Centro Utopia
8 luglio 2014
Introduzione
Un tema vasto, complesso, di cocente attualità. Uno dei drammi del nostro tempo.
Il teologo Henri De Lubac, parlava del “dramma dell’umanesimo ateo”.
Si registra infatti una separazione tra la fede e la vita. “L’indifferenza alla fede – scrive Mons. F. G. Brambilla, Vescovo di Novara – è diventata una posizione pratica, silenziosa, strisciante. Si vive “come se” Dio non esistesse. L’indifferenza e l’apatia religiosa – se non vogliamo parlare di incredulità – sono diventate un fenomeno di massa, con cifre percentualmente molto alte. E anche quando permane una certa pratica religiosa, si tratta di una fede irrilevante per la vita, sia personale che sociale. Come giustamente diceva Benedetto XVI ai Vescovi italiani – il vero volto dell’emergenza educativa è la trasmissione della fede ai giovani.
I genitori di oggi “hanno imparato a cavarsela senza Dio e così hanno insegnato a fare ai loro figli. Hanno disimparato a credere e a pregare e così non hanno potuto trasmetterlo ai loro figli. Hanno forse ancora mantenuto un legame affettivo (re-ligio) ai riti ecclesiali, ma privo di ogni consistenza di fede. Nasce in tal modo la prima generazione incredula della storia dell’Occidente” (A. Matteo, in “La Riv. del Clero italiano; n.2 del 2009, p. 128). Ora, l’assenza di Dio nella vita degli umani non è senza costo. Infatti, “nessun altro problema umano e sociale potrà essere davvero risolto se Dio non ritorna al centro della nostra vita” … “Bisogna ritornare a Dio, perché l’uomo ritorni ad essere uomo” (Benedetto XVI).
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1. Il clima culturale odierno.
Come nota Carlo Nanni nel suo volume “Educazione, Evangelizzazione, Nuova Evangelizzazione”, oggi molta informazione e molta formazione dei giovani avviene in quelli che vengono definiti “non luoghi”, cioè negli incontri in piazza, al muretto, al pub, allo stadio, navigando su internet, chattando, mandando sms, ecc. Tali “non luoghi” diventano i luoghi privilegiati di socializzazione e assurgono a “scuola parallela”, a “università della vita”, in cui si vengono a conoscere realtà impensate, si elaborano modi di vedere l’esistenza e di vivere la vita non sempre socialmente approvati né moralmente approvabili.
Questi luoghi incidono molto di più dei luoghi tradizionali di formazione (famiglia, scuola, parrocchia) e sono diventati vere e proprie reti educative, creatrici di nuova cultura, fucina di modelli, modi di interpretare la realtà e di organizzare la vita.
“I mass-media e i nuovi media (televisione e internet in primo luogo) esercitano – scrive Nanni – una elevata influenza sulla personalità in formazione … E stimolano nuovi modi di apprendere: attuati più nell’informale che nel formale; più secondo logiche informatiche che razionali; più per immagini che per concetti; selezionando più ciò che appare utile e funzionale che ciò che è vero, buono, giusto e bello in sé e per sé” (op.cit. p. 26 sg).
In un tale clima culturale la fatica di educare alla fede cresce enormemente e gli esiti diventano molto incerti. I giovani sono disorientati e confusi per la molteplicità di messaggi diversi e anche contrastanti. In questa situazione il giovane è più preoccupato di se stesso che di Dio. “Il suo primo bisogno – scriveva Margh. Spagnolo su “Cammino” – non è tanto quello di cercare Dio, quanto di trovare se stesso, di sentire se stesso, di esserci: con l’immagine (vedi l’isola dei famosi), con le sensazioni (pratiche dolorose – per es. il “cutting”= tagliuzzarsi per sentire il dolore), oppure nel piercing e nel tatuaggio; con il ruolo sociale: l’anonimato a cui la società costringe i giovani provoca episodi di aggressività e violenza ingiustificata, come prendere un fucile e sparare a chi capita. Il giovane cerca la sua identità. Se non si ha il senso di sé, – concludeva la Spagnolo – come si può avere il senso dell’altro?”
Il buon uso della libertà resta pregiudicato dalle condizioni in cui si trovano a vivere i giovani – ma non solo essi – in questo tempo: da un lato, infatti, i ritrovati della scienza e della tecnica offrono occasioni e consentono operazioni che nel passato si potevano solo leggere nei libri di fantascienza; dall’altro il rifiuto di modelli condivisi di giudizio – conseguenti alla rivoluzione culturale del ’68 – invitano il soggetto a farsi artista e giudice della sua vita, con tutte le infinite – e non sempre riuscite – varianti che un tale agire comporta. In questa situazione, di abbondanza di mezzi e scarsezza di criteri condivisi – il giovane si ritrova – per dirla con Don A. Matteo – sprovvisto di un “libretto delle istruzioni” per il non semplice mestiere di vivere. (La Riv. Del Clero ital. N.4 del 2009, p.247).
Ciò che gioca a svantaggio dell’uomo e del giovane odierno è la rapidità, la profondità e la globalità dei cambiamenti. “Mentre si moltiplicano le possibilità offerte – scrive A. Matteo – si accorcia la distanza temporale che permetta il decantarsi della novità, una sua valutazione più realistica e la relativa stima in termini di bene comune. Il risultato complessivo è che la libertà dei soggetti è sovraccaricata: l’aumento delle opzioni esalta, certamente, il loro essere liberi, ma li sottopone a un costante stress di autovalutazione, in assenza di parametri condivisi”. E, citando Aldo Schiavone, conclude dicendo che gli uomini e le donne di oggi sono“come un bambino cui sia stata affidata una Ferrari”.
“Nulla è più eccitante di una tale opportunità, nulla può oggettivamente risultare più disastroso” (p. 248). Tutto ciò spiega il disagio, la sofferenza, la solitudine interiore in cui vivono i giovani, oggi.
Ma non è tutto. Vorrei rapidamente aggiungere – o anche esplicitare – altri elementi che stanno alle radici della difficoltà di educare alla fede. Sono debitore di queste annotazioni a Mons Nosiglia nella presentazione alla CEI degli Orientamenti pastorali per il decennio 2010/2020 e ai tanti interventi di Benedetto XVI.
- La perdita del senso di Dio e la negazione o l’appannamento – della vocazione trascendente dell’uomo. L’uomo, pertanto, crede di essere il signore assoluto della propria vita. Ma senza Dio l’uomo non sa donde viene e dove va, e non riesce nemmeno a comprendere chi egli sia. Accecato dalla superbia della ragione, l’uomo si riduce ad essere “senza Cristo … senza speranza e senza Dio nel mondo” (Ef 2,12).
- Il problema di questa pretesa autonomia e di questa illusoria autosufficienza si manifesta nel grande tema dell’amore e della libertà. L’educazione è l’incontro di due libertà: quella dell’educatore e quella dell’educando, che devono interagire senza pregiudizi e senza chiusure. Oggi, con l’accresciuta sensibilità verso la libertà, il principio che guida la vita e le scelte dei giovani, anche in materia di religione, è questo: valori sì, regole no.
Naturalmente quei valori che essi ritengono conformi ai loro gusti e alle loro scelte. Per questa strada molti sono giunti alla confusione intellettuale o morale, agli stupefacenti, alla perdita del rispetto per se stessi, alla violenza, alla disperazione e al suicidio. E tuttavia questo desiderio di libertà costituisce un terreno favorevole all’incontro con Cristo e col Vangelo. Gesù, infatti, esalta la libertà dell’uomo nuovo e afferma che chi lo segue conosce la verità, e la verità lo farà libero.
La fede pertanto non costituisce una minaccia per la libertà, ma piuttosto una garanzia e la libertà correttamente esercitata è il presupposto indispensabile per la crescita della persona.
- Altro ostacolo alla fede è quella malintesa laicità che degenera in laicismo e che si esprime nell’ostilità a ogni presenza di simboli religiosi nelle pubbliche istituzioni; nel rifiuto di ogni pronunciamento della Chiesa sui problemi morali; nell’accusa di indebita ingerenza, quando essa interviene ad affermare e difendere i grandi valori che danno senso alla vita delle persone e ne salvaguardano la dignità; in una parola, quando essa proclama con fermezza la verità sull’uomo e sul suo destino.
- Il quadro delle difficoltà a credere è vasto e complesso. Ho accennato solo ad alcune difficoltà, ma si potrebbe continuare a lungo. Quello che mi pare importante sottolineare è questo: c’è nei giovani una grande sete di significato, di verità e di amore. Ci sono interrogativi inquietanti e inquietudini interiori profonde: per esempio, di fronte alla morte di qualche amico o coetaneo, o persona cara; di fronte alla sofferenza grave di qualche congiunto; nel costatare la fragilità di relazioni che sembravano solide e che improvvisamente si spezzano … C’è, nei giovani, prepotente, il bisogno di senso, di autenticità, di pienezza, ma spesso si ritrovano soli, incompresi e abbandonati a se stessi, e perciò si scoraggiano e mollano. La sfida che si pone alla comunità cristiana è precisa: contrastare l’assimilazione passiva di modelli trasmessi dai media, aiutarli a superare la superficialità, promuovendo l’esercizio critico della ragione, spingerli ad andare oltre ciò che è empiricamente sperimentabile, giacchè – come affermava Benedetto XVI – “ anche i più grandi valori del passato non possono essere semplicemente ereditati, (ma) vanno fatti nostri e rinnovati attraverso una, spesso sofferta, scelta personale”.
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2. Percorsi di formazione alla fede e alla vita cristiana.
Devo molto, per questo 2° punto, a Don Severino Pagani, in un articolo pubblicato su “Rivista del Clero italiano”, 2009, n°3 o 1?
- Il cammino comincia con la relazione personale, individuale e di gruppo. Oggi questa è determinante. In un tempo in cui l’istituzione si è fatta debole e il contenuto dogmatico è quasi irrilevante, la relazione è il linguaggio decisivo. Non è questo, in fondo, l’esempio e il metodo di Gesù? La vocazione degli apostoli e dei discepoli, i colloqui con la gente della Galilea, l’attenzione verso i sofferenti che bussavano al suo cuore, la misericordia e la consolazione dispensate ai poveri, non sono forme di relazioni concrete che Egli metteva in atto senza esigere fin dall’inizio la completa conoscenza e accoglienza del mistero? Anche oggi questa modalità di approccio è fortemente attuale: inizialmente non devono starci a cuore gli schemi e le regole della comunità, ma i ragazzi e i giovani, perché siano uomini e donne felici sulla terra; perché incontrino Gesù e il suo Vangelo, e sperino nella vita eterna; perché trovino nella fede cristiana la grazia prima dell’etica e dell’apologetica.
- Un passaggio importante nel percorso formativo di un giovane è l’esercizio dell’affidamento. Esso – sia ben chiaro – nulla toglie all’esercizio della ragione e della libertà, ma strappa il giovane alla solitudine, gli sta accanto e lo accompagna con sapienza e pazienza verso la verità di se stesso, del mondo e di Dio. E su questa strada incontrerà più presto e più da vicino la persona di Gesù, Amico e Maestro.
- L’incontro maturo con Gesù esige però, che il giovane intraprenda con serietà e perseveranza un vero cammino di preghiera. Non mancherà qualche momento di cedimento o di incostanza, ma è certo che, se prega davvero, cambierà presto e in profondità. Le occasioni per incontrare il Signore possono essere tante: una riflessione, una forte esperienza di carità, un lacerante incontro con il dolore, la constatazione di corruzione e ingiustizia dilaganti e devastanti … Se parte la vita di preghiera, si arriva all’incontro profondo con Gesù e questo trasforma la vita. Questo è pure il momento in cui si scopre la propria vocazione e si trova anche il coraggio di scelte radicali.
- E’ inoltre necessario introdurre i giovani all’ascolto della Parola di Dio e far riscoprire il tesoro rigenerante dei sacramenti e la forza rinnovatrice della liturgia. Sono le sorgenti di ogni conversione, dove il protagonista è Gesù. Non è sempre facile far capire ai giovani, imbevuti della cultura moderna, che il primato va riconosciuto a Gesù e non alla loro iniziativa; però introdurli alla Parola e accostarli ai Sacramenti significa portarli al cuore dell’esperienza cristiana. In sintesi: “fare esperienza del Signore nella vita ordinaria significa vivere l’Eucarestia e la carità, la preghiera personale e il servizio al prossimo, le proprie responsabilità individuali e sociali in conformità allo stile di Gesù” (Severino Pagani, art. cit. p.16).
- Tutto questo richiede agli educatori un forte coinvolgimento: devono trovare le opportunità migliori per incontrare i giovani all’interno delle loro condizioni di vita, fra studio, lavoro, tempo libero. Non bastano incontri sporadici, occorrono relazioni significative e durature.
- Qualcuno si chiede come parlare oggi ai giovani, ma la domanda più radicale è un’altra: come ascoltarli e come lasciarli parlare, in pubblico e in privato.
Una cosa chiede particolare attenzione. Scrive Don Sev. Pagani: “quando un ragazzo parla e si confida, non deve sentirsi immediatamente giudicato, né in se stesso ne nella sua storia, e tanto meno va messo a confronto con i giovani di un tempo o di una generazione passata. I giovani non chiedono di essere sempre giustificati, esigono al contrario che a loro si dica la verità, ma sempre con sobrietà, rispetto e senza ideologie sul passato. I ragazzi che cercano un confronto, in genere sono sinceri: con loro talvolta bisogna avere pazienza, aspettare il momento affettivo più favorevole; accettano anche osservazioni e rimproveri, fa bene a loro sentirsi incoraggiati e consolati, purche tutto avvenga nella verità e senza sbavature. I giovani hanno bisogno di essere condotti verso un’autentica interpretazione di se stessi. Spesso dietro false sicurezze o atteggiamenti aggressivi si nasconde il vuoto di una generazione che soffre, bisognosa di dolcezza, di forza e di confronto sincero” ( art. cit. p.17).
7. Non è facile entrare nel mondo interiore di un giovane, ci vuole tempo e dedizione. Bisogna saper attendere il momento di grazia per parlare loro di Gesù. Se lo fai con verità e passione, allora ti ascoltano. Se parli della Chiesa, invece, sono meno interessati, perché la sentono come “l’istituzione” che impone schemi e regole che essi non sopportano, perché non li sentono come propri. Fondamentale, invece è condurli alla verità autentica della loro esistenza, a saper leggere le loro esperienze più significative, in modo tale che sappiano costruire un forte rapporto con Dio, una grande capacità di amare e una bella disponibilità a servire. Bisogna aiutarli a impostare e risolvere la questione di Dio, dell’amore e del lavoro.
8. Nel percorso formativo del giovane non può mancare l’impatto con la Chiesa: con la Chiesa – mistero e con la Chiesa – istituzione. E’, questo, un punto delicato nel cammino di maturazione spirituale del giovane. Egli fa fatica a scoprire il mistero di comunione che la Chiesa incarna, e fa fatica – non poca – ad accettare il suo aspetto istituzionale e magisteriale, soprattutto in ordine alle indicazioni di carattere etico, sociale, economico e politico. Occorre proporre e testimoniare ai giovani la straordinaria ricchezza della dottrina sociale e politica della Chiesa, nei cui confronti spesso si ingenera molta confusione che porta ad accusarla di ingerenza politica.
9. Particolare importanza riveste nella vita dei giovani la sfera affettiva e, ancor più, quella della sessualità. Il mondo in cui vivono non li aiuta a gestire bene queste due realtà. Oggi molti giocano con gli affetti e banalizzano il sesso. Affetti e sesso sono resi funzionali al consumismo.
Il corpo oggi è considerato un oggetto: da parte di chi lo sfrutta e spesso anche da parte di chi lo offre (si pensi al fenomeno della prostituzione minorile per una semplice ricarica del telefonino!). Viviamo nella cultura dei tre “senza”: sesso senza amore, amore senza matrimonio, matrimonio senza figli.
In questa situazione i giovani fanno fatica e soffrono nel cercare di unificare in se stessi le dimensioni della fede con le sue esigenze e quella degli affetti con le loro pretese. “Ci vogliono – scrive giustamente Pagani – molte energie educative per condurre i giovani alla forma matura e cristiana dell’amore. Per questo si rivelano molto efficaci modalità di aggregazione e di gruppo che aiutino a costruire amicizia ed esperienza di vita comune cariche di valori e rispettose delle varie tappe della vita. La forma dell’amore va strettamente unita alla dimensione del dono di sé e del servizio” ( art. cit. p. 18).
10. Infine, nel cammino dei giovani verso la fede, un passaggio rilevante è quello che li porta ad una vera riconciliazione con se stessi e con la propria storia. Quando questo accade, il giovane rimette ordine nella sua esistenza e acquista nuove energie psichiche e spirituali. La riconciliazione con se stessi è uno dei passaggi più belli e più difficili nella vita di un giovane, ma è fortemente stimolato e favorito da una efficace catechesi e da una adeguata pedagogia verso il sacramento della riconciliazione. Se il giovane fa esperienza dolcissima della misericordia di Dio, e gusta la tenerezza del suo amore di Padre, lì si innamora di Gesù che lo incarna in modo affascinante. Gesù si presenta come Colui che dice la verità, che vuol bene, che perdona, che prende per mano, che accoglie ciascuno così come è. Quando un giovane fa questa esperienza, è pronto per un nuovo cammino di conversione, durante il quale il giovane crescerà nella fede e nella preghiera, nella carità e nella castità, nel lavoro e nello spirito di servizio, nello studio e in tanti altri ambiti della vita.
Tale cammino però non procede con ritmi regolari. Sono da prevedere improvvise battute di arresto, in cui il giovane si blocca: non sa più cosa fare e dove andare, si scoraggia ed è tentato di mollare; teme di aver preso un’infatuazione, di essere stato plagiato. Lottare contro le proprie passioni, contro le seduzioni del mondo e la perfidia del maligno, non è agevole né piacevole. E’ un duro lavoro. E’ necessaria, allora, una presenza educativa dolce e ferma, che sappia illuminare, rassicurare e accompagnare nel passo successivo. Ecco, allora, l’ultimo aspetto che vogliamo affrontare.
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3. La figura dell’educatore
I giovani che sono consapevoli del loro bisogno di punti di riferimento, cercano educatori capaci di orientare il loro cammino, di indicare un percorso possibile, di fare proposte convincenti e affascinanti. Rifiutano quegli adulti che si impancano a maestri, che pretendono il rispetto formale di regole non giustificate, ma accolgono volentieri l’adulto che li aiuta a riflettere e a rivedere e correggere la rotta. Accolgono con gioia l’educatore competente nell’ascolto, paziente nell’accompagnamento, credibile perché la sua condotta conferma la sua proposta.
Un vero educatore – cito Mons. Nosiglia – è anzitutto “un testimone della verità e del bene, cosciente che la propria umanità è insieme ricchezza e limite. Ciò lo rende umile e in continua ricerca. Sa rendere ragione della speranza che lo anima e desidera comunicarla a chi è in cammino. Essere educatori è un’arte che si acquisisce col tempo e con un apprendistato sul campo, ed è un’esperienza che si nutre dell’esempio e dell’aiuto di altri educatori”
E più avanti: “Gli educatori dei giovani debbono essere ricchi di umanità, maestri, testimoni e compagni di strada, presenti dentro la realtà e disposti ad incontrare i giovani là dove sono, ad ascoltarli, a ridestare in loro le domande sul senso della vita e sul loro futuro, a sfidarli nel prendere sul serio – anche in chiave vocazionale di impegno per la vita – un’ipotesi di risposta, trasmessa e vissuta da una comunità che testimonia l’evento di Cristo Crocifisso per amore, risorto e vivo per sempre” ( Mons. Nosiglia).
Prima di chiudere voglio dedicare qualche minuto al compito dei genitori in ordine alla fede.
Educare alla fede significa consegnare ai figli al coscienza di essere figli di Dio e, per quanto possibile, renderli capaci di vivere secondo il cuore di Dio, riconosciuto come Padre, cioè come principio e fine della vita. E’ questa la segreta speranza di ogni genitore credente. Egli sa bene che la scelta ultima è affidata al figlio, e nessuno può sostituirsi a lui, ma sa anche che quella scelta dipende anche da lui, dalla coerenza della sua testimonianza, dal suo modo di rendere ragione della sua fede. E ancora non dimenticare che le scelte dei genitori sono il primo paradigma esistenziale per i figli: in quell’ambiente crescono ed imparano quali sono i valori che danno senso alla Vita. Se la fede appartiene visibilmente a questi valori, essa diventerà per i figli una provocazione con cui fare i conti e, speriamo, un patrimonio che arricchirà per sempre la loro vita.
La testimonianza dei genitori – anche quella più eroica – non esonera i figli dalla fatica di credere, né li esime dalla lotta per rimanere fedeli al Vangelo. La decisione ultima della santità appartiene al nucleo più intimo della coscienza dei figli, ma la condotta dei genitori è importante. I figli, poi, potranno raggiungere mete più grandi di quelle che i genitori hanno saputo raggiungere e indicare, ma a loro resta la gioia di avere indicato la strada. Pensate, per esempio, ai genitori di S. Teresa di G. B. (Luigi e Zelia Martin).
Conclusione
I giovani rappresentano una risorsa per il rinnovamento della Chiesa e della società. Se sono resi protagonisti nel proprio cammino educativo, se sono orientati e guidati a un esercizio sempre più corresponsabile della loro libertà e genialità, se sono opportunamente valorizzati affidando loro delle responsabilità, possono spingere la storia verso un futuro di speranza.
† Giuseppe Costanzo
