l’altro. Allora cosa vuol dire quando ci dice “Cercate le cose di lassù… pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra” (Col 3,1-2)?Vuol dire che non dobbiamo lasciarci incatenare dalle cose della terra. Quali sono le cose della terra? Non è l’impegno nella storia: quello è un obbligo per il cristiano.
Paolo lo dice subito dopo: “Mortificate quella parte di voi che appartiene alla terra: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi, l’avarizia insaziabile che è idolatria, cose tutte che attirano l’ira di Dio su coloro che disobbediscono” (Col 3,5-6).
Ecco cosa significa allora “pensare al cielo e non alla terra”. Non significa, ripeto, fuga dalla storia, evasione dal mondo; uno che crede non è uno che evade dal mondo, è invece uno che immette nel mondo una luce nuova, una forza nuova, una vita nuova.
Per concludere possiamo affermare che dalla Risurrezione comincia una vita nuova, che dal Risorto ha ricevuto luce, forza, orientamento, sostegno, accompagnamento. Non siamo soli. Nella lettera agli Ebrei c’è una visione che incanta: l’umanità è come una immensa carovana che avanza verso la Gerusalemme del cielo, guidata da Cristo che è il Capo che ci guida alla salvezza. Si tratta di lasciarci afferrare da Lui, di tenerci in Lui: “Rimanete in me, rimanete nel mio amore” e allora cambieremo anche la storia. Non fuggiremo dalla storia, ma la cambieremo.
†Giuseppe Costanzo
Basilica del Santo Sepolcro in Gerusalemme
Cappella del Santissimo Sacramento
- gennaio
Carissimi fratelli e sorelle, siamo al Sepolcro, che ci ricorda la morte e la sepoltura di Gesù: è morto per noi uomini e per la nostra salvezza. E’ morto per i nostri peccati, per le nostre infedeltà, per i nostri tradimenti, per il nostro voltafaccia. In questo momento il sentimento più giusto è quello della contrizione:
“Pietà di me o Dio, nel tuo amore;
nella tua grande misericordia
cancella la mia iniquità.
Lavami tutto dalla mia colpa,
dal mio peccato rendimi puro” (Sal 50 (51)vv 3-4).
In questo momento noi come comunità credente diciamo: “Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo”. Ma la morte non è l’ultima parola, l’ultima parola è la vita. Cristo obbediente al Padre, è dal Padre richiamato a vita nuova, alla vita gloriosa, per cui siede, vincitore del male, del peccato e della morte, alla destra del Padre.
Egli ha spaccato la tomba, ha risuscitato il Figlio e lo ha posto come pietra d’angolo su questo edificio spirituale che è la Chiesa. Cristo è la pietra angolare, quella che i costruttori avevano scartato e che il Padre invece ha fatto diventare pietra scelta e preziosa, fondamento ineliminabile di tutto l’edificio.
La morte non è stata vinta solo dal Cristo e per il Cristo. Egli è il primogenito dei Risorti, è il capofila di coloro che sono stati richiamati a vita nuova, riconciliati col Padre, messi in comunione con la Trinità Santissima e tra di loro.
Anche le nostre tombe Egli è venuto ad aprire, ne ha ribaltato la pietra sepolcrale e ci ha tirati fuori. Ricordiamo il capitolo del profeta Ezechiele (Ez 37).
Dice Dio ad un popolo scoraggiato, depresso, senza speranza: “Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio” (Ez 37,12).
Non era una chiamata dal sepolcro che custodiva cadaveri, ma era una chiamata da quel sepolcro che è costituito dalla tomba della disperazione, dalla mancanza di speranza, dallo scoraggiamento di quel popolo.
Anche noi richiama a vita nuova, cioè:
ci libera dal sepolcro delle nostre paure, dei nostri idoli, delle nostre false sicurezze;
ci libera dal sepolcro di tutti i nostri scoraggiamenti, spezza le catene del peccato che, è il flagello più grande dell’uomo e dell’umanità.
Spezza le catene che ci tengono schiavi del male, del maligno, del nostro egoismo, del nostro orgoglio, delle nostre pretese, ci chiama a vita nuova.
Lasciamoci afferrare, lasciamoci amare, lasciamoci liberare. “Lasciati amare da chi ti conosce, lasciati fare da chi ti ama”. E Lui ci ama, ci conosce, ci vuole uomini liberi, liberi con Lui che ci ha liberati.
Paolo nella Lettera ai Galati dirà: “Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Che questa libertà non divenga però un pretesto per la carne: mediante l’amore siate invece a servizio gli uni degli altri” (Gal 5, 13).
Notate questi tre concetti fondamentali che Paolo esprime in questa lettera ai Galati: libertà, amore, servizio. Questa è la vita nuova a cui ci chiama:
liberi dal peccato, dalla morte, dal male;
anche se la morte ci afferrerà e ci dominerà per qualche tempo, noi siamo chiamati alla vita che non tramonta, perché Lui è il capofila di questo popolo di liberati, di rigenerati a vita nuova.
Liberi, ma animati dall’amore e questo amore non ci consente di vivere per noi stessi, ma per Lui che ci ha amati e ci ha liberati;
liberi per amare i nostri fratelli e l’amore quando è autentico diventa servizio. “Se io, il Signore e il Maestro vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri” cioè dovete mettervi al servizio gli uni degli altri.
Ecco fratelli e sorelle, la tomba di Cristo che è stata spaccata, spacca anche le nostre tombe, ci chiama fuori da tutte le nostre prigionie, da tutte le nostre schiavitù, da tutte le nostre paure e ci fa diventare fratelli, amici, solidali, a servizio gli uni degli altri, nella santa Chiesa e per il mondo intero.
Mi sia permesso di rivolgere un ringraziamento a questi due ottimi sacerdoti che mi stanno accanto: Padre Giuseppe e Padre Alerio. Li vogliamo ringraziare per la loro presenza, per la loro parola, per la loro testimonianza, per il loro servizio e per l’aiuto attento e affettuoso che mi hanno offerto.
†Giuseppe Costanzo
Emmaus
Vangelo di Lc 24, 13-35
“Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di conoscerlo. Ed Egli disse loro: “Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi durante il cammino”. Si fermarono col volto triste; uno di loro, di nome Cleopa, gli disse: “Tu solo sei come forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?”. Domandò: “Che cosa?”. Gli risposero: “Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l’hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse Lui a liberare Israele; con tutto ciò sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di avere veduto anche una visione di angeli, i quali affermano che Egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevano detto le donne, ma Lui non l’hanno visto.
Ed Egli disse loro: “Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?”. E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a Lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, Egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: “Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino”. Egli entrò per rimanere con loro.
Quando fu a tavola con loro prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma Egli sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l’un l’altro: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture”. E partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: “ Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone”. Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come lo avevano riconosciuto nello spezzare il pane”.
Vorrei farvi notare una cosa che sul piano esistenziale è di grande importanza. Prima dell’incontro con Gesù questi due di Emmaus:
– erano tristi,
– erano senza speranza, (notate, il verbo è all’imperfetto (“noi speravamo”).
Come passano dalla tristezza alla gioia? Dalla disperazione alla speranza? Come diventano testimoni del Risorto? Attraverso la spiegazione delle Scritture, cioè l’incontro con la Parola di Dio: Gesù spiega loro le Scritture, l’Antico Testamento, i Profeti e così fa conoscere chi è il Messia.
La Parola di Dio è fondamentale perché fa due cose:
- illumina la mente;
- dà calore al cuore: “Non ci ardeva il cuore mentre Lui ci spiegava le Scritture?” Tante volte siamo tristi, scoraggiati, delusi, nervosi, inquieti, non troviamo senso alla nostra vita.
Basta la luce che arriva da una parola della Scrittura e il cuore si allarga, si dilata, arde dentro di noi.
Il primo modo dunque per passare dalla disperazione alla speranza è l’incontro con la Parola di Dio.
Il secondo modo è l’incontro con l’Eucaristia.
Abbiamo sentito che mentre spiega le Scritture illumina la mente e riscalda il cuore, ma lo riconoscono presente nel momento in cui Lui celebra con loro l’Eucaristia.
Ecco ve le consegno queste due cose:
la Parola di Dio e l’Eucaristia sono sorgenti di gioia e di speranza.
Naturalmente non l’Eucaristia partecipata la domenica un po’ in fretta, quasi per toglierci il pensiero, come chi va a pagare le tasse. NO, non è questo quello che serve: occorre che noi cristiani ritroviamo il gusto dell’adorazione silenziosa.
Quante volte, scoraggiati, irrequieti, arrabbiati, andiamo a prostrarci davanti all’Eucaristia, ci piazziamo davanti al tabernacolo e non ci muoviamo fino a quando qualcosa non è cambiata! Stando davanti all’Eucaristia, avviene come un processo lento di sedimentazione, di pacificazione, di distensione, di riconciliazione, con noi stessi, con la vita, con i fratelli, con Dio, con la nostra vocazione.
Gesù è la nostra pace! Ve lo auguro di cuore!
†Giuseppe Costanzo
Infine voglio spendere una parola di ringraziamento, di compiacimento.
Vorrei ringraziare tutti e ciascuno di voi per la pazienza, l’attenzione con cui avete seguito le meditazioni che vi ho offerto in questi giorni.
Voglio anche ringraziarvi per l’affetto e l’attenzione che avete mostrato occupandovi della mia disabilità. Ho avuto accanto tanta gente che era contenta di darmi una mano: qualcuno mi ha commosso, e non faccio nomi per non far soffrire nessuno.
E’ stata un’esperienza fortissima per me, molto bella. Che il Signore vi benedica e quello che non ho saputo darvi io, ve lo darà sicuramente la consolazione dello Spirito Santo.
Un grazie particolare devo dire a Ina Siviglia per il gruppo significativo di Palermo, di gente che pensa e cerca.
Un altro grazie a Rosa Cento per il gruppo di Reggio Calabria che è speciale e a me caro per diversi motivi.
Un grazie ad Alda Dierna, che, con grande generosità si è fatta carico di tutta l’organizzazione e al gruppo di Siracusa, Lentini, Augusta, che mi è caro perché sono stato per 19 anni il loro Pastore.
Grazie anche a chi viene da Catania: sono stati con noi amabilmente.
Il Signore vi dia la gioia di essere stati nella sua terra e vi dia uno scossone, se necessario, giacché non basta essere stati visitatori, bisogna diventare discepoli.
†Giuseppe Costanzo

