Risposte in tema
8 luglio 2014
È vero che il tema di questa sera è stato più pesante ma non è meno mordente la realtà. Ieri vi interessava personalmente perché ne avevate esperienza diretta, oggi abbiamo parlato dei vostri figli.
I ragazzi che a 18 – 20 anni sono costretti a lasciare anche l’Italia, è chiaro che si trovano a dovere fare i conti, per quanto riguarda la fede da conservare, da testimoniare, da alimentare, con una cultura diversa. Quando arrivano lì sono preoccupati di lavorare, di cercare di inserirsi, mettere in atto i titoli acquisiti e guadagnare. I ritmi frenetici della vita oggi, le preoccupazioni, il lavoro, la famiglia, la stanchezza, le mille difficoltà, facilmente porta, questi giovani, a mettere tra parentesi, la fede e mettere prioritario il lavoro, la sistemazione, la famiglia. Aggiungete anche i cattivi maestri che ci sono ovunque, il divario che ovunque si nota tra la fede e la vita, il fatto che la fede per essere conservata ha bisogno di essere ripensata, approfondita. Diceva S. Tommaso D’Aquino: “Una fede non pensata, non è autentica”. Allora è chiaro che tutte queste cose, incidono terribilmente e tutta questa serie di cose e altre ancora, rendono più valida l’idea di fondo che noi vogliamo portare avanti. Se nell’età adolescenziale, giovanile, non hanno ricevuto dei grossi contributi, stimoli, cosa volete che resti quando vanno in giro preoccupati di ben altro che di testimoniare la propria fede? Se invece hanno ricevuto una fede forte, si sono motivati nella fede, si sono innamorati di Gesù Cristo, se sono convinti che la Parola che Gesù ci ha dato, è Parola di vita eterna: “I cieli e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”. Se questi ragazzi sono convinti di questo, la fede la conserveranno e l’accresceranno, altrimenti è inevitabile che si va ad accomodamenti, cedimenti e compromessi.
Le cose che Tommaso ha detto con una dose di giusta ironia, secondo me hanno una loro radice nel fatto che tanta gente oggi, per mille motivi giusti e comprensibili, è demotivata. Ricordate:
“Un perché nella vita rende possibile affrontare qualsiasi come”. Ancora, la burocrazia senza anima che incontriamo, non solo nel campo del lavoro, ma negli ospedali. Perché si pensa oggi di umanizzare la medicina? Perché dimentichiamo che abbiamo davanti un uomo, come se fosse una cosa, un numero? Terribile tutto questo! Che cosa insegniamo a questi giovani che si preparano alla vita? Insegnare che la vita è vita e va vissuta bene. Non si tratta di aggiungere anni alla vita, ma di aggiungere vita agli anni. Molta gente questo l’ha dimenticato. Un mio collega biblista ha scritto una cosa bellissima a proposito della vecchiaia: “Una vecchiaia che conclude una vita piena, è qualitativamente diversa da una vecchiaia che si aggiunge ad una vita vuota”. Quando la vita è piena, anche a 90 anni, può dare tanta di quella fiducia, speranza; quando invece uno è demotivato, è vuoto, anche a 20 anni è vecchio.
La signora Anna dichiara la difficoltà dei giovani a dichiarare di essere credenti. Certo: c’è un po’ di rispetto umano, c’è un po’ di timidezza di chi non ha avuto alle spalle forti sostegni psicologici, incoraggiamenti, paure nel dire: Io sono credente. Egli teme lo scherno, l’emarginazione, la battutina che ad un ragazzo in crescita fanno male. Qual è la risorsa da sfruttare? È la Parola di Gesù il quale ha detto: “Sarete miei testimoni in Gerusalemme, in tutta la Giudea, fino agli estremi confini della terra. Sarete miei testimoni e riceverete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi”. La forza dunque l’avremo dallo Spirito Santo. Prima però dobbiamo avere le convinzioni che sono frutto di un lavorio, della formazione e di educazione che noi adulti facciamo. Dobbiamo dire ai ragazzi che crescono e ricordare a noi adulti, anche quello che Gesù ha detto: “Nel mondo avrete tribolazioni, ma abbiate fiducia: io ho vinto il mondo”. Questa cosa a noi l’ha detta uno che stava andando a morire, e ha vinto il mondo con la sua morte e la sua risurrezione. Ha vinto il male, il peccato, tutto ha vinto.
S. Giovanni dirà nella sua prima lettera: “Questa è la vittoria che vince il mondo: la nostra fede”. Si tratta di motivare non di enfatizzare come fanno certe sette; dare certezze perché la vita nessuno se la gioca su una opinione; la vita ce la giochiamo sulla certezza della Parola di Dio.
Nel rapporto con questi ragazzi che crescono, non basta ascoltarli- che è un punto di partenza- ma poi bisogna anche dare le risposte e spesso gli adulti si trovano davanti a domande veramente imbarazzanti dei ragazzi, e tanto più piccoli sono, tanto più le domande sono imbarazzanti. Tutto questo chiede a noi adulti di ripensare la nostra fede, di approfondirla e saperci mettere in ascolto dei ragazzi e dopo, dialogando, la risposta viene fuori. I ragazzi hanno una grande voglia di sapere in genere anche se … non sempre è vero. Interrogate certe insegnanti di religione nelle scuole, essi si trovano davanti delle classi di una apatia, di un disinteresse, di un disprezzo scoraggiante, e qui c’è dietro il mondo, il clima culturale su citato, una famiglia che non ha saputo dare nulla, dove si parla, si sparla di denaro, di successo, non si fa il segno di croce, i ragazzi non respirano la fede … cosa volete che facciano dopo … è chiaro: mettono la maschera e non hanno il coraggio di dire: io credo.
Il carissimo Domenico ci chiede: da dove può partire un nuovo stile? Un nuovo stile può partire da una fede che si propone con discrezione, non si impone, si propone dice S. Pietro, con la prontezza di dare ragione della speranza che è in noi. Dove c’è una famiglia, una comunità che si propone con una vita cristiana autentica, questo suscita la domanda e l’altro che osserva si chiede: “ma chi glielo fa fare? In un tempo come il nostro, chi glielo fa fare?” Questo è un segno che la testimonianza è stata efficace.
Il primo frutto è: suscitare nell’altro la domanda e l’altro frutto è, educare la domanda attraverso il dialogo e poi è dare risposta oltre che con la vita, con la parola. Dunque: suscitare la domanda, educare la domanda, rispondere alla domanda. Così può crescere un nuovo stile di vita. Non dimentichiamo perché ci sia uno stile veramente convincente, affascinante, coinvolgente, occorre che chi parla sia veramente innamorato a tal punto da farlo vedere all’altro che può dire: quello ci crede, e se uno è uno che ama, come dice il grande Paolo VI: “l’amore è geniale, è inventivo, è creativo”.
L’ultima cosa che mi pare fondamentale in tutto questo è il chiedere a Dio, a Gesù, che ci renda sempre più docili all’azione dello Spirito Santo che opera dentro di noi. Il vero maestro è quello che sta dentro di noi come lo chiamava S. Agostino: il Maestro interiore. Lo Spirito Santo è il principio di vita nuova. Ecco la domanda sul nuovo stile di vita: renderci più docili allo Spirito Santo.
In Rm 8 leggiamo: “Coloro che si lasciano condurre dallo Spirito Santo, quelli sono i figli di Dio”. Il mondo anche se ha coperto di sabbia questo bisogno, si porta una fame e una sete inestinguibile di Dio, di senso, di amore, di verità. L’uomo capisce quello che è chiacchiera e quello che è realtà, è senso e il senso sono la verità, l’amore, la coerenza, la fedeltà.
La signora Sara dice: la madre non mi ha dato nulla, però mi ha dato tutto. Come? Attraverso la sua semplice testimonianza così autentica di una vita semplice. Ha ragione quando dice che il problema non sono i giovani ma siamo noi adulti. I giovani sono una risorsa di per sé, però c’è da lavorarci, bisogna accompagnarli con discrezione, con amore, dando loro tempo, ascoltandoli, dialogando, confrontandoci con loro. Il figlio benedetto da Dio, è una ricchezza. Pensavo a Papa Francesco: sua madre, quando aveva questo bambino, ci pensava che sarebbe potuto diventare Papa? Non parliamo di quelli che uccidono il figlio in grembo! Pensare che cosa può diventare un bambino: uno scienziato che può portare alla scienza un balzo in avanti, un Sommo Pontefice; un bambino è sempre una benedizione. Non dimentichiamo che il senso della coerenza è un forte stimolo per noi nel ripensare la nostra fede e a viverla totalmente. La fede va ripensata! Se uno legge tutti i quotidiani di questo mondo, ma la Bibbia la tiene in bella mostra, cosa può testimoniare, che cosa fede può insegnare, inculcare alla generazione che sale?
A proposito della sofferenza volevo dire che è un problema vero e a me sta molto a cuore e ne ho scritto nella lettera pastorale: “Sulle orme di Paolo” quando parlavo della famiglia. La sofferenza di tanti genitori buoni, esemplari, per figli che non hanno seguito l’esempio dei genitori, hanno preso altre strade e hanno creato problemi ai genitori. Qui vorrei dire due semplici parole: 1) intervenite di tanto in tanto con sobrietà, con sapienza, 2) offrite questa vostra sofferenza per questi figli che vi fanno tanto tribolare. Io dico sempre: imparare a togliere la “s” davanti al verbo “soffrire”. Cosa rimane? “offrire” per quelli che ci fanno soffrire, perché intervenga il Signore che ha strade per convincere e capovolgere un’esistenza.
Infine una cosa certissima è questa: anche per questi figli Gesù è morto ed è risorto e Lui non ha dato la vita per caso e questo vi deve consolare.
Di Marco ho apprezzato che si è fatto la scaletta, però nei dieci punti elencati, io non ho proposto una soluzione morale, anzi ho detto che dobbiamo prescindere da certi schemi, dalla comunità, dalla apologetica. Lui chiede: cosa dà la certezza sulla verità della soluzione? Io direi: la certezza me la dà il fatto che non ho proposto soluzioni apologetiche, né morali, ho proposto invece la ricerca di Gesù Cristo, l’innamoramento di Gesù Cristo, ascoltare i giovani, dialogare con loro, confrontarsi con loro, aiutarli a riflettere, esercitare il senso critico, a non lasciarsi incantare da tutto quello che i mezzi della comunicazione e i falsi maestri presentano. Io quando aiuto un giovane a pensare davvero, a esercitare il senso critico cioè a pensare con la sua testa, non dico di disprezzare le teste degli altri, ma accettare il confronto con la testa dell’altro, altrimenti significa che non cerco la verità e ho paura della verità. Chi cerca la verità accetta anche il confronto con chi la pensa diversamente, soltanto chiede argomenti, argomenti di ragione, non argomenti di autorità. Non è così perché lo dico io, è così per questo questo ecc. Questo è il dono più grande che facciamo ai giovani oggi: quello di rispettarli nella loro capacità di pensare, di ragionare, di riflettere, di esercitare il senso critico, ascoltandoli con pazienza significa che lo aiuto a chiarirsi se vuole, a riflettere sulla vita che sta conducendo, a vedere se veramente lui è soddisfatto. Se c’è onestà intellettuale e umiltà di cuore, questi dieci punti funzionano. Se invece cominciamo a mettere in campo i pregiudizi, le prese di posizione, le prevenzioni, allora non funziona. Sappiate che la superbia intellettuale acceca, ubriaca, ci porta fuori strada. Non dimentichiamo che quello che non riesce a fare l’educatore, riesce a farlo lo Spirito Santo, perché è Lui Spirito di verità, Spirito di carità, Spirito di unità, Spirito di santità, Principio di vita nuova.
Affidiamoci, l’importante è restare sempre aperti al confronto, sempre pronti a domandare perdono dei nostri peccati. Perché come dice il nostro grande Papa Francesco: “Peccatori sì lo siamo tutti, l’importante è non essere corrotti, e chi è superbo è corrotto nel cuore e nella mente”.
† Giuseppe Costanzo
