Domenica delle Palme 2014

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13 Aprile 2014

Ritiro Spirituale

Un dono sarebbe doveroso chiedere almeno una volta in vita: il dono della commozione e delle lacrime di fronte al mistero della Passione di Gesù, mistero di amore e di dolore, di dolore per amore. Ma forse dobbiamo accontentarci del nostro cuore di pietra per celebrare una memoria che avvertiamo come lontana, scontata. Chiediamo allora un supplemento di fede, che si fa silenzio e preghiera, meditazione e contrizione, per accorgerci che stiamo entrando nella settimana centrale della storia e della fede: la settimana santa!

         Il Vangelo, quest’anno, è quello di Matteo, che anche se riprende sostanzialmente quello di Marco, ha però le sue peculiari caratteristiche.

         Eccone alcune: il ripetuto richiamo all’adempimento  delle Scritture per far capire che gli eventi rientrano nel piano di Dio; il ripudio della violenza e dell’uso delle armi, per sottolineare che il discepolo di Cristo dev’essere disposto – come il Maestro – a dare la vita per il fratello, mai e per nessuna ragione a ucciderlo; l’universalismo della salvezza, per ribadire che Israele non può ritenersi l’unico e geloso depositario delle promesse. “Per tutti è morto Cristo” – “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi”.

         Ma vediamo i luoghi in cui Matteo accompagna la Passione del Signore. Sono quattro.

  1. Anzitutto il Cenacolo. E’ il   momento della nuova ed Eterna   Alleanza: il pane spezzato e il sangue versato esprimono la decisione di Gesù di restare nel mondo e continuare l’Incarnazione e la missione ricevuta dal Padre. Ma il pane della vita – Gesù che si consegna ai suoi e alla Chiesa – è circondato dall’ombra di Giuda. Nel mistero del Cenacolo balza evidente il contrasto tra la luce del dono e l’ombra del tradimento. Qui nel Cenacolo, si addensano silenziosi alcuni ricordi capitali del Cristianesimo: l’istituzione dell’Eucaristia, la nascita del sacerdozio cristiano (“Fate questo in memoria di me”), il dono dello Spirito Santo a Pentecoste (At 2), l’istituzione del Sacramento della Riconciliazione (“A chi rimetterete i peccati saranno rimessi”, Gv 20,23), l’apparizione del Cristo ai discepoli e a Tommaso, la preghiera degli apostoli con Maria, l’elezione di Mattia al posto di Giuda il traditore. Il Cenacolo è veramente il cuore della Chiesa che nei secoli incarna la forza salvifica della Pasqua del Signore.
  2. C’è poi il Getsemani. Forse è il luogo che più rivela l’umanità di Gesù. La passione, ancor prima che fisica, è interiore: ripugnanza, angoscia, paura.  “Cominciò a provare tristezza e angoscia. Disse loro: la mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me”. Un Gesù irriconoscibile! Lui che comandava ai venti e ai mari e gli obbedivano, che diceva a tutti di non temere, ora è in preda a tristezza e angoscia (cioè ad una solitudine spaventosa e a un grande terrore). Quale la causa? E’ contenuta in una sola parola: il calice: “Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice!” Il calice indica tutta la mole di sofferenza che sta per abbattersi su di lui. Il profeta Isaia aveva detto: “E’ stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità” (53,5).

Pascal ha detto: “Cristo è in agonia, nell’orto degli ulivi, fino alla fine del mondo. Non bisogna lasciarlo solo in tutto questo tempo”. E’ in agonia dovunque c’è un essere umano che lotta con la tristezza, la paura, l’angoscia, in una situazione senza via d’uscita, come Lui  in quel giorno.

Noi non possiamo far niente per il Gesù agonizzante di allora, ma possiamo fare qualcosa per il Gesù agonizzante di oggi. Quanti orti degli ulivi, quanti Getsemani nel cuore delle nostre città! Non lasciamo soli coloro che vi sono dentro. Quel poco o molto che ci è possibile fare, facciamolo!

Ci vuole il cuore dei mistici per entrare nel Getsemani, per non restare ottusi come i tre discepoli. Nel Getsemani l’intensità del dono si fa affidamento e preghiera. Qui Gesù è il modello del perfetto orante. Anche per Gesù l’invocazione diventa potenza nella debolezza. L’abbandono della preghiera nei discepoli diventa fuga, incapacità di stare dentro “l’ora” del Signore.

         E così anche il contrasto del Getsemani è lacerante: da una parte la figura implorante di Gesù, aggrappato e abbandonato alla volontà del Padre, dall’altra il sonno pesante dei discepoli deboli, caduti nella trappola del maligno. E’ il secondo contrasto.

         3. Il terzo contrasto drammatico della Passione si colloca nel palazzo dei poteri umani: il potere religioso (processo giudaico) e quello politico (processo romano), con la condanna del Giusto. Ancora uno scontro tra due poteri: quello umano e quello divino. Pensate: l’uomo giudica Dio! Ma Gesù di fronte al sommo sacerdote e poi al cospetto di Pilato risponde con il silenzio e con tutta la sua dignità regale. Egli conferma di essere il Messia, di essere re, ma di una regalità che non appartiene alle logiche del mondo. Accetta di essere schernito e umiliato. Ammanettato. Privato di ogni libertà. Di ogni dignità. E’ uno scontro frontale tra due regalità. Ancora una volta, sulla vittoria presunta dei poteri umani si intravede il bagliore della Pasqua, la vittoria del Risorto, giudice della storia. Anche questa scena, così crudele e disumana, ci interpella. Pensiamo a tutti i torturati e gli ammanettati di ieri e di oggi (innocenti o colpevoli che siano), soli e inermi, in balia di aguzzini o di poliziotti senza pietà: pensiamo alle file di ebrei avviati come agnelli al macello nei campi di sterminio. “Ogni volta che avete fatto questo al più piccolo dei miei fratelli, l’avete fatto a me” – dice Gesù.

         4. Ma il luogo decisivo dello scontro tra il potere della luce e quello delle tenebre resta la Croce. La descrizione che ne fa Matteo ha tinte apocalittiche. La terra trema. Tutto il cosmo vi è convocato! Il velo del tempio si squarcia: segno che il vecchio mondo è finito; dai sepolcri escono i santi, cioè dalla morte di Gesù rinasce la nuova comunità dei redenti. La storia resta eternamente segnata, spaccata in due; in mezzo la croce, mistero di morte e di gloria. Davvero “fulget crucis mysterium!”.E di fronte alla croce bisogna scegliere: da una parte il rifiuto ostinato (l’umanità che bestemmia), e dall’altra l’entrata in scena della nuova comunità dei salvati, la Chiesa dei nuovi credenti, nella persona del centurione romano. Pensate, subito dopo la morte di Gesù, il primo atto di fede è quello del centurione romano, di un estraneo, di un pagano che dice: “Davvero costui era Figlio di Dio”. Da che cosa lo riconosce? Non da un sepolcro che si apre, non da uno sfolgorio di luci, non da un sole mai visto, ma davanti e dentro la tenebra del venerdì, vedendolo sulla croce, sul patibolo, sul trono dell’infamia, quest’uomo, che di morte se ne intende, dice: “Davvero costui era Figlio di Dio”. Morire così è rivelazione. Morire d’amore è cosa da Dio. Ma domandiamoci. Perché è salito sulla Croce? Per essere con noi e come noi. Perché noi possiamo essere con Lui e come Lui. Chi ama vuole essere là dov’è l’amato. Come una madre quando suo figlio sta male … e vorrebbe prendere su di sé il male del suo bambino, ammalarsi lei perché guarisca suo figlio. Il Figlio di Dio accetta il dolore, la morte, “per essere” in tutto simile a noi, eccetto il peccato. Vince il dolore mediante il dolore, vince la morte per mezzo della morte … “Così Dio ha amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito”! Gesù è diventato come il serpente innalzato nel deserto, è diventato l’immagine del male, della sofferenza e nello stesso tempo il rimedio della sofferenza e del male per il grande amore con cui Dio ci ha amati. Si rimane storditi: un Dio che ci ha lavato i piedi e non gli è bastato, che ci ha dato il suo corpo da mangiare e non gli è bastato, lo vediamo pendere nudo  e disonorato, con le braccia spalancate ad accogliere tutti e dire a ciascuno: ti amo. “La croce ha due facce, l’apparente sconfitta e la vittoria, il Crocifisso e il Risorto (Patibolo e Trofeo). Mostra tutta la malvagità e la miseria dell’uomo, che non esita a condannare il Figlio di Dio innocente; ma anche tutta la profondità e l’efficacia del perdono di Dio. L’ultima parola non è il peccato, ma l’amore! Qui, e non altrove, va cercata la vera ragione della speranza cristiana, la lieta notizia che dà senso e spessore alla vita e alla storia, nonostante i fallimenti…” (ETC, 13).

         La cosa più saggia, in questi giorni, sarebbe quella di prendere in mano il Vangelo della Passione e rileggerlo con calma, rimeditarlo pensosi.

Preghiera, contrizione, contemplazione. Proprio questa – la contemplazione – ci “fa comprendere che la nostra vita deve assomigliare   alla vita di quel Crocifisso che si dona senza riserve, che, rifiutato, ama e perdona, e non rompe la solidarietà con chi lo rifiuta” (ETC, n.13).

         Un abisso di amore, che ci lascia senza fiato e ci getta in ginocchio: “Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo, perché con la tua santa Croce hai redento il mondo”.

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Vorrei additare anche alcuni personaggi.

         a)  Giuda, il traditore. Siede alla mensa dell’amicizia, ma da tempo medita di consegnare il Maestro – per 30 denari! – ai suoi avversari, che lo metteranno a morte. Tradisce – per delusione,  per denaro – il Sangue innocente. Si oppongono due logiche: la logica dell’amore e quella della perfidia. Si intrecciano due misteri: il mistero dell’umana libertà   e il Piano divino di salvezza.

         b) Pietro: colui che Gesù aveva scelto come suo vicario, fiduciario, fondamento della Chiesa (“su questa pietra …”) giura di non conoscerlo, di non averlo mai visto. Così vanno a finire le calorose, istintive promesse di fedeltà, fino al martirio: “Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò”. Non dobbiamo mai presumere, altrimenti poi non ci rimane che “piangere amaramente”!

 Il cuore umano. “un baratro è l’uomo e il suo cuore un abisso” (Sal 63) “il guazzabuglio del cuore umano”(A. Manzoni). “Il cuore umano è come il mercato rionale” (Papa Francesco).

         c) Pilato: incapace di assumersi le sue responsabilità; benché riconosce pubblicamente l’innocenza di Gesù (“non sono responsabile di questo sangue”), con gesto teatrale si lava le mani. Anche la moglie – che ci fa più bella figura – gli aveva detto di non impicciarsi in quel processo, “non avere a che fare con quel giusto” (Mt 27,19). Era una personalità debole, preoccupato solo della sua carriera.

         d) Giuseppe di Arimatea. Rappresenta tutti coloro che, anche oggi, hanno il coraggio di sfidare il regime o l’opinione pubblica, per accostarsi ai condannati, agli esclusi, ai malati di AIDS, e si danno da fare per aiutare qualcuno di essi a scendere dalla croce.

         e) Non possiamo non ricordare la Madonna: è lì, silenziosa, impietrita dal dolore, forte nella sofferenza, fedele al disegno imperscrutabile di Dio, fiduciosa nell’intervento prodigioso del Padre. Madre del dolore e della speranza: “amorosamente consenziente all’immolazione della vittima da lei stessa generata”(L.G.)

         f) Infine, noi. Ci siamo anche noi al processo a Gesù. Siamo tra la folla: volubile, strumentalizzabile, superficiale, curiosa, distratta. Nessuno di noi deve dire, come Pilato: “Io sono innocente del sangue di costui”. Non possiamo lavarci le mani e far finta di niente. Siamo peccatori. Egli è morto per noi. Si è addossato le nostre iniquità.

         Dice S. Giovanni: “Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, Dio che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa.” (1Gv 1,8-9). Diciamogli, allora, con cuore umile fiducioso: “Grande è il nostro peccato, ma più grande è il tuo amore; cancella i nostri debiti a gloria del tuo Nome”.

         Lasciamoci riconciliare. Facciamo, mediante la Confessione, una “grande pulizia pasquale” e sarà festa. Festa di pace e di gioia.

† Giuseppe Costanzo