«La luce del Cristo che risorge glorioso disperda le tenebre del cuore e dello spirito». Pronunciando questa parola di benedizione e di augurio, ho acceso il cero pasquale nella liturgia iniziale della luce. Nel buio e nel silenzio della notte ha brillato per prima una sola fiamma, poi molte fiammelle e infine i fari di luce. L’invito alla gioia si è levato nel canto. «Esulti il coro degli angeli, esulti l’assemblea celeste, un inno di gloria saluti il trionfo del Signore risorto. Gioisca la terra inondata da così grande splendore; la luce del Re eterno ha vinto le tenebre del mondo. Gioisca la madre Chiesa, splendente della gloria del suo Signore e questo tempio tutto risuoni per le acclamazioni del popolo in festa».
Alla liturgia iniziale della luce ha fatto seguito la liturgia della parola. Sette letture dell’Antico Testamento hanno richiamato alla nostra attenzione lo sviluppo della storia della salvezza dalla creazione, al sacrificio di Abramo, al passaggio del Mar Rosso, alle promesse fatte da Dio attraverso i profeti. Quindi due letture del Nuovo Testamento con l’annuncio della risurrezione di Cristo, fondamento della nostra risurrezione e salvezza, due letture accompagnate dall’esplosione gioiosa del Gloria e dell’Alleluja pasquale.
Due angeli in vesti sfolgoranti, accanto al sepolcro di Gesù, aperto e vuoto, diedero alle donne quella lieta notizia, che ora è stata ripetuta per noi: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato […] Bisognava che il Figlio dell’uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno». “Bisognava” (che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno), secondo il disegno di Dio, già adombrato nelle Scritture dell’Antico Testamento. L’apostolo Paolo dirà nella prima lettera ai Corinzi: «Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture» (1Cor 15,3-4). In questo modo Dio ci ha procurato il Salvatore, santo, innocente, perfetto nell’amore, capace di capire e perdonare, vittorioso sull’errore, sul peccato, sulla morte, su ogni potere di Satana. La sua risurrezione è l’inizio della nostra risurrezione. Se ci uniamo a lui con la fede, noi diventiamo capaci di amare Dio e gli uomini di vero amore e di vedere nella morte, che ogni giorno si avvicina, la porta della vita eterna. «Festa di guarigione / dal gelo e dalla morte», definisce la Pasqua il nostro grande poeta Mario Luzi. Guarigione dal gelo della solitudine e dell’egoismo, dall’angoscia mortale della disperazione e del nulla. Già adesso la liturgia battesimale e la liturgia eucaristica, che stiamo per celebrare, ci fanno partecipare alla vita nuova del Risorto mediante la comunicazione dello Spirito Santo.
Il cristiano non può che essere gioioso. A Gerusalemme i primi credenti lodavano Dio, si amavano come fratelli, erano traboccanti di gaudio, anche in mezzo alle persecuzioni, «lieti di essere oltraggiati per amore del nome di Gesù» (At 5,41). Alla fine del IV secolo Sant’Agostino ci informa che la notte di Pasqua i cristiani non dormivano perché celebravano solennemente la Veglia con il battesimo dei neofiti; ma dormivano poco anche i pagani, inquieti al pensiero che il giorno dopo avrebbero incontrato i nuovi battezzati raggianti di felicità, quasi trasfigurati.
Come mai allora nella cultura moderna si sentono spesso voci che accusano il cristianesimo di amareggiare e intossicare la vita? «Cruciato martire,» – dice a Cristo Giosuè Carducci – «tu cruci gli animi / e di tristezza l’aer contamini». Ancora più duro è il poeta e drammaturgo norvegese Enrico Ibsen nei confronti di Gesù, additato come «Il Galileo che schiaccia la gioia umana, i cui templi escludono il sole», «Il nemico della gioia dalle mani esangui». Come mai queste accuse? Come mai oggi affiora qua e là perfino una certa nostalgia dell’antico politeismo pagano?
C’è da pensare che non siamo abbastanza cristiani, pur portando questo nome. «Il contrario di un popolo cristiano» – ammonisce lo scrittore cattolico francese George Bernanos – «è un popolo triste, un popolo di vecchi». Egli non fa altro che echeggiare l’antica tradizione della Chiesa, dove troviamo scritto che «la tristezza è la più malvagia di tutte le passioni, dannosissima ai servi di Dio, perché rovina l’uomo e scaccia da lui lo Spirito Santo» (Erma , Il Pastore). La tristezza, intesa come sfiducia, pigrizia spirituale, noia, indifferenza e vuoto interiore, a volte veniva identificata con il demonio del mezzogiorno, annidato nel tempo della vita che dovrebbe essere più consapevole e più creativo (cf. Evagrio Pontico). Viceversa la gioia, secondo San Tommaso d’Aquino, «è la forza che muove la vita, l’anima del dinamismo: dilata lo spirito, moltiplica le energie, sostiene l’entusiasmo, fa operare con diligenza e attenzione». Dobbiamo allora ritrovare le motivazioni della gioia cristiana. «Rallegratevi nel Signore, sempre;» – insisteva San Paolo – «ve lo ripeto ancora, rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino!» (Fil 4,4-5). Il Signore è risorto! Il Signore è vicino! Ecco il motivo della nostra gioia.
Di una persona raggiante di felicità si suol dire: «E’ contento come una pasqua». E giustamente, perché la Pasqua è il massimo, è la festa più grande e ci mette dentro la voglia di cantare, ci fa sentire liberi, leggeri, in armonia con tutte le cose. Ma non dobbiamo dimenticare che ogni domenica è pasqua, la pasqua settimanale. Ogni domenica siamo chiamati all’incontro con il Signore risorto nella Santa Messa. Poveri noi se consideriamo questo appuntamento come un obbligo in più! Poveri noi, se andiamo in chiesa per forza e senza desiderio, e poi ne usciamo annoiati e spenti! La partecipazione dovrebbe essere così consapevole e intensa, da essere sperimentata ogni volta come un evento di grazia. Dovremmo uscire di chiesa col fuoco nel cuore e la gioia nel volto, pronti a dare testimonianza a tutti con la vita e con la parola. Il mondo di oggi, diceva Paolo VI, può ricevere il Vangelo solo da evangelizzatori, che non siano tristi e scoraggiati, ma che abbiano per primi ricevuto la gioia da Cristo e siano pieni di fervore (cf. EN 75).
Molti di noi sicuramente conoscono le simpatiche storie di Don Camillo e Peppone. Ben pochi però sanno che l’autore, Giovanni Guareschi, era un cristiano di grande fede. Deportato in Germania durante la seconda guerra mondiale e imprigionato per oltre due anni nei campi di concentramento, cercava in mille modi di tenere su il morale dei compagni di prigionia: racconti, poesie, scherzi, preghiere, una creatività inesauribile per prestare quello che egli chiamava “il servizio della speranza”. Tra l’altro, aveva composto una litania, che faceva ripetere ai compagni, con questo ritornello, spiritoso e nello stesso tempo denso di significato: «Non muoio neanche se mi ammazzano»! Possiamo vederci una traduzione originale e spassosa, ma in fondo estremamente seria, del grido di San Paolo: «Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno» (Fil 1,21). Per il fatto che Cristo è risuscitato, la nostra vita si rinnova; la morte stessa non fa più paura. La morte non è più morte, anche se dovesse capitare di essere ammazzati.
Chiediamo al Signore, per intercessione di Maria, sua e nostra Madre, di suscitare in noi la fede appassionata di San Paolo o quella tenace di certi cristiani semplici, ma sinceri, come Giovanni Guareschi. Il mondo ha più bisogno che mai della nostra fede e della nostra gioia; ha bisogno di persone che sappiano offrire in modo credibile “il servizio della speranza”.
† Giuseppe Costanzo
