Macchia di Giarre
27 ottobre 2016
L’adorazione è la prima risposta del nostro amore per Dio. Risposta fatta di ascolto, di contemplazione e adorazione.
Quando l’uomo prende coscienza della grandezza di Dio e della propria miseria, allora scatta il bisogno dell’adorazione. Davanti a Dio noi siamo polvere e cenere e tutto è nulla all’infuori di Lui.
Quando Egli si manifesta a noi e si rivela nella trascendenza del suo essere, noi non possiamo fare altro che cadere con la faccia a terra, per adorarlo:
“Venite, prostrati adoriamo, in ginocchio davanti al Signore che ci ha creati, Egli è il nostro Dio e noi il popolo del suo pascolo, il gregge che Egli conduce” (dal 94 (95), 6-7).
L’adorazione dunque, è l’atto di culto che meglio esprime la totale dipendenza dell’uomo da Dio e afferma l’assoluta sovranità di Dio.
“Non esiste – dice S. Giovanni della Croce – una scala con la quale l’intelligenza possa arrivare a raggiungere Dio. Se tu guardi a lungo e intensamente verso il cielo, Dio scenderà e ti solleverà”.
Quello è il momento in cui l’anima, immersa in Dio, si incendia e, strappata alle angustie della carne, si perde in Dio. Siamo nelle forme più alte della preghiera: l’anima è colma di adorante stupore davanti alla grandezza di Dio, alla sua bontà e misericordia, alla sua paternità tenerissima.
Anche se la bruciante consapevolezza del nostro peccato ci fa sentire indegni di stare davanti a Dio, la penetrazione contemplativa del mistero ci fa capire che la misericordia di Dio è più grande dei nostri peccati: “ Grande è il nostro peccato, ma più grande è il tuo amore”, ci fa ripetere la Chiesa nel tempo quaresimale.
E’ urgente recuperare questa dimensione della preghiera: l’Adorazione dovrebbe essere un bisogno del cuore che ama, un’esigenza di intimità con l’Amato, una manifestazione di fede nel Signore della vita e della storia. Purtroppo, invece, è proprio questo tipo di preghiera che scarseggia: siamo sempre di fretta, incalzati, agitati, dissipati. Eppure è lì che avvengono i colloqui più infuocati d’amore, è lì che si ricevono grazie di illuminazione e di trasfigurazione, è lì che il cuore si riscalda e si dilata, è lì che si diventa capaci delle rinunce più coraggiose e delle scelte più radicali.
L’adorazione libera l’uomo da tutte le schiavitù, lo immunizza contro gli idoli del mondo (potere, successo, denaro, sesso), purifica il suo cuore dagli occupanti abusivi, rendendolo disponibile per l’Unico Signore. Giustamente Bonhòeffer ammoniva: “Il cuore dell’uomo è stato consacrato per una sola devozione totale”.
La dimensione contemplativa dunque, diventa una grande forza unificante e liberante. Essa, infatti, dà unità alla nostra vita e la libera da disgregazioni, inaridimenti e stress che tanto la impoveriscono e la minacciano. La preghiera contemplativa, è un potente energetico, una forte ricarica spirituale, una profonda rigenerazione. L’adorazione prolunga il pasto eucaristico e ne consente l’assimilazione. Quando sostiamo in adorazione, l’Eucaristia si offre all’anima per una fusione che, però, non si compie in un batter d’occhio. C’è bisogno di tempo, di quiete, di attesa paziente. Il ferro, solo se resta a lungo nella fornace accesa, diventa incandescente. Così anche l’anima: abbracciata a lungo al suo Signore, viene trasformata dallo Spirito nell’immagine del Figlio, a cui il Padre l’ha predestinata ad essere conforme.
“Guardate a Lui, dice il Salmista, e sarete raggianti” (Sal 33,6)
Lo Spirito Santo, durante l’adorazione, agisce misteriosamente nei fedeli illuminando, riscaldando, purificando:è luce all’intelletto, è fiamma ardente nel cuore e risana le nostre ferite col balsamo del suo amore.
L’adorazione ci fa godere l’intimità del Maestro, ci fa gustare la gioia di stare con l’Amico, ci sottopone alle cure del Medico che sana ogni ferita, guarisce ogni malattia, asciuga ogni lacrima, risolve ogni problema: “Venite a Me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro” ( Mt 11,28).
Durante quelle ore benedette di “cuore a cuore” avvengono i prodigi interiori più grandi; le tempeste si placano, il cuore si pacifica, si rischiara l’orizzonte, si riaccende il fervore, torna a risplendere la meta, riscopriamo con gioia di essere “amati da Dio” e “chiamati ad essere santi” (Rm 1,7). E’ proprio vero:“Solo in Dio riposa l’anima mia, da Lui la mia salvezza … da Lui la mia speranza. Lui solo è mia rupe e mia salvezza, mia roccia di difesa: non potrò vacillare” (Sal. 61 (62), vv. 2,6).
Allora si diventa capaci di attraversare i tunnel bui della vita, quando Dio sembra assente e lontano. “Credo nel sole anche quando non splende. Credo nell’amore anche quando non lo sento. Credo in Dio anche quando tace”. Allora si accende il desiderio del cielo, si gusta la gioia della presenza (“gioia piena”, “dolcezza senza fine”), si ha come un assaggio e un anticipo del Paradiso, ci si unisce agli angeli e ai vegliardi che “si inchinarono profondamente con la faccia davanti al trono e adorarono Dio” ( Ap. 7,11). Veramente il tabernacolo è la patria dei forti.
xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx
Stando in adorazione noi facciamo pressione al Cuore di Gesù, come Abramo, come Mosè, come gli amici del Signore. E’ la preghiera di intercessione, che ci fa strappare al Cuore del Padre grazia di perdono e di aiuto: “ Parce, Domine, parce populo tuo”.
Il Salmista, accorato, si domanda: “Quando le fondamenta sono scosse, il giusto che cosa può fare?”. Una cosa può farla con certezza: può pregare, intercedere, consapevole che “Dio vede l’affanno e il dolore”, che Egli li guarda e prende nelle sue mani” (Sal 10,14). Pregare non è evasione dalla storia, ma immissione nella storia di una luce nuova, di una forza nuova, di un amore che guarisce e risana. Pregare nella storia è un atto di fede: è credere che gli occhi di Dio “sono aperti sul mondo”, che, “le sue pupille scrutano ogni uomo “ (Sal 11,4); è credere che Egli è Padre amorevole e Provvidenza sempre vigile.
xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx
S. Tommaso dice che l’Eucaristia “è la più grande di tutte le meraviglie operate dal Cristo, mirabile documento del suo immenso amore per gli uomini”.
Per motivare ulteriormente il nostro stupore, l’amore e la gratitudine per l’Eucaristia e per l’adorazione eucaristica, vorrei contemplare questo dono in una triplice luce: nell’Eucaristia Gesù è l’antipotere, l’antiimmagine e l’antiegoismo.
a) L’antipotere. Colui a cui è stato dato ogni potere in cielo e in terra, Colui per mezzo del quale tutto è stato fatto, Colui che comandava ai venti e al mare e gli obbedivano … nell’Eucaristia si spoglia di ogni potere, di ogni sovranità e si mette – piccolo e debole – nelle nostre mani, spesso indegne della sua santità.
Mistero di infinita umiltà e di divina condiscendenza.
b) L’anti-immagine. Colui che è l’immagine del Dio invisibile, il primogenito di ogni creatura, Colui nel quale “viviamo, ci muoviamo e siamo”, si nasconde in un pezzo di pane e in un sorso di vino, cela la sua dignità e divinità :” In cruce latebat sola Deitas, at hic latet simul et humanitas”
In un tempo in cui l’uomo è tanto preoccupato dell’immagine, in cui tanti passano la vita a costruirsi un’immagine, questa scelta di Gesù è uno schiaffo alla nostra vanità che vuole solo avere, possedere, apparire. Gesù ci insegna che “donarsi”, “consegnarsi”, “farsi mangiare” è la profonda verità della vita.
c) L’anti-egoismo. Colui che ha diritto al nostro servizio, Colui che è adorato e servito da legioni di angeli, si dimentica di sé e si dona a noi: si fa pane spezzato per la vita del mondo, si fa vino versato per la pacificazione universale, si fa sacramento di unità e vincolo di carità.
Lava i piedi ai suoi per insegnarci che la vita vale quando è vissuta nell’amore e nel servizio ai fratelli. Non nell’egoismo che ci rende indifferenti, violenti, feroci, sprezzanti della vita umana. Cristo che era l’unico dominatore – “Rex regum et Dominus dominantium” – s’è fatto servitore di tutti. “Io sto in mezzo a voi come Colui che serve”. “Il leone di Giuda” è diventato l’Agnello immolato per noi.
Ecco il miracolo dell’Eucaristia! Ecco il tesoro di noi cristiani! Se noi cristiani scoprissimo che cosa abbiamo nell’Eucaristia! Che cosa accogliamo dentro di noi tutte le volte che riceviamo la comunione! Diceva un ateo:”Se potessi credere che in quell’Ostia consacrata c’è davvero Dio, come dite voi, credo che cadrei in ginocchio e non mi rialzerei più!” Aveva ragione.
C’è da cadere in ginocchio, colmi di stupore e di gratitudine, per questa prova di amore immenso per gli uomini. E questo vuol dire che tutto è ancora nelle mani di chi ama, perché tutto è nelle mani di un Dio che si consegna all’uomo per purissimo amore.
C’è da danzare di gioia per questo “pane vivo disceso dal cielo”, che è alimento della fedeltà e farmaco dell’immortalità!
C’è da magnificare il Signore – “adorare, tacere, godere” – facendo del nostro corpo un tabernacolo, del nostro cuore un trono, della nostra vita un canto, della nostra vocazione una chiamata a trasformare il mondo in Regno di Dio, dove ognuno – nessuno escluso – ha la sua dignità e il suo diritto a vivere in libertà e a realizzarsi in pienezza.
† Giuseppe Costanzo
