Augusta – Centro Utopia
9 luglio 2014
Ognuna di queste realtà – fraternità, pace, mitezza – meriterebbe una trattazione a parte; tanto è importante e urgente riflettere su di esse e lasciare che interpellino la nostra vita e la nostra libertà. Preferiamo, però, rapidi cenni piuttosto che ometterne qualcuna. Cominciamo dalla fraternità e teniamo come punto di riferimento costante il Messaggio di Papa Francesco per la “Giornata mondiale della Pace” (1°gennaio 2014).
- La fraternità è “una dimensione essenziale dell’uomo”, che è un essere razionale e relazionale. Una vita vissuta in pienezza esige la fraternità, che rimane perciò “anelito insopprimibile” e che “sospinge alla comunione con gli altri”. “Senza fraternità – dice il Papa – diventa impossibile la costruzione di una società giusta” e “di una pace solida e duratura”.
Luogo primario di educazione alla fraternità è, di solito, la famiglia, dove, grazie alla diversità e complementarietà dei ruoli, si impara ad accogliersi e ad amarsi come fratelli e sorelle, non a trattarsi come nemici o rivali.
La fraternità è vocazione, cioè chiamata a formare una comunità composta da fratelli che vogliono amarsi e prendersi cura gli uni degli altri. “Tale vocazione – scrive il Papa – è però ancora oggi spesso contrastata e smentita nei fatti, in un mondo caratterizzato da quella “globalizzazione dell’indifferenza” che ci fa lentamente “abituare” alla sofferenza dell’altro, chiudendoci in noi stessi” (n°1).
Giustamente il Papa Benedetto XVI ha affermato che “la globalizzazione ci rende vicini, ma non ci rende fratelli” (Caritas in veritate, n°19).
Papa Francesco, inoltre, afferma che “le molte situazioni di sperequazione, di povertà e di ingiustizia, segnalano non solo una profonda carenza di fraternità, ma anche l’assenza di una cultura della solidarietà” (n°1).
Il Papa ne individua la causa nelle nuove ideologie, “caratterizzate, – dice – da diffuso individualismo, egocentrismo e consumismo materialistico”, che “indeboliscono i legami sociali, alimentando quella mentalità dello scarto, che induce al disprezzo e all’abbandono dei più deboli, di coloro che vengono considerati inutili.
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Quali gli ostacoli che si frappongono alla fraternità fra gli uomini?
Papa Francesco parte dal conflitto tra Caino e Abele. “L’uccisione -dice – di Abele da parte di Caino attesta tragicamente il rigetto radicale della vocazione ad essere fratelli” (n°2). Il Pontefice ne addita le cause profonde nel peccato, accovacciato alla sua porta (cfr Gen 4,7) e nel disprezzo del progetto di Dio, che ci chiama a comportarci da figli suoi e a vivere la fraternità. La vicenda di Caino e Abele insegna che “l’umanità porta inscritta in sé una vocazione alla fraternità, ma anche la possibilità drammatica del suo tradimento” (n°2).
Il Papa ci ricorda inoltre che l’uomo con le sue sole forze non è capace di vincere l’indifferenza, l’egoismo e l’odio; non riesce ad accettare le legittime differenze che caratterizzano la persona. Alla radice della fraternità sta la paternità di Dio, col suo amore personale e straordinariamente concreto per ciascuno di noi. “L’amore di Dio, quando è accolto, diventa il più formidabile agente di trasformazione dell’esistenza e dei rapporti con l’altro, perché apre gli uomini alla solidarietà e alla condivisione operosa”.
Il “luogo” di fondazione della fraternità, che gli uomini non sono in grado di generare da soli, è la Croce di Cristo.
Egli ci ha costituito umanità nuova, in piena comunione con la volontà di Dio e con il suo progetto d’amore.
Egli è la nostra pace.
Egli ci ha resi tutti fratelli e amici, non più antagonisti o nemici. Grazie a quella Croce “tutti gli uomini godono di un’uguale ed intangibile dignità”.
Non vi sono “vite di scarto”. Tutti amati e tutti riscattati dal sangue dell’Agnello immacolato ed incontaminato.
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- La pace
“La fraternità è fondamento e via per la pace” (n°4).
Il magistero sociale dei Pontefici ha molto riflettuto e approfondito questo tema. Paolo VI nella “Populorum progressio”, ha affermato che il nome nuovo della pace è lo sviluppo integrale dei popoli (n°87); Giovanni Paolo II°, nella “Sollicitudo rei socialis”, ha definito la pace “opus solidaritatis” (n°39), ed è per questo che la fraternità ne è il fondamento precipuo” (ivi).
“La pace – ha detto Giovanni Paolo II° – è un bene indivisibile. O è bene di tutti o non lo è di nessuno”. La pace chiede la “determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune”. Questo è possibile solo se ci si libera dalla “brama del profitto” e dalla “sete del potere”; se si è disposti a “perdersi” a favore dell’altro e a “servirlo, invece che sfruttarlo e opprimerlo per il proprio tornaconto; se si tiene viva la consapevolezza della paternità comune di Dio, della fraternità di tutti gli uomini in Cristo, “figli nel Figlio”, della presenza e dell’azione vivificante dello Spirito Santo.”
Questo modo di essere e di relazionarsi conferirà al nostro sguardo sul mondo un nuovo criterio per interpretarlo e per trasformarlo (cfr n° 4).
La mancanza di fraternità genera povertà di ogni genere: emarginazione, solitudine, forme varie di dipendenza patologica, disagi di vario tipo; crescono le diseguaglianze tra persone e gruppi, nonché le sperequazioni che alimentano lo scontento e le cause di guerra, che è sempre “una grave e profonda ferita inferta alla fraternità” (n°7).
La fraternità, invece, spegne la guerra e genera la pace sociale, perché “crea un equilibrio fra libertà e giustizia, fra responsabilità personale e solidarietà, fra bene dei singoli e bene comune” (n°8).
Un’autentica fraternità promuove la pace perché stimola le coscienze a vincere l’egoismo individuale e di gruppo, e perché impegna a combattere le varie forme di corruzione oggi così capillarmente diffuse. Queste, infatti, logorano la legalità e la giustizia e colpiscono al cuore la dignità della persona.
Si pensi – solo per fare alcuni esempi – al dramma della droga, alla tragedia dello sfruttamento del lavoro, al traffico illecito di denaro e alla speculazione finanziaria che espone alla povertà milioni di persone. Si pensi alla prostituzione che ogni giorno miete vittime innocenti, soprattutto tra i più giovani rubando loro il futuro.
Si pensi al traffico di esseri umani, ai reati e agli abusi contro i minori, alla schiavitù ancora presente in tante parti del mondo, alla tragedia spesso inascoltata dei migranti, alle condizioni inumane o sub-umane di tante carceri … C’è da inorridire! C’è da vergognarsi di tali abomini! “L’uomo, però, si può convertire e non bisogna mai disperare della possibilità di cambiare vita” (n°8).
Dio non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva (cfr Ez 18, 23).
L’esempio dei giusti e la santità dei credenti sono molto importanti.
Infine, la fraternità aiuta a custodire e a coltivare la natura, che è un dono che Dio ha fatto alla famiglia umana.
L’uomo – scrive il Papa – può intervenire sulla natura per cambiarla a proprio beneficio, ma a condizione di riconoscerne e rispettarne la “grammatica” e di usarne saggiamente le risorse, perché siano a vantaggio di tutti. Noi, invece, “siamo spesso guidati dall’avidità, dalla superbia del dominare, del possedere, del manipolare, dello sfruttare; non custodiamo la natura, non la rispettiamo, non la consideriamo come un dono gratuito di cui avere cura e da mettere a servizio dei fratelli, comprese le generazioni future” (n°9).
Oggi, poi, è diventata l’oggetto principale dell’aggressione da parte della cultura dominante, come dimostra la diffusione dell’ideologia del “gender”, la quale mira a “decostruire” la realtà creata, a non rispettarne le leggi fondamentali, a costruirne un’altra, alternativa. Il Papa Benedetto XVI ha tenuto su questo un discorso molto puntuale alla Curia Romana il 21 dicembre 2012, al quale rimando per gli opportuni approfondimenti.
Ma non possiamo chiudere la nostra riflessione sulla fraternità e sulla pace senza accennare al problema gravissimo della fame nel mondo, che – come dice Papa Francesco – suscita la domanda: in che modo usiamo le risorse della terra?
E’ documentato che la produzione attuale è sufficiente a dar da mangiare a tutti gli uomini che popolano la terra, “eppure ci sono milioni di persone che soffrono e muoiono di fame, e ciò costituisce un vero scandalo”. “Qualcuno – scrive P. Cantalamessa – ha paragonato la terra ad un’astronave in volo nel cosmo, in cui uno dei tre cosmonauti a bordo consuma l’85% delle risorse presenti e briga per accaparrarsi anche il rimanente 15%”.
Giustamente la dottrina sociale della Chiesa non si stanca di richiamare a tutti la destinazione universale dei beni. Non dobbiamo stancarci di educare ad una relazionalità fraterna, improntata alla reciprocità, al perdono, al dono totale di sé. E’ il comandamento dell’amore, datoci da Gesù, il comandamento dell’amore reciproco modellato sul suo, e dal quale tutti ci riconosceranno come suoi discepoli (cfr Gv 13, 34 sg). Questo esige “un esercizio perenne di empatia, di ascolto della sofferenza e della speranza dell’altro, anche del più lontano …”; esige di metterci sulla strada di “quell’amore che sa donarsi e spendersi con gratuità per il bene di ogni fratello e sorella” (n°10).
Quando la fraternità sarà amata, sperimentata e testimoniata, cesseranno le guerre e fiorirà la pace.
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- La mitezza
La pace suppone la fraternità. Ma la fraternità e la pace presuppongono la mitezza. “Beati i miti – ha detto Gesù perché possiederanno la terra” ( Mt 5,5).
La terra in definitiva, è la vita eterna, ma qui, in questo mondo, sono i cuori degli uomini. I miti, con la loro bontà e amabilità, conquistano la fiducia, attirano gli animi, sciolgono le resistenze. Gesù ci ha invitati a specchiarci in Lui e ad imitarlo: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29).
La mitezza, in senso pieno, è costantemente associata all’umiltà, alla carità e alla pazienza. I Vangeli, da un capo all’altro ci mostrano come Gesù ha vissuto la mitezza in questo triplice aspetto. A Lui Matteo applica le parole che in Isaia sono dette del Servo di Dio: “Non discuterà, né griderà, non spezzerà la canna incrinata e non spegnerà il lucignolo fumigante” (Mt 12,20). Il suo ingresso in Gerusalemme è visto come un esempio di re mite, che rifugge da ogni idea di violenza e di guerra (cfr Mt 21,4). La prova massima, poi, della mitezza di Cristo si ha nella sua passione. Nessun moto d’ira, nessuna minaccia:“Oltraggiato, non rispondeva con oltraggi e soffrendo non minacciava vendetta” (1Pt 2,23).
Certo, parlare di mitezza in un tempo di aggressività può sembrare una provocazione. La mitezza, infatti, appare oggi come debolezza, come incapacità di farsi valere. Nel modo corrente di pensare si è persone realizzate se si è capaci di affermarsi, di fare carriera, di imporre le proprie ragioni. E se per questo bisogna calpestare gli altri – i loro diritti, la loro dignità – che importa? La vita non è dei perdenti, dei sottomessi, di quelli che rinunciano a farsi valere: La vita sembra favorire non chi ha ragione, ma chi grida più forte, chi lancia insulti, non chi porta argomenti. Eppure, a guardare bene, l’abitudine a dare libero sfogo all’aggressività e volontà di autoaffermazione non rende le persone più felici. Sono sempre tese, arrabbiate, pronte a litigare per cose banali. Segno che il cuore non è in pace. E la pace suppone sempre un cuore pacificato.
L’amore di sé, che porta a non tener conto dell’altro, non ha fatto crescere il grado di felicità delle persone. E’ felice chi ha un cuore grande, grande forza interiore e vera capacità di volere bene. Non a caso Gesù nelle beatitudini ha posto la mitezza tra le condizioni che rendono l’uomo felice: “Beati i miti, perché avranno in eredità la terra” (Mt 5,5).
La mitezza è una virtù che, come ogni vera virtù, deve essere imparata a poco a poco. Quando Gesù ci dice: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore”, ci dice due cose: 1) che la mitezza non è spontanea, va imparata; 2) e che la via per impararla è Lui stesso, il suo modo di guardare agli altri pieno di compassione e di misericordia, il suo modo di stare davanti al dolore, alla sconfitta, allo scacco. La croce è la cattedra da cui Gesù ci insegna la mitezza che subisce senza rispondere … è la cattedra dell’amore più grande.
Dunque “la mitezza è la virtù di coloro che sanno voler bene anche a se stessi, e che sanno che l’arroganza ferisce anche chi la vive, non solo chi la subisce. E se ci verrà da pensare che la croce è il luogo della sconfitta più grande di Gesù, ricordiamoci che il centurione proprio vedendo il modo in cui Gesù subiva tutto, ha capito che era il Figlio di Dio” (Paola Bignardi).
Mitezza, dunque, vuol dire amore, non stupidità; forza, non debolezza; determinazione, non arrendevolezza. Il mite è una persona dall’umanità pacificata, riconciliata con se stessa, interiormente libera, al punto da non avere bisogno di fare vedere agli altri, e molto meno a se stessa, il proprio valore.
Vediamo, allora, come vivere questa beatitudine nel rapporto col mondo esterno.
- Il primo è l’atteggiamento accogliente, dialogante, capace di ascolto. Invece di vedere nell’altro un diverso, un estraneo, un nemico, dobbiamo vedervi un fratello a cui dare e da cui ricevere ragioni di vita. L’altro, così, non è – come diceva Sartre – “un inferno” (“l’inferno sono gli altri”), ma la nostra beatitudine.
- Il secondo atteggiamento nella mitezza esclude la polemica, lo spirito di condanna, l’arroccamento su posizioni difensive. Per secoli – dobbiamo ammetterlo – siamo stati intransigenti, ci siamo sentiti superiori rispetto ai non cristiani e li abbiamo giudicati in modo sprezzante e negativo. Per secoli abbiamo tenuto un atteggiamento di diffidenza, di condanna e di crociata, ma questo non è conforme allo spirito evangelico. IlVangelo è invito, è proposta e mira a suscitare il dialogo franco, ma rispettoso. “Non può essere usato come bandiera né tanto meno imposto al mondo. E in questo andare della Chiesa verso gli uomini, la mitezza si deve rivestire di compassione, di misericordia, di comprensione della miseria delle nostre vite umane” (E. Bianchi). S. Giovanni XXIII parlava di “medicina della misericordia”. Già 50 anni fa Paolo VI, parlando del dialogo, ebbe a scrivere: “ Il dialogo non è orgoglioso, non è pungente, non è offensivo. La sua autorità è intrinseca per la verità che espone, per la carità che diffonde, per l’esempio che propone; non è comando, non è imposizione. E’ pacifico, evita i modi violenti, è paziente, è generoso” ( Eccl. suam, 83).
Papa Francesco, nell’omelia per la canonizzazione di Papa Giovanni XXIII e di Giovanni Paolo II, ha detto che “la Chiesa sempre spera, sempre perdona, perché sempre ama”. Questo è lo stile genuinamente evangelico dei discepoli di Gesù. Qualcuno ha scritto: “L’uomo autentico vive in pace con tutti senza agire come tutti; l’uomo volgare agisce come tutti, eppure non va d’accordo con nessuno”.
Ma c’è un testo che non possiamo assolutamente omettere parlando di mitezza. Quando Gesù dà il mandato missionario ai suoi discepoli dice: “Andate: ecco vi mando come agnelli in mezzo ai lupi” (Lc 10,3). Sembra una situazione perdente in partenza. Sembra che il Signore voglia candidarci alla sicura sconfitta: agnelli in mezzo ai lupi! Non è una esagerazione? Non ci fa apparire come ingenui? Come sprovveduti? Sarebbe davvero così se gli agnelli non ricevessero forza dal Pastore, da Colui che li manda. Questa certezza deve essere radicata e salda in noi se vogliamo andare oltre l’aspetto paradossale della nostra missione ed entrare nel mistero di Gesù e quindi anche nel nostro.
Possono esserci di aiuto le parole di S. Giovanni Crisostomo. Con molta efficacia egli invita a ricordare che la forza degli agnelli in mezzo ai lupi risiede nella potenza di Gesù Pastore. Commentando in un’omelia questo passo evangelico, egli disse: “Finchè saremo agnelli, vinceremo e, se saremo circondati da numerosi lupi, riusciremo a superarli. Ma se diventeremo lupi, saremo sconfitti, perché saremo privi dell’aiuto del pastore. Egli non pasce lupi, ma agnelli. Per questo se ne andrà e ti lascerà solo, perché gli impedisci di manifestare la sua potenza”. (Omelia 33,1).
Possiamo partire da qui per illustrare lo stile della missione dei discepoli, agnelli in mezzo ai lupi, che continuano la missione di Gesù nell’oggi della storia, incarnando la mitezza, tessendo rapporti di fraternità e costruendo la pace.
- Innanzitutto, il discepolo di Gesù, il cristiano, non deve mai cedere alla tentazione di diventare lupo tra i lupi. Non può rispondere all’aggressione con l’aggressione, alla violenza con la violenza, alla dialettica con la dialettica, perché smentirebbe se stesso e soprattutto il suo Maestro, del quale il profeta aveva detto: “Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come un agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori” (Is 53,7).
Il Signore Gesù rivela massimamente l’amore di Dio sulla Croce, non su un carro trionfale! Lì, sulla Croce, rivela che l’amore è più forte di ogni violenza e di ogni oppressione, più forte della morte. Gesù vince il mondo con la forza della croce, che è la vera garanzia della vittoria.
Efficaci le parole di Martin Luther King nel suo “Sogno”: “Ai nostri nemici noi diciamo: fateci quel che volete e noi continueremo ad amarvi; metteteci in prigione e noi continueremo ad amarvi; lanciate bombe nelle nostre case, nell’ora di mezzanotte, batteteci e lasciateci mezzi morti e noi vi ameremo ancora. Siatene certi: vi vinceremo! Non perché vi combatteremo, ma perché vi ameremo”. E’ la via della santità, che poggia su quattro pilastri: amare, pregare, perdonare, saper andare contro corrente.
- Il discepolo segue il Maestro. Perciò la logica del dono di sé diventa la logica del discepolo: dev’essere pronto anche al martirio, disposto a perdere la propria vita per Lui, perché nel mondo trionfino il bene, l’amore e la pace. Di più: la potenza dell’amore non deve essere oscurata – né impedita – da appoggi terreni o da sicurezze umane: “non portate borsa né sacca ..” Bisogna che appaia la potenza disarmante del Vangelo, non la potenza dei mezzi umani, né la presunzione dell’uomo. Per questo è necessario l’abbandono nel Signore per avere in noi la sua forza. La testimonianza di S. Paolo è preziosa: “quando sono debole, è allora che sono forte” (2Cor 12,10). La forza dell’apostolo sta nella Parola in cui crede, nella grazia che lo sostiene, nella speranza che infonde, nell’amore che diffonde, nella ricchezza che Dio ha riversato nel suo cuore: “Noi abbiamo questo tesoro (dell’apostolato) in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi” (2Cor 4,7).
- Riconoscere la potenza dell’amore che il Pastore ci dona per comportarci da agnelli non vuol dire dimenticare i lupi, che esistono, e sono numerosi e feroci. Essi rappresentano le varie forze del male che fanno capo al diavolo, all’antico avversario, che è menzognero e il padre della menzogna, “omicida fin dal principio” (cfr Gv 8,44). Se ignorassimo i lupi, negheremmo alla fine l’esistenza di Satana, rinnegando la Parola di Gesù. I lupi, invece esistono e operano, in collaborazione col maligno, con l’antico avversario (di Dio e dell’uomo): hanno in odio il Vangelo, vogliono annientare la Chiesa di Cristo con la menzogna, l’insinuazione, la calunnia.
- Un lupo oggi molto presente ha il nome di “indifferenza”: nei confronti di Dio e nei confronti dell’uomo. A prima vista non appare come lupo rapace, perché seduce con astuzia, si insinua in modo strisciante. L’odierna indifferenza corrode le relazioni, “ruba la speranza” (direbbe Papa Francesco), nega ogni valore, genera gli idoli che hanno nomi e volti diversi: l’assolutizzazione dell’io, l’anarchia presentata come liberazione, la vita ridotta a sesso, potere e denaro, l’utilitarismo che si insinua anche nelle relazioni interpersonali e familiari. Altro che fraternità! L’uomo afferrato dall’indifferenza si convince di potere fare a meno di Dio e degli altri: autosufficienza ed egoismo. Per lui il problema di Dio e degli altri non esiste: lo ritiene irrilevante ed insignificante. Per questo ritengo preziosi questi percorsi educativi in cui ci si aiuta a costruire relazioni interpersonali serie,ci si educa al bene grande della fraternità e ci si forma al servizio di operatori di pace.
† Giuseppe Costanzo
