La Preghiera

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Canicattini   10 – 15 – ottobre 2017

Vogliamo meditare sulle diverse forme di preghiera.

a)  Di fronte alla santità e alla grandezza di Dio l’uomo avverte la sua nullità, diventa più consapevole del suo peccato, assume un atteggiamento di venerazione tremebonda, come dice il Salmista: “mi prostrerò con timore nel tuo santo tempio” (Sal 5, 8). La sovrana grandezza di Colui che ha creato l’universo (cfr Sal 94 (95) , n 3 – 5) non ci impedisce di accostarci a Lui, perché Egli è il nostro Dio, la roccia della nostra salvezza, che ci ha costituito suo popolo e gregge del suo pascolo. Il Salmista lo dice con entusiasmo e fierezza: “Venite, prostrati adoriamo, / in ginocchio davanti al Signore che ci ha creati. / Egli è il nostro Dio, / e noi il popolo del suo pascolo, / il gregge che Egli conduce” (Sal 94 (95), vv 6 -7 ).

   Adorare vuol dire amare da cascare in ginocchio, restare come travolti dalla piena dei sentimenti che ci invadono l’anima.

        Chi ha la grazia della fede, sente il bisogno di adorare anche per quelli che non credono e non adorano; per quelli che vivono come se Dio non esistesse; per quelli che hanno posto al centro della loro esistenza non Dio ma il proprio “io”.

        L’adorazione ci unisce a Cristo, il perfetto adoratore del Padre. Ci fa gridare con gioia: “Gesù è il Signore!”. L’adorazione ci unisce al coro dei vegliardi che in cielo non cessano di adorare “Colui che vive nei secoli dei secoli” (Apoc. 4, 10). Ci unisce anche al coro dei salvati che in cielo cantano:

“Tu solo sei Santo, e tutte le genti verranno e si prostreranno davanti a Te, perché i tuoi giudizi furono manifestati” (Apoc. 15, 4 ). Solo la luce e la grazia dello Spirito Santo possono muovere i nostri cuori a cantare già qui in terra con gli eletti: “Grandi e mirabili sono le tue opere, / Signore Dio Onnipotente/, giuste e veraci le tue vie, / Re delle genti! / O Signore, chi non temerà / e non darà gloria al tuo nome? (Apoc. 15, 3 – 4 a).

b)  La preghiera di lode.              (vedi il Salmo 150)

   “Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode” (Sal 33, 2).

        La lode a Dio è plauso, è grido di ammirazione, è compiacimento per trovarsi alla presenza di un essere senza pari. Indirizzata a Dio, la lode è proclamazione gioiosa della sua gloria. “le sue opere sono splendore di bellezza” (Sal. 110, 3) … “la lode del Signore è senza fine”  (v.10).

        Il canto più alto del Salterio è quello della lode pura, della contemplazione libera spontanea in cui si ringrazia Dio non per un beneficio ottenuto ma per il solo fatto che Egli esiste.

        Non per nulla tutti i Salmi sono stati chiamati in ebraico

“tehillini”, lodi, perché questa deve essere la loro prospettiva di lettura e di interpretazione, perché questo è il loro sfondo costante, implicito anche nella più acre supplica o nella più realistica preghiera di domanda. Questo è in un certo senso l’atteggiamento fondamentale di ogni preghiera che si leva dalla terra ai cieli. (G. Ravasi ). Giustamente un esegeta tedesco ha detto: “ Leben ist loben ” (La vita è lodare).

        Per la necessaria brevità mi limito a segnalare tre Salmi:

  1.  Il Salmo 91 (92).

Il Salmo si apre nell’esultanza inebriante di un mattino di festa: l’arpa, la lira, la cetra non hanno corde che bastino per esprimere la gioia del Salmista che il Signore stesso rallegra con le sue meraviglie: è bello dar lode al Signore, è bello cantare al suo nome, è bello annunziare al mattino il suo amore, dopo averne cantato la fedeltà lungo tutta la notte! Questo è un canto di contemplazione adorante, tutto acceso di casta ammirazione per il Signore: per le sue meraviglie, per le opere delle sue mani, per le profondità dei suoi pensieri … “ pensieri di Dio! ” Lo stolto non intende: si ferma al fotogramma del momento, vede che i malfattori “germogliano” e “ fioriscono”, e non riflette alla rovina eterna che li attende. Il giusto, invece, “piantato nella casa del Signore”, crescerà lentamente “come cedro del Libano ”, e ne avrà tutta la forza rigogliosa;  nella vecchiaia “ darà ancora frutti ”, potrà ancora prendere in mano la cetra, e cantare al mondo “ quanto è retto il Signore ”.

2)  Salmo  103 (104)

        “Benedici il Signore, anima mia! ”  Un delicato soffio poetico dà ali di canto alla religiosità contemplativa del Salmista. E’ tutto un inno al Creatore, scoperto a ogni passo nella panoramica del creato. Al termine di una lunga peregrinazione il Salmista conclude con un potente accordo finale, a pieni registri, da cui emerge vibrante il tema già soffusamente modulato in ogni versetto: “Voglio cantare al Signore finché   ho vita, cantare al mio Dio finché   esisto. A Lui sia gradito il mio canto; la mia gioia è nel Signore” (v. 33 sg).

        E le ultime note della sinfonia ripetono, arricchito da tutte le variazioni che han preceduto, il motivo musicale accennato all’inizio:

“Benedici il Signore, anima mia!”

3)  Il Salmo 145 (146)

        Il Salmista esorta sè stesso a lodare il Signore, meditando a voce alta, per sé e per gli altri. Egli pone una tesi: “Non confidate nei potenti”, e un’antitesi : “ beato chi spera nel Signore suo Dio ”. La tesi è provata con considerazioni ovvie, il potente non è che un uomo, e per questo “non può salvare”. Può fare un monte di progetti, che durano al massimo quanto lui, ma poi … “esala lo spirito” e “in quel giorno svaniscono tutti i suoi disegni”. Ben altre fondamenta ha, invece, la speranza riposta nel Signore. La sua potenza e il suo amore si rivelano non solo nella creazione, ma nella provvidenza:

“Egli è fedele … rende giustizia … dà il pane … libera …”. E qui, nella contemplazione delle molteplici manifestazioni dell’amorevole provvidenza di Dio, il Salmo diviene veramente inno. Nei versi 6 – 10 con poche pennellate concise il Salmista, sempre più infervorato, esalta con crescente afflato lirico le opere del Signore. C’è in questi versetti un elenco di   bellissimi nomi di Jahweh.

Gunkel dice che questo elenco assomiglia ad un concerto di campane che incessantemente ed armoniosamente esalta il Dio Creatore, Redentore, Liberatore e Re.

Non stanchiamoci di ripetere anche noi: “Loda il Signore, anima mia: loderò il Signore per tutta la mia vita, finché   vivo canterò inni al mio Dio” (vv. 1 – 2).

        c)  La preghiera di ringraziamento

        Ringraziamento e lode, pur non essendo atti identici, tendono di fatto a sovrapporsi, a fondersi in un unico canto. La lode è propriamente un riconoscimento per così dire oggettivo: lo sguardo è totalmente rivolto a Dio, per ammirarlo, elogiarlo, celebrarlo. Il ringraziamento, invece, è il riconoscimento dell’essere stati beneficati da Dio. Comporta, quindi, una componente soggettiva, poiché l’orante pone attenzione a ciò che è avvenuto nella sua persona, ed è a partire dal dono ricevuto che egli risale, per così dire, al soggetto buono che lo ha beneficato. Spesso questo processo non avviene, e chi ha ricevuto la “grazia” non ritorna indietro a “rendere grazie” (Lc 17,11-19)

        Chi ritorna a ringraziare ha preso coscienza di essere stato amato, e la gioia di sapersi e di sentirsi amati produce come frutto la gioia di amare chi ci ama. E’ stato detto – ed è vero – che “la gratitudine è la memoria del cuore”. Un cuore nobile è sensibile al dono ricevuto ed è felice di dire grazie  al donatore. Nel Salterio c’è un Salmo tutto intriso di questi sentimenti di gratitudine.

E’ il Salmo 135 (136). In una grande liturgia comunitaria il popolo ricorda le grandi prove storiche dell’amore divino.

Il Capocoro invita: “Rendete grazie al Signore, perché è buono ”, e il popolo risponde a gran voce: “ eterna è la sua misericordia ”. Potrebbe sembrare una ripetizione monotona, in realtà è una immersione nel mirabile mistero dell’amore di Dio, mai stanco di amare e di perdonare. E’ come un tuffo nell’oceano infinito della sua

“misericordia”, da cui l’anima riemerge ad ogni versetto per cantare una nuova esperienza di predilezione divina.

        Un cuore sensibile rimane affascinato davanti a questo mistero di amore assolutamente gratuito e sempre preveniente: “Per primo ci ha amati”. Questo corale ripetere, a se stessi e al mondo intero, la dimensione eterna dell’amore che salva, riporta alle scaturigini del dono della vita; richiama all’eternità di un piano divino di redenzione, realizzato in Cristo e tuttora in atto nelle sue membra; ci prepara al cielo, dove il ringraziamento e la lode si fanno eterni dinanzi al trono dell’  Agnello, in un Alleluia e in un Amen senza fine, “perché eterna è la sua misericordia ”. Ma, anche senza stare a volare alto, quanti motivi abbiamo per ringraziare il Signore! Il dono della vita, della fede, della grazia, della vocazione, della libertà. E ancora: il dono della Parola di Dio, dello Spirito Santo, dell’Eucarestia, della Madonna Santissima; il dono della comunità, il dono della Croce,  il suo disegno d’amore su di noi.

cfr la preghiera del Gloria: “Noi Ti lodiamo, Ti benediciamo, Ti adoriamo, Ti glorifichiamo, Ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa”.

d)     La preghiera di intercessione

        Penso alla preghiera di Abramo, il confidente di Dio: cfr Gen 18, 16 – 33.

Abramo è ammesso ad una totale intimità con Dio da poter discutere con Lui. Esercita una funzione di intercessione a favore del popolo che Dio voleva punire, mescolando audacia e rispetto, esagerando il rispetto per dissimulare l’audacia.

        Questa figura amabile di Abramo mostra quanto potere hanno i giusti nel salvare la collettività.

        Abramo dialoga con Dio domandando e supplicando. Non è cosa da poco poter porre domande a Dio (chi è l’uomo?) e avere da lui risposte. E’ un incoraggiamento a osare anche noi quando si tratta della salvezza dei nostri fratelli.

  • Penso anche all’intercessione di Mosè (cfr Es 32, 7 – 11 ): al suo coraggio nel ricalcare, rovesciandole, le parole pronunciate poco prima da Dio, alla sua abilità nel perorare la causa del popolo: far morire il popolo – insinua Mosè – è distruggere il significato della liberazione, travisarne il senso. E’ in gioco la fama stessa di Dio, il suo impegno con l’opera iniziata. Per questo Dio deve far cessare l’ira e riconoscere di nuovo il “suo popolo”: “ altrimenti  – dice – cancellami dal tuo libro che hai scritto” (Es 32, 32). E’ davvero ammirevole questa solidarietà del grande condottiero col suo popolo. Solo chi vive in profonda intimità con Dio può trovare in sé tanta sottomissione e tanta determinazione. Potremmo dire così: solidale col popolo e solitario con Dio.
  • Penso all’intercessione di Maria alle nozze di Cana. Mentre la festa è in pieno svolgimento, Maria, presenza attenta, si accorge che è venuto a mancare il vino. Il tripudio della mensa rischia di appannarsi bruscamente, traducendosi in una brutta figura per gli sposi. Maria ne parla con Gesù, lo mette al corrente del disagio: “ Non hanno più vino” (Gv. 2,3). La preghiera di intercessione della Madonna   ha alcune precise caratteristiche:
  • è una preghiera sobria: non spreca parole, non crede di essere ascoltata a forza di parole (cfr Mt 6, 7). Si limita all’essenziale.
  • Una preghiera umile: di fronte al rifiuto (vero o apparente, momentaneo o definitivo) non protesta, non s’impunta, non si indispettisce, ma neppure cede alla rassegnazione.
  • Una preghiera fiduciosa: crede nella potenza del Figlio ed esorta i servi ad obbedirgli. Crede che ciò che il Figlio farà, sarà la cosa migliore.
  • Una preghiera carica di compassione e di condivisione: non è individualista né intimista, ma è aperta ai fratelli e si fa carico dei loro problemi e delle loro pene.
  • E’ la preghiera della Madre che veglia con la sua presenza tenera e con la sua intercessione potente. Da Lei dobbiamo imparare l’arte di essere attenti e premurosi, “partecipi delle gioie e dei dolori degli altri, animati da affetto fraterno, misericordiosi” (1Pt 3,8).

        e)  La preghiera di domanda.

        Ci lasciamo guidare dall’esempio stupendo della donna cananea, che implora da Gesù la guarigione della figlia: Mt 15, 21 – 28. Questa donna costituisce per noi un modello particolarmente efficace per la fede, la pazienza e la speranza con le quali interpella il Signore.

  • Innanzitutto non si rivolge a Lui chiedendo immediatamente un miracolo, ma invocando la sua misericordia:

“Pietà di me, Signore, figlio di Davide”. E’ un approccio con il quale lei per prima si ritiene non meritevole di essere esaudita. E’ consapevole, cioè, della sua indegnità e invoca l’amore misericordioso anzitutto per se stessa.

  • Nella sua invocazione, poi, non ha la pretesa di suggerire a Gesù quello che deve fare, gli presenta semplicemente la situazione che le sta a cuore e per la quale sta soffrendo: “Mia figlia è molto tormentata da un demonio”. Di fronte al silenzio agghiacciante di Gesù (non le rivolse neppure una parola) e poi al rifiuto esplicito, la donna non si scoraggia, non si indigna, non protesta, rispondeinvece prostrandosi dinanzi dicendo: “Signore, aiutami!”

E’ l’atteggiamento dell’adorazione. E quando Gesù la paragona – in quanto pagana – ai cagnolini, ella non si offende non si allontana sdegnata, ma, con grandissima abilità, dà ragione a Gesù, e riesce a volgere l’argomento in proprio favore: “E’ vero, Signore, ma …” Con quel “ma” prende il Maestro in parola e lo porta dalla propria parte. Lo strappa ai figli, per interessarlo ai

“cagnolini”. Giustamente S. Agostino dice: “Cristo si mostrava indifferente verso di lei non per rifiutare la misericordia, ma per infiammare il desiderio”.

  • Questa donna pagana, questa madre angosciata, ci dà una grande lezione di umiltà e di pazienza, di fiducia e di speranza. Il Signore non può essere considerato un distributore automatico di grazie, per cui basta chiedere e si ottiene ciò che si desidera. I tempi di Dio non corrispondono a quelli dell’uomo e i suoi disegni non sempre coincidono con le nostre attese. Se vogliamo vivere in pace con Dio, dobbiamo imparare ad accettare i modi, i tempi, i silenzi, i disegni di Dio.
  • I modi, spesso così sconcertanti, i tempi, spesso così sorprendenti; i silenzi, spesso così irritanti; i disegni, che quasi mai coincidono con le nostre aspettative.

La preghiera fatta con fede è allora quella che non ha timore di chiedere, ma lo fa con una fiducia tale che ci rende disponibili ad accogliere la Volontà di Dio, anche quando ci appare incomprensibile, umanamente assurda o ripugnante. Per questo la donna strappò a Gesù l’ammirazione e il miracolo: “Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri! E da quell’istante sua figlia fu guarita”. 

† Giuseppe Costanzo