Maria, maestra di fede e modello dell’orante

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Al Clero   della Diocesi di Messina

4 maggio 2017

  1.  La Fede non è l’adesione ad un pacchetto di verità, ma piuttosto una forza che cambia la vita: illumina la mente, riscalda il cuore, allarga gli orizzonti.

Elisabetta, piena di Spirito Santo, le disse: “Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto” (Lc 1,45). E Gesù a Tommaso: “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto” (Gv. 20, 29). È la beatitudine della fede.

                   Maria è beata non per il privilegio della divina maternità, ma perché ha creduto nell’adempimento della Parola. Ha creduto nella Parola prima che essa si realizzasse. Ha creduto e “si è abbandonata a Dio senza riserve” (R.M. 20).

         Come i Profeti e i Patriarchi. Come Abramo e Mosè.

         Abramo si è messo in cammino dietro alla promessa di una discendenza numerosa “come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare” (Gen. 22, 17) e quando muore si ritrova con un solo figlio atteso per tanti anni; e della terra dove scorre latte e miele non possiede nulla; solo una grotta sufficiente per due tombe, per sé e per Sara, e per di più comprata ad un prezzo esorbitante, 400 sicli d’argento. Eppure conserva la fede.

         Mosè muore senza poter mettere piede nella Terra Promessa, ma avendola solo vista e salutata da lontano. E tutto il popolo muove le sue tende dietro ad una parola, non ad una realtà. Questa fede – la parola prima della realizzazione – è quella che muove tutta la vita di Maria.

  1. Nell’Annunciazione

Tutto è controcorrente. Un angelo si rivolge ad una donna, prospettandole l’impossibile. E questo in una casa, non nella Sinagoga; in una casa e non fra i candelabri d’oro del Tempio. Un angelo, che potremmo dire “eresiarca” …

Non era possibile, secondo la rivelazione biblica, che il Dio altissimo e inaccessibile potesse essere visto e toccato.

Non era possibile che il Dio unico avesse un Figlio. Era inconcepibile per il pio Israelita.

Non era possibile generare un figlio senza rapporti sessuali.

Non era possibile un figlio di un padre diverso dal marito, pena la lapidazione della donna.

Non era possibile   per la società israelitica patriarcale che una ragazza decidesse della sua vita da sola, senza consultarsi con nessuno dei maschi della famiglia.

E infatti la prima parola di Maria è: “Come è possibile?” E l’ultima parola dell’angelo, mentre se ne parte da Lei, è: “Niente è impossibile a Dio”. Quella che, tecnicamente, è una inclusione determina il sapore di fondo del brano: l’andare controcorrente, l’essere “trasgressivi”. Gli angeli sono mandati per dire che l’impossibile è diventato possibile.

È possibile che Lazzaro oda nella grotta la voce della vita ed esca.

È possibile che nella prostituta si risvegli la donna.

È possibile che Paolo il persecutore, diventi il più grande evangelizzatore. È possibile l’impossibile. E così una ragazzina di 14 anni affronta una serie di impossibili. Si fida e affronta disarmata il futuro: affronta il furore folle di Erode, la fuga in Egitto, un figlio incomprensibile, un figlio ucciso, una spada che le spezzerà il cuore … e lo farà senza più visioni né messaggi di angeli. 

Il coraggio e la fede di Maria! Dopo quella prima e unica volta nessun angelo più le parlerà.

Santa Maria non segue la via della ragionevolezza, ma quella delle ragioni più profonde e più coraggiose, la via della fede. Per questo è donna di fede: perché non dà ascolto alle paure, ma all’amore e perciò supera gli schemi, i clichè,  le abitudini, i divieti. Donna di fede e perciò libera. Donna che ama e perciò coraggiosa. E perciò assai gradita a Dio. Perciò rispose con l’adesione totale al progetto di Dio: “Eccomi, sono la tua serva, si compia in me la tua parola.” Nel suo “Ecce” e nel suo “Fiat” c’è il filiale abbandono nelle mani del Padre, l’accettazione preventiva di tutti i rischi, la sottomissione fiduciosa a tutti gli eventi.

Col suo “Fiat” Maria diceva “sì” alla notte di Betlemme, così piena di umiliazione e disagi; alla fuga in Egitto, così carica di sofferenze e preoccupazioni; sì al silenzio di Dio durato 30 anni; sì all’ostilità dei sinedriti; sì  al sommario giudizio e all’ingiusta condanna che trascineranno Gesù all’infamante morte di croce. “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”)Lc 1,38). Sono la serva, e perciò non pretendo, non ho diritti da rivendicare.

Sono una povera di Jahwè, la creatura più povera e quindi più libera.

Non ho una mia volontà da imporre. La mia volontà è quella del mio Signore.

Avvenga di me … è il dono totale. È la disponibilità radicale, il filiale abbandono nelle mani del Padre, l’accettazione preventiva di tutto, la sottomissione fiduciosa al volere di Dio.

Col suo Fiat Maria apre la schiera delle grandi anime che non domandano, non discutono, non protestano, ma si fidano e si affidano. Abbandono senza riserve, fondato sull’assoluta santità del Signore e sulla sua indubitabile fedeltà. È la totalità oblativa dell’amore.

Entrò così, senza riserve, nel disegno del Padre. Entrò nell’orbita trinitaria: figlia del Padre, Madre del Figlio, Tempio vivo dello Spirito Santo. Si consegnò consapevolmente, liberamente, totalmente alla Parola di Dio e all’azione dello Spirito che operò prodigiosamente nel suo grembo verginale.

Parola, Spirito, Maria, sono tre cardini della vita nuova. Luca 1-2 e gli Atti degli Apostoli possono essere definiti: l’uno il Vangelo dell’infanzia di Cristo, l’altro il Vangelo dell’infanzia della Chiesa. Maria è presente in ambedue i casi: Madre del Cristo fisico, Madre del Cristo mistico. Tutto questo perché al “gratia plena” Maria corrispose “fide plena”.

A prima vista quello di Maria fu un atto di fede facile e persino scontato. Diventare Madre di un re che avrebbe regnato in eterno sulla casa di Giacobbe, Madre del Messia! Non era quello che ogni fanciulla ebrea sognava di essere? Ma questo è un modo di ragionare umano e mondano. Maria, invece, viene a trovarsi in una totale solitudine. A chi può spiegare ciò che è avvenuto in lei? Chi la crederà quando dirà che il bimbo che porta nel grembo è “opera dello Spirito Santo”? Questa cosa non è avvenuta mai prima di lei e non avverrà mai dopo di lei. Maria conosceva certamente ciò che era scritto nel Libro della Legge, e cioè che se la fanciulla, al momento delle nozze, non fosse stata trovata in stato di verginità, doveva essere fatta uscire all’ingresso della casa del padre e lapidata dalla gente del villaggio (cfr Dt 22,20 e ssg).  Maria avrà pensato alla sua solitudine, alla drammatica situazione in cui si sarebbe trovata: agli sguardi impietosi della gente di Nazareth, agli ammiccamenti, alle insinuazioni … Maria sapeva che Dio non strappa mai alle creature consensi, nascondendo loro le conseguenze, i rischi a cui andranno incontro. Dio non inganna. Lo vediamo in tutte le grandi chiamate di Dio. A Geremia preannuncia: “Ti muoveranno guerra” (Ger. 1,3). E di Saulo dice ad Anania: “Io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome” (At. 9,16). Dio è leale, non illude le sue creature. Nella luce dello Spirito Santo, che accompagna la chiamata di Dio, Maria ha certamente intravisto che anche il suo cammino non sarebbe stato diverso da quello di tutti gli altri chiamati. Del resto, Simeone, ben presto darà espressione a questo presentimento, quando le dirà che una spada le avrebbe trapassato l’anima. Maria è l’unica ad aver creduto “in situazione di contemporaneità”, cioè mentre la cosa accadeva, prima di ogni conferma e convalida da parte degli eventi e della storia. Gesù disse a Tommaso: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno” (Gv 20, 29). Maria è la prima di coloro che hanno creduto senza aver ancora visto. Ella – come diceva S. Agostino – “prima ancora che nel suo corpo, concepì Cristo nel suo cuore”.

La fede di Maria è un atto d’amore e di docilità. Libero anche se suscitato da Dio, misterioso come misterioso è sempre l’incontro tra la Grazia e la libertà. È questa la vera grandezza personale di Maria, la sua beatitudine confermata da Cristo stesso: “Beato il   ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso latte” (Lc. 11,27), dice una donna nel Vangelo. La donna proclama Maria beata perché ha portato Gesù; Elisabetta la proclama beata perché ha creduto; la donna proclama beato il portare Gesù nel grembo, Gesù proclama beato il portarlo nel cuore: “Beati piuttosto – risponde Gesù – coloro che ascoltano la Parola di Dio e la osservano”. Egli aiuta in tal modo quella donna e tutti noi a capire dove risiede la grandezza personale di sua madre. Chi è infatti che “custodiva” le parole di Dio più di Maria, della quale è detto due volte, dalla stessa Scrittura che “custodiva tutte le parole nel suo cuore”(cfr Lc. 2, 19. 51)?

2)    Nel mistero pasquale.

La vera fede, però, non è mai un privilegio o una marcia trionfale; è sempre un camminare nelle tenebre e un morire alla propria ragione.

Leggiamo nella L. G.: “La beata Vergine ha avanzato nel cammino della fede e ha conservato fedelmente la sua unione col Figlio sino alla croce, dove, non senza un disegno divino, se ne stette ritta, soffrì profondamente col suo Figlio unigenito e si associò con animo materno al sacrificio di Lui, amorosamente consenziente all’immolazione della vittima da lei generata”(n.58).

Il Papa G. Paolo II, nella R.M., così scrive: “serbò fedelmente la sua unione col Figlio fino alla croce”: l’unione mediante la fede, la stessa fede con la quale aveva accolto la rivelazione dell’angelo al momento dell’annunciazione. Allora si era anche sentita dire:

“Sarà grande … il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre … regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine” (Lc. 1,32). Ed ecco, stando ai piedi della croce, Maria è testimone, umanamente parlando, della completa smentita di queste parole. Il suo Figlio agonizza su quel legno come un condannato. “Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori” (Is 53, 3). Quanto grande, quanto eroica è allora l’obbedienza della fede dimostrata da Maria di fronte agli “imperscrutabili giudizi” di Dio! Mediante questa fede Maria è perfettamente unita a Cristo nella sua spoliazione (R.M. 18).

Al calvario la fede di Maria è tartassata, la sua speranza è contraddetta, il suo amore è sfidato. E lei sta lì, impietrita dal dolore, ma incrollabile nella speranza. Ripete il Fiat della prima ora, il Fiat della sua vocazione, della sua fedeltà. Vi si aggrappa con tutte le forze, rinnova la sua offerta e quella del Figlio: Ecce … Fiat. È “l’Ecce” più doloroso. È il Fiat più straziante. Tutti sono scomparsi, si sono dileguati. La lampada della speranza, in mezzo alla tempesta del Golgota, si era spenta nei discepoli (“Noi speravamo …”) ma quella di Maria continua a brillare anche quando si fa buio su tutta la terra: Maria è sotto la croce, addolorata, ma non delusa. Donna di speranza perché amante.

 La carità … tutto spera (1Cor, 13 7). Chi ama, non si arrende. Non per puntiglio, ma per fedeltà. Chi ama, animato e consumato dall’amore, persevera fiducioso, attende con pazienza, collabora con fedeltà e coraggio alla gestazione dell’uomo nuovo, alla crescita del Regno. In un mondo piombato nelle tenebre, Lei è l’unica che tiene alta la fiaccola della speranza: quando il Figlio risorgerà dai morti, Lei passata la bufera, la consegnerà agli apostoli che il Figlio manderà ad illuminare il mondo.

3) Maria nei trent’anni a Nazareth

         Lì Maria ci insegna l’arte di vivere, che consiste nel saper accogliere con meraviglia ciò che è di tutti i giorni, il monotono feriale; nel fare le solite cose come se fosse la prima volta e, chissà, l’ultima; nel convertire l’ordinario in straordinario, strappandolo al grigiore dell’abitudine e ornandolo di amore e di appassionata dedizione.

         L’arte di vivere è anche l’arte di pensare, il gusto di andare in profondità. L’Evangelista Luca ci dice che Maria “custodiva tutte queste cose meditandole nel suo cuore” (LC 2,19). “Custodiva “, cioè conservava con cura la Parola di Dio, i fatti che la stupivano, le risposte che non capiva, ciò che la sorprendeva o la faceva soffrire. Maria tiene tutto nel cuore, meditando, penetrando, interiorizzando. Il dono da chiedere a Dio è quello di essere pensosi, di non arrenderci all’incomprensione, ma di cercare di andare oltre o almeno di intuire che c’è un oltre. Se viviamo la vita in modo agitato e superficiale, ci sfugge una moltitudine di cose che potrebbero essere sorgenti di senso e di felicità. Se fossimo capaci di riempire di luce, di tenerezza, di generosità le realtà quotidiane, la nostra vita di ogni giorno ne sarebbe trasformata, trasfigurata. È quello che faceva la Madonna: viveva facendo il bene e costruendo la casa della sua vita sulla roccia; vivendo la sua vita di fede senza clamori, facendo a meno di angeli e di visioni.

    Mi piace concludere con questa preghiera di Don Tonino Bello:

“Santa Maria, donna feriale, insegnaci a considerare la vita quotidiana come il cantiere dove si costruisce la storia della salvezza. Tu che all’interno della casa di Nazareth, tra pentole e telai, tra lacrime e preghiere, tra gomitoli di lana e rotoli della Scrittura, hai sperimentato in tutto lo spessore della tua femminilità, gioie senza malizia, amarezza senza disperazioni, partenze senza ritorni, torna a camminare con noi, o creatura straordinaria, innamorata di normalità, che, prima di essere incoronata Regina del cielo, hai ingoiato la polvere della nostra povera terra, aiutaci a salvare almeno il quotidiano”.

         Se credere è “inoltrarsi per quella strada dove tutti i cartelli indicatori gridano: indietro, indietro!” ; se è un “ venirsi a trovare in mare aperto, là dove ci sono il cielo sopra di te e settanta stadi di profondità sotto di te”; se credere è “compiere un atto tale che per esso uno si viene a trovare completamente gettato in braccio all’assoluto” (sono tutte immagini del filosofo Kierkegaard), allora non c’è dubbio che Maria è stata la credente per eccellenza, di cui non ci potrà essere mai l’eguale.

         La contemplazione della fede di Maria ci spinge a rinnovare anzitutto il nostro personale atto di fede e di abbandono a Dio. Tutti devono e possono imitare Maria nella sua fede, ma in modo speciale deve farlo il sacerdote. “Il mio giusto – dice Dio – vivrà di fede” (cfr Abacuc 2, 4 e Rm 1,17): questo vale, ad un titolo speciale per il sacerdote. Egli è l’uomo della fede. La fede è ciò che determina, per così dire il “suo peso specifico” e l’efficacia del suo ministero. Ciò che i fedeli colgono immediatamente in un sacerdote e in un pastore, è se “ci crede”, se crede in ciò che dice e in ciò che celebra. Chi dal sacerdote cerca anzitutto Dio, se ne accorge subito; chi non cerca da lui Dio, può essere facilmente tratto in inganno e indurre in inganno lo stesso sacerdote, facendolo sentire importante, brillante, al passo coi tempi, mentre, in realtà, è un “bronzo tintinnante e un cembalo squillante”. Perfino il non credente che si accosta al sacerdote in atteggiamento di ricerca, capisce subito la differenza. Quello che lo provocherà e che potrà metterlo salutarmente in crisi non sono in genere le più dotte discussioni sulla fede, ma trovarsi davanti ad uno che crede veramente con tutto sè stesso. La fede è contagiosa. Come non si contrae contagio sentendo solo parlare di un virus o studiandolo, ma venendone a contatto, così è con la fede. Allora, coltiviamola, custodiamola, difendiamola e diffondiamola. Non dimentichiamo: c’è il pericolo che la fede non pensata, non alimentata, non vissuta, non comunicata, perda tono, vigore e franchezza. C’è il rischio che la “pistis” (fede) possa tragicamente tramutarsi in “apistìa” (incredulità).

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B)  Vogliamo scoprire l’atteggiamento orante di Maria, meditando tre episodi   decisivi della sua vita.

1 ) La preghiera del Magnificat

È un canto di adorazione e di lode, un inno di incantato stupore, un’esplosione incontenibile di meraviglia. Si articola in tre momenti: uno sguardo su Dio, su di sé, sulla storia.

a) Anzitutto lo sguardo su Dio.  Maria si inabissa in Lui, si immerge nel suo mistero e subito la sua anima si effonde nella lode, il suo cuore vibra e canta di gioia: “L’anima mia magnifica il Signore ed il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore” (Lc 1,46 ssg). La contemplazione glielo fa conoscere e la fede glielo fa confessare Signore, Salvatore, Onnipotente e Santo, fedele alle sue promesse.  

b) Dopo avere incontrato Dio, la creatura è preparata a gettare lo sguardo su di sé senza il rischio di esaltarsi o di deprimersi, poiché, come dice S. Agostino, la conoscenza di Dio senza la conoscenza di sé può generare presunzione; la conoscenza di sé senza quella di Dio può portare alla disperazione.

          Maria si osserva ad un triplice livello.

  • A livello naturale, Ella scopre e riconosce la propria pochezza anzi il proprio niente: “ha guardato l’umiltà della sua serva” (Lc 1,48). Chi ha gli occhi puntati su Dio, non può gonfiarsi di orgoglio. Chi conosce Dio non può misconoscere l’uomo. La contemplazione di Dio illumina la realtà umana e cosmica, e tutto ritorna al suo posto, tutto ritrova la sua verità e la sua giusta collocazione.
  • Poi, a livello soprannaturale.E qui Maria, colma di meraviglia e di gratitudine, dà la sua testimonianza di fede: “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il suo nome” (Lc. 1,49). Non nasconde i doni, non ignora i benefici. Li riconosce e li canta con cuore semplice ed umile. L’umiltà è verità. La verità è semplice.
  • Infine ad un livello profetico. Afferrata dallo Spirito e proiettata nei secoli futuri, Maria scorge da lontano ma con chiarezza le meraviglie che Dio compirà per mezzo suo; intuisce e presagisce quale vincolo di amore e devozione, quale carica di amore e di fiducia legherà il popolo dei figli alla madre: “Tutte le generazioni mi chiameranno beata” (Lc 1,48).

         c).   Il terzo sguardo Maria lo getta sulla storia, sul modo in cui Dio interviene e conduce la storia: l’opera di Dio sovverte le situazioni consolidate, create dalla superbia e dall’avidità umana. Ai superbi, ai potenti, ai ricchi, Dio preferisce gli umili, i deboli, i poveri. Un capovolgimento radicale.

         La Parola di Dio si cala nella storia e la trasforma.

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2)    L’intercessione materna a Cana

Per brevità sottolineo soltanto le caratteristiche della preghiera della Madonna:

         una preghiera fatta di sguardiche si incrociano e si intendono. Gli occhi spesso trasmettono più messaggi che le parole, comunicano sentimenti ed attese meglio di qualsiasi espressione verbale.

         Una preghiera sobria: non spreca le parole, non crede di essere ascoltata a forza di parole (cf Mt 6,7). Si limita all’essenziale.

         Una preghiera umile: di fronte al rifiuto (vero o apparente, momentaneo o definitivo) non protesta, non s’impunta, non s’indispettisce, ma neppure cede alla rassegnazione.

         Una preghiera fiduciosa: crede nella potenza del Figlio ed esorta i servi ad obbedirgli. Crede che ciò che il Figlio farà, sarà la cosa migliore.

         Una preghiera carica di compassione e di condivisione: Marianon è individualista né intimista, ma è aperta ai fratelli e si fa carico dei loro problemi e delle loro pene.

3.   In attesa dello Spirito Santo

         L’ultimo avvenimento che ci rimane da contemplare è la presenza orante di Maria nel Cenacolo in attesa della Pentecoste: “Perseverò in preghiera con gli apostoli nell’attesa dello Spirito Santo” (dalla liturgia). Luca, negli Atti, è molto stringato; ci riferisce l’essenziale, ci dice che “tutti questi (cioè gli apostoli) erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù e con i fratelli di Lui” (At 1, 14).

         Proviamoci ad indovinare i sentimenti, le attese, le invocazioni del suo cuore immacolato. Ella aveva già l’esperienza dello Spirito. Aveva goduto di una sua straordinaria ed ineffabile effusione sulla sua persona, quando – nell’Annunciazione – lo Spirito Santo era sceso su di Lei (cfr Lc. 1, 35) e aveva prodigiosamente fecondato il suo grembo verginale. Maria, per opera dello Spirito Santo, era diventata la Madre Vergine, la Madre di Dio. Questo evento aveva cambiato la sua vita, ribaltando i suoi progetti, modificando il suo destino. Ed Ella aveva acconsentito.

         Questa adesione ai disegni di Dio aveva permesso l’Incarnazione del Verbo ed il compimento dell’opera salvifica del Figlio, di cui Ella è stata la compagna eccezionalmente generosa (LG 61).

         Ora, dopo il mistero agghiacciante della morte e l’evento esaltante della risurrezione, Maria è ancora più aperta alla novità di Dio, alle sorprese del suo inarrestabile amore. Presagisce che qualcosa d’inedito sta per accadere, che la potenza di Dio sta per visitare la terra, trasformare i cuori degli uomini e cambiare il volto della storia. Ricorda le parole del Figlio, i suoi insegnamenti, le sue promesse … Conosce le profezie sul dono dello Spirito (cfr Gl 3,1-5; Ez 36, 27), sul cuore nuovo (cfr Ez 36, 26), sulla vita nuova mediante lo Spirito (cfr Ez 37,14) e sa che Dio è fedele.  Ricorda il comando di Cristo ai “suoi” di non allontanarsi da Gerusalemme ma di attendere che si adempisse la “promessa del Padre” (At 1,4), ed aspetta fiduciosa, recettiva, piena di speranza “lo Spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di Dio” (Ef. 1, 17 ).

          Sa per esperienza che Dio è grande e compie meraviglie (cfr Sal 86, 10) e si prepara ad accoglierle con un cuore dilatato dalla fede e purificato dall’ardente attesa.

         Tutta la sua vita è già un grido di preghiera, un fremito di speranza, un’invocazione di pienezza che attraggono irresistibilmente lo Spirito e ne affrettano l’irruzione sulla Chiesa e sul mondo.

4. In preghiera nel Cenacolo, Maria memore delle “grandi cose” fatte dall’Onnipotente (cfr Lc. 1, 49), consapevole della missione materna affidatale dal Figlio morente (cfr Gv. 19, 26 ssg), mossa dallo Spirito, diventa l’animatrice silenziosa della comunità, la memoria illuminante e discreta del gruppo dei discepoli, il punto di riferimento degli apostoli.

         La Madonna chiede per loro la sua stessa fede e docilità, la sua pronta obbedienza, la sua umiltà di cuore, perché possa compiersi il progetto di Dio sul nuovo Israele e sull’umanità intera.

          I discepoli riconoscono in Lei, la donna forte, la guida saggia, la madre spirituale.

         Come prega Maria? Quali i tratti caratteristici della sua preghiera?

         Una preghiera silenziosa. Nessuna parola. Nessuna espressione. È preghiera del cuore. È adesione della volontà.

         Una preghiera umile. Non si distingue da quella degli altri. Si confonde, invece, con essa e la sostiene e la anima.

         Una preghiera fiduciosa. Maria sa che “il Signore fa prodigi per il suo fedele” (Sal 4,4) e sa anche   che “con Dio noi faremo prodigi” (Sal 60, 14).

         Una preghiera perseverante. Chi crede sa attendere. Chi spera non si arrende. Dio non delude.

         Una preghiera comunitaria. Nasce dalla concordia dei cuori ed in essa trova la sua efficacia: “Se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” ( Mt 18, 19-20).

         Una preghiera testimoniale. Maria, che aveva già beneficiato della prima effusione dello Spirito, attinge da quella esperienza fiducia nell’operato di Dio e sostiene i discepoli con il suo esempio e con il suo incoraggiamento. Le meraviglie che Dio ha compiuto in Lei sono il segno di ciò che Dio può fare e la caparra di ciò che ancora farà per il suo popolo.

         Una preghiera aperta alle sorprese di Dio. La Madonna aveva goduto della presenza fisica del Cristo: nel periodo della gestazione e nel tempo della vita nascosta e pubblica; dopo la sua Ascensione restava a Lui unita col ricordo affettuoso e col cuore anelante all’incontro; ora è in attesa di una nuova presenza, di un nuovo modo di vivere con Lui: sarà la sua unione col Cristo mistico nel suo Spirito. Quindi nel Corpo mistico, vivificato e santificato dallo Spirito del Cristo Risorto, Maria continua la sua maternità vigile e tenera. Comincia dunque per Lei la nuova maternità: la maternità spirituale nei confronti della Chiesa, che, nata dal cuore squarciato di Cristo, vive e cresce avvolta dall’amore e dalle premure del suo cuore trapassato dal sacrificio del Figlio.

         Da Maria vogliamo imparare ad accogliere lo Spirito, e da Lui animati, nel Corpo mistico della Chiesa, imparare ad amare e a servire ogni fratello e l’intera umanità.   Ce l’ottenga la sua potente intercessione.

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C)   Maria, maestra e modello di servizio.

         Amante del Padre, da Lui amata e ricolma del suo amore, Maria lo effonde nei fratelli. Amare è per Lei il senso e lo scopo della vita. E l’amore, quando è autentico, si fa gesto e storia. Per amore Ella pensa, prega, serve.

         Diceva E. Léseur: “ Pensare è bene, pregare è meglio, amare è tutto”. Per amore Ella si mise al servizio di Dio per la redenzione dell’uomo.

         Troviamo nei Vangeli tre scene toccanti:

a)     Nella visita ad Elisabetta, Maria è

esempio di carità premurosa: “si mise in fretta in viaggio” (Lc 1,39).

  • esempio di carità preveniente: non attese di essere chiamata;
  • esempio di carità operosa: rimase tre mesi – fino alla nascita del bimbo – a dare un servizio concreto a Elisabetta, che per la sua età avanzata, poteva averne bisogno.

b)     A Cana, sta per mancare il vino. Maria se ne accorge e interviene                   presso il Figlio, ed è quindi:

  • esempio di carità vigile: si accorge prima che sia troppo tardi;
  • esempio di carità concreta: si adopera per evitare agli sposi la brutta figura, non si limita a dispiacersi;
  • esempio di carità fiduciosa: la fiducia la rende coraggiosa nel chiedere e sicura nell’attendere;
  • esempio di carità discreta: interviene senza che nessuno si accorga. Bisogna essere attenti a non ferire mai la sensibilità dei poveri.

c )  Sotto la croce Ella è “la compagna eccezionalmente generosa” del      Figlio. Lì il suo cuore di Maria si dilata a una infinita carità, che è:

  • presenza fedele presso Gesù: “amorosamente consenziente all’immolazione della vittima da lei generata” (L. G. 58);
  • accoglienza massima anche dei nemici, non più temuti come uccisori, ma accolti come figli e fratelli;
  • condivisione del dolore umano e divino;
  • capacità di espiazione di ogni iniquità.

         Maria fu coinvolta nella sorte dei poveri e visse questa esperienza con la serenità e la generosità di chi ama.

         A Betlemme non c’è posto per lei nell’albergo; vive l’emarginazione dei poveri. Profuga in Egitto vive la sorte dei perseguitati. Sul Calvario è la madre del sovversivo, condannato a morte. Nel Cenacolo è insieme con gli apostoli dispersi e perseguitati. Maria è totalmente coinvolta nella sequela del Cristo povero, profugo, perseguitato, schiacciato dalla malvagità umana.

È il prezzo del servizio al progetto salvifico di Dio.

         Serva per amore, Maria sa per esperienza che “senza dolore non si vive nell’amore”. Sa che la croce senza amore è troppo pesante e che l’amore senza la croce è inconsistente.

         Madre dell’amore, modello di bontà e di servizio, Maria è in visita perenne all’umanità attraverso le apparizioni, i messaggi, i santuari. Solo in Italia 1800 santuari mariani! Altrettante cattedre dalle quali Maria ci insegna a credere, a pregare, a servire.

“Il frutto del silenzio è la preghiera

il frutto della preghiera è la fede,

il frutto della fede è l’amore,

il frutto dell’amore è il servizio,

il frutto del servizio è la pace” (M. Teresa di Calcutta)

† Giuseppe Costanzo