L’Immacolata, la Madre della Misericordia

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Giarre 7 dicembre 2015

        L’Immacolata è la creatura concepita senza peccato. Ella, per singolare privilegio, è stata fin dall’inizio quello che anche noi siamo chiamati a diventare:“santi e immacolati nell’amore”. In Lei noi contempliamo il nostro destino finale. In Lei la Chiesa contempla, “come in una immagine purissima, ciò che essa, tutta, desidera e spera di essere” (S.C. 103).

        Non c’è in Lei neppure l’ombra del peccato. E’ senza macchia alcuna. E’ la “Donna vestita di sole”. E’ la “piena di grazia”, traboccante dell’amore di Dio, e perciò bellissima, graziosissima. Innamorato della sua limpidezza, Dio si specchia dentro, come le alte montagne nella trasparenza dei laghi. Davvero, “la figlia del Re è tutta splendore”; davvero “al Re piacerà la sua bellezza” (Sal 45).

Il Lei il Padre ha preparato una degna dimora per il Figlio. Ha fatto di Lei la “Tutta-santa in vista dell’ospitalità da offrire al “Tutto-santo”.

        Nell’Immacolata Dio ha dato prova della sua forza vittoriosa, ha mostrato il suo potere sulle forze del male. Il Padre è più grande di tutti, anche del nostro peccato. L’arroganza di Satana è stata fermata. Nemmeno per un solo istante egli poté  sfiorare questa creatura.

        Maria poté  splendere tutta bella già agli inizi del suo esistere in virtù del sangue di suo Figlio. Ella fu redenta in maniera più alta (“sublimi ori modi) in quanto fu preservata da ogni macchia di peccato “in previsione della morte di Lui (colletta). Redenzione “preservativa”.

        Il Padre ha agito con amore assolutamente gratuito e preveniente, e con sovrana libertà, “secondo il disegno d’amore della sua volontà, già prima della creazione del mondo” (cfr Ef 1). L’universo ancora non esisteva, nessuna creatura aveva ricevuto il dono della vita, e già il Padre aveva un disegno d’amore su tutti e su ciascuno. Il suo amore, pertanto, precede i nostri meriti: “Egli ci  ha amati per primo”, senza condizioni previe. Allora la nostra realizzazione perfetta (la “salvezza”), prima di essere conquista nostra, è dono di Dio.

        Anche l’Immacolata è puro dono di grazia. Maria nulla poteva mettervi di suo, nulla poteva fare per nascere immune del male. Certo, quando raggiunse l’uso di ragione corrispose al dono impegnando al sua libera volontà: l’Immacolata – ricordiamolo – è anche l’Addolorata!

        In partenza però l’Immacolata è tutto dono assolutamente gratuito e preveniente di Dio. In forza di questo dono trasformante è stata resa da Dio santa e immacolata  ai suoi occhi.

Egli può dire a Maria: “Tutta bella tu sei, amica mia, in te nessuna macchia”. Il Beato Paolo VI° ha detto:” Maria è quella eccezionale creatura in cui la donna reale coincide perfettamente con la donna ideale”. E aggiungeva: “ Incanto, ma non sogno!”

        Il popolo cristiano sente il fascino di questo straordinario candore e la dichiara “bella fra tutte le donne” e l’acclama :”Salve, o tutta santa!”

        Incantati dalla divina bellezza di questa Madre i fedeli cantano entusiasti:

” Dell’aurora tu sorgi più bella … non vi è stella più bella di Te”.

        Tutto lo stupore e amore dell’anima incantata da Maria è compendiato nel canto liturgico a tutti noto: “Tota pulcra es, Maria!” Sei tutta bella, sei splendida nell’anima e nel corpo. La tua bellezza, anche corporale, è il riverbero della tua bellezza interiore.  Sei bella – e dunque buona – perché ricolma dell’amore di Dio. Tu ci ricordi che non c’è bellezza senza la bontà del cuore e la capacità di amare. In un mondo in cui la bellezza fisica è ostentata, idolatrata e spesso strumento di immoralità, la tua bellezza morale diventa contestazione silenziosa e criterio di discernimento.

        La temperie culturale del nostro tempo deve tener desta l’attenzione del popolo di Dio. Viviamo, infatti, in un mondo che ha paura di tutto, fuorchè del peccato. Ha paura dell’inquinamento atmosferico, dei “mali oscuri” del corpo, della guerra atomica, del terrorismo; ma non ha paura della guerra a Dio che è l’Eterno, l’Onnipotente, l’Amore. Questa situazione esercita un influsso tremendo anche sui credenti che pure vogliono vivere secondo il Vangelo. Produce in essi – come osserva P. Cantalamessa – un addormentamento delle coscienze, una specie di anestesia spirituale. Esiste una narcosi da peccato. Il popolo cristiano non riconosce più il suo vero nemico, il padrone che lo tiene schiavo, solo perché si tratta di una schiavitù dorata. La preoccupazione principale di molti non consiste nel liberarsi dal peccato, ma nel liberarsi dal rimorso del peccato. Anziché lottare il peccato, si lotta contro l’idea di peccato, sostituendola con quella assai diversa del “senso di colpa”. Si fa cioè la cosa peggiore: negare il problema anziché risolverlo, ricacciare e seppellire il male nell’inconscio anziché eliminarlo. Come chi crede di eliminare la morte, eliminando il pensiero della morte, o come chi si preoccupa di stroncare la febbre senza curarsi della malattia, di cui essa è solo un sintomo rivelatore. S. Giovanni diceva che se affermiamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e facciamo di Dio un bugiardo (1Gv1, 8-10). Dio, infatti, dice il contrario, dice che abbiamo peccato. La Scrittura dice che Cristo “è morto per i nostri peccati” (Cfr 1Cor 15,3).

Tolto il peccato è vanificata la stessa redenzione di Cristo, è distrutto il significato della sua morte. Cristo avrebbe versato il suo sangue per niente.

        Ma il dogma dell’Immacolata ci dice qualcosa di sommamente positivo. Ci dice che Dio è più forte del peccato e che dove abbonda il peccato sovrabbonda la grazia. Maria è il segno e la garanzia di questo. La Chiesa intera, dietro di Lei, è chiamata a divenire “tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata” (Ef 5,27).

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        Proprio perché Immacolata, Maria vede meglio le brutture della nostra vita e  la gravità del nostro peccato. E soffre per noi, suoi figli traviati. E piange. Piange per la durezza dei nostri cuori, per la nostra ostinazione nel male, per la chiusura alla divina misericordia.

        Consapevoli della nostra condizione, supplichiamola con fiducia: “O Maria concepita senza peccato prega per noi che ricorriamo a Te”.

  • Prega per noi, cioè ottienici un cuore nuovo, un cuore puro, un cuore umile e docile, come il tuo. Nel nostro cuore si mescolano insieme bene e male, slanci e resistenze al Volere del Padre, sentimenti nobili e grandi con atteggiamenti meschini, assai poco conformi al Vangelo.
  • Prega per noi, cioè aiutaci a vivere da veri cristiani, da autentici testimoni, in un mondo contraddistinto da un consumismo sfrenato, dall’indifferenza religiosa e da un secolarismo chiuso alla trascendenza.
  • Prega per noi: restituiscici, o tutta bella, alla nostalgia del candore, al desiderio di incontaminata trasparenza, all’anelito verso la santità. Spesso ci sentiamo sporchi, indegni di Te e della Trinità Santissima, e perciò a Te ricorriamo, ci rifugiamo tra le tue braccia, e cerchiamo asilo nel tuo cuore, o Madre tenerissima. “Siamo peccatori, ma figli tuoi, Immacolata prega per noi”.

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        La Madre della misericordia

        Diceva il grande devoto di Maria, S. Bernardo: “Noi, tuoi servi, ci rallegriamo con te di tutte le tue virtù, ma per la tua misericordia ci rallegriamo con noi stessi. Lodiamo la tua verginità, ci stupisce la tua umiltà, ma a noi, miseri, è più cara la tua misericordia. Questa abbracciamo con più affetto, più spesso ricordiamo, invochiamo con più insistenza”.

        Nella Bolla “Misericordae Vultus” al n° 24 Papa Francesco ha scritto:

“Il pensiero ora si volge alla Madre della Misericordia. La dolcezza del suo sguardo ci accompagni in questo Anno Santo, perché tutti possiamo riscoprire la gioia della tenerezza di Dio. Nessuno come Maria ha conosciuto la profondità del mistero di Dio fatto uomo. Tutto nella sua vita è stato plasmato dalla presenza della misericordia fatta carne”.

        Il titolo “Madre della Misericordia” è tra i più cari al popolo cristiano, che fin dagli inizi della sua storia ha riconosciuto nella Madre di Gesù un amore misericordioso per tutta l’umanità pellegrina verso la patria beata. Tra le numerose testimonianze dell’Oriente e dell’Occidente ne richiamiamo alcune.

        In Oriente – come è noto – la prima preghiera mariana è il “Sub tuum presidium”, il cui testo suona così: “Sotto la tua misericordia cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio: non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, e liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta”. La preghiera è rivolta direttamente alla Vergine ed è un accorato appello alla Madre di Gesù: la “genitrice di Dio”, la “sola pura”, la “sola benedetta” e per la comunità cristiana un “rifugio di misericordia”.

        Nella tradizione bizantina Giacomo di Sarug (+521) sembra il primo autore a chiamare Maria “Madre della Misericordia”. Romano il Melode (prima metà del sec.VI) afferma che “al Misericordioso si addice una Madre misericordiosa”. Modesto di Gerusalemme (+634) afferma che “la Vergine ci rivelò la fonte della Misericordia, Cristo”.  E Giovanni Damasceno (+749) insegna che il migliore modo di essere devoto alla Vergine consiste nel compiere opere di misericordia.

        In Occidente l’appellativo “Madre della Misericordia” diventa popolare a partire dal sec. X°. L’origine è probabilmente benedettina al tempo dell’abate S. Oddone a Cluny. Egli racconta che un ex-brigante, diventato monaco di Cluny, vide in sogno una bella signora, che gli chiese se la riconosceva. Poiché il monaco rispose in modo negativo, ella si qualificò: “Io sono la Madre della Misericordia”.

        Il senso è chiaro: la Vergine viene chiamata “Madre della Misericordia” in quanto è Madre del Salvatore, che è venuto nel mondo per mezzo suo.  La nascita di Gesù celebrata nel Natale rappresenta la realizzazione del mistero di misericordia e di salvezza che il Padre ha stabilito per la remissione dei peccati degli uomini. Da allora sono sorti santuari in onore della Madre della Misericordia: a Bologna, ad Ancona, a Savona, a Rimini. Il titolo “Madre della Misericordia” lo troviamo in molte litanie, nelle prediche e nelle preghiere, soprattutto nella “Salve Regina”.

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        La parola “misericordia” nell’A.T. si presenta con due significati fondamentali, che corrispondono a due vocaboli diversi: anzitutto “misericordia” traduce il termine “ hesed”, che indica una bontà colma di premura e di impegno concreto, che parte da Dio e va verso l’uomo bisognoso e peccatore.  E’ la fedeltà di Dio all’Alleanza con il suo popolo e alle sue promesse. Una fedeltà a cui Dio non può e non vuole rinunciare. Una fedeltà incrollabile. “Misericordia” in questo senso indica dunque un’esperienza tutta paterna: Dio è un Padre che nutre sentimenti di benevolenza e di umanità nei confronti delle sue creature, a cui offre il perdono delle colpe.

        L’altra parola per designare la misericordia è “rahamùn”, che deriva da “rechem – grembo, viscere, e indica un’esperienza tutta materna: fa riferimento all’attaccamento viscerale che una madre prova verso il figlio che ha portato in grembo. In un testo celebre di Isaia è scritto che, anche se per assurdo una madre si dimenticasse del suo bambino, Dio non si dimenticherà mai di ognuno dei suoi figli. Dunque Dio è più madre di una madre.

        I due vocaboli (hesed e rahamùn) indicano con sfumature diverse un preciso concetto di amore – tenerezza, fatto di puro dono, di pura gratuità, di amore che accoglie, comprende, compatisce, si intenerisce e perdona.

        Tutto il messaggio dell’A.T. è riassunto nel ritornello che le folle dei pellegrini israeliti recitavano a voce alta sui gradini del tempio: “Eterna è la sua misericordia” (Sal 136). E’ un’eco alla professione di fede che scaturisce dall’esperienza compiuta dal popolo di Israele lungo il tragitto dalla schiavitù alla libertà: “Il Signore, Dio di pietà e misericordia, lento all’ira e ricco di grazia e verità, che conserva grazia per mille generazioni” ( Es 34, 6-7).

Dunque il volto di Jahweh non è quello terribile che schianta i cedri del Libano o parla a Mosè tra le folgori. Nell’esperienza globale del popolo di Israele Dio si rivela come Amore indefettibile e misericordioso: “Ti ho amato di amore eterno, per questo ti conservo ancora pietà” (Ger 31,3).

        Con felice intuizione Giovanni Paolo II° afferma che “Maria è anche colei che, in modo particolare ed eccezionale – come nessun altro – ha sperimentato la misericordia”.  Ha sperimentato la misericordia di Dio all’Annunciazione quando si è sentita guardare con amore e amata da Lui (Lc 1,48) ed è esplosa in quel canto di incantato stupore, in cui diceva che la sua misericordia si “estende di generazione in generazione” (Lc 1,50).

        Scrive P. Aristide Serra: “Nel Magnificat, la Vergine effonde il suo animo in esultanza perché Dio, suo Salvatore, ha posato lo sguardo sulla povertà della sua serva e ha operato in lei grandi cose” (Lc 1,46-49) In tal modo Maria, insieme a tutto Israele, si sente toccata dalla misericordia soccorritrice, la quale si estende di generazione in generazione (Lc 1,50.54), come aveva promesso ad Abramo e alla sua discendenza (Lc 1,55).

        Nella sua esperienza di essere salvata dal Dio misericordioso che la sceglie per operare in lei “le grandi cose” della concezione verginale del Figlio, la Vergine attinge le profondità del cuore di Dio. Come gestante, Maria sperimenta l’amore misericordioso di Dio, dalle sfumature femminili, materne, intrise di tenerezza e comprensione. Il suo cuore materno pulsa ora in sintonia col cuore di Dio, capta le vibrazioni segrete della sua misericordia.

        Troviamo Maria “mossa di compassione “ a Cana”. Lì Maria si mostra attenta alla situazione di disagio in cui sono venuti a trovarsi i giovani sposi. Maria ne parla con Gesù, lo mette al corrente del disagio: “Non hanno più vino” (Gv 2,3). Vede, si immedesima, interviene con discrezione. Mostra tutta la sua compassione. Ella è la Madre che veglia con amore sopra i suoi figli, desiderando per loro il bene vero. Ella ci manifesta le viscere materne di misericordia del Padre. Il Concilio Vaticano II° interpreta che allora Maria fu “mossa da compassione” (L.G. 58). C’è in queste parole la molla di tutta la storia della salvezza: l’amore misericordioso e compassionevole di Dio, e Maria è in perfetta sintonia con tale atteggiamento compassionevole. Ben sapendo che questo è il sentimento più profondo del Figlio, fa leva su di esso e, abbandonandosi fiduciosamente a Lui, invita i servi a fare altrettanto: “Fate quello che vi dirà” (Gv 2,5).

        Quanto conforto ci dona, quanta fiducia ci infonde questo episodio di Cana! Maria conosce tutto ciò che ci manca, tutto ciò che rende povera la nostra vita ed arido il nostro cuore. Ella sa quali sono i drammi del nostro tempo, quali le nostre colpe, i nostri smarrimenti, le nostre aspirazioni … Maria parla ancora a suo Figlio del nostro difficile “oggi”, di questa nostra storia così tormentata e tortuosa, così drammatica e meravigliosa.

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        Ma è soprattutto ai piedi della croce che Maria sperimenta la misericordia di Dio. E’ l’esperienza più forte che la Madonna abbia avuto. Misericordia in senso biblico non è solo compassione e clemenza, bensì fedeltà assoluta di Dio alle promesse insite nell’alleanza. Il Santo Papa Giovanni Paolo II° nell’enciclica “Dives in misericordia” ha scritto: “Nessuno ha sperimentato, al pari della Madre del Crocifisso, il mistero della croce, lo sconvolgente incontro della trascendente giustizia divina con l’amore: quel “bacio” dato dalla misericordia alla giustizia. Nessuno al pari di Lei, Maria, ha accolto col cuore quel mistero” (D M 9).

        Maria ai piedi della croce ha sperimentato la redenzione quale sacrificio di espiazione del peccato del mondo e impegno d’amore oneroso e doloroso:

“Maria, quindi, è Colei che conosce più a fondo il mistero della misericordia divina. Ne sa il prezzo e sa quanto sia grande” (D M 9). “Presso la croce, Maria insieme a Giovanni, il discepolo dell’amore, è testimone delle parole di perdono che escono dalle labbra di Gesù. Il perdono supremo offerto a chi lo ha crocifisso ci mostra fin dove può arrivare la misericordia di Dio. Maria attesta che la misericordia del Figlio di Dio non conosce confini e raggiunge tutti senza escludere nessuno” (Mis. Vultus, 24). Sotto la Croce la maternità di Maria è una maternità ferita, risanata e moltiplicata. 

        Ferita perché le viene ucciso il Figlio da Lei generato (e anche Lei darà il suo perdono ai crocifissori del Figlio);

        risanata perché al posto di Gesù le viene dato Giovanni;

        moltiplicata perché si dilaterà fino ad abbracciare tutti i dispersi figli di Dio.

        Sul Calvario Maria è costituita Madre universale, Madre di misericordia.

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        Come Cristo Risorto si rivela “consolazione di Israele”, cioè della Chiesa che ha ricevuto misericordia, così Maria assunta alla gloria celeste “brilla ora innanzi al peregrinante popolo di Dio quale segno di sicura speranza e di consolazione, fino a quando non verrà il giorno del Signore” ( L.G. 68).

        La storia della pietà popolare rivela in Maria l’amore misericordioso di Dio, che si curva, in modo materno, su tutte le miserie fisiche e morali: “In Lei e per mezzo di Lei esso (l’amore misericordioso) non cessa di rivelarsi nella storia della Chiesa e dell’umanità. Tale rivelazione è specialmente fruttuosa perché si fonda, nella Madre di Dio, sul singolare tatto del suo cuore materno, sulla sua particolare sensibilità, sulla sua particolare idoneità a raggiungere tutti coloro che accettano più facilmente l’amore misericordioso da parte di una madre” (D. M. 9).

        “ Questa maternità di Maria nella economia della grazia perdura senza soste … fino al coronamento di tutti gli eletti” (L. G. 62).

        La storia delle coscienze sta a testimoniare l’importanza di Maria nella conversione dal peccato, nell’acquisizione degli atteggiamenti evangelici, nell’unione mistica con Dio. Ne sono testimonianza viva le apparizioni a Guadalupe, alla Salette, a Lourdes, a Fatima, a Siracusa. Nessuna meraviglia se i santuari mariani (solo in Italia se ne contano circa 1500) attirano tanti pellegrini. Maria, infatti, è una Madre misericordiosa, che attrae irresistibilmente, perché Ella evidenzia il volto “materno” di Dio, un volto fatto di tenerezza, generosità e accoglienza. Se Cristo è la rivelazione suprema del volto del Padre, che è misericordioso e Dio di ogni consolazione, anzi egli stesso ne è la personificazione e l’incarnazione, Maria ne è la manifestazione umana.

        Giovanni Paolo I°, nel suo breve pontificato, ha fatto a tempo a dirci che “Dio è papà”, più ancora è “madre”. Giovanni Paolo II° applica questa audace intuizione a Maria, mostrando nel cuore materno di Lei un’attraente rivelazione della tenerezza che caratterizza la misericordia di Dio.

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        Nel Magnificat la Madonna proclama la misericordia di Dio in due momenti fondamentali: quando si sente guardata con amore e amata da Dio (Lc 1,48) e quando ha sentito il bisogno di esplodere nel canto, dichiarando che la misericordia di Dio “si estende di generazione in generazione”  (Lc 1, 50).

        Nella prima parte del Magnificat la Madonna canta l’imprevedibile e sorprendente agire di Dio: “ L’anima mia magnifica il Signore/ e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore /…. Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente/ e Santo è il suo nome” ( Lc 1, 46-49). In questi versetti iniziali del Magnificat, Maria dice che la sua vicenda umana non riguarda la storia di ciò che Lei ha fatto, ma la storia di ciò che di grande Dio ha compiuto per Lei. E Maria annuncia questa misericordiosa iniziativa di Dio: “Ha guardato l’umiltà della sua serva”. Maria sa di contribuire alla salvezza del mondo non compiendo una sua opera, ma solo mettendosi a piena disposizione delle iniziative di Dio (Cfr “Deus charitas est” n°41).

        Nella seconda parte del Magnificat alla voce di Maria si unisce quella dell’intera comunità dei fedeli che celebrano le scelte sorprendenti di Dio. La misericordia di Dio a favore della serva del Signore non è un fatto isolato, ma l’espressione privilegiata di come Dio agisce in ogni tempo verso gli affamati e i miseri, verso quanti lo temono e si fidano di Lui. Il canto della serva del Signore è anche il loro canto, come afferma Maria nel v. 50: “di generazione in generazione la sua misericordia” e nel v. 54: “Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia”. Ora Maria non guarda più a sé. E’ passata dal contesto particolare e personale “ha fatto per me grandi cose” a quello generale e sociale ( v.v. 51-54) Infatti il v. 50 introduce il settenario di azioni divine in favore di Israele: “ Ha fatto prodigi, ha disperso i superbi, ha deposto i potenti, ha esaltato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi, ha soccorso Israele” (Cfr vv51-54).  Sette azioni puntuali dell’amore di Dio.

        “La felice combinazione di onnipotenza, santità e misericordia, che trasforma Maria in modo radicale, la pone al vertice della storia salvifica come spartiacque tra l’antico e il nuovo, tra il passato e il futuro. E’ giunto il tempo in cui la parola misericordia si personalizza: attraverso di Lei il Verbo di Dio si incarna. Maria porta in grembo Cristo Gesù, Colui che rivela e personifica la misericordia di Dio” (M. Marcellino Pedico).

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        Abbiamo contemplato in Maria Colei che ha sperimentato, cantato e rivelato la misericordia di Dio. Una misericordia che si estende lungo tutta la storia, di generazione in generazione, per ogni uomo e per ogni donna. Noi, come discepoli di Cristo, sappiamo di essere un popolo che “ha ottenuto misericordia”

( 1 Pt 2,10), quindi dobbiamo essere misericordiosi come il Padre (Lc 6, 36), poiché la caratteristica peculiare e decisiva dell’esistenza redenta è la misericordia. S. Paolo ai Colossesi raccomanda.

“Rivestitevi, dunque, come amati da Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza; sopportandovi a vicenda, e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi” (Col. 3,12-13). Allora saremo persone che, avendo ricevuto misericordia, trasmettono misericordia, in sintonia con Dio “ricco di misericordia”, e “grande nell’amore”, e con Maria dal cuore materno pieno di tenerezza. Perché gratuitamente abbiamo ricevuto, gratuitamente dobbiamo dare.

† Giuseppe Costanzo