Basilica Santuario Madonna delle Lacrime
5 febbraio 2011
«Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere» (At 2,42)
Premessa
Concepita “fin da prima della creazione del mondo” (Ef 1, 4), lungamente prefigurata e preparata nell’A.T., rivelata e fondata da Gesù Cristo, la Chiesa nasce nella Pasqua di Cristo e vive grazie allo Spirito effuso su di lei nella Pentecoste (At 2, 33). Questo giorno è per la Chiesa come una data di nascita ufficiale.
Dopo la Pentecoste, la Chiesa cresce rapidamente. Vi si entra accogliendo la parola degli Apostoli (At 2, 41), che genera la fede in Gesù Risorto, Signore e Cristo, Capo e Salvatore; poi ricevendo il battesimo di acqua (2, 41), seguito dall’imposizione delle mani che conferisce lo Spirito e i suoi carismi (8, 16 sg). Vi si rimane membra vive mediante una quadruplice fedeltà:
- all’insegnamento degli apostoli (didachè), che approfondisce la prima fede generata dal Kerygma (cioè dalla proclamazione del messaggio di salvezza);
- alla comunione fraterna (koinõnìa)
- alla frazione del pane (klãsis)
- e alle preghiere in comune (proseuché)
È quello che leggiamo nel primo dei sommari: At 2, 42-47.
Per comodità li riportiamo alla lettera.
- At 2, 42-47: “Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti, e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno erano perseveranti insieme nel Tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.”.
- At 4, 32-35: “La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune. 33Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore. 34Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto 35e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno”.
- At 5, 12-16: “Molti segni e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli apostoli. Tutti erano soliti stare insieme nel portico di Salomone; 13nessuno degli altri osava associarsi a loro, ma il popolo li esaltava. 14Sempre più, però, venivano aggiunti credenti al Signore, una moltitudine di uomini e di donne, 15tanto che portavano gli ammalati persino nelle piazze, ponendoli su lettucci e barelle, perché, quando Pietro passava, almeno la sua ombra coprisse qualcuno di loro. 16Anche la folla delle città vicine a Gerusalemme accorreva, portando malati e persone tormentate da spiriti impuri, e tutti venivano guariti”.
Sono dei sommari, cioè dei riassunti, delle sintesi con le quali Luca generalizza fatti concreti e rappresenta situazioni globali e permanenti. È un espediente letterario di cui si serve, dal momento che non può, coi pochi fatti che conosce, ricostruire la vita quotidiana della comunità gerosolimitana dei primi anni.
I tre sommari sulla vita della comunità hanno come testo di base la frase di 2, 42-43: “Erano perseveranti
nell’insegnamento degli apostoli,
e nella comunione,
nello spezzare il pane e nelle preghiere.
Un senso di timore era in tutti,
e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli”.
Tutto lo sviluppo dei sommari è un ampliamento di questo testo-base. Perciò esamineremo i tre sommari insieme. Ciò che in essi è narrato sono le attività costitutive della comunità dopo Pentecoste o, come le chiama Ravasi, le quattro colonne della Gerusalemme dello Spirito nata dalla Pentecoste. Non sono fatti isolati, ma azioni fondanti e permanenti. Vediamole ad una ad una.
- “Erano perseveranti nell’insegnamento degli Apostoli” (2, 42). L’insegnamento (didaché) degli apostoli è l’intera catechesi da essi impartita, che consisteva nell’annuncio all’esterno e nell’approfondimento dell’istruzione religiosa all’interno della comunità. Fuori, cioè ai pagani (a quelli che ancora non credono) il Kèrygma apostolico, il primo annuncio della salvezza, dentro, cioè ai credenti, la catechesi, come conoscenza più approfondita del Vangelo. Anche il significato cristologico della rivelazione veterotestamentaria si andava ulteriormente sviluppando e arricchendo in questo insegnamento degli apostoli, che diventava preparazione alla stesura dei Vangeli scritti.
I cristiani di Gerusalemme erano, dunque, uniti e perseveranti nella didaché, cioè nella catechesi. Una parola che apre un ampio capitolo alla riflessione dei più pensosi. Notiamo anzitutto questa dimensione didattica, questa attività dell’insegnare e dell’imparare e confrontiamolo con la scarsa partecipazione dei nostri contemporanei alla catechesi. Si capisce perché la fede è così languida e la vita così incoerente. Un esempio di questo “insegnamento degli apostoli” sono i due discorsi di Pietro, che troviamo nei cc 2 e 3 (che affido alla lettura personale). I due discorsi di Pietro, a cui vi rimando, sottolineano tre punti fondamentali:
- La Pasqua, cioè l’evento della morte e risurrezione di Gesù (su questo si fonda l’autenticità della nostra fede);
- La Bibbia, di cui è intessuto tutto il discorso del c. 2; Bibbia, che appare, dunque, come un elemento fondamentale del conoscere Cristo, come la radice della nostra formazione spirituale;
- La riflessione etica. Quando Pietro finisce di parlare, gli ascoltatori gli chiedono: “Che cosa dobbiamo fare?” La predicazione deve suscitare questa domanda, deve diventare lampada che illumina i nostri passi, che orienta la condotta morale.
- “Erano perseveranti nella comunione”
La comunione (Koinónia) è un modo di vivere in comunità, che Luca svilupperà nei tre sommari. Schematicamente possiamo dire che ha due dimensioni: una soggettiva e una oggettiva.
La dimensione soggettiva è espressa nella formula: “Aveva un cuore solo e un’anima sola” (4, 32), cioè costituiva un solo corpo, con un solo cuore e una sola anima.
La dimensione oggettiva è più complessa e la si può riassumere schematicamente in tre realtà fondamentali:
- La prima “Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno” (2, 44-45). “Nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune” (4, 32); “Quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli” (4, 34-35).
Nella comunità c’erano credenti che avevano possedimenti, beni, campi e case, ma tenevano tutto in comune, perché nessuno considerava come proprio ciò che avevano o perché vendevano tutto. C’era dunque una comunità di beni: proprietà che non si vendevano, ma che erano di tutti o il denaro delle proprietà che si vendevano e che era consegnato agli apostoli.
- la seconda: “si distribuiva a ciascuno secondo il suo bisogno” (2, 45 e 4, 35). La conseguenza dei due fatti precedenti era ovvia: “Nessuno tra loro era bisognoso” (4, 34). È la realtà fondamentale.
Dalla comunione dei cuori alla condivisione dei beni!
- È impossibile ricostruire l’organizzazione economica e amministrativa di questa vita in comune, soprattutto se si considera il numero delle comunità: prima tremila (2, 41), poi cinquemila (4, 4), infine “la moltitudine degli uomini e delle donne” (5, 14). La cosa più importante, però, non è conoscere l’organizzazione concreta della “comunione”, ma lo spirito di tale organizzazione, che è chiaro nel testo, dove si dice che “ognuno dava secondo le proprie possibilità”, che “veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno”, e che “nessuno tra loro era bisognoso”.
- La cosa più importante è questa: l’assenza di bisognosi o poveri. Si condivideva tutto, affinché nessuno fosse nell’indigenza. Questo spirito della prima comunità è normativo per tutti i tempi, però è da attuare senza costrizione alcuna; tutto, invece, veniva fatto con piena libertà e per una decisione personale, come sarà detto con tutta chiarezza nella storia di Anania e Saffira (cfr 5, 4: “Prima di venderlo non era forse tua proprietà e l’importo della vendita non era forse a tua disposizione? Perché hai pensato in cuor tuo a quest’azione?”, cioè a “trattenere una parte del ricavato della vendita).
L’insegnamento è chiaro: “la comunità cristiana dovrà sempre mantenersi fedele al grande principio dell’identità, dell’uguaglianza, della fraternità. È ciò che Luca sottolinea con forza, sviluppando con insistenza il tema del distacco, della lotta alla proprietà, al “mio”, al possesso che divide e innalza barriere tra gli uomini. In tutta l’opera di Luca risuona il canto dell’amore e l’invito continuo a riflettere sul rischio di abbandonare Dio cedendo alle lusinghe di mammona, lasciandosi attrarre dall’idolatria del denaro” (Ravasi, “Gli Atti degli Apostoli”, EDB, p. 53sg).
Anche se i modelli dovranno mutare col tempo ed adattarsi ai contesti sociali diversi, bisogna che i cristiani non perdano questa carica utopica e non si riducano a gretti amministratori.
C’è un seme, una scintilla vitale, nell’opera di Luca: è l’esigenza della fraternità, che il vero cristiano non può disattendere. Alla base di essa stanno la paternità di Dio e la morte di Cristo per tutti: due motivazioni che dovrebbero rendere ancora più incandescente la nostra fraternità, cosa che invece purtroppo non avviene. Viviamo murati nel nostro egoismo!
“A quelle due ragioni fondamentali Luca aggiunge anche la comunione eucaristica. Ricordiamo ciò che scrive Paolo ai cristiani di Corinto: se nella comunità ci sono divisioni eccessive, se ci sono grandi ricchi e poveri all’ultimo livello, voi non dovete celebrare l’Eucarestia, perché non siete ancora una comunità degna di cibarsi del Corpo di Cristo (1 Cor 11, 17-34). Abbiamo qui un atto di accusa severo nei confronti delle Chiese di tutti i tempi, che devono trovare in queste parole una spinta a convertirsi a un’autentica fraternità!” (op. cit. pag. 55).
Rinaldo Fabris, nel suo commento agli Atti, pone queste domande: “Quali potrebbero essere oggi le forme pratiche per realizzare la comunione dei beni tra cristiani: la cassa comune, la cooperativa, la partecipazione aziendale, la tassazione libera a favore dei poveri, il volontariato? Quali potrebbero essere le forme attuali di solidarietà tra le chiese? Un fondo comune per le necessità urgenti? Quale valore hanno le offerte per le missioni? Quale dimensione potrebbe assumere la comunanza dei beni in una società dove i cristiani fossero maggioranza? Potrebbe diventare una politica economica? Come conciliare questo con i vari modelli di sviluppo?”
- “Erano perseveranti nello spezzare il pane”.
Qui la frazione del pane è certamente l’Eucarestia. Difatti l’agiografo nomina “la frazione del pane nelle case”, distinguendola nettamente dalla quotidiana partecipazione alle cerimonie giudaiche nel tempio e aggiungendo a parte l’informazione che essi “prendevano il cibo in comune”.
Nelle prime comunità l’Eucarestia si celebrava in casa, nel contesto di un pasto (Lc 22, 14-20; 24, 28-31; 1 Cor 10, 16-17; 1 Cor 11, 17-32). Era un pasto con Gesù Risorto, dove si partecipava alla comunione con il corpo e sangue di Cristo e si celebrava la venuta del Regno. Il commento migliore a questo terzo elemento è la scena di Emmaus (Lc 24, 13-35), che è sempre così ricca di fascino. Lì i discepoli si sentivano “ardere il cuore nel petto” mentre Gesù “spiegava loro le Scritture”, ma l’hanno riconosciuto come il Signore risorto quando Egli ha “spezzato il pane”. Non dimentichiamo che, nel linguaggio biblico, “riconoscere” è il verbo della fede. E nella fede noi professiamo che l’Eucarestia è memoria, è presenza ed è profezia.
La didaché, la Koinõnia e l’Eucarestia sono le tre attività fondanti della comunità dopo la Pentecoste. In esse perseverano tutti i discepoli di Gesù. Sono tre attività che hanno come contesto fondamentale la casa, dove si vive la piccola comunità e dove nasce la chiesa domestica.
- “Erano perseveranti nelle preghiere”.
“Preghiere” qui non sono soltanto le orazioni recitate alle mense rituali, come ci riferisce la “Didaché” (= “Dottrina dei dodici apostoli”). Sono anche le preghiere che i cristiani recitavano nella sinagoga, finché non si staccarono dal giudaismo (cfr At 3, 1). Inoltre, possono essere state le preghiere dei Salmi, come in seguito si continuò sempre a fare, fino ai nostri tempi. La preghiera comunitaria che troviamo nei vv. 24-30 del cap. 4 costituisce uno splendido esempio di uso dei Salmi nella professione della fede. Ancora, come preghiera caratteristica della prima comunità possiamo considerare il Padre Nostro, insegnato ai discepoli direttamente da Gesù (cfr. Mt 6, 9-13 e Lc 11, 2-4) e continuamente usato dalla liturgia.
Possiamo qui richiamarci a molti inni e preghiere che acquistarono forma e contenuto dalle varie esperienze dei credenti. Ce ne furono conservate le tracce nei testi del N.T. Si pensi, per es., alle preghiere e agli inni con cui Paolo e Sila, nel carcere di Filippi, verso la mezzanotte, attrassero l’attenzione degli altri carcerati (16, 25). Di tali inni Paolo intende parlare quando scrive: “La Parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza. Con ogni sapienza istruitevi e ammonitevi a vicenda con salmi, inni e canti ispirati” (Col 3, 16; cfr anche Ef 5, 19). Emerge una Chiesa che, fin dai primi giorni, si presenta come “Ecclesia orans”, cioè come una “Chiesa in preghiera”.
- È utile segnalare le diverse forme di preghiera negli Atti:
- Il ringraziamento e la lode (1, 24) = “Tu, Signore, che conosci il cuore di tutti…”
- L’intercessione = “Mentre Pietro, dunque, era tenuto in carcere, dalla Chiesa saliva incessantemente a Dio una preghiera per lui” (12, 5).
- La domanda: “Mostra quale di questi due tu hai scelto” (1, 24). “E ora, Signore, volgi lo sguardo alle loro minacce e concedi ai tuoi servi di proclamare con tutta franchezza la tua parola” (4, 29).
- La cultualità in genere: “Mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse: Riservate per me Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati” (13, 2).
- Queste quattro realtà contenute nel v. 42 del c.2 potrebbero essere comprese come le quattro parti essenziali della celebrazione dell’Eucarestia nelle prime adunanze liturgiche: all’insegnamento degli apostoli (didaché) corrisponde quella che oggi chiamiamo la “liturgia della Parola”; alla “comunione fraterna” o Koinõnia corrisponderebbe la raccolta delle offerte in favore dei poveri; la “frazione del pane” indicherebbe il banchetto eucaristico, il quale, come avviene anche oggi, veniva incorniciato entro una serie di “orazioni”.
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- “Prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli” (2, 43). Questo tema è sviluppato dal secondo sommario: “Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore” (4, 33). Si vedano anche nel c. 5 i vv. 12 e 15-16. Gli apostoli continuano a Gerusalemme, dopo la risurrezione di Gesù, la prassi potente del Maestro, e Dio è con loro, com’era con Gesù. È una prassi liberatrice, in vista della costruzione del Regno di Dio. Qui l’importante non è il carattere miracoloso dell’agire degli apostoli, ma il potere di Cristo risorto e dello Spirito che si rivela nell’agire degli apostoli.
Anche questo aspetto è fondante nella prima comunità e normativo per la Chiesa di tutti i tempi. Se Cristo è risorto, la prassi delle comunità cristiane dev’essere una prassi potente e liberatrice, con segni e prodigi, nella costruzione del Regno di Dio qui sulla terra.
Si capisce, allora, che “tutto il popolo li esaltava” (5, 13).
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Ministeri e carismi.
Nella Chiesa degli Atti troviamo anche coloro che rivestono un certo ministero e i cosiddetti carismatici. Non si tratta dalla presenza o meno dello Spirito Santo: egli, infatti, è sull’intera Chiesa e sui suoi singoli membri (At 2, 1.4.17s). Ma all’interno di costoro si muovono dei personaggi che noi chiameremmo carismatici, in quanto non costituiti propriamente in un ministero e tuttavia con doni spirituali e particolari a servizio della comunità: per esempio il “profeta” Agabo (11, 27s), un gruppo di profeti in Antiochia di Siria (13, 1ss); “profeti” sono Giuda e Sila (15, 32); emergenti per il dono dello Spirito sono Stefano (6, 8; 7, 55), Filippo (8, 29) e le sue quattro figlie “profetesse” (21, 9), Barnaba (11, 24), Apollo (18, 25).
Ma c’è anche una ministerialità vera e propria, benché priva di contorni precisi. Ci sono gli apostoli “scelti da Gesù sotto l’azione dello Spirito Santo” (At 1, 2) a cui è affidato il compito di “insegnare” e di “testimoniare” il Cristo Risorto (1, 8). Gli apostoli sono i “diaconi della Parola”, i “servi dell’annuncio” (6, 4). Questa è la loro specifica ed irrinunciabile missione. Quando Paolo, nella lettera ai Romani (10, 14), afferma la necessità dell’annuncio perché l’uomo giunga alla fede, sembra che stia commentando questa affermazione degli Atti. Va notata, poi, la funzione primaziale di Pietro con gli undici o anche quella di tutti gli apostoli che certamente sono distinti dai “fratelli” (11, 1). Troviamo, nel c. 6, l’istituzione dei “sette” (v. 5s) ai quali vengono imposte le mani: parimenti nel caso della missione di cui si parla in Atti 13, 2ss.
Risaltano anche i “presbiteri” o “anziani” (11, 30). Ad essi è apertamente riconosciuto il sigillo particolare dello Spirito Santo per “essere ispettori” o per episkopéin (20, 28). Si afferma così che non solo il carismatico dipende dallo Spirito, ma anche chi è nel ministero: costoro dovranno “pascere la chiesa di Dio”, difenderla dagli errori e dalle perversioni rispetto alla trasmissione del deposito apostolico (20, 29ss).
Si può dunque affermare che a questo livello gli Atti testimoniano già la presenza della tradizione e ormai anche della successione, insomma di una gestione di tipo ministeriale. Non si può dire che si tratta di una Chiesa che conosce unicamente gli impulsi dello Spirito. È una chiesa che conosce anche l’organizzazione, e la anima mantenendosi aperta all’azione e alle sorprese dello Spirito.
Come si vede, c’è nella Chiesa la parte “istituzionale” e la parte “carismatica”. C’è, per così dire, lo Spirito che viene dall’alto, che si trasmette attraverso il Papa, i vescovi, i sacerdoti, che agisce nel Magistero della Chiesa, nella gerarchia e soprattutto nei sacramenti.
“In questo caso – scrive P. Cantalamessa – lo Spirito, la grazia, viene a noi attraverso canali istituiti da Cristo e affidati alla Chiesa istituzionale. A tali canali nessuno può apportare cambiamenti, neppure la stessa gerarchia della Chiesa.
Possiamo paragonare i sacramenti a delle “prese” di corrente, collocate in punti precisi della casa, attraverso le quali il sacrificio redentivo di Cristo sulla croce (“centrale della grazia”) fluisce ininterrottamente fino a noi.
C’è, però, una direzione in certo senso opposta, da cui soffia lo Spirito, ed è la direzione dal basso, cioè dalla base, o dalle cellule del corpo, che è la Chiesa. Questo è davvero quel vento, di cui Gesù diceva che “spira dove vuole” (cfr Gv 3, 8). Qui regna sovrana la libertà di Dio, non legata a scelte fatte una volta per sempre, all’inizio della Chiesa, ma sempre nuova e imprevedibile. Se i sacramenti sono le “prese” della grazia, i carismi sono le “sorprese” della grazia e dello Spirito Santo.
Che cosa sono i carismi? Sono doni straordinari che accompagnano l’evangelizzazione (cfr At 2, 22-36). Sono – dice S. Agostino – doni di luce “necessari come le stelle nella notte del tempo presente”. Sono manifestazioni particolari dello Spirito (cfr 1 Cor 12, 7) o doni del Cristo Risorto, ecclesiali e legati al movimento imprevedibile dello Spirito che li elargisce liberamente, senza vincoli di tempo, di luoghi o di persone, per la crescita della comunità.
Sono dati per l’utilità comune, per la compaginazione e l’edificazione della comunità. “Tra la sorgente (Dio) e la foce (comunità) c’è il corso del fiume (doni e carismi) che può assumere varie diramazioni (gli uomini e le attività carismatiche di cui lo Spirito li rende ministri), ma che è orientato verso un unico sbocco (edificazione, salvezza, santità). Il letto sul quale il fiume scorre è la carità” (Salvatore Martinez, “Sulle orme dello Spirito”).
Ecco per grandi linee la chiesa: creata da Dio, costruita da Cristo, animata, abitata e guidata dallo Spirito, affidata agli uomini (apostoli, presbiteri, diaconi). Essa è l’assemblea dei santi, ministero di un’istituzione umano – divina in cui l’uomo può trovare la luce, il perdono e la grazia, per la lode della gloria di Dio. Essa è la “Madre dei santi”, il “focolare dell’amore”, la casa di coloro che sono chiamati a diventare “un cuor solo e un’anima sola”. Modello perfetto della fede, della speranza e della carità della Chiesa è Maria, che la vide nascere sul Calvario (Gv 19, 25) e la tenne a battesimo nel Cenacolo (At 1, 14).
A lei, al suo cuore di madre, alle sue lacrime d’amore e di dolore, l’affidiamo fiduciosi, in questo tornante della storia così carico di problemi e di risorse.
† Giuseppe Costanzo
