Basilica Santuario Madonna delle Lacrime
14 maggio 2011
È un tema fondamentale degli Atti, al punto che questo libro è stato giustamente chiamato “Vangelo dello Spirito Santo”. All’inizio di questa “lectio” vogliamo invocarlo, perché sia “luce all’intelletto” e “fiamma ardente nel cuore”; e perché tocchi il nostro cuore e lo renda docile ai suoi insegnamenti.
Partiamo dall’evento centrale, registrato da Luca nel cap. 2 degli Atti: la Pentecoste (2, 1-4). Ci domandiamo anzitutto: Che cos’è la Pentecoste? Nell’A.T. dapprima era una festa agricola, in cui si ringraziava Dio per il raccolto e gli si offrivano le primizie della messe; poi è diventata la celebrazione anniversaria dell’alleanza sinaitica.
Nel calendario ebraico cadeva sette settimane dopo la Pasqua: veniva perciò chiamata “festa delle settimane”, e in greco “Pentecoste”, cioè 50a giornata. Nel N.T. la Pentecoste è la festa del dono dello Spirito. Essa inaugura sulla terra la Nuova ed eterna Alleanza. In estrema sintesi potremmo dire che la Pentecoste è:
- il coronamento della Pasqua di Cristo. Cristo, morto, risorto ed innalzato alla destra del Padre, porta a termine la sua opera effondendo lo Spirito nella comunità apostolica (At 2, 23-33). La Pentecoste è la pienezza della Pasqua.
- L’effusione escatologica dello Spirito. Pietro, citando il profeta Gioele, fa vedere che la Pentecoste realizza le promesse di Dio. Si pensi anche ad Ezechiele, secondo cui, negli ultimi tempi, lo Spirito sarebbe stato dato a tutti (Ez 36, 27). Giovanni Battista – il precursore – aveva annunziato che era presente colui che doveva battezzare nello Spirito Santo (Mc 1, 8). E Gesù, dopo la risurrezione, aveva confermato queste promesse, dicendo: “Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo” (At 1, 5).
- Il raduno della comunità messianica. La Pentecoste realizza l’unione dei “dispersi” a Gerusalemme. Gesù – secondo Caifa – “doveva morire… per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi” (Gv 11, 52). Si realizza l’unità spirituale dei Giudei e dei proseliti di tutte le nazioni. La Pentecoste è l’anti-Babele per eccellenza: è finita la Babele del peccato, ha inizio la Babele della grazia.
L’evento della Pentecoste rappresenta, quindi, la data di nascita della Chiesa: lo Spirito Santo scende sul gruppo dei discepoli e ne fa il nuovo popolo di Dio. Questo popolo – cioè la Chiesa – nel suo pellegrinaggio incontro al Signore, riceve costantemente da Lui lo Spirito che lo raduna nella fede e nella carità, lo santifica e lo manda in missione.
Dopo questo sguardo panoramico, necessariamente schematico ma utile ad una visione d’insieme, vogliamo esaminare più da vicino l’evento della Pentecoste, come ci è descritto da Luca in At 2. Il capitolo si apre in clima di “compimento”, determinando e designando concretamente la circostanza: “Mentre stava compiendosi il giorno di Pentecoste”. La promessa si compie. Lo Spirito viene, circondato di simboli che richiamano la teofania del Sinai: il rombo, il vento, la parola, il fuoco, le fiamme, la voce che si articola nella lingua di ciascuno dei presenti. È evidente che il racconto della Pentecoste è carico di significati teologici già acquisiti, che Luca ha assunto e trasformato. Vediamo, allora, di capire quale significato ha la riedizione lucana dei simboli visibili del Sinai. Notiamo anzitutto una cosa: lo stesso Luca ci avverte di non cadere in una lettura troppo “materialistica” del testo, e ci orienta verso la sua dimensione spirituale. Parlando del “fragore”, dice che era “quasi un vento che si abbatte impetuoso”, e parlando delle lingue dice che erano come di fuoco”. Con questo linguaggio Luca sembra volerci dire che si tratta di paragoni e che la nostra attenzione deve concentrarsi piuttosto su quello che appare come il vertice del racconto: “Tutti furono colmati di Spirito Santo”. È il famoso Spirito annunciato da Ez 36. Il Cristo, esaltato alla destra del Padre, dona agli uomini il suo Spirito.
Un altro significato da approfondire è quello del gioco delle lingue. Si tratta di uno dei più grandi prodigi. Si potrebbe quasi dire che è il risultato più sperimentale della venuta dello Spirito. È – dicevamo – l’anti-Babele. Confrontando il testo degli Atti con Gen 11, si evince con chiarezza.
In Gen 11, 7 Dio dice: “Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro”. È la grande maledizione dell’uomo peccatore, a cui viene tolto lo strumento principale della comunicazione. Se dal testo della Genesi passiamo a quello degli Atti, appare evidente il ricalco e il rovescio: “Ciascuno li udiva parlare nella proprio lingua”, cioè “li comprendeva nella propria lingua” (At 2, 6). La superbia e l’autosufficienza umana aveva distrutto l’unità linguistica nella torre di Babele, la forza dello Spirito profetico riunisce nuovamente le lingue dell’umanità, per mezzo della parola ispirata dei testimoni. Dalla maledizione alla benedizione. Dalla divisione alla comunione. Dalla incomunicabilità all’intesa piena. E nell’elenco dei popoli a cui appartengono le persone che assistono stupefatte al crollo della barriera delle lingue (“Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti…”), vediamo disegnarsi come in filigrana la diffusione della Chiesa in tutto il bacino del Mediterraneo e al di là di esso. All’epoca in cui Luca scrive ci sono comunità in tutti questi paesi, ci sono cristiani che parlano tutte queste lingue, eppure per il dono dello Spirito dicono tutti la stessa cosa, confessano tutti la stessa fede in Cristo. Tutti ormai possiamo intenderci, anche se le nostre lingue sono diversissime, perché tutti possediamo la lingua dell’amore. È questo il miracolo della Pentecoste: migliaia di lingue diverse, attraverso la fede e l’amore, possono proclamare e comprendere la stessa unica Parola, all’interno di quel grande arazzo di popoli che è la Chiesa dalle mille lingue riunite in una.
Lo Spirito Santo, menzionato quattro volte in Atti 2, ha stretti rapporti con la vita di Gesù e con l’ulteriore sviluppo della vita della Chiesa. Seguo per questa parte un articolo di Benigno Papa su “Parola, Spirito e Vita” n. 4, pag. 142-159.
- Quanto al rapporto tra Pentecoste e vita di Gesù, sono da prendere in considerazione gli inizi e la fine del suo ministero. Infatti, gli inizi della Chiesa sono uguali agli inizi della vita di Gesù: Gesù dà inizio alla sua vita pubblica col discorso nella sinagoga di Nazaret (Lc 4, 16ss), dopo aver ricevuto il battesimo nel fiume Giordano (Lc 3, 21-22); la Chiesa incomincia la sua missione col discorso di Pietro a Gerusalemme (At 2, 14ss), dopo aver ricevuto il battesimo di Spirito Santo a Pentecoste (At 2, 1-4). “Tra i due inizi non c’è soltanto identità formale – scrive B. Papa – ma di contenuto: il discorso di Nazaret è il manifesto programmatico dell’attività di Gesù, il discorso di Gerusalemme è il manifesto programmatico della missione della Chiesa; nel discorso di Nazaret Gesù, pur rivolgendosi ai Giudei, annuncia alla fine una prospettiva di salvezza universale (Lc 4, 25-27), nel discorso della Pentecoste Pietro, pur parlando a tutta la casa di Israele, termina con una prospettiva di salvezza universale (2, 39); nell’uno e nell’altro caso l’apertura universalistica è fondata sulla testimonianza dei profeti dell’A.T.. Verso la fine del suo ministero Gesù promette di inviare “fra non molti giorni” (1, 5), “la promessa del Padre” (Lc 24, 49; At 1, 4), il battesimo cioè nello Spirito (1, 5), che si realizzerà nel “giorno della Pentecoste” (2, 1), quando il Risorto, “ricevuta dal Padre la promessa dello Spirito Santo” (2, 33), l’effonderà sugli apostoli restati a Gerusalemme (2, 4; 1, 4-5) (op. cit. p. 143).
- Quanto al rapporto tra Pentecoste e ulteriore sviluppo della vita della Chiesa, basta mettere a confronto la Pentecoste dei gentili (10, 44-48) e la discesa dello Spirito sugli Apostoli (2, 4ss). L’irruzione dello Spirito a Cesarea (10, 44; 11, 15) ha il suo precedente storico nella discesa dello Spirito sugli apostoli riuniti a Gerusalemme: “tutti” gli apostoli presenti nello stesso luogo (1, 14; 2, 1) furono beneficiari di una tale comunicazione divina, come “tutti” i pagani presenti a Cesarea sono investiti del dono dello Spirito (10, 44). In entrambi i casi c’è stupore e meraviglia (2, 7.12 e 10, 45). Nell’un caso e nell’altro l’irruzione dello Spirito è espressa col verbo “effondere” (2, 17.18.33 e 10, 45). In entrambi i casi l’effusione dello Spirito è accompagnata dal fenomeno della glossolalia (2, 4 e 10, 46). L’oggetto della meraviglia degli apostoli sono “le meraviglie di Dio” (2, 11), i cristiani di Cesarea “magnificavano Dio” (10, 46). E come se questo non bastasse, Luca sottolinea l’identità dell’esperienza pneumatica avuta dagli apostoli a Gerusalemme e dai pagani a Cesarea: “Chi può impedire che siano battezzati nell’acqua questi che hanno ricevuto, come noi, lo Spirito Santo?” (At 10, 47). L’identità del dono dello Spirito costituisce la prova decisiva perché Pietro non abbia alcuna difficoltà a farli battezzare e a introdurli ufficialmente nella comunità ecclesiale.
L’effusione dello Spirito Santo a Pentecoste è un evento escatologico, perché segna l’immersione, nella storia umana, di una forza che viene da Dio, che non è immanente alla storia, ma che scende dall’alto ed entra nella storia umana per vivificarla.
È evento escatologico perché con esso comincia l’ultima fase della storia della salvezza prima della parusia del Signore. Ed è evento escatologico perché è il tempo del “compimento”, che, iniziato da Gesù, continua adesso per mezzo della Chiesa in tutto il mondo e fino alla fine dei tempi (universalismo geografico e cronologico). La prima comunità cristiana, arricchita dello Spirito, principio generativo e dinamico, porrà in movimento – come vedremo – il processo di espansione ecclesiale. “Rivestita di potenza dall’alto” (cfr Lc 24, 29), eseguirà il mandato di predicare “a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati” (Lc 24, 27).
Dobbiamo metterci in atteggiamento di fede orante e di contemplazione adorante davanti alla presenza e all’azione dello Spirito: azione creatrice, purificatrice, vivificatrice. Davvero “è lo Spirito che vivifica” (Gv 6, 63). Davvero Egli è lo “Spirito Creatore”, “Dono del Dio Altissimo”. Davvero Egli è Colui “che è Signore e dà la vita” (Dominum et Vivificantem).
Nel piano della grazia tutto dipende dallo Spirito: la fede in Gesù, la filiazione adottiva, l’esercizio della libertà, la pratica della carità, il discernimento dei segni dei tempi, la forza necessaria per quelle decisioni che, pur conformi alla volontà di Dio, richiedono coraggio e fedeltà tenace. Dallo Spirito dipende l’unità dei cuori (“il tuo fuoco ci unisca in un’anima sola”); dalla sua azione discreta ed efficace dipende il cammino di santificazione dei singoli e della comunità. È Lui il Padre dei poveri e il Datore dei doni. È Lui che prega in noi con gemiti inesprimibili (Rm 8,26) ed è Lui che ci insegna a pregare. La vera scuola di preghiera è quella che ha Lui per Maestro.
È Lui l’ispiratore delle Sacre Scritture ed è Lui il divino, autentico interprete.
È Lui che fa i Santi e conduce alle vette i mistici.
È Lui il difensore e il Consolatore dei credenti.
È Lui che fa della divina tradizione “una realtà viva e dinamica”.
Questa, infatti, “progredisce nella Chiesa con l’assistenza dello Spirito Santo”; non nel senso – spiega il Papa nella “Verbum Domini” citando la D.V. 8 – che essa muti nella sua verità, che è perenne, ma nel senso che “cresce la comprensione tanto delle cose quanto delle parole trasmesse con la contemplazione e lo studio, con l’intelligenza data da una più profonda esperienza spirituale, e per mezzo della predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma certo di verità. La viva tradizione è essenziale affinché la Chiesa possa crescere nel tempo nella comprensione della verità rivelata nelle Scritture” (V.D. 17).
Lo Spirito Santo è colui “per mezzo del quale la viva voce del Vangelo risuona nella Chiesa e per mezzo di essa nel mondo”; è colui che “guida i credenti alla verità tutta intera” (D.V. 8); è Lui che schiude il libro sigillato, muovendo il cuore e rivolgendolo a Dio, aprendo gli occhi della mente e dando dolcezza nel consentire e nel credere alla verità (D.V. 5). È Lui a renderci operatori e testimoni della forza liberante che essa possiede e che è così necessaria a un mondo in cui spesso sembra si sia perso il gusto e la passione per la Verità. Lo Spirito Santo è il motore segreto della storia e il dolce Ospite dell’anima. È il dispensatore dei carismi e il garante della comunione ecclesiale. È l’anima della storia e l’anima della nostra anima. È il timoniere segreto dell’umanità e la guida sicura della Chiesa.
A quest’ultimo punto vogliamo dedicare la seconda parte della nostra “lectio”.
Lo Spirito Santo, guida della Chiesa.
È, questo, uno degli aspetti più interessanti e originali della pneumatologia lucana. Lo Spirito Santo anima la Chiesa e la conduce per mano nella realizzazione del disegno salvifico di Dio. Durante la sua vita terrena Gesù ha educato, formato e guidato visibilmente il gruppo dei discepoli, cioè il nucleo primitivo del nuovo popolo di Dio: egli è stato il loro maestro nel senso più pieno e più concreto: col suo esempio e col suo insegnamento (cfr At 1, 1). Ma dopo la sua ascensione alla destra del Padre, la funzione di guida della comunità cristiana è stata svolta, in modo invisibile ma reale, dallo Spirito Santo. Egli è la forza dinamica che anima la Chiesa. Senza questa forza vitale che spinge, dona vigore e orienta il popolo di Dio, non è possibile la testimonianza al Signore risorto. Per questo Gesù ha detto ai suoi: “Riceverete la forza dello Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra” (At 1, 8). E per questo aveva comandato: “Restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto”( Lc 24,49). Questa potenza che viene dall’alto è lo Spirito Santo che il Padre aveva promesso: vedi Ez 36, 16-38; 37, 1-14 e Gioele 3, 1-5.
Quest’ultimo testo è quello che S. Pietro utilizza esplicitamente per spiegare nel suo primo discorso l’evento della Pentecoste: At 2, 14-21.
L’azione missionaria della Chiesa dipende tutta dall’azione dello Spirito: “Tutti furono ricolmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare (laléin)”(2,4). L’iniziativa e il contenuto dell’annuncio missionario (4, 13.19.29) è opera dello Spirito. Egli è come la forza motrice e l’indicatore di marcia della missione della Chiesa. Egli è colui che infonde la forza, il coraggio e la franchezza nel parlare (parresia) per superare tutte le difficoltà che i missionari incontrani nell’evangelizzazione( 4,13. 19. 29). Come i discepoli di Emmaus, prima che il Risorto aprisse loro gli occhi, non sapevano vedere in Gesù di Nazaret se non un “profeta potente in parole e opere” (Lc 24, 19), così gli apostoli e i missionari cristiani, senza la presenza e l’aiuto dello Spirito, non avrebbero avuto la capacità di testimoniare che “quel Gesù che i giudei hanno crocifisso, Dio lo ha risuscitato e lo ha costituito Signore e Messia” (cfr 2, 36).
Lo Spirito Santo è donato agli Apostoli, affinché essi possano rendere testimonianza alla persona e al messaggio del Risorto fino alle estremità della terra. In realtà, all’inizio di ogni nuova tappa di evangelizzazione, fuori del mondo giudaico, è sempre menzionato lo Spirito Santo che determina l’azione dei testimoni di Gesù. In queste svolte importanti della storia della salvezza l’influsso dello Spirito si fa sentire in modo decisivo. Tale fenomeno è costatabile soprattutto in Atti 10, dove si parla dell’ingresso dei primi pagani nella Chiesa, poi in Atti 13, dall’inizio della missione evangelizzatrice del mondo pagano, e poi ancora in At 16 nell’orientamento della predicazione di Paolo verso l’Europa.
Dobbiamo limitarci a pochi rapidi cenni.
- La conversione dei primi pagani (At 10, 1- 11,18).
Ci narra la conversione di Cornelio, primo pagano ammesso ufficialmente nella comunione ecclesiale. Questo fatto acquista un rilievo di primo piano nel libro degli Atti e segna la svolta della proclamazione del Vangelo ai pagani. L’ammissione di essi nella comunità dei salvati ha due precise valenze: ottempera al mandato più volte ricevuto di portare a tutti il lieto messaggio della salvezza (At 1, 8; Mt 28, 19-20; Mc 16, 15; Lc 24, 47 sg) e, nello steso tempo segna la fine dell’esclusivismo giudaico. È un diretto intervento di Dio a sottolineare l’importanza di questo passo nella storia della Chiesa: Pietro ha una visione e sente una voce (10, 11-16; 11, 5-10). È Dio stesso, quindi, che vuole che anche i gentili entrino a far parte del popolo santo, della vita ecclesiale (cfr 11, 18; 15, 7-9); e per questo deve cancellare i pregiudizi razziali e puritani di Pietro (10, 28-29; 15, 9).
In tutto questo evento decisiva è l’azione dello Spirito Santo. È Lui che cambia la rotta della Chiesa, perché è Lui che determina e condiziona la condotta di Pietro, il capo del collegio apostolico. Lo Spirito infatti ordina a questo discepolo di recarsi senza indugio dove lo condurranno i tre pagani che lo cercano (At 10, 19sg), cioè in una città pagana e per di più in casa di un pagano, azione questa vietata a un giudeo (At 10, 28 sg). Quindi è lo Spirito che invita a non tenere in considerazione le prescrizioni della legge mosaica, cioè a non fare discriminazioni tra circoncisi e gentili (At 11, 12). Anzi la discesa dello Spirito sopra Cornelio e i suoi familiari prima ancora che Pietro terminasse il suo discorso (At 10, 44), sancisce l’abolizione della circoncisione, perché prova in modo inequivocabile l’inutilità di questa istituzione in ordine alla salvezza. Se infatti l’osservanza delle prescrizioni mosaiche fosse stata indispensabile o ancora valida per entrare nella comunità di salvezza, lo Spirito Santo non sarebbe disceso sui pagani di Cesarea, privi di circoncisione e dunque immondi secondo la legge giudaica.
Dobbiamo concludere che è proprio lo Spirito Santo ad aprire le porte della Chiesa ai pagani.
Un’altra importantissima tappa nella realizzazione del piano salvifico è l’inizio della prima missione verso i pagani.
Qui l’intervento dello Spirito Santo è esplicito e il suo influsso è determinante. Fu lo Spirito Santo – secondo Luca – a prendere l’iniziativa della missione tra i gentili. Egli non solo volle l’evangelizzazione delle genti, ma scelse anche gli apostoli di questa missione (AT 13, 2). Quindi Barnaba e Saulo hanno ricevuto il loro mandato direttamente dallo Spirito, non dalla comunità. Ora, se lo Spirito Santo ha voluto la missione tra le genti, chi potrà opporsi ad essa?
Più volte, poi, lo Spirito è intervenuto a condizionare le missioni dell’apostolo Paolo. Luca ci dice che l’apostolo delle genti era pieno di Spirito Santo e che si muoveva sotto la sua continua guida (AT 13, 9; 20, 22 sg). Ma l’influsso dello Spirito si fece sentire soprattutto all’inizio dell’evangelizzazione dell’Europa (At 16, 6sg). In quella circostanza la volontà dello Spirito determinò la condotta di Paolo e gli fece cambiare rotta.
Risulta con chiarezza l’azione di accompagnamento e di guida dello Spirito nei confronti della Chiesa. Non a caso S. Pietro dice a nome degli Apostoli: “Di queste cose siamo testimoni noi e lo Spirito Santo che Dio ha dato a coloro che gli obbediscono” (Atti 5, 32; cfr 15, 28).
Lo Spirito riempie di sé i sette collaboratori degli apostoli, tra cui in particolare Stefano (cfr 6, 3.10; 7, 55); illumina Filippo (8, 29.39), conferma il ribaltamento avvenuto in Saulo (9, 17). Allo Spirito vengono attribuite le decisioni innovatrici prese al Concilio di Gerusalemme (15, 28). Lo Spirito è il dono per eccellenza di Gesù risorto e asceso al cielo (1, 9-11). Anzi, il 4° Vangelo ne data la prima effusione già la sera stessa di Pasqua al gruppo dei discepoli (Gv 20, 22). Lo Spirito è – potremmo dire – la dotazione della Chiesa la quale, se ascolta ciò che incessantemente lo Spirito le suggerisce (cfr Ap 2 e 3), non può restare inerte né tiepida, ma sarà costantemente sospinta alla testimonianza. Ed essa, la Chiesa, “cresce” – dice il libro degli Atti – “colma del conforto dello Spirito Santo” (9, 31). Lo Spirito è l’anima della Chiesa e “l’agente principale dell’evangelizzazione” (E.N. 75). È Lui che spiega ai fedeli il significato profondo dell’insegnamento di Gesù e del suo mistero. È Lui che, oggi come agli inizi della Chiesa, opera in ogni evangelizzatore che si lasci possedere e condurre da lui. È Lui che gli suggerisce le parole più efficaci. È Lui che predispone l’animo di chi ascolta, perché sia aperto ad accogliere la Buona Novella. Non c’è tecnica di evangelizzazione che possa sostituire l’azione discreta dello Spirito.
Scrive Paolo VI nell’ E.N.: “Anche la preparazione più raffinata dell’evangelizzatore, non opera nulla senza di lui. Senza di lui la dialettica più convincente è impotente sullo spirito degli uomini. Senza di lui i più elaborati schemi a base sociologica o psicologica, si rivelano vuoti e privi di valore” (E. N. 75). Lo Spirito è “il Dono del Padre e del Figlio”.
Un vescovo orientale, in una solenne assise ecumenica, pronunciò queste parole, che possiamo far nostre: “Senza lo Spirito Santo, Dio è lontano, il Cristo resta nel passato, il Vangelo è lettera morta, la Chiesa una semplice organizzazione, l’autorità una dominazione, la missione una propaganda, il culto un’evocazione, l’agire cristiano una morale da schiavi. Ma con lo Spirito Santo: il cosmo è sollevato e geme nel parto del Regno, l’uomo lotta contro la carne, il Cristo è presente, il Vangelo è potenza di vita, la Chiesa segno di comunione trinitaria, l’autorità servizio liberatore, la missione una Pentecoste, la liturgia memoriale e anticipazione, l’agire umano è divinizzato (Ignazio di Latakia, 1968).
“Vieni, Spirito Santo, riempi i cuori dei tuoi fedeli e accendi in essi il fuoco del tuo amore”. “Sii luce all’intelletto, fiamma ardente nel cuore, sana le nostre ferite col balsamo del tuo amore. Vieni, Padre dei poveri, vieni, Datore dei doni, vieni, luce dei cuori”.
+Giuseppe Costanzo
