Il combattimento spirituale del cristiano

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5   Novembre 2016

Ef. 6,10-20.

“Per il resto, attingete forza nel Signore e nel vigore della sua potenza. Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti.

Prendete perciò l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo avere superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il Vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la Parola di Dio. Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi, e anche per me, perché quando apro la bocca mi sia data una parola franca, per far conoscere il mistero del Vangelo, del quale sono ambasciatore in catene, e io possa annunziarlo con franchezza come è mio dovere”.

         Tutti desideriamo vivere in pace, tutti vogliamo andare d’accordo con tutti, ma constatiamo continuamente che la vita dell’uomo è una lotta, come dice l’A.T.: “Militia est vita hominis super terram”. Dobbiamo combattere. Non possiamo starcene tranquilli.

         In questo brano di Efesini S. Paolo ci presenta anche la vita cristiana come una lotta, e forse nessuno più di lui è indicato per farlo: ha subito molte opposizioni, è in prigione, sembra che in questo combattimento sia stato sconfitto e chiede che si preghi per lui, perché egli possa annunziare il Vangelo con parrhesìa, in una situazione grave e pericolosa.

         Neanche Gesù fu esente da ostilità e opposizioni. Il Vangelo ci dice che Erode voleva farlo morire e i farisei approfittavano di questa ostilità per liberarsi di lui: “Vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere” (Lc 13,31).

         Gesù stesso constata che Gerusalemme, invece di accogliere bene colui che le porta la pace, lo combatte: “Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che sono mandati a te … “(Lc 13,34).

         Il contesto della vita cristiana è dunque un contesto di opposizione, e dobbiamo accettarlo. Importante è, in questo combattimento ineludibile, affrontarlo nel modo giusto.

         Per far questo occorre farsi tre domande:

  1. Per chi combattiamo?
  2. Contro chi combattiamo?
  3. Quali armi abbiamo a disposizione per questo combattimento?

         A queste tre domande possiamo dare una risposta “cristiana” e possiamo dare una risposta semplicemente spontanea.

La risposta spontanea alla domanda “per chi combatto” è: combatto per me, combatto per vincere, combatto per liberarmi da tutti gli ostacoli.

Alla domanda “contro chi combatto” la risposta è: combatto contro quelli che mi si oppongono, che mi intralciano, che ostacolano i miei progetti, che mi fanno torto, che mi fanno del male in tutti i modi.

Alla domanda “con quali armi combatto” la risposta è: con le stesse armi che gli altri usano contro di me: essi sono spietati ed io sono spietato.

E’ chiaro che un cristiano non può accettare simili risposte, ma dobbiamo ricordarci che questa è la nostra reazione spontanea; quindi è necessario sempre diffidare di noi stessi, anzi, una parte della nostra battaglia è proprio contro di noi, contro le nostre passioni, per non lasciarci trascinare in un combattimento malvagio.

         Vediamo allora la risposta cristiana.

         a) Per chi combattiamo?  Gesù e S. Paolo non combattono per sé, e Gesù in particolare lo fa capire molto chiaramente. Quando gli dicono che Erode vuole ucciderlo, se egli combattesse per sé, ne sarebbe preoccupato e prenderebbe tutte le misure necessarie. Egli invece non se ne preoccupa; accetta di dover morire e continua il suo ministero di salvezza: “Ecco, io scaccio i demoni e compio guarigioni oggi e domani … E’ necessario che oggi, domani e il terzo giorno io vada per la mia strada, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme” (Lc 13,32 sg).  E va a Gerusalemme, la città che uccide i profeti. Gesù non combatte per sé, combatte per la gloria di Dio, combatte per la salvezza degli uomini.

         Neppure S. Paolo combatte per sé. Egli si preoccupa di annunciare il Vangelo e di null’altro. Non chiede preghiere per essere liberato, per vincere il processo, per ridurre all’impotenza i suoi avversari … Dice invece: “Pregate anche per me, perché quando apro la bocca mi sia data una parola franca, per far conoscere il mistero del Vangelo e io possa annunziarlo con franchezza come è mio dovere”.

         Ecco lo scopo del suo combattimento: adempiere il suo ministero, essere fedele alla sua vocazione, diffondere la luce di Dio, far conoscere il suo amore.

         E’   il primo importantissimo punto: lottiamo per rispondere fedelmente alla nostra vocazione e non per difendere noi stessi. E questo non solo contro i nemici della Chiesa. Ogni volta che siamo osteggiati e reagiamo, dobbiamo chiederci: ma questa mia reazione è per difendere il Vangelo o per difendere me? E per difendere il Vangelo un cristiano accetta anche di essere combattuto, di essere ostacolato, disprezzato ed emarginato.

b) La seconda domanda: contro chi combattiamo? S. Paolo risponde chiaramente: noi non combattiamo contro gli uomini. Ci troviamo di fronte uomini che ci ostacolano, che ci perseguitano, ma non è contro di essi che noi combattiamo. La nostra battaglia è contro forze invisibili, contro le potenze delle tenebre, contro gli spiriti del male che sono al di sopra di noi. Il nostro nemico è Satana, non gli uomini che possono essere suo strumento. Forse dobbiamo combattere contro i loro progetti, ma non contro di loro.

         Gesù reagendo alla sollecitazione dei farisei, non dimostra ostilità contro nessuno. Erode vuole ucciderlo, e Gesù non si lascia impressionare da Erode. Ha per lui parole non certo di elogio (“andate a dire a quella volpe …”), ma non si preoccupa di combatterlo. Non è contro Erode che Egli combatte. E neppure contro Gerusalemme, l’amata città della quale egli desidera radunare tutti i figli, fino al giorno in cui tutti diranno: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”. E’ contro l’opera del demonio, contro il peccato, il combattimento di Gesù.

         Noi non dobbiamo combattere contro gli uomini, mai, neppure contro quelli che ci attaccano, e dobbiamo evitare che la nostra aggressività si rivolga contro di loro. Noi lottiamo contro il male, e quindi, alla fine, in favore di tutti gli uomini. Quando si accetta di combattere contro qualcuno, di avere in sé odio contro qualcuno, non si lotta più contro il male, ma si è vinti dal male.  Esattamente il contrario di quel che raccomanda l’Apostolo: “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene” (Rm 12,22).

c)  Con quali armi combattiamo?

Adesso Paolo ci descrive tutta l’armatura di coloro che combattono la buona battaglia: “ State saldi, dunque: attorno ai fianchi la verità, indosso la corazza della giustizia” (v14).

  • “Attorno ai fianchi la verità”. E’ una metafora mutuata da Is. 11,5: “fascia dei suoi lombi sarà la giustizia, cintura dei suoi fianchi la fedeltà”.

         “Verità” o “fedeltà”?  I LXX hanno tradotto l’ebraico “emunà” con alethèia (verità). Nel nostro versetto pare da mantenere il senso originario significando la stabilità che Dio assicura al credente nella sua lotta. La verità è frutto dell’ascolto della Parola di Dio: “se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli, conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi” (Gv 8, 31 sg).

         La verità, incarnata nella vita, diventa fedeltà. Con esse la lotta contro il male diventa lotta per Dio. Cinti i fianchi con la verità, il credente è sicuro della vittoria.

  • “Indossa la corazza della giustizia”. Giustizia, nel senso biblico, è adesione alla volontà di Dio; è ricerca della santità, è perfetta corrispondenza ai disegni di Dio, che sono giusti. E’ una corazza senza smagliature, perché tutto ciò che faremo sarà nella giusta direzione.
  • “I piedi, calzati e pronti a propagare il Vangelo della pace” (v15). Il combattimento ha un solo obiettivo: diffondere il Vangelo della pace, portare la pace del Vangelo, quello che Cristo è venuto a donarci, perché Egli è la nostra pace e ci dona la pace: “Vi lascio la pace, vi dò la mia pace”. Questo ci rende pronti e operosi, felici di essere nel mondo operatori di pace.
  • S. Paolo aggiunge: “Afferrate sempre lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutte le frecce infuocate del Maligno” (v16). La fede è necessaria per rimanere saldi in questo combattimento: “Se non crederete, non resterete saldi” (Is 7,9). Nel cap. 30 il profeta Isaia dice. “Nell’abbandono confidente sta la vostra forza” (v15). Non lasciatevi trascinare dall’aggressività umana, non rispondete male per male. “Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza” (Is 30,15).

         La fede è una forza. Nel 2° Libro delle Cronache, al cap. 20, si parla della guerra contro i Moabiti. Un profeta suscitato da Dio dice: “Non temete e non abbattetevi. Domani uscirete loro incontro; il Signore sarà con voi … credete nel Signore, vostro Dio, e sarete saldi; credete nei suoi profeti e riuscirete” (vv.17. 20),

         E’ descritta in modo suggestivo la strepitosa vittoria di Giosafat contro gli invasori provenienti dalla Transgiordania. E’ sottolineata la forza della fede, della lode e della fiducia totale in Dio. Mi sovviene la preghiera di quell’anziano che di fronte alla molestia dei suoi avversari, con slancio di fede grande, dice:“Ma io non cesso di sperare, moltiplicherò le tue lodi” (Sal 71,14).

         La fede permette di andare al di là di ogni resistenza per incontrare e quasi toccare con mano Dio: bisogna, però, avere il coraggio di perdersi nelle tenebre dell’apparentemente assurdo e incredibile, per ritrovarsi nell’immensità della luce.

         La fede va coltivata: con la frequentazione assidua della Parola di Dio, con la meditazione e la preghiera, con l’umiltà di chi sa che essa è anzitutto dono di Dio, con l’esercizio “orante” della ragione. C’è, infatti, il pericolo che la fede non pensata, non alimentata, non vissuta, perda tono, vigore e franchezza. C’è il rischio che la “pistis” (fede) possa tragicamente tramutarsi in “apistia” (incredulità).

         La fede va custodita in mezzo alle prove, alle tentazioni, alle tempeste della vita: Paolo, alla fine della sua travagliata esistenza, ha potuto dire: “Fidem servavi” (2Tim 4,7).

  • “Prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito che è la Parola di Dio” (v 17). Nel Vangelo vediamo Gesù che nel momento della tentazione prende la spada dello Spirito: a tutte le proposte di Satana risponde con la Parola di Dio e trionfa sul nemico costringendolo ad allontanarsi. Questa “spada dello Spirito” che è la Parola di Dio illumina gli occhi del cuore perché possiamo comprendere fino in fondo a quale speranza Dio ci ha chiamati (cfr 1,18). Questa Parola di Dio ci spinge a “ comportarci in modo degno della vocazione a cui siamo stati chiamati” (cfr 4,1). Paolo dice che la Parola di Dio è una spada   ed è lo Spirito che la rende un’arma efficace. E’ Lui che ci ha donato la Parola di Dio, è Lui l’esegeta che ce la fa comprendere, il Maestro interiore che ce ne dà una conoscenza penetrante e saporosa, ed è Lui solo che può farla diventare una forza nella nostra vita. Più di una volta la Parola di Dio è definita come una spada   sia nell’Antico come nel N.T.  Giovanni, in una visione imponente, contempla Cristo dalla cui bocca usciva un’acuta spada a due tagli (cfr Ap 1,16). Nella Lettera agli Ebrei troviamo il celebre testo: “La Parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore” (4,12). Per noi “Parola di Dio” è soprattutto la parola della S. Scrittura, che per far da spada bisogna che sia saputa usare. Ciò però richiede perseveranza ed esercizio infaticabile. La parola della Scrittura (come spada) deve essere a portata di mano: noi, cioè, dobbiamo conoscerla, averla come il nostro possesso più vivo ed interiore. Allora davvero essa “è, per i figli della Chiesa, saldezza della fede, cibo dell’anima, sorgente pura e perenne della vita spirituale” (D.V.21). Allora essa “interpella, orienta e plasma l’esistenza” (N.M.I. 39).  Allora essa diventa “luce degli occhi e gioia del cuore” (liturgia) e ci mette in grado di scoprire subito e respingere con prontezza i raggiri e le astuzie del Maligno. Come ha fatto Gesù in quel combattimento con Satana, di cui ci parlano i Vangeli (cfr Mt 4,1-11).
  • L’ultima arma del combattimento spirituale, la più importante di tutte, è la preghiera: “In ogni occasione, pregate con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito e a questo scopo vegliate con ogni perseveranza e supplica per tutti i santi” (v18). Paolo è esigente: il combattente cristiano deve fare “ogni sorta di preghiere” cioè la preghiera di adorazione, di lode, di ringraziamento, di domanda,di intercessione. Dev’essere uno che prega “in ogni occasione”, in ogni situazione, cioè sempre.

         Di più: come se non bastasse pregare tutto il giorno, deve vegliare anche la notte “con ogni perseveranza e supplica”. Dev’essere, cioè, una preghiera costante, che impegna interamente il cristiano, con tutto il suo tempo, con tutte le sue forze, fino alla sue ultime possibilità.

         Spesse volte, nelle sue lettere, Paolo parla di questo pregare incessante. Egli stesso lo mette in pratica. Ai Tessalonicesi dice che egli prega “con viva insistenza, notte e giorno” (1 Ts 3,10). Ai Corinzi ricorda le notti di veglia, assieme a fatiche e digiuni (2 Cor 6,5). Incessantemente pensa a Timoteo: “notte e giorno nelle mie preghiere” (2 Tim 1,3). E certo non è una vuota formula l’assicurazione iniziale così frequente nelle sue epistole: “Continuamente rendo grazia per voi ricordandovi nelle mie preghiere” (Ef 1,16). La stessa cosa egli desidera nel cristiano: “Siate sempre lieti, pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazia: questa infatti è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi” (1Ts 5,16-18). E’ così anche qui, nel nostro brano. Ma già Gesù ci ha detto che dobbiamo “pregare sempre, senza stancarci” (Lc 18,1). La preghiera è il respiro dell’anima.

  • Come pregare? Nello Spirito, dice Paolo. Nella Lettera ai Romani possiamo leggere ciò che lui intende con questa espressione: “Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio” (Rm 8,26 sg). Si tratta quindi di una preghiera disinteressata, di una preghiera attenta alle intenzioni di Dio, di una preghiera docile alla voce interiore, alle ispirazioni divine. Il Maestro della preghiera l’abbiamo sempre in casa. E’ dentro di noi. E’ lo Spirito Santo.
  • Qual è l’oggetto della preghiera? “Per tutti i santi”, cioè per il popolo di Dio, per la Chiesa, per il Corpo di Cristo, affinche esso cresca all’interno e all’esterno, maturando verso il suo compimento.

“E pregate anche per me”, aggiunge Paolo, “l’ambasciatore in catene”, “affinche io possa annunciare (il Vangelo) con quel coraggio con il quale devo parlare” (vv 19-29). Sembra di ascoltare Papa Francesco.

  • Com’è la nostra preghiera?

         Poiché la preghiera è di fondamentale importanza per il nostro combattimento spirituale, ci chiediamo com’è la nostra preghiera. E’ costante o è intermittente? E’ fervorosa   o tiepida? E’ continua o umorale? Le difficoltà che incontriamo nella preghiera sono tante e di diversa natura: la fretta, le distrazioni, la superficialità … La nostra preghiera ha le sue lune: c’è la luna montante e c’è la luna calante. Qualcuno, poi, pare che abbia sempre la luna fuori fase quando prega.

         La nostra preghiera – scrive P. Gasparino – è soggetta alle quattro stagioni: c’è l’inverno e c’è la primavera, c’è la semina e c’è la raccolta; c’è l’estate e c’è l’autunno, e per qualcuno c’è la stagione delle piogge che sembra non finisca mai e c’è il periodo della secca che sembra distruggere tutto. Insomma, la preghiera è una lotta quotidiana sempre nuova e imprevedibile. Quando credi di essere ben incamminato, ti ritrovi daccapo; quando gongoli di essere a cavallo, ti ritrovi a piedi. Bisogna armarsi di pazienza. L’importante è camminare sempre e non fermarsi mai, e imparare a convivere con i nostri limiti con infinita pazienza senza scoraggiarci, senza irritarci, senza mollare.

         Domandiamo al Signore di essere nostra guida nella battaglia quotidiana, sì che alla fine possiamo dire anche noi con l’Apostolo Paolo: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno” (2 Tim 4, 7-8a).

† Giuseppe Costanzo