9 Ottobre 2013
Il tema della sfida educativa non solo ci interessa, ma ci appassiona. Di educazione, infatti, ha bisogno urgente la nostra gente “perché siamo al limite della barbarie e della distruzione di ogni convivenza civile” (P. Felice Scalia, S. I.). La dimostrazione ci è fornita ogni giorno dalla TV.
I) L’urgenza educativa.
Una serie di circostanze – e non sempre positive – hanno richiamato l’attenzione di molti sulla questione dell’educazione. Mi riferisco a tanti episodi negativi, di cui sono stati protagonisti i ragazzi e i giovani; mi riferisco alle crescenti difficoltà nell’educazione, percepita da genitori, insegnanti, educatori….
Molti si chiedono che cosa stia succedendo. Altri si sentono impotenti, anzi, paralizzati davanti ad una situazione nuova, che li sta spiazzando e per la quale non hanno pensieri per capirla né strategie per affrontarla. Molti fanno ricadere la responsabilità di tutto sui più giovani, che – si dice – “non sono più quelli di un tempo”. Molti, infine, hanno perso la fiducia nella possibilità di educare e si chiedono: “Ma, oggi, è ancora possibile educare?”. Mascherano con questa sfiducia nell’educazione la propria sfiducia nel mondo in cui viviamo e nella vita.
Benedetto XVI, parlando ai Vescovi italiani riuniti in assemblea a Roma, ha detto: “Quando… in una società e in una cultura segnate da un relativismo pervasivo e non di rado aggressivo, sembrano venire meno le certezze basilari, i valori e le speranze che danno senso alla vita, si diffonde facilmente, tra i genitori come tra gli insegnanti, la tentazione di rinunciare al proprio compito, e ancor prima il rischio di non comprendere più quale sia il proprio ruolo e la propria missione. Così i fanciulli, gli adolescenti e i giovani, pur circondati da molte attenzioni e tenuti forse eccessivamente al riparo dalle prove e dalle difficoltà della vita, si sentono alla fine lasciati soli davanti alle grandi domande che nascono inevitabilmente dentro di loro, come davanti alle attese e alle sfide che sentono incombere sul loro futuro”.
L’emergenza educativa si impone anche nella Chiesa italiana. Scrive P. Felice Scalia: «Ci accorgiamo tutti che il cammino verso la maturità umana e cristiana dei battezzati lascia molto a desiderare. Chi non vede le vistose carenze nell’educazione alla fede? Ragazzi che, dopo la prima Comunione e la Cresima, perdono ogni contatto con la comunità ecclesiale e con la vita cristiana; sposi che, dopo una sfarzosa celebrazione delle nozze in Chiesa, in breve tempo dimenticano il vincolo dell’indissolubilità e si separano.
Inoltre, ci accorgiamo che i nostri cristiani vivono secondo la mentalità di questo mondo: competitivi e aggressivi come tutti, presi dal consumismo come tutti, dalla voglia di prevalere, dalla tentazione del razzismo come tutti, pronti alla guerra». Non abbiamo gli “stessi sentimenti di Gesù”. Quanto abbiamo fatto fino ad ora è lodevole, ma non basta. Il Papa già nel 2007, in un convegno ecclesiale romano, aveva detto: “Oggi ogni opera di educazione sembra diventare sempre più ardua e precaria, una crescente difficoltà si incontra nel trasmettere i valori base dell’esistenza e di un retto comportamento” (Presbyteri, n° 1 del 2010, Editoriale).
In un bel testo sull’emergenza educativa inviato alla diocesi di Roma, si chiedeva di chi fosse la responsabilità dell’attuale situazione: “di chi la responsabilità dell’attuale crisi?” delle nuove generazioni? O della frattura tra le generazioni che si è determinata in questo tempo e che impedisce la trasmissione di valori e certezze di generazione in generazione? Oppure è degli adulti? La domanda resta un po’ sospesa, perché forse la responsabilità dipende da ragioni che non sono personali, ma che sono da ricercare in questo tempo di passaggio che chiede a tutti – giovani e adulti, singoli e comunità – di ripensare il modo concreto di essere persona e di ritrovare il senso della propria vita.
Affrontare l’emergenza educativa è una sfida interessante, che può favorire un ripensamento culturale e lo stesso progetto di umanità di una comunità umana. La crisi in atto sembra abbia toccato “le radici stesse dell’umano, cambiando non solo e non tanto le singole scelte, ma i criteri di fondo, il modo di pensare e di sentire, il «tipo antropologico»” (G. Savagnone, in “Presbyteri, n. 1 del 2010, p. 12).
Chiediamoci che cosa vuol dire educare? Da e-ducere = trarre fuori, far crescere, aiutare ad aprirsi, significa formare l’intelligenza, la libertà, la coscienza, la capacità di amare, affinché ogni individuo abbia il coraggio di decisioni definitive (cfr Educare alla vita buona del Vangelo, n° 5). Un’autentica educazione deve essere in grado di parlare al bisogno di significato e di felicità delle persone.
Educare significa consegnare ciascuno alla libertà delle sue scelte, alla sua vita, alla sua originalità, alla sua storia. Educare è trasformare la vita ricevuta in dono in una vita offerta in dono. Cioè: dalla vita come dono al dono della vita.
Tutte le età – scrive il Card. Bagnasco – chiedono lo scalpello o il cesello educativo, ma le generazioni più adulte hanno maggiore responsabilità verso i più giovani. Nessuno è mai “arrivato”, ma gli adulti devono avere qualcosa da dire a chi si trova all’inizio della parabola: qualcosa da dire con le parole e da testimoniare con i fatti. Nella misura in cui accompagno un altro, sono chiamato in gioco io stesso. La luce si accende solo con la luce, la vita solo con la vita, la libertà solo con la libertà. Se non sono io per primo un uomo luminoso, libero e interiormente vivo, non potrò accendere niente e nessuno (“Qui non ardet, non incendit”).
Non è un compito facile. Anzi, è certamente difficile. Ma è urgente. Come qualcuno ha detto, sembra di rivivere l’esperienza della Torre di Babele di cui parla la Bibbia: tutti parlavano e nessuno capiva. La conseguenza: incertezza e turbamento, un senso pesante di solitudine e di angoscia. Non basta parlare o sentire parole: occorre comunicare qualcosa di vero e di grande, che permetta di entrare in rapporto, di intrecciare vite; altrimenti è confusione, smarrimento e isolamento.
Questa “emergenza educativa” è una sfida interessante, che può favorire un ripensamento culturale e lo stesso progetto di umanità, di una comunità umana. La crisi in atto, infatti, sembra aver toccato “le radici stesse dell’umano, cambiando non solo e non tanto le singole scelte, ma i criteri di fondo, il modo di pensare e di sentire, il “tipo antropologico” (G. Savagnone, in Presbyteri n. 1, 2010, pag. 12).
Da qui la fatica di educare, oggi. Scriveva Papa Ratzinger in una lettera alla diocesi di Roma: “Educare non è stato mai facile”, ma “oggi sembra diventare sempre più difficile … lo sanno bene i genitori, gli insegnanti, i sacerdoti e tutti coloro che hanno diretta responsabilità educativa”.
In tutti gli ambienti educativi – famiglia, scuola, parrocchia, associazioni e movimenti – sembra di percepire soprattutto la fatica ad entrare in comunicazione coi ragazzi e coi giovani. Sembra di intuire negli educatori soprattutto la fatica di individuare i valori che contano, la sapienza che da’ sapore alla vita, in un tempo in cui aumentano le informazioni ma mancano le certezze, abbondano le notizie ma scarseggiano le convinzioni, cresce rapidamente il potere tecnico ma diminuiscono le risorse morali e le ragioni di vita.
Vediamo di individuare alcune cause profonde della crisi.
a) Il disorientamento di adulti e giovani. Gli adulti stentano a distinguere “ciò che è vile da ciò che vale”, per dirla col profeta; faticano a orientarsi in mezzo a situazioni che sono cambiate e che sorprendono e spiazzano: situazioni per le quali si ha l’impressione di non avere la bussola adatta. Oggi la generazione adulta sembra non sia in grado di mostrare e di narrare il valore e la bellezza della vita, in tutti i suoi aspetti. È come se la nostra bisaccia fosse vuota, o piena di cianfrusaglia che non ha valore e serve solo a ingombrare, perché fa volume ma non ha peso. È un senso di spaesamento, nel senso letterale del trovarsi in un paese sconosciuto, diverso da quello a cui siamo abituati. È chiaro che in queste condizioni gli adulti facciano fatica ad offrire ai giovani dei punti di riferimento, sia circa il modo di pensare la vita sia circa gli atteggiamenti da assumersi di fronte ad essa; sia soprattutto per quanto riguarda la loro relazione con i giovani. Questi, infatti, spesso si trovano davanti figure di adulti demotivati e poco autorevoli, incapaci di testimoniare ragioni di vita che suscitino amore e dedizione.
b) La crisi della comunicazione tra le generazioni.
L’educazione ha bisogno di comunicazione, di vicinanza, di fiducia, di scambio … Solo così i più giovani possono ricevere dagli adulti il patrimonio di senso, di valori, di certezze, di idee e di ideali, che possono aiutarli ad orientarsi nella vita; solo così gli adulti possono accogliere i turbamenti, le domande, le inquietudini dei più giovani, facendosene carico e accompagnandoli nel cammino non facile della loro crescita.
Oggi, invece, le diverse generazioni comunicano con difficoltà: si ha poco tempo; i tempi del lavoro si conciliano a fatica coi tempi dell’incontro e del dialogo. La difficoltà aumenta col passare dall’età più piccola verso l’adolescenza e la giovinezza. La rapidità dei cambiamenti fa sentire presto reciprocamente estranei.
Dove non vi sia l’affetto a motivare lo sforzo di mettersi in relazione, si finisce col vivere nella propria solitudine. L’esito è triste: i giovani crescono senza ricevere l’aiuto di cui hanno bisogno; gli adulti sviluppano nei confronti delle nuove generazioni atteggiamenti di giudizio e di lontananza.
c) La crisi di un progetto di vita degli adulti.
Nella generazione adulta sembra essere venuto meno un progetto di vita, che mostra il senso secondo cui essa vive, comunicando anche implicitamente – se vi sono ragioni di vita ritenute convincenti.
d) La condizione di fatica negli adulti.
L’organizzazione della vita degli adulti è così complessa che non può non far sentire la stanchezza. Gli adulti siamo stanchi di una vita sempre di corsa, del vuoto che sentiamo dentro, che ci fa sentire aridi. A volte si rinuncia ad educare per la mancanza di quell’energia che l’impegno educativo esige: essere disponibili, dimenticare le proprie preoccupazioni e la propria stanchezza, essere accoglienti, avere voglia di dialogare, discutere, confrontarsi …
Ma si rinuncia ad educare perché si sono escluse dalla nostra vita adulta alcune dimensioni antropologiche che sono irrinunciabili: il limite, il sacrificio, la rinuncia, parole tutte bandite dal vocabolario di questa generazione addomesticata dal consumismo e dalle illusioni.
Anche questo è un segnale che rivela come sia in crisi la dimensione generativa della vita adulta, sempre più in difficoltà ad esprimersi nel dono di sé, che richiede la disponibilità a porre l’altro prima di sè stessi e nel mettere la nostra vita a disposizione della sua.
e) La crisi del valore della persona.
È un aspetto, questo, che non riguarda direttamente ciascuno di noi, ma la società di cui siamo parte. È in crisi il valore della persona, che è posposta a molte dimensioni: dopo il benessere, dopo la ricchezza, dopo l’immagine, dopo il successo, dopo la carriera; talvolta persino dopo le cose che facciamo… L’educazione, nel suo significato più vero e più alto, è possibile solo dove vi sia il senso della persona e del valore assolutamente gratuito del dedicarsi alla sua crescita. Se manca questa consapevolezza e questa dedizione, l’atteggiamento più diffuso rimane quello dimissionario. A volte si sente dire da insegnanti: “ma io non sono uno psicologo”; “ma io non faccio il missionario”; o da genitori: “io non ce la faccio e lascio che i figli facciano quello che vogliono”; oppure da qualche parroco che afferma: “io mi astengo dal dare regole in oratorio perché non voglio che vadano via i pochi ragazzi che ancora sono rimasti”. Tutte espressioni che hanno il sapore di una resa.
Benedetto XVI, nella lettera alla Diocesi di Roma, scrive: “Sono in questione non soltanto le responsabilità personali degli adulti o dei giovani, che pur esistono e non devono essere nascoste, ma anche un’atmosfera diffusa, una mentalità e una forma di cultura che portano a dubitare del valore della persona umana, del significato stesso della verità e del bene, in ultima analisi della bontà della vita …” Non temete! Tutte queste difficoltà, infatti, non sono insormontabili. Sono piuttosto, per così dire, il rovescio della medaglia di quel dono grande e prezioso che è la nostra libertà, con la responsabilità che giustamente l’accompagna”.
L’educazione, oggi, deve essere ripensata a partire dai suoi fondamenti. Occorre, oggi, prendere coscienza delle cause che conducono a certi esiti. Tutto questo, però, va fatto senza cadere nel catastrofismo. Le difficoltà ci sono – a motivo dei cambiamenti rapidi, globali e profondi – ma non mancano gli aspetti positivi. Non dimentichiamo quello che il Papa ha scritto ai fedeli di Roma: “anima dell’educazione cristiana, come dell’intera vita, può essere solo una speranza affidabile”. Dio è con noi e non ci abbandona. Dio cammina con noi e non ha rotto per nulla la sua alleanza.
Vediamo, allora, di dare uno sguardo all’atmosfera culturale nella quale respira il processo educativo cristiano.
Una prima ragione di fondo è la frantumazione dell’io, la disintegrazione del soggetto. Il grande problema educativo, dunque, è quello di stimolare e favorire nei giovani (ma anche negli adulti!) la ricomposizione di un’unità interiore in grado di fare scelte responsabili e impegnative. Il modello dominante del nostro tempo è quello dello “zapping”: passare da un’esperienza a un’altra, sempre nel ruolo di spettatori disimpegnati, senza mai trovare la decisione per assumere fino in fondo un percorso, una condizione di vita, una responsabilità (G. Savagnone, su “Presbyteri”, n. 1 del 2010).
Inoltre, sono in atto, come ha segnalato Mons. Diego Coletti all’assemblea CEI del maggio 2009, alcune “riduzioni”, apparentemente innocue o addirittura accreditate come segno positivo, come fattori di progresso e di sviluppo della coscienza umana.
1) “la tendenza a ridurre la verità a razionalità empirica: il positivismo si è imposto riducendo la verità al “sapere come” (Know how); tutto il resto (il senso, il perché, il valore della vita) è opinione soggettiva e sottoposta a totale relativismo.
2) La tendenza a ridurre il bene all’utile, la bellezza a godimento effimero, la gioia al piacere.
3) La tendenza a ridurre l’esperienza della bellezza da vera contemplazione a sensazione emotiva: il giudizio finale sulla qualità della vita, sulla bellezza, sulla verità e la bontà di un’esperienza, è dato in base a quello che “sento” e che “mi eccita” (Atti dell’assemblea, p. 81)
4) La cultura del nulla.
Purtroppo – come afferma il card. Bagnasco – la cultura contemporanea sembra non avere più nulla da dire né ai giovani né agli adulti, perché pare non credere al valore dell’uomo: la libertà è identificata col capriccio individuale; la felicità con il successo, il piacere e il denaro; la ragione – capacità di conoscere la verità delle cose e dei valori – è sfiduciata. Il senso del limite e delle regole sembra un insulto alla dignità: l’individuo è il centro di sè stesso.
La vita viene presentata come il mito dell’eterna giovinezza, fatta di trionfi e soddisfazioni, dove tutto è facile e spesso dovuto, dove la fatica e il sacrificio sono banditi, dove l’essenziale è apparire, essere visti e ammirati.
È l’affermazione del nulla: nulla di senso, nulla di valore, nulla di rapporti veri e costruttivi. È il nichilismo. Ma la vita non è così e se non siamo educati alla vita reale, non a quella virtuale, saranno delusioni gravi e pericolose per i singoli e la società intera.
Educare, oggi, quando sono scosse le fondamenta e vengono a mancare le certezze essenziali, non è davvero una passeggiata, eppure – e proprio per questo – se ne sente impellente il bisogno. “Si tratta – scrive P. Felice Scalia – di un “esodo” da quelle concezioni che hanno portato all’uomo disumano di oggi: assolutezza dell’individuo, utilitarismo etico, ufficiale coesistenza di una vita pratica pagana edi una fede cristiana” (Presbyteri n. 1 del 2010).
III) Il fine dell’educazione.
Lo diciamo in maniera sintetica. È educare alla libertà, alla scelta, alla responsabilità, all’esercizio critico della ragione. È far sviluppare in maniera armonica razionalità, affettività e spiritualità, contrastando l’azione dei mass media che danno un peso eccessivo alla dimensione emozionale e poco alla riflessione e comprensione. Una educazione integrale e autentica non contrappone fede e ragione e non distingue gli uomini in due categorie: quelli che ragionano e quelli che credono, i pensanti e i credenti. Anche il credente, infatti, è (o dovrebbe essere) uno che pensa; e dovrebbe sempre essere pronto a “dare ragione”, a chiunque lo chiede, della speranza che è in lui e che sta alla base del suo modo di ragionare, di vivere e di educare alla pienezza della verità (anche razionale!) e del bene (anche quello raggiunto nel consenso “etico”).
Occorre, in altri termini, evitare di considerare la ragione autonoma e radicalmente indipendente e la fede come qualcosa di nebuloso relegato nella sfera dell’irrazionale, dell’ineffabile, del soggettivistico.
Ciò premesso aggiungiamo.
Educare è generare “l’uomo nuovo creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera” (Ef 4, 24). Perciò fine dell’educazione cristiana è scoprire e conoscere Cristo Risorto e seguirlo per conformarsi sempre più a Lui. Questo è il progetto del Padre su ciascuno di noi (Cf Rm 8, 29). È, quindi, insegnare l’arte di vivere secondo il Vangelo, è formare l’uomo nuovo, quello che il Padre ha scelto, già prima della creazione del mondo, per essere santo e immacolato al suo cospetto nella carità (Ef 1, 4). Il fine del processo educativo è la santità. Lo ricorda Gesù (Mt 5, 48); lo ricordano gli Apostoli (1Ts 4, 3; 1Pt 1, 15), lo ricorda il Concilio Vaticano II (LG, cap. V).
La santità cristiana è la progressiva comunione con Gesù (Gv 15, 4.9), è la trasfigurazione in Lui e la conformazione a Lui (2Cor 3, 18), fino a poter dire con l’Apostolo Paolo: “per me vivere è Cristo” (Fil 1, 21).
† Giuseppe Costanzo
