Basilica Santuario Madonna delle Lacrime
12 marzo 2011
Premessa
È impossibile comprendere l’importanza della Parola di Dio e apprezzarne la funzione finché non ci si libera della valutazione negativa che l’uomo oggi ha della “parola”. Egli, infatti, contrappone alla “parola” i “fatti”: “non parole” – dice – “ma fatti”. È questo il criterio con cui si giudica il prossimo e in base al quale si ritiene autentico e credibile un impegno. Tale atteggiamento implica una svalutazione della Parola e può avere conseguenze assai negative sul piano etico: se la parola non conta nulla, non è importante mantenere la parola data, si può mentire, si può essere incoerenti, ecc…
Non è così, però, della parola biblica. Essa – per restare nel libro degli Atti – è “parola di Dio”, “parola del Signore”, “parola del Vangelo”, “parola di salvezza”, “parola della sua (di Dio) grazia”. Una volta è detto: “la tua parola” (4,29) e nove volte è usato il termine “parola” senza specificazione alcuna. In tutti questi casi il termine equivale a “Vangelo” o alla predicazione di esso fatta da qualcuno ed è parola che cambia la vita, giacché “interpella, orienta e plasma l’esistenza”.
Nel Libro degli Atti Pietro e Paolo sono i personaggi principali, non c’è dubbio, ma la protagonista primaria e assoluta è tuttavia la parola che essi annunciano. Il termine logos ricorre ben 58 volte nel corso del libro, e spesso in espressioni in cui questa “parola” è direttamente il soggetto dell’azione. Facciamo soltanto alcuni esempi:
- “Intanto la parola di Dio si diffondeva e si moltiplicava grandemente il numero dei discepoli a Gerusalemme” (6,7).
- “Intanto la parola di Dio cresceva e si diffondeva” (12,24).
- “Così la parola del Signore cresceva con vigore e si rafforzava” (19,20).
In questi testi è insistentemente sottolineata la forza della Parola, la sua efficacia, sorprendente, la sua indistruttibile vitalità. Gli uomini che ascoltano la parola di Dio, “si sentono trafiggere il cuore” (At 2, 37) e chinano il capo in atto di fede. La Parola spiega le ali alla conquista dei cuori. Il Vangelo è costantemente in cammino. È questo che Luca vuole additare a tutti. È questo l’intento della sua opera: la potenza vitale del Signore risorto e la potenza prodigiosa dello Spirito Santo danno agli apostoli il coraggio e la franchezza per annunciare agli uomini la parola che salva, a partire da Gerusalemme fino agli estremi confini della terra (At 1, 8). È la Parola che realizza la diffusione del cristianesimo. Essa dilaga al di là di tutti i confini e a poco a poco invade il mondo, si diffonde, si dissemina.
Vogliamo, però, indugiare su un testo molto importante: At 19, 20. Cominciamo con uno sguardo al contesto. Nei vv. 11-22 Luca ci riferisce i prodigi sorprendenti operati da Dio per mezzo di Paolo, “al punto che mettevano sopra i malati fazzoletti o grembiuli che erano stati a contatto con lui e le malattie cessavano e gli spiriti cattivi fuggivano” (v. 12). Allora alcuni esorcisti giudei, gente interessata che amava millantare rapporti con personaggi importanti, “provarono anch’essi a invocare il nome del Signore Gesù sopra quanti avevano spiriti cattivi, dicendo: “Vi scongiuro per quel Gesù che Paolo predica!” (v. 13). “Ma lo spirito cattivo rispose loro: “Conosco Gesù e so chi è Paolo, ma voi chi siete?”(v. 15). “Si scagliò su di loro, ebbe il sopravvento su tutti e li trattò con tale violenza che essi fuggirono da quella casa nudi e coperti di ferite” (v. 16). “Il fatto fu risaputo da tutti i Giudei e i Greci che abitavano a Efeso e tutti furono presi da timore, e il nome del Signore Gesù veniva glorificato” (v. 17). Ed ecco gli effetti sorprendenti: “Molti di quelli che avevano abbracciato la fede venivano a confessare in pubblico le loro pratiche di magia e un numero considerevole di persone che avevano esercitato arti magiche, portarono i propri libri e li bruciavano davanti a tutti… Così la parola del Signore cresceva con vigore e si rafforzava” (vv. 18-20).
È la vittoria del Signore Risorto e glorioso, è il trionfo dello Spirito nei cuori degli uomini, è la forza della Parola che illumina, che libera e che salva. L’uomo non ha bisogno di formule magiche, ma della Parola di verità; non ha bisogno di incantesimi e di scongiuri, ma di quella esperienza dello Spirito che pacifica il cuore assetato di senso e di pienezza.
Scrive Kürzinger, nel suo commento a questo brano: “Non è significativo il fatto che queste straordinarie opere compiute dall’apostolo, le sue guarigioni, le espulsioni di demoni, preparavano la strada al messaggio di Cristo Salvatore, liberando gli uomini smarritisi fra i meandri di potenze oscure e di ideologie errate? “Tutti furono presi da timore, e il nome del Signore Gesù veniva glorificato… Così la parola del Signore cresceva con vigore e si rafforzava”. Non senza preoccuparci possiamo leggere parole come queste.
La testimonianza che noi diamo a questa “Parola del Signore” conserva ancora quella sua “potenza” originaria, in modo da colpire coloro che ascoltano le nostre affermazioni teologiche e kerygmatiche, convincendoli alla conversione e ad un timore salutare?” (Commenti sp. del N.T. Atti degli Apostoli, vol. 2°, p. 124). È una domanda che non possiamo prendere alla leggera!
Da qui viene spontaneo ed inevitabile il passaggio ad un secondo punto della nostra riflessione: il rapporto di noi cristiani con la Parola di Dio, che, come dice la Liturgia copta, “deve crescere e moltiplicarsi, fortificarsi ed affermarsi nella santa chiesa di Dio”. Scrive Mons. Ravasi: “Uno studioso ha coniato una definizione brevissima e suggestiva, che mette in evidenza le due dimensioni fondamentali del libro degli Atti, quella della storia e quella dell’annuncio. Dice questo autore: se il vangelo di Giovanni è tutto imperniato sulla dichiarazione: “Il Verbo si fece carne”, gli Atti degli Apostoli sono l’affermazione continua del processo inverso: la carne che si fa parola. La carne, la vita dei primi cristiani, si fa costantemente parola di Dio” (“Gli Atti degli Apostoli”, EDB, p. 132 sg).
La S. Scrittura è “elemento fondamentale della vita spirituale” del credente. Dice Sant’Ambrogio: “La Parola di Dio è la sostanza vitale della nostra anima; essa la alimenta, la pasce e la governa; non c’è altra cosa che possa far vivere l’anima dell’uomo, all’infuori della Parola di Dio” (Esposizione sul Salmo 118). E il Concilio Vaticano II al n° 21 della Costituzione Dogmatica “Dei Verbum”: “Nei libri sacri… il Padre che è nei cieli viene con molta amorevolezza incontro ai suoi figli ed entra in conversazione con loro; nella parola di Dio poi è insita tanta efficacia e potenza da essere sostegno e vigore della Chiesa, e per i figli della Chiesa saldezza della fede, cibo dell’anima, sorgente pura e perenne della vita spirituale”. Perciò la Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il corpo stesso del Signore e non cessa di nutrirsi – soprattutto nella sacra liturgia – del pane di vita dalla mensa della parola e del corpo di Cristo. Perciò “la Chiesa le ha sempre considerate e le considera come la regola suprema della propria fede” (DV 21). È questa la ragione per cui si esige un “approccio orante” al sacro testo, cioè una lettura accompagnata dalla preghiera.
Origene, uno dei maestri in questa materia, sostiene che “l’intelligenza delle Scritture richieda, più ancora che lo studio, l’intimità con Cristo e la preghiera. Egli è convinto che la via privilegiata per conoscere Dio sia l’amore, e che non si dia un’autentica scientia Christi senza innamorarsi di Lui. Nella lettera a Gregorio il grande teologo alessandrino raccomanda: “Dedicati alla lectio delle divine Scritture con l’intenzione di credere e di piacere a Dio. Se durante la lectio ti trovi davanti a una porta chiusa, bussa e te l’aprirà quel custode, del quale Gesù ha detto: “il guardiano gliela aprirà”. Applicandoti così alla lectio divina, cerca con lealtà e fiducia incrollabile in Dio il senso delle Scritture divine, che in esse si cela con grande ampiezza. Non ti devi però accontentare di bussare e di cercare: per comprendere le cose di Dio ti è assolutamente necessaria l’oratio. Proprio per esortarci ad essa, il Salvatore ci ha detto non soltanto: “Cercate e troverete” e “Bussate e vi sarà aperto”, ma ha aggiunto: “Chiedete e riceverete”.
Il Papa, inoltre, ci ricorda che la Parola di Dio si rivolge a ciascuno personalmente, ma è anche Parola che costruisce la Chiesa. Perciò bisogna “evitare il rischio di un approccio individualistico. Essa, infatti, ci è data per costruire comunione e perciò “deve essere sempre accostata nella comunione ecclesiale”, cioè con tutti i grandi testimoni” di essa, “cominciando dai primi Padri fino ai Santi di oggi, fino al Magistero di oggi” (V.D. n° 86).
“Per questo nella lettura orante della sacra Scrittura il luogo privilegiato è la liturgia, in particolare l’Eucarestia, nella quale, celebrando il Corpo e il Sangue di Cristo nel Sacramento, si attualizza tra noi la Parola stessa” (ivi).
Tra i diversi modi con cui “accostare con frutto e nella fede” la Parola di Dio, importante è la “lectio divina”, che – come dice il messaggio finale del Sinodo – è davvero “capace di schiudere al fedele il tesoro della Parola di Dio, ma anche di creare l’incontro col Cristo, Parola divina vivente”.
Ecco le tappe fondamentali di essa, come il Papa ce la presenta nell’Esortazione Apostolica.
- Si comincia con la lettura del testo (lectio), che suscita la domanda: “che cosa dice il testo biblico in sé? Questo primo momento è fondamentale, per non fare diventare il testo un pretesto per restare sempre nei nostri pensieri e far dire a Dio ciò che a noi piace.
- Segue la meditazione (meditatio), dove la domanda successiva è: “che cosa dice il testo biblico a noi?”. Qui ciascuno personalmente – e la comunità nel suo insieme – “deve lasciarsi toccare e mettere in discussione”.
- Si giunge – ed è la terza tappa – al momento della preghiera (oratio) che è la risposta a Dio che ci parla e che abbiamo ascoltato nel brano biblico. Suppone la domanda: “Che cosa diciamo noi al Signore in risposta alla sua Parola?”. Il primo modo con cui Dio ci cambia è la preghiera nelle sue diverse modulazioni: richiesta, intercessione, ringraziamento e lode.
- Quarta tappa è la contemplazione (contemplatio), durante la quale ci domandiamo: “Quale conversione della mente, del cuore e della vita chiede a noi il Signore?”. S. Paolo afferma: “Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare, rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto” (Rm 12, 2). “La contemplazione, infatti, tende – scrive il Papa – a creare in noi una visione sapienziale della realtà, secondo Dio, e a formare in noi “il pensiero di Cristo” (1 Cor 2, 16). La Parola di Dio si presenta qui come criterio di discernimento: essa è “viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4, 12).
- La vera, felice conclusione della lectio divina è l’azione (actio o operatio), che muove l’esistenza credente a farsi dono per gli altri nella carità.
Un testo fondamentale sul nostro rapporto con la Parola di Dio è Gc 1, 18-25. da questo testo emergono tre indicazioni fondamentali: accogliere la Parola; meditare la Parola; mettere in pratica la Parola. Le esaminiamo rapidamente:
- Accogliere la Parola: “Accogliete con docilità la Parola che è stata seminata in voi” (Gc 1, 21). Essa è la Parola di Verità che “ci ha generati” alla fede (1, 18) e che “può salvare” le nostre anime (1, 21). Le vie per accoglierla docilmente sono molteplici: dalla liturgia alle scuole bibliche, ai sussidi scritti, alla lettura personale in casa. Chi, poi, ha il compito di insegnare, non può esimersi da uno studio rigoroso e approfondito, che va dall’Esegesi alla critica testuale, alla teologia biblica, allo studio delle lingue originali.
Due pericoli da cui guardarsi sono l’ipercriticismo e il fondamentalismo.
Col primo ci si limita a studiare le fonti, le varianti, i generi letterari, senza fare altro. Si assomiglia a uno che passa tutto il tempo a guardare lo specchio – esaminandone accuratamente la forma, il materiale, l’epoca, lo stile – senza mai guardarsi nello specchio. Lo studio critico della Parola di Dio è indispensabile, ma da solo non basta. È necessario, ma da solo è assolutamente insufficiente. La Parola di Dio chiede di essere praticata, non semplicemente studiata.
Il secondo pericolo consiste nel prendere alla lettera – senza alcuna mediazione ermeneutica – tutto quello che si legge nella Bibbia. Si arriva, così, a sostenere tesi ingenue, che vengono clamorosamente smentite dalla scienza e che finiscono con l’allontanare dalla fede (vedi, per es., il problema del creazionismo, che ritiene che il mondo fu creato così come è ora, alcune migliaia di anni fa e in sei giorni).
- meditare la Parola: S. Giacomo invita a “fissare lo sguardo” sulla Parola, cioè a meditarla, masticarla, ruminarla. Scrive Guigo II: “La lettura offre alla bocca un cibo sostanzioso, la meditazione lo mastica e lo frantuma”.
Più che “scrutare la Scrittura” si tratta di lasciarsi scrutare dalla Scrittura. La Parola di Dio – dice la lettera agli Ebrei – “penetra e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore” (4, 12). La Parola di Dio – ha scritto il venerato Giovanni Paolo II “interpella, orienta e plasma l’esistenza” (N.M.I. 39).
La Parola di Dio – dice S. Giacomo – è uno specchio, ma in esso noi non vediamo solo noi stessi, bensì il Volto di Dio, anzi, il cuore di Dio. S. Gregorio Magno dice che “la Scrittura è una lettera di Dio onnipotente alla sua creatura; in essa si impara a conoscere il cuore di Dio nelle parole di Dio”.
“Nel Vangelo – ha scritto S. Teresa di Gesù Bambino – trovo tutto il necessario per mia povera anima. Scopro in essosempre nuove luci, significati, nascosti e misteriosi. Capisco e so per esperienza che “il regno di Dio è dentro di noi. (cfr Lc 17, 21). Gesù non ha bisogno di libri né di dottori per istruire le anime; lui, il Dottore dei dottori, insegna senza rumore di parole”.
La cosa più saggia da fare, allora, è nutrirsi abbondantemente della Parola di Dio, mangiare quel rotolo – dice il profeta Ezechiele – ingoiarlo, divorarlo: “Quando le tue parole mi vennero incontro, le divorai con avidità”, dice il profeta Geremia. C’è una differenza enorme tra il libro semplicemente letto o studiato e il libro ingoiato. Nel secondo caso la Parola diventa davvero – come diceva S. Ambrogio – “la sostanza della nostra anima”, quello che informa i pensieri, plasma il linguaggio, determina le azioni, crea l’uomo spirituale.
- fare la Parola: “Siate di quelli che mettono in pratica la Parola… chi la mette in pratica, troverà la sua felicità nel praticarla” (1, 22.25).
Chi invece, fa’ “l’ascoltatore smemorato”, illude se stesso (v. 22) e “costruisce sulla sabbia” (Mt 7, 26). Non può neanche dire di aver compreso la Parola, perché – come afferma San Gregorio Magno – la Parola di Dio si capisce veramente solo quando si comincia a praticarla. Purtroppo, come scrive p. Amedeo Cencini, noi “ci siamo talmente abituati alla Parola di Dio, da farne una lettura analgesica: non ci lasciamo più trafiggere il cuore da questa spada a doppio taglio.
Sintesi armonica ed ideale di tali passaggi è la Madonna SS.ma. Ella è il modello paradigmatico di accoglienza docile ed incondizionata della divina Parola. (Lc 2, 19 e 2, 51). “Ella, dall’Annunciazione alla Pentecoste, si presenta a noi come donna totalmente disponibile alla volontà di Dio … La sua fede obbediente plasma la sua esistenza in ogni istante di fronte all’iniziativa di Dio. Vergine in ascolto, ella vive in piena sintonia con la divina Parola; serba nel suo cuore gli eventi del suo Figlio meditandoli nel suo cuore, cioè componendoli come in un unico mosaico, riuscendo, quindi, a cogliere in eventi ed atti apparentemente disgiunti, il filo rosso provvidenziale che tutto unisce nel grande disegno divino (Lc 2, 19, 51; cfr V.D. 87). Ella è la figura della Chiesa in ascolto della Parola di Dio che in lei si fa carne. Maria è anche simbolo dell’apertura per Dio e per gli altri; ascolto attivo, che interiorizza, assimila, in cui la Parola diviene forma della vita” (V.D. 27). La Parola di Dio, infatti, trasforma chi l’ascolta con fede e obbedienza. Noi troviamo in Maria “un’esistenza totalmente modellata dalla Parola” (ivi, n° 28).
La riprova della familiarità di Maria con la Parola di Dio, la troviamo nel Magnificat. “Questo meraviglioso cantico di fede” – un ritratto… della sua anima – è interamente intessuto di fili della Sacra Scrittura, di fili tratti dalla Parola di Dio. Così si rivela che lei nella Parola di Dio è veramente a casa sua, ne esce e vi rientra con naturalezza. Ella parla e pensa con la Parola di Dio; la Parola di Dio diventa parola sua, e la sua parola nasce dalla Parola di Dio. Così si rivela, inoltre, che i suoi pensieri sono in sintonia coi pensieri di Dio, che il suo volere è un volere insieme con Dio. Essendo intimamente penetrata dalla Parola di Dio, ella può diventare madre della Parola incarnata” (V.D. n° 28).
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Queste considerazioni ci aiutano a comprendere più pienamente l’espressione del Papa Gregorio Magno: “le parole divine crescono insieme con chi le legge”. Crescono non nel senso dei contenuti, che sono immutabili, ma nel senso che cresce la comprensione di essi, cresce la penetrazione, l’intelligenza delle cose e delle parole trasmesse. E questo è frutto di tante cose: dall’assistenza, anzitutto, dello Spirito Santo; dello studio e della meditazione personale; della predicazione dei vescovi che “hanno ricevuto un carisma certo di verità” (D.V. 7); della crescita della vita spirituale, e quindi di una sorta di “affinità vissuta con ciò di cui parla il testo”. Inoltre, come scrive il Papa: “L’intensità di un’autentica esperienza ecclesiale non può che incrementare un’intelligenza della fede autentica riguardo alla Parola di Dio; reciprocamente si deve dire che leggere nella fede le Scritture fa crescere la stessa vita ecclesiale” (cfr V.D. n° 30).
Ed ecco il frutto della frequentazione assidua della Parola di Dio: essa inonda di luce l’intelligenza, dinamizza la volontà, orienta la libertà, riscalda il cuore, interpella e scuote la coscienza, trasforma la vita, plasma l’esistenza. Se – come la Madonna – ci si fa docili allo Spirito Santo e ci si lascia modellare dalla Parola rivelata, allora si approfondisce il senso della nostra appartenenza ecclesiale e cresce la nostra familiarità con Dio. Come affermava S. Ambrogio: “quando prendiamo in mano con fede le Sacre Scritture e le leggiamo con la Chiesa, l’uomo torna a passeggiare con Dio nel paradiso” (cfr. V.D. n° 87).
Per ottenere questi frutti è necessaria la preghiera, come diceva Sant’Agostino: “La cosa più necessaria e importante è pregare per comprendere le Scritture” (praecipue et maxime orent ut intelligant) e ancora: “capire la Scrittura non è soltanto l’esito di uno studio scientifico, come in altre arti, ma consegue innanzitutto dal mettersi davanti alla Parola di Dio con docilità, con umiltà e, ripeto, nell’atteggiamento di chi supplica, di chi invoca”.
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Concludiamo, allora, facendo nostra la preghiera dello stesso Agostino: “siano le tue Scritture le mie caste delizie; che io non mi inganni su di esse, né inganni gli altri con esse… volgi la tua attenzione sulla mia anima e ascolta chi grida dall’abisso… concedimi tempi per meditare sui segreti della tua legge, non chiuderla a chi bussa… ecco, la tua voce è la mia gioia, la tua voce un piacere superiore a tutti gli altri. Dammi ciò che amo… non abbandonare questo filo d’erba assetato… si aprano i recessi delle tue parole, a cui busso… ti scongiuro per il Signore nostro Gesù Cristo in cui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza (Col 2, 3). Quei tesori io cerco nei tuoi libri” (Confessioni XI, II, III-IV).
† Giuseppe Costanzo
