Palazzolo Acreide
25 Settembre 2014
Siamo al momento culminante della vita di Gesù e di sua madre. Siamo alla fine, sulla collina del Calvario, e Maria è diritta in piedi, trafitta dalla spada del dolore, sotto la croce a cui è inchiodato suo figlio.
Il Vangelo di Giovanni ci presenta una scena molto significativa, dalla grande portata simbolica e teologica.
Gesù sta morendo e con Lui in qualche modo anche Maria muore, perché Gesù, come ogni figlio, è la carne della madre, il prolungamento della sua vita; e nel caso di Maria ancor di più, perché è la carne di lei sola, perché da lei sola ha preso carne e sangue, senza l’unione con un padre umano. E ora questa carne di Maria muore, perché il Figlio di Dio viene rifiutato dagli uomini. Ma è una morte per la vita: Gesù muore entrando nel mistero della risurrezione e apre un mistero di nuova vita anche per la madre. Gesù non lascia Maria senza più figli, ora che lei sta perdendo il suo unigenito; morendo, Gesù dona alla madre una nuova vita, e nuovi figli. Sulla croce Gesù porta al colmo il suo amore e la sua offerta, togliendosi la Madre, la creatura più cara ad ogni uomo, per darla a noi, nella persona di Giovanni: “Ecco tua Madre!”
E’ il massimo della spoliazione. Adesso non ha più niente, neanche la Madre. Muore senza madre, benché Ella stia ai piedi della Croce. Si priva dell’estrema consolazione. Non la rifiuta, ma ne fa un’offerta. E quale sacrificio Egli chiede alla Madre, che si ritrova senza il Figlio divino, e al suo posto riceve Giovanni: “Donna, ecco tuo figlio”. E’ come se le dicesse: “Donna, deponi il tuo dolore e riscopri la tua maternità, riscopri la tua capacità di amare. Un figlio muore, ma un figlio ti è dato. Ritorna ad essere madre”! Maria, non più madre, perché suo figlio sta morendo, ritorna ad essere Madre: madre del discepolo che tutti ci rappresenta, Giovanni.
La maternità misteriosa del concepimento verginale si apre così ad una nuova misteriosa dimensione, quella della maternità spirituale. E il Figlio che aveva reso madre Maria nascendo, la rende ora ancora madre morendo. E’ da questo mistero che nasce la Chiesa.
C’è dunque in Maria una maternità ferita (il figlio Gesù muore); una maternità risanata (un figlio le viene dato, Giovanni); una maternità moltiplicata ( tutta l’umanità, tutti noi siamo suoi figli). Maria diventa madre di tutta l’umanità: una maternità spirituale e universale che la rende più grande di ogni altra creatura. E’ la madre della Chiesa, è la nostra Madre.
Una scena delicata, umanissima. Un prezioso documento di umanità e di bellezza morale. Un documento tra i più toccanti della totale umanità di Gesù, e un documento tra i più convincenti della realtà dell’Incarnazione. Maria non può morire con lui, ma è crocifissa con lui.
Come Giovanni, prendiamola anche noi tra i beni più grandi, tra i tesori più preziosi. Lasciamoci formare da lei: dalla sua capacità di amare e di soffrire, di accogliere la Parola di Dio e di custodirla nel cuore, di meditarla e di viverla. Impariamo da Lei come si serve Dio con serietà e i fratelli con dedizione.
Ma vogliamo imparare da lei, l’Addolorata, a soffrire con fede matura e a sottometterci filialmente agli insondabili disegni di Dio. Contempliamola mentre la spada del dolore le trafigge il cuore, specialmente nei giorni della Passione del Figlio.
Maria “Ha assistito alle grida: “Barabba, non costui!”; ha assistito all’Ecce Homo, ha visto la carne della sua carne flagellata, sanguinante, coronata di spine, seminuda davanti alla folla, sussultare, scossa da brividi di morte, sulla croce. Ha udito il rumore dei colpi di martello e gli insulti: “Se sei Figlio di Dio …”. Ha visto i soldati dividersi le sue vesti e la tunica che lei stessa aveva forse intessuto” (Cantalamessa, p,115,”Maria specchio della Chiesa).
Giustamente la pietà cristiana riferisce a lei le parole delle lamentazioni: “O voi tutti che passate per la via, considerate e osservate se c’è un dolore simile al mio dolore!” (1,12).
E’ vero che c’erano anche altre tre donne, ma solo lei era la madre, e questo cambia tutto. Un conto è il dolore di chi ama, un altro conto è il dolore di chi ha generato. Di lei, però, non ci sono riferiti né grida né lamenti – come per le donne che lo accompagnavano lungo la salita del Calvario (cfr Lc 23,27); non ci sono trasmesse parole, come nel ritrovamento di Gesù al Tempio, o come a Cana di Galilea. Ci è trasmesso solo il suo silenzio. Maria tace. Tace al momento della nascita di Gesù, tace al momento della morte.
Un silenzio che custodisce – ed esprime – abissi di dolore, di profonda adorazione dei divini voleri, perdono pieno per i crocifissori del Figlio, fiduciosa attesa e viva speranza che il Padre intervenga.
Ma il suo cuore di madre poté anche sperimentare la tentazione: una tentazione dolorosissima dai volti molteplici. Lei custodiva nel suo cuore la Parola, lei credeva alle divine promesse.
Ora, al momento dell’Annunciazione le era stato detto che Gesù “sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo” e che “ il suo regno non avrà mai fine” … Vederlo morire così sarà stato per lei uno schianto. Si sarà detto: è stata un’illusione? Sono stata ingannata? Ma il suo cuore era saldo, la sua fede incrollabile, il suo abbandono a Dio totale. “Chi confida nel Signore è come il monte Sion: non vacilla, è stabile per sempre” (Sal 124 (125), 1). “Confidate nel Signore sempre, perché il Signore è una roccia eterna”.
Altro volto della tentazione: Maria sapeva che, se Gesù avesse pregato, il Padre gli avrebbe mandato “più di dodici legioni di angeli” (Mt 26,53), ma vede che Gesù non fa nulla. “Liberando se stesso dalla croce, libererebbe anche lei dal suo tremendo dolore, ma non lo fa. Maria non grida: “Scendi dalla croce; salva te stesso e me!”, o: “Hai salvato tanti altri, perché non salvi ora anche te stesso, figlio mio?”, anche se è facile intuire quanto un simile pensiero e desiderio dovesse affacciarsi spontaneamente al cuore di una madre.
Non chiede nemmeno più a Gesù: “Figlio, perché ci hai fatto questo?”, come disse quando, dopo averlo smarrito, lo ritrovò nel Tempio (Lc 2, 48). (Cantalamessa, op. cit. p. 117) Maria tace.
Dice la Lumen Gentium: “Anche la Beata Vergine ha avanzato nel cammino della fede e ha conservato fedelmente la sua unione con il Figlio sino alla croce, dove non senza un disegno divino, se ne stette ritta, soffrì profondamente col suo Figlio unigenito e si associò con animo materno al sacrificio di lui, amorosamente consenziente all’immolazione della vittima da lei stessa generata” (L.G. 58).
Maria, dunque, era intimamente unita al Figlio sofferente; soffriva nel suo cuore quello che il Figlio soffriva nella carne. La spada del dolore trapassava la sua anima secondo la profezia di Simeone. Sul Calvario era da tutti additata come la madre di quell’uomo che veniva giustiziato e a lui offriva il conforto del suo sguardo tenero e dolente di madre. In quel momento in cui Gesù non sentiva più il sostegno del Padre ed era stato abbandonato dai discepoli, lo sguardo della Madre era per lui rifugio e sostegno. E quando il Figlio consegnò il suo spirito nelle mani del Padre, anche lei si unì a lui nell’amorosa adorazione degli imperscrutabili disegni divini.
Se l’apostolo Paolo ha potuto dire ai fedeli di Corinto: “Sono io che vi ho generato in Cristo, mediante il Vangelo” quanto più può dirlo Maria, la Madre del Salvatore!
Ma la sofferenza di Gesù e parallelamente quella della Madre, portano la nostra riflessione sulla realtà del dolore, nostro e dei fratelli.
“Viene un’ora nella vita in cui ci occorre una fede e una speranza come quella di Maria. E quando Dio sembra non ascoltare più le nostre preghiere; quando si direbbe che smentisce se stesso e le promesse; quando ci fa passare di sconfitta in sconfitta; quando … le potenze delle tenebre sembrano trionfare su tutti i fronti; quando, come dice un salmo, egli sembra “aver chiuso nell’ira il suo cuore e aver dimenticato la misericordia” (Sal 77, 10): oppure (Cantalamessa, op.cit.p. 99) cataclismi inumani si abbattono improvvisi, seminando morte e devastazione e suscitando inquietanti interrogativi … Quando arriva quest’ora, c’è da ricordarci della fede della Madonna e dire: “Padre mio, non ti capisco più, ma mi fido di te”. Oppure con Bonhoeffer: “Signore, io non capisco le tue vie, ma tu sai qual è la mia strada”.
Si tratta di adorare la santa volontà di Dio, anche senza capirla. E la Madonna, in questo, ci è modello e maestra. Si tratta di comprendere che il dolore ha una sua carica pedagogica:
- ci educa all’essenziale e fa cadere tanti fronzoli;
- ci educa alla solidarietà, liberandoci dall’egoismo;
- ci educa alla serietà, e ci strappa alla superficialità;
- ci educa alla fede pura, facendo cadere tanti orpelli;
anzi il dolore è il crogiuolo della fede: la verifica, la purifica, la rafforza.
Una parola vorrei dirla sulla Madonna in quanto maestra di speranza nel mistero del dolore.
Come Maria fu presso il Figlio crocifisso, così la Chiesa è chiamata a stare presso i “crocifissi” di oggi: i poveri, i sofferenti, gli umiliati e gli offesi. In che modo? In atteggiamento di speranza, come Maria. Non basta compatire le loro pene o anche cercare di alleviarle. E’ troppo poco. Questo possono farlo tutti, anche chi non crede.
La Chiesa deve dare speranza, proclamando che la sofferenza non è assurda, ma ha un senso, perché ci sarà una risurrezione dalla morte. Essa deve “dare ragione della speranza che è in lei”. E’ solo alla luce della risurrezione di Cristo e nella speranza della nostra che si può comprendere il senso della sofferenza e della morte.
La croce si conosce meglio guardando ai suoi effetti, che non guardando alle sue cause, che per noi restano spesso misteriose e inspiegabili.
Gli uomini hanno bisogno di speranza per vivere, come dell’ossigeno per respirare. Si dice che finché c’è vita c’è speranza, ma è anche vero che finché c’è speranza c’è vita.
La speranza piace molto a Dio, che ci chiede continuamente di sperare in Lui. Infatti, continuare a sperare nonostante che tutto divenga più duro e più oscuro, nonostante che l’evidenza smentisca ogni volta l’attesa, significa credere più a Dio che all’evidenza dei fatti; significa riconoscere a Dio sempre un diritto in più, sempre una possibilità in più. Significa fargli credito. E qualora non ci fosse più nulla da fare per cambiare una certa situazione, resterebbe sempre un grande compito da assolvere:quello di sopportare con pazienza fino alla fine. Questo fu il grande “compito” che Maria portò a compimento, sperando, sotto la croce, e in questo ella è pronta ad aiutare anche noi. Impariamo ad invocarla spesso come “Madre della speranza”, come “speranza nostra”, e “Madre di misericordia”.
† Giuseppe Costanzo
