Carmelitane scalze
Canicattini 10 – 15 – ottobre 2017
“Non sappiamo – dice S. Paolo – come pregare in modo conveniente”. Proprio nella preghiera, più che in altre dimensioni della nostra esistenza, noi sperimentiamo la nostra debolezza, la nostra povertà, la nostra creaturalità. Non solo ci è difficile perseverare in preghiera ma anche impostare bene la preghiera: “nemmeno sappiamo che cosa conviene domandare”, cioè non sappiamo bene se ciò che chiediamo è conforme al progetto di Dio su di noi; non sappiamo neanche bene come chiedere: possiamo sempre dubitare se il nostro atteggiamento di preghiera sia un darci a Dio, o non sia invece un imporci a Lui, un imporre noi stessi, i nostri pensieri, i nostri progetti; se sia veramente un chiedere che Egli ci converta o non sia un pretendere che le cose vadano a modo nostro.
Questo dubbio, se siamo sinceri, ci deve sempre rimanere in fondo al cuore: siamo sicuri di chiedere ciò che veramente ci conviene? Siamo sicuri di essere davanti a Dio nella disposizione giusta dell’orante, cioè di colui che si lascia fare, si lascia trasformare, di colui che vuole ottenere non ciò che ha in mente, ma ciò che il Padre sa che è il suo bene? A parole noi preghiamo benissimo quando diciamo:” Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo Regno, sia fatta la tua volontà …”. Ma, siccome la preghiera è il gemito del nostro cuore, siamo certi che veramente e fino in fondo desideriamo proprio questo? Oppure le circostanze ci mostrano che, in realtà, desideravamo forse altro e, di conseguenza, ci stupiamo e ci lamentiamo che le cose non vanno a nostro modo? A parole dicevamo “sia fatta la tua volontà”, ma in realtà volevamo che Lui facesse la nostra volontà. E Dio ci prende in parola.
E’ importante, allora, partire da questa convinzione: non sappiamo veramente che cosa sia conveniente domandare, non sappiamo assumere il giusto atteggiamento. Questo non vuol dire che dobbiamo disperarci o tormentarci continuamente. Dobbiamo riconoscere che siamo deboli, ma che lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; così la nostra preghiera diventa “preghiera nello Spirito”.
“Lo Spirito”, – perciò – “viene in aiuto alla nostra debolezza”, “lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili” (Rm 8, 26). La preghiera è una grande scuola che ci insegna il senso del nostro limite. Ma Dio non ci abbandona, e ci manda lo Spirito Santo. “Per S. Paolo – dice Papa Benedetto XVI – la preghiera è soprattutto l’operare dello Spirito nella nostra umanità, per farsi carico della nostra debolezza e trasformarci da uomini legati alle realtà materiali in uomini spirituali.
Nella prima lettera ai Corinzi infatti leggiamo: “Ora, noi non abbiamo ricevuto lo Spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere ciò che Dio ci ha donato. Di queste cose noi parliamo con parole non suggerite dalla sapienza umana, bensì insegnate dallo Spirito, esprimendo cose spirituali in termini spirituali” (2, 12-13).
S. Paolo afferma che “nessuno può dire “Gesù è il Signore”, se non sotto l’azione dello Spirito Santo” (1 Cor 12, 3 ). Ed è sempre lo Spirito che orienta il nostro cuore verso Gesù Cristo, in modo che non siamo più noi a vivere, ma Cristo vive in noi” (cfr Gal 2, 20). Lo dice in modo stupendo S. Ambrogio: “chi si inebria dello Spirito è radicato in Cristo”.
- E come concretamente agisce lo Spirito Santo? “Con gemiti inesprimibili”, cioè in una maniera che non possiamo intendere, ma che è reale.
“Lo Spirito – dice Paolo – intercede per noi con gemiti inesprimibili, e colui che scruta i cuori, sa quali sono i desideri dello Spirito” (Rm 8, 26 sg). La nostra preghiera non è orazione di solitari, ma preghiera con lo Spirito, in unione stretta con Lui, che prega in me e per me. Perciò, anche se la mia preghiera è arida, se io mi abbandono a questa azione con distacco e rettitudine lo Spirito lavora, prega, “aggiusta” e così la mia preghiera diventa una preghiera santificante, purificante, trasformante. Credo che sia molto consolante la dottrina dello Spirito maestro della preghiera, dello Spirito che ci spinge e ci aiuta a rinnovare la preghiera, a strapparla dalla sua routine, e darle freschezza e farla diventare una fontana zampillante in noi per la vita eterna.
- Ci chiediamo adesso: che cosa succede in noi quando lasciamo operare in noi non lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Cristo come principio interiore di tutto il nostro agire? Ce lo spiega l’apostolo Paolo in tre passaggi.
- In primo luogo, noi riusciamo a superare ogni forma di paura e di schiavitù, vivendo l’autentica libertà dei figli di Dio. Certo, non dobbiamo dimenticare che il cristiano, liberato dalla legge e divenuto figlio, è ancora nel tempo dell’attesa, non del compimento. La vita nuova, generata dalla grazia e dallo Spirito, non è ancora il definitivo. Insieme al gemito della creazione sottomessa alla vanità e alla corruzione, anche il cristiano (e persino lo Spirito che abita in lui) geme. Ma non è il gemito inutile e senza futuro del pagano (cfr “sicut caeteri qui spem non habent”), bensì il gemito pieno di speranza di una partoriente.
La grazia e lo Spirito non tolgono il cristiano dal mondo, ma gli permettono di osservarlo con occhi diversi, del tutto rinnovati.
Ciò premesso, possiamo addentrarci nel nostro tema.
Senza la preghiera “non facciamo il bene che vogliamo, bensì il male che non vogliamo” (cfr Rm 7, 19). “E questa – scrive Papa Benedetto XVI – è l’espressione dell’alienazione dell’essere umano, della distruzione della nostra libertà”. “In me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio.” (Rm 7, 18-19). Da questa condizione non siamo ultimamente in grado di liberarci da soli. Abbiamo bisogno dello Spirito Santo: “Dove c’è lo Spirito del Signore, c’è libertà” (2 Cor 3, 17). Non la libertà impropriamente scambiata per la licenza di fare ciò che si vuole, ma “una libertà autentica, che è libertà dal male e dal peccato per il bene e per la vita, per Dio”. La libertà dello Spirito – come insegna S. Paolo – “non si identifica mai né con il libertinaggio, né con la possibilità di fare la scelta del male”, ma con il “frutto dello Spirito che è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza e dominio di sé” (Gal 5,22). “Questa è la vera libertà – commenta Papa Benedetto-: poter realmente seguire il desiderio del bene, della vera gioia, della comunione con Dio e non essere oppressi dalle circostanze che ci chiedono altre direzioni”.
b) Una seconda conseguenza che si verifica nella nostra vita quando lasciamo operare in noi lo Spirito di Cristo, è che il rapporto nostro con Dio diventa tanto profondo da non essere intaccato da alcuna realtà o situazione. Ciò non vuol dire che la preghiera ci libera dalle prove e dalle sofferenze; vuol dire, invece, che “possiamo viverle in unione con Cristo, con le sue sofferenze, nella prospettiva di partecipare anche della sua gloria” (Rm 8,17). Nella preghiera “le sofferenze del tempo presente non ostacolano la gloria futura che sarà rivelata in noi” (Rm 8, 18). Le sofferenze restano: noi “gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo” (Rm 8,20) e talora abbiamo perfino l’impressione che Dio non ci ascolti.
Ma spesso il modo di ascoltarci di Dio non consiste nel togliere la sofferenza, ma nel darci la forza “di viverla e affrontarla con una forza nuova, con la stessa fiducia di Gesù”, del quale la lettera agli Ebrei dice che “nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a Dio che poteva salvarlo dalla morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito” (5, 7).
La vita di Gesù anche qui si fa lezione per noi. “La risposta di Dio Padre al Figlio, alle sue forti grida e lacrime, non è stata la liberazione dalle sofferenze, dalla croce, dalla morte, ma è stata un esaudimento molto più grande, una risposta molto più profonda; attraverso la croce e la morte, Dio ha risposto con la Risurrezione del Figlio, con la nuova vita” (Ben. XVI). E’ quello che con entusiasmo e riconoscenza, aveva detto il Salmista: “Nel giorno in cui ti ho invocato, mi hai risposto: hai accresciuto in me la forza” (Sal 137 (138), v.3). Notate: ha risposto non togliendogli le difficoltà, ma moltiplicandogli le energie: “hai accresciuto in me la forza”.
c) C’è infine una terza conseguenza del lasciare agire in noi lo Spirito Santo. “La preghiera del credente si apre anche alle dimensioni dell’umanità e dell’intero creato”, entrando in sintonia con quell’ “ardente aspettativa della creazione, proteso verso la rivelazione dei figli di Dio” (Rm 8,19). La preghiera ha anche una dimensione collettiva, sociale, persino politica. S. Paolo insegna che “la preghiera sostenuta dallo Spirito di Cristo che parla nell’intimo di noi stessi, non rimane mai chiusa in se stessa, non è mai solo preghiera per me, ma si apre alla condivisione delle sofferenze del nostro tempo, degli altri”. Diventa addirittura “canale di speranza per tutta la creazione”, aiuto per la redenzione del mondo”.
Ascoltiamo dunque S. Paolo e apriamoci all’azione dello Spirito Santo. “Lo Spirito di Cristo diventa la forza della nostra preghiera debole , la luce della nostra preghiera spenta , il fuoco della nostra preghiera arida, donandoci la vera libertà interiore, insegnandoci a vivere affrontando le prove dell’esistenza, nella certezza di non essere soli, aprendoci agli orizzonti dell’umanità e della creazione “ che geme e soffre nelle doglie del parto ” (Rm 8, 22).
† Giuseppe Costanzo
