Il  Padre  Misericordioso   (Lc 15,11-32)

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Siracusa  2016

        La parabola è – dal punto di vista psicologico – un capolavoro.

Tuttavia l’accento della parabola è messo non sul figlio prodigo, né sulla sua perdita, né sul suo ritorno, ma sul padre. Da qualsiasi angolatura si guarda la parabola, ci si accorge che al centro c’è sempre la figura del padre: lui davanti ai due figli e i due figli davanti a lui.

        E’ la figura che dà unità a tutta la narrazione. “Il punto su cui la parabola concentra l’attenzione è come Dio si pone di fronte ai due figli – il “peccatore e il giusto – e come i due figli si pongono davanti a Lui. In ambedue i casi c’è un netto contrasto. E qui sta la novità della teologia di Gesù. E’ in gioco il vecchio e il nuovo, il vino e gli otri, una novità che sorprende e capovolge. Non c’è spazio per alcun rattoppo”  (B. Maggioni, “Il racconto di Luca”, p.280).

        La parabola è un vero trattato sulla misericordia e sul perdono di Dio.

        Il figlio minore    (Lettura psicologica)

        vv. 11-13-  Il figlio minore lascia la casa paterna. Perché? Non perché abbia bisogno di lavoro (il padre è ricco, ha campi e braccianti), ma perché vuole organizzarsi una vita indipendente. Vive il rapporto col padre come una soffocante dipendenza. Il padre è sì amore, ma è anche legge. E questo può farlo apparire ai figli padrone anziché padre. Ecco perché a questo giovane lo stare in casa gli pesa come una schiavitù. Non sta bene col padre, perché lo sente come antagonista della sua libertà, ed egli non tollera restrizioni di sorta, rivendica la sua autonomia, vuole godersi la vita in pienezza; perciò chiede la sua parte di eredità e si allontana. Una libertà abusata.

        Lontano dal padre, egli perde tutto e rischia di perdere se stesso: “dissipò le sue ricchezze, vivendo dissolutamente” (v. 13). Questo peccato è la conseguenza di un peccato precedente e più profondo: “il peccato di pensare alla casa come a una prigione, la presenza del padre come ingombrante e mortificante e, quindi, l’allontanamento dal padre come libertà. Questo è il vero peccato, la radice di tutte le infedeltà” (B. Maggioni, op. cit pag. 281)

vv. 14-16 – Ma è proprio con la partenza da casa che inizia la degradazione: una vita disordinata, da scavezzacollo, poi la fame, poi il servizio presso un padrone pagano, fino all’umiliazione di pascolare i porci: una situazione critica, un lavoro vergognoso per un giudeo qual’ è quello di allevare i porci, che sono considerati animali impuri.

        Un disagio gravissimo, frutto delle sue scelte sbagliate.

        Tre fasi nella vita del prodigo lontano da casa:

        l’illusione, la delusione, la disperazione: “io qui muoio di fame”.

        Un disagio, però, che serve a scuoterlo, a ridestare la sua coscienza, a provocare la crisi salutare, il mutamento interiore e il cammino di ritorno: “rientrò in se stesso”. Prima era fuori di sé, alienato nei suoi desideri che l’avevano ridotto alla fame. Ora non è pentito, ma è rinsavito. Constata che la realtà non era come l’aveva immaginato. Capisce di essersi ingannato. E’ la fame a fargli capire che si è sbagliato nel valutare le cose. Ha finalmente capito che nella vita bisogna scegliere: avere un padre o un padrone; mangiare il pane nella casa paterna o le ghiande dei porci lontano da essa; tenere la dignità e la libertà di figlio o ridursi nella condizione umiliante del servo. E’ una presa di coscienza fondamentale a cui segue la decisione coraggiosa: “Mi alzerò e andrò da mio padre”. E’ l’inizio di un cammino che lo ricondurrà tra le braccia del padre.

        Ora non sta più davanti a lui come chi, cosciente dei propri diritti, può esigere; ma, cosciente del proprio peccato, sta nell’atteggiamento di chi implora. “Trattami come uno dei tuoi servi”. Ora comprende che la casa del padre non è una prigione, ma un luogo di libertà e di dignità. Questo modo di ragionare è il primo passo, un passo importante, ma deve ancora compierne un altro: conoscere suo padre. Egli infatti non conosce ancora suo padre: è convinto di aver perso l’amore del padre e che debba di nuovo meritarselo lavorando come un servo. E invece, no! Il padre non ha mai smesso di amarlo. Difatti, quando il figlio gli chiede perdono, non lo lascia neppure parlare, non gli fa dire tutte le parole che si era preparato. Il suo amore è prima del pentimento. Il padre è completamente diverso da come il figlio immaginava. La veste più bella, l’anello al dito, i calzari sono tutti segni dell’essere figlio. Il padre glieli offre prontamente, ma non per dirgli: sei di nuovo mio figlio, bensì per dirgli: lo sei sempre stato.

        Lettura teologica  (Il nostro rapporto con Dio)

  • “Un uomo aveva due figli”  (v.11) L’uomo è Dio, che è insieme padre e madre, autorità e tenerezza, legge e amore. Il nemico ce lo fa vedere solo come legge e ce lo fa identificare con la nostra coscienza che ci rimprovera.

        I “due figli” rappresentano la totalità degli uomini. Peccatori o giusti, per Lui siamo sempre e solo figli. Per questo ha compassione di tutti e non guarda i peccati.

  • “Il più giovane dei due disse al Padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”  (v. 12). Ed egli divise tra loro le sue sostanze” (v.12). Noi ci domandiamo di istinto: “ perché non l’ha trattenuto? Perché non gli ha rifilato una buona razione di legnate sulla schiena, invece del patrimonio che gli “spetta”? Perché la vera paternità è discrezione, è accettare il rischio della libertà. La paternità non va confusa col paternalismo che, con l’intento di proteggere, finisce col soffocare la crescita del figlio e di bloccarlo in uno stadio infantile.

“ Nel contesto del Vangelo, Dio non appare come il padre che spranga la porta perché i figli non escano di notte, ma la luce illuminante, la misteriosa bussola che orienta l’uomo nelle sue scelte che non l’abbandonano nell’esercizio rischioso della libertà” (A. Paoli).

    Dio non è geloso. Concede ai suoi figli tutto quanto ha. Aveva anzi già dato ad Adamo quell’uguaglianza che Lui poi volle rapirgli (Gen 1, 27). Il peccato sta nel rubare ciò che è donato. Invece di accogliere in dono, pretendiamo di avere in possesso. Dio in realtà ci dona molto di più di quello che noi crediamo ci spetti: ci dona se stesso, la sua stessa vita. Le richieste che i due figli fanno al Padre (sostanze e capretti) sono sempre piccola cosa rispetto a ciò che egli vuole darci: se stesso.

  • “Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano” (v. 13). E’ l’ansia di vivere, la fretta di godere! Non lascia nulla di ciò che è suo. Si porta via tutto, tranne ciò che è essenziale: l’amore del Padre, di cui tutto è dono. Chi si allontana da Dio, presto si trova nella più grande miseria. L’abbandono del Padre porta presto alla carestia generale. Il nichilismo è l’erede naturale dell’ateismo. La più grande povertà dell’uomo è una vita senza Dio.
  • “Là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto” (v. 13). Credere di godere la vita senza Dio, è come voler respirare senza l’aria.
  • “Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci, ma nessuno gli dava nulla” (vv. 14-16).

        Al di là di ogni falso pudore, ciò che avvicina a Dio è il bisogno. Raggiunto il fondo dell’abisso, egli molla la sua iniziale pretesa di autosufficienza e cede ad un estraneo la propria libertà. Non aveva tollerato la vicinanza del Padre, ora va a servire padroni stranieri. Rifiutato Dio, che lascia liberi anche quando si sbaglia, si serve necessariamente l’idolo. L’uomo non è ateo: è idolatra. Anche quando non lo sa.

  • “Allora ritornò in sé e disse: quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! (v.17). Vede la differenza tra quanto c’è qui e quanto c’è “nella casa del Padre”. E’ lo scarto tra realtà e desiderio, tra fame e sazietà. Dopo una prima fase di rigetto del Padre, in cui l’uomo sperimenta la propria emancipazione (l’umanesimo ateo!), ci si accorge poi che in realtà l’ateismo è schiavitù: schiavitù dell’idolatria. L’uomo che ha abbandonato Dio, avverte il vuoto assoluto. L’alternativa a Dio non è l’ateismo, ma l’angoscia del nichilismo. Dietro tanta angoscia moderna, c’è l’assenza di Dio e il crollo dei falsi valori.
  • “Mi alzerò e andrò da mio padre”. Fa tenerezza l’ostinazione con cui questo debosciato continua a considerarlo “Padre” (cinque volte). Al di là di tutto, resta sempre tale. Possiamo rinnegare il nostro essere figli, ma non il suo esserci Padre, al quale lui non può mai rinunciare. Per questo possiamo sempre tornare a casa sua, per quanto lontani ne siamo andati. Egli ci aspetta e ci accoglie.
  • “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te, non sono più degno di essere chiamato tuo figlio” (v.19). Essere figlio non è questione di dignità o di merito. E’ un dato di fatto. Scaturisce dalla paternità, per cui siamo ciò che siamo. Il figlio non ha capito che il Padre è amore necessario e gratuito. Pensa, non avendola meritata, di rinunciare alla sua paternità. Ma la vita non è oggetto di merito: potrebbe essere pagata solo con la vita! Il male vero del peccatore non è il suo peccato, ma il suo guardare se stesso, questo lo fa cadere nella tentazione di volere essere degno dell’amore di Dio. Così, pur essendo peccatore, consuma il sottile peccato del giusto e giunge all’essenza del peccato: il rifiuto di Dio come amore gratuito. Chi guarda a se stesso, vede il proprio fallimento. Il figlio, “rientrato in se stesso”, vede che è servo del peccato; quando “andrà al padre”, vedrà di essergli figlio. La conversione non consiste nel diventare “degni” o almeno “migliori” per meritare la grazia di Dio, ma nell’accettare Dio come un padre che ama gratuitamente. L’amore è sempre gratuito, altrimenti non è amore, ma meretricio.
  • “Trattami come uno dei tuoi salariati” (v. 19). E’ lo stesso atteggiamento del fratello maggiore. Chi conosce il proprio peccato, non deve fermarsi ad esso, ma alzarsi e andare al Padre. A Lui non piace che stiamo a piangerci addosso, a crogiolarci di noi stessi. Il disgusto di noi deve servire come molla per uscire da noi stessi, il nemico invece ne vuole fare una tagliola che ci trattiene preda di noi stessi.
  • “Si alzò e tornò da suo Padre” (v.20). Fino a quando il figlio pensa alla “sua” fame e alla “sua” infamia, al “suo” peccato e alla “sua” indegnità, fino a quando cioè il suo cammino è tutto occupato dal proprio “io”, la sua aspirazione è quella di diventare un salariato. Aveva voluto essere padrone di se stesso ed era diventato servo di un padrone; fallito il primo tentativo, cerca ancora un padre che gli faccia da padrone. L’immagine di un Dio cattivo è una menzogna esistenziale. Non lascia altra alternativa che la ribellione o il servilismo. Questa falsa immagine scompare solo nell’incontro con la tenerezza del Padre, come l’incubo cessa al risveglio, come la tenebra si dissolve alla prima luce.

† Giuseppe Costanzo

II    Il  figlio maggiore

Siracusa  2016

        Arriva dai campi, sfinito, forse anche teso e preoccupato, e trova la sorpresa: una festa, musica, danze … Non è stato né invitato né avvisato. Chiama uno dei servi e si informa su ciò che sta accadendo. Il testo originale ha il verbo all’imperfetto (“si informava”) che indica un’azione prolungata. E’ così allibito e sconcertato che, anche dopo i reiterati chiarimenti del servo, rimane incredulo.

        Anziché godere della gioia del padre, ne è irritato e protesta. Non riesce a vedere la situazione con gli occhi e il cuore del padre. E’ orgoglioso della sua perfezione, della sua integrità morale; è intollerante con chi non condivide le sue convinzioni, il suo impegno, il ritmo frenetico del suo lavoro.     E’ imbronciato e si rifiuta di partecipare alla festa per il fratello perduto e ritrovato. La meschinità dei suoi sentimenti e la grettezza del suo cuore gliela fanno ritenere ingiusta.

        La gioiosa accoglienza che il padre fa al fratello minore lo induce a pensare che la sua fedeltà non sia stata apprezzata, e che sia stata sprecata. Se il peccatore è trattato in quel modo, a che serve essere giusti?

        Questo figlio giusto, osservante, formalmente ineccepibile, non conosce suo padre (non lo chiama mai “padre”) e si indigna con lui e gli rinfaccia presunti torti:“Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue   sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso” (vv29-30).

        E’ il ritratto perfetto del fariseo osservante scrupoloso che nel tempio può dire al Signore: “Io non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, digiuno due volte la settimana e pago le decime” (Lc. 18,11-12).

        La rabbia mista a invidia lo portano anche ad esagerare: dice che suo fratello ha dilapidato tutto “con le prostitute”, cosa che il testo all’inizio non ha detto (cfr v.14). Dice che il fratello ha sperperato il patrimonio del padre (“le tue sostanze”) , mentre all’inizio si parla del proprio patrimonio (v.14).

        Di più: ha preso sdegnosamente le distanze dal fratello; dice: “questo tuo figlio” come se non fosse suo fratello. E di fatti non gioisce per il suo ritorno. Notare, inoltre, quanta invidia c’è in quel “per lui”: “per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Spesso i fratelli si riconoscono tali solo per litigare sull’eredità. Per il resto si ignorano!

        Le passioni (l’invidia, la gelosia, la grettezza, l’egoismo …) accecano gli occhi e induriscono il cuore. Questo figlio maggiore non ha capito che lo stare in casa con il padre è una grazia. Ragiona come se la fedeltà fosse un peso e la compagnia del padre una fatica. In questo assomiglia al fratello minore. Neppure lui ha capito il padre. E assomiglia anche agli scribi e ai farisei che mormoravano perché Gesù accoglieva i peccatori. (Nota: cap.14 in casa di uno dei capi).

        Con lo stesso amore con cui era corso incontro al figlio prodigo, il padre esce a pregare il figlio maggiore di lasciar perdere le proprie rimostranze e di unirsi alla festa di famiglia. Il suo cuore non è quello dell’uomo. Egli non vuole la rovina del peccatore, ma vuole che si converta e viva (Ez 18,23).

        Il desiderio del padre è di riunire i due figli, di metterli in comunione con lui e tra di loro. Vorrebbe che scoprissero la sua paternità e la loro fraternità. Così è Dio: mai stanco di amare, di attendere, di compatire, di perdonare, e di far festa:“ Bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (v.32). Notare come il padre corregga con delicatezza questo figlio maggiore, che non voleva riconoscere il fratello; difatti aveva detto: “questo tuo figlio”, ma il padre gli dice: “ questo tuo fratello”.

        La sua misericordia travolge tutte le restrizioni umane che vorrebbero fissare il modo in cui Egli deve comportarsi con i peccatori.

        E’ importante, a questo punto, chiarire dove sta il punto di attrito tra Gesù e le guide spirituali di Israele. Il punto di attrito sta nel fatto che Gesù è amico dei pubblicani che continuano a fare il loro mestiere e frequenta la casa dei peccatori che non si sono convertiti ( se egli accogliesse i peccatori pentiti non susciterebbe alcuna reazione; anche gli scribi e i farisei perdonano a chi riconosce di avere sbagliato e promette di emendarsi). Nel suo comportamento Gesù rivela il cuore di Dio, il quale non ama solo i giusti e i peccatori pentiti; Dio vuole bene a tutti, sempre, e senza condizioni. Egli chiede a noi di “amare anche chi ci fa del male”; non ci dice di amare i nemici che si pentono e ci chiedono scusa, ma di fare loro del bene anche se continuano a perseguitarci. Esige questo comportamento perché il Padre che sta nei cieli ce ne dà l’esempio: fa sorgere il suo sole sui giusti e sui malvagi (non sui malvagi pentiti! Mt 5, 44 sg). Se Egli costruisse barriere fra buoni e cattivi, se amasse gli uni e odiasse gli altri, come potrebbe esigere da noi di fare altrimenti?

        Sorge una domanda: il figlio maggiore si è lasciato convincere? E’ entrato in casa a far festa? Non lo sappiamo. Nella parabola manca il “lieto fine”. Ci sarà soltanto quando si verificherà l’avvenimento della conversione del figlio maggiore, quello che si ritiene a posto, che è inappuntabile e che perciò contesta il fratello e il padre che lo accoglie. Una fedeltà senz’anima! Una mentalità da ragioniere, il quale continua a pensare che i giusti sono in credito davanti a Dio, che il paradiso va conquistato e che chi non lo guadagna va sbattuto fuori. Era la mentalità degli scribi e dei farisei del tempo di Gesù. La rivelazione, invece, ci dice: “ Per grazia … siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene” (Ef. 2, 8-9).

        La conversione del giusto è, a volte, più difficile di quella del peccatore. Tanti cristiani anche oggi ragionano come il figlio maggiore: giudicano con severità, condannano con spietatezza, mentre pretendono per sé riconoscimenti e ricompense.

        Emerge, dal comportamento dei due fratelli, che cosa vuol dire convertirsi.

        Convertirsi significa scoprire il volto di Dio, un volto di bontà e di tenerezza, di compassione e di misericordia. Convertirsi è passare dalla delusione del proprio peccato – o dalla presunzione della propria giustizia – alla gioia di essere figli del Padre.

        Convertirsi è passare da una religione servile alla libertà dei figli. Siamo amati da Dio non perché noi siamo buoni, ma perché lui è nostro Padre. Accogliendo come fratelli tutti i suoi figli, diventiamo come lui che è misericordia in sé e per tutti. Per questo l’ebreo accetterà il pagano (cfr At 10); Stefano, martire di Gesù, perdonerà ai suoi persecutori (At 7,60); Paolo, da fratello maggiore (Fil 3,6), si riconoscerà primo dei peccatori (1Tm 1,15).

        Sgonfiato dal suo protagonismo di irreprensibile, si farà l’ultimo di tutti, il minimo tra i santi (Ef 3,8), per accogliere tutti (At 28,30). “Il cristiano non è facile, ma è felice” (Paolo VI).

† Giuseppe Costanzo

III     La  figura del padre

Siracusa  2016

        a) Nei confronti del figlio prodigo.

        Non cessa di amarlo, anche se si è allontanato facendolo soffrire; soffre in silenzio, il silenzio dell’amore e continua ad attenderlo. Ciò che lo addolora è che il figlio sia lontano da lui e che stia male. E quando il figlio ritorna, il padre lo scorge da lontano e gli corre incontro. Non gli fa alcuna rimostranza, non gli muove alcun rimprovero. Si commuove, invece. La commozione è l’aspetto materno della paternità di Dio. La commozione è l’esatto contrario dell’impassibilità o durezza di cuore: è la qualità fondamentale di quel Dio che è misericordia, di quel Dio che si comporta con noi come una madre col suo figlio malato. Commozione grande e gioia incontenibile. Questo padre impazzisce di gioia perché quel figlio “era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (v.24). Il padre non bada neppure alle parole del figlio (“trattami come uno dei tuoi servi), l’importante è che questo figlio abbia capito e sia ritornato. E perciò gli corre incontro, gli si getta al collo e lo colma di baci. Gli ordini rivolti ai servi si fanno impazienti: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi …”

        L’amore non tollera indugi. Bisogna reintegrare pienamente questo figlio nella famiglia, nella sua dignità e nei suoi diritti. Ma il padre non si ferma qui. “ Prendete – dice – il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa” (v 24). Tutti i sentimenti del Padre (vide, si commosse, corse, cadde sul collo, baciò) e i suoi doni (il vestito più bello, l’anello, i sandali) confluiscono nel mangiare e far festa con il sacrificio del vitello grasso (allusione al banchetto eucaristico).

        Quel figlio appena tornato deve subito capire che nulla è cambiato nei suoi confronti: è un figlio, come sempre, e quella casa è la sua. L’amore del Padre è infinitamente più grande della colpa del figlio. Qualunque miseria affoga e scompare quando il mare in cui annega è il cuore del Padre, poiché in questo cuore la misericordia domina incondizionatamente ogni calcolo di meriti o di colpe.

        Questa parabola ci rivela il vero volto di Dio, i tratti della sua paternità, che non si rassegna a perdere le sue creature, che le ama con amore paziente e illimitato.

        Dobbiamo fare un passo indietro, alla “conversione” del figlio minore. Aveva progettato ed attuato il suo ritorno al padre con questi sentimenti:

“ Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati” (vv. 17-19). E’ davvero una conversione? Perché egli decide di tornare a casa? Perché ama suo padre e gli dispiace di averlo fatto soffrire? Non sembra proprio. Nel racconto questo figlio odia la condizione di servitù umiliante in cui è finito e cerca di fuggire di lì. E come torna? Con animo di figlio? No: desidera semplicemente essere considerato un salariato, trattato secondo la legge della prestazione e della ricompensa: “Trattami come uno dei tuoi salariati”. Quindi desidera trovare nel padre un datore di lavoro.

        Se la parabola si fermasse qui, sarebbe istruttiva, però non direbbe nulla di nuovo. Insegnerebbe che l’uomo lontano da Dio trova solamente l’umiliazione e la schiavitù del peccato e che per l’uomo è meglio ubbidire alla legge di Dio piuttosto che cercare una illusoria libertà lontano da Lui.

        Invece il senso della parabola non è questo. Infatti, quando il figlio, avvicinatosi ormai verso casa, “era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a Te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (vv 20-24).

        Notiamo che i gesti del padre non sono soltanto dei gesti di affetto: il padre interrompe il discorsetto che il figlio si era preparato, impedendogli di dire “trattami come uno dei tuoi salariati”. Queste parole non vengono dette perché il padre lo impedisce. Ancora: l’anello al dito è il sigillo di famiglia, quello che autentica documenti e contratti; è come se il padre ridesse al figlio la piena autorità che spetta al figlio di casa. E i sandali ai piedi sono la tenuta dell’uomo libero in contrapposizione a quella degli schiavi.

Insomma è un padre che va incontro al figlio, mentre il figlio si era mosso unicamente per incontrare un datore di lavoro. Ritorna, sì, ma con la mentalità del servo.

        Quella del figlio prodigo è ancora una povera conversione, dettata dall’interesse che si muove entro rapporti tra estranei. Soltanto il padre va incontro al figlio spinto dall’amore (notare il verbo “si commosse”) e apre lo spazio di un rapporto che è determinato non dalla stretta giustizia, ma dall’affetto. Lo considera, lo vede, lo tratta come un figlio. Questo è il messaggio della parabola: Dio è Padre e rimane Padre nei confronti dell’uomo anche quando l’uomo si allontana da Lui, anche quando l’uomo lo rinnega e lo considera un tiranno, un avversario.

        Riprendiamo il filo del racconto: il figlio minore si è allontanato di casa perché ha considerato il padre come un tiranno. Poi torna sperando che il padre si comporti da onesto padrone e che lo prenda come un garzone. E invece è accolto dal padre come un figlio. Un padre dal cuore grande: non si lamenta, non rinfaccia, non fa predicozzi … Fa festa.

        b) Nei confronti del figlio maggiore

        L’atteggiamento del padre nei confronti del prodigo indispone – come abbiamo detto – il figlio maggiore, che si rifiuta di partecipare alla festa, perché la ritiene ingiusta e perché il fratello per lui non è più un fratello e perché – secondo lui – neanche il padre dovrebbe considerarlo figlio. Le parole che lui dice al padre possono essere tradotte così: “ Io sono stato sempre un bravo ed onesto operaio in casa tua, ma tu adesso tratti da figlio proprio quello che ti ha umiliato e ti ha fatto soffrire. Io meriterei la festa, invece tu la fai per chi meriterebbe solamente il rifiuto”.

        Secondo una certa logica  egli ha sicuramente ragione. In ciò che dice ha ragione, le cose evidenziate hanno una loro verità. Anzi, ci sarebbe una soluzione che accontenterebbe tutti e due i fratelli. Perché se il Padre accogliesse il figlio prodigo come un salariato, il figlio prodigo stesso sarebbe contentissimo: era proprio quello che sperava, ossia di avere un posto da garzone. L’altro figlio, il maggiore, sarebbe pure contentissimo, perché la superiorità nei confronti del fratello sarebbe chiaramente riconosciuta: egli avrebbe il privilegio di essere il figlio in casa. Quindi sarebbero contenti tutti e due.

        Tuttavia non sarebbe contento il padre, perché lui aveva due figli e non vuole un figlio solo, bensì li vuole tutti e due. Non si accontenta di un figlio che è diventato un semplice salariato. Per questo il padre fa ogni sforzo affinchè anche i figli entrino in questa logica, in questo tipo di rapporto e affinchè imparino finalmente entrambi a considerarlo papà ed imparino entrambi a considerarsi figli.

        Ci sarà riuscito? La parabola non ce lo dice. Il figlio minore – che era tornato con l’animo del salariato, spinto dall’interesse – quando si è accorto della bontà di suo padre, avrà ritrovato l’animo del figlio? Avrà imparato il pentimento vero, quello che viene non dalla fame, ma che nasce dall’amore sincero del padre? La parabola non lo svela.

        E il figlio maggiore avrà capito la logica di suo padre? Si sarà convinto che il padre lo aveva sempre considerato come un figlio, mentre lui, il figlio, aveva scambiato il padre per il padrone? Anche qui la risposta non c’è. E’ una parabola aperta. E ci interpella: noi ci riconosciamo nel figlio maggiore o nel minore? Che idea abbiamo di Dio? Di un padre o di un padrone? Di un tiranno che ci impone una legge oppressiva o di un padrone che ci tratta da salariati? E noi ci sentiamo figli o garzoni?

        Il teologo Bruno Forte, all’inizio del suo libro sulla Trinità, pone una domanda provocatoria. Chiede: “Il Dio dei cristiani è un Dio cristiano?”

        Questa domanda, un po’ paradossale, nasce spontanea se si considera il modo in cui molti cristiani si raffigurano il loro Dio. La parabola che abbiamo meditato ci dice che Dio è un Padre misericordioso che considera gli uomini con cuore paterno sempre e comunque. Ci insegna pure che noi figli dobbiamo imparare l’amore filiale, perché Dio è Padre, non padrone. “Pietà e tenerezza è il Signore” .

        Lasciamoci amare e cerchiamo di riamarlo. Lasciamoci perdonare e cerchiamo di non offenderlo, perché Egli “è buono e grande nell’amore”.

        Questa parabola può essere letta da vari punti di vista.

  • Se prendiamo come filo conduttore la figura del padre, essa ci parla della misericordia sconfinata e tenerissima di Dio;
  • Se prendiamo come filo conduttore la figura del figlio maggiore, la parabola ci insegna come non devono comportarsi nella Chiesa i giusti, veri o presunti;
  • Se prendiamo come filo conduttore la figura del figlio minore, la parabola ci descrive l’itinerario esemplare della riconciliazione.
  • Ci stiamo preparando alla Pasqua e vogliamo giungervi purificati. La parabola ci presenta il figlio prodigo che dice al Padre: “ Padre, ho peccato: è la confessione; e al termine l’assoluzione: “questo figlio è tornato in vita”.
  • La Confessione è un sacramento in crisi. A che cosa è dovuta questa crisi? C’è l’eclissi del senso del peccato. Già Pio XII diceva: “Il più grande peccato attuale, è che gli uomini hanno perduto il senso del peccato”. Riconosciamoci peccatori e invochiamo con fiducia la misericordia del Padre celeste. Diciamogli con la liturgia della Chiesa. “grande è il nostro peccato, ma più grande è il tuo amore; cancella i nostri debiti a gloria del tuo Nome”.
  • “ Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi” (Lc5,32).
  • “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati” (Mt 9,12).
  • “Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per 99 giusti …. (Lc. 15,7).
  • “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, ed io vi darò riposo” ( Mt. 11,28).
  • “Siate santi, siate perfetti, siate misericordiosi come il Padre vostro celeste” (cfr  Lc. 6,36).
  • “Perdonate e vi sarà perdonato”  ( Lc. 6,37).
  • “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” ( Mt 7,12).

† Giuseppe Costanzo